Il piano della toppa nel cielo
Violetta aveva deciso di sollevare un angolo di cielo. Non per vederci sotto. Per gioco. Per curiosità. Per dimostrare che anche le cose immobili possono essere un po' dispettose, se lo si chiede con gentilezza.
«Per prima cosa», disse Violetta, tenendo in mano un cucchiaio come se fosse una bacchetta, «dobbiamo trovare la toppa del cielo. Tutti i cieli hanno delle toppe.»
Giada, che era pratica con le toppe vere — quelle dei calzini — annuì. «E se il cielo ruzzolasse via?» chiese. «Dobbiamo mettere un puntello?»
Il piano fu scritto su un foglio di scuola: punti numerati, qualche stellina disegnata, e un promemoria importante: chiedere sempre il permesso al cielo (al massimo risponde con una nuvola di fumo e un "mah"). Il foglio fu piegato e messo nella tasca di Violetta, che aveva una tasca magica: ci entravano cose troppo grandi con la scusa che erano "idee".
«Siamo due detective del cielo», dichiarò Giada. «Con cappelli invisibili.»
I cappelli invisibili non si vedevano, ma facevano un leggero fruscio quando Giada tirava fuori uno specchietto per controllare se il vento era d'accordo con il piano.
Ingredienti magici... dell'ordinario
Il cielo, scoprirono le ragazze, era in buone condizioni ma un po' rigido. Nonostante ciò, tutti gli strumenti da sollevamento ufficiali erano di là dall'essere necessari. Bastavano tre cose: una corda di calzini intrecciati, un cucchiaio d'argento (della bisnonna), e una parola gentile che facesse ridere il cielo.
La corda di calzini fu intrecciata nella camera di Violetta. I calzini parlavano appena. «Non stringere troppo», mormorò il calzino a pois, «altrimenti il cielo pensa che vogliamo impacchettarlo.»
Giada ridacchiò. «Se il cielo entra in una scatola, poi dobbiamo chiedere i diritti di ritorno.»
Il cucchiaio d'argento fu lucidato con la maglietta del fratello di Violetta, che era furiosamente arrabbiata con la maglietta per essere stata indossata appena il mese passato. Il cucchiaio, una volta pronto, fece un suono pulito come un campanello e iniziò a raccontare piccoli segreti sulle pentole.
«Attenzione al vento,» disse il cucchiaio. «È un critico d'arte, ama i movimenti drammatici.»
La parola gentile fu complicata. Le ragazze provarono «per favore», poi «grazie», e infine una parola inventata: «Plif!» Plif suonò come una palla che rimbalza. Funzionò così bene che la nuvola più vicina sbadigliò.
Infine, Violetta prese dalla tasca un bastoncino di legno che profumava di biscotti. «Questo è per il punto di appoggio», spiegò. Giada lo guardò serio. «Se il cielo avesse una cerniera, dove sarebbe?»
«Sopra il lampione,» disse Violetta. «Sempre sopra il lampione.»
Un tentativo, due quiproquos e un gatto che decide
All'imbrunire andarono nel cortile. La città sembrava una mappa fatta per passeggiare con calma. Il lampione vicino al marciapiede era una torre importante quella sera, e il cielo sembrava più vicino del solito. Anche la luna faceva la cuenta: uno, due, tre... sorrise.
Mentre Giada teneva la corda, Violetta infilò il cucchiaio tra due nuvolette come se fosse una chiavetta per aprire una porta. «Plif!» disse, con tutta la convinzione che solo un decennio può avere.
Il cielo sussultò. Non un grande sussulto. Un sussulto da teatro che pensa di essere in un'operetta. Un angolo blu, proprio sopra il lampione, si sollevò come una tenda mal cucita.
«Ci siamo!» esclamò Giada, e tirò piano.
La corda rispose ronzando, come se fossero stati messi in marcia dei piccoli gatti meccanici. Ma non era solo la corda. Dalla sommità dell'angolo del cielo saltò fuori un uccellino con gli occhiali. «Scusate!» cinguettò, «Stavo leggendo una mappa stellare!»
«Non siamo noi che ti disturbi-amo,» disse Violetta, balbettando un po'. «Volevamo solo vedere cosa c'era di sotto.»
Il primo quiproquo fu che sotto il cielo non c'era solo aria. C'era un mercato di ombrelle, una fila di stoviglie che reclamavano il diritto di lavarsi da sole, e un vecchietto che cercava il suo cappello sopra una montagna di foglietti volanti. Tutto molto ordinato, come una sfilata di cose dimenticate.
Il secondo quiproquo fu un gatto. Il gatto si chiamava Signor Miao ed era conosciuto per le sue opinioni molto forti sulle calze. Non appena l'angolo del cielo si sollevò, il Signor Miao decise che era il momento di insegnare al mondo a ruggire come lui. Saltò sulla corda.
«Signor Miao!» gridò la signora delle stoviglie. «Non saltare sulle infrastrutture!»
«È mio diritto di gatto!» fece il gatto, con voce di cappotto. Saltò di qua e di là. Per un momento sembrò che il cielo e la città stessero giocando a corda. Le stelle si misero a battere le mani, perché le stelle, quando possono, tifano per chi cerca di cambiare le regole.
Violetta e Giada ridacchiarono. Ridere è sempre una buona scusa. E poi Violetta ebbe un'idea che era tanto pratica quanto folle.
«Facciamo una scala di parole!» disse. «Ogni gradino una parola che fa sorridere.»
Giada era già pronta. Con pezzi di carta, un po' di colla, e le istruzioni scritte sul retro del foglio con le stelline, costruirono una scala di parole che andava dalla corona del lampione fino al bordo del cielo. Ogni gradino diceva "ciao", "plif", "grazie", "ti voglio vedere", cose così. Parole leggere come piume. Parole che non pretendono di cambiare tutto, ma solo di farsi notare.
La discesa, la scelta e la lucina
Violetta salì la scala con la cautela di chi entra in una biblioteca di nuvole. Giada la seguì. Dietro, il Signor Miao si era addormentato sulla corda, contento di avere fatto il suo momento.
Sotto la toppa del cielo c'era il retro di molte cose: l'etichetta di una stella, un cartellino con scritto "Ricorda di essere gentile", e una piccola stanza fatta di ricordi dove i libri non sapevano se dormire o raccontare storie.
Violetta respirò. Non era come nelle fiabe che promettono risposte immediate. Era più come un negozio che ti offre mille piccoli specchietti, e ogni specchietto ti mostra un'idea diversa. Guardò e vide un'idea di sé che era una Violetta con i capelli fatti di note di canzoni. Giada vide un'idea di sé che era una Giada con le tasche piene di stelle da dare agli amici. Ridacchiarono insieme, capendo che sollevare un angolo di cielo non serviva a scoprire un segreto gigante. Serviva a mettere a fuoco tante piccole cose.
All'improvviso, il cielo ebbe un leggero calo di statura. Non di cattivo umore, ma di stanchezza. Anche il cielo ha bisogno di riposare. «Non voglio che mi strappiate,» disse a modo suo, facendo cadere qualche luce come coriandoli.
Violetta capì. «Allora non lo solleviamo per portarlo via. Lo solleviamo per salutarlo e permettergli di riposare meglio.»
Giada annuì. «Facciamo una coperta.»
Così strinsero la corda, riposizionarono il tappo-lampione, e misero la scala di parole come un segno: "Se ti svegli, parola gentile." Poi, con molta attenzione, abbassarono l'angolo del cielo proprio dove l'avevano trovato. Il mercato di ombrelli salutò, il Signor Miao sbadigliò, e l'uccellino con gli occhiali riprese la sua mappa stellare.
Tornarono in casa come chi torna da una missione che nessuno può spiegare bene ma che si sente come aver fatto una piccola, grande cosa. La luce dei lampioni sfilava sulle mura dando alle ombre la forma di animali domestici.
A letto, Violetta prese la sua tasca magica e ci infilò il foglio con le stelline. Giada mise sulla testiera un vasetto che faceva luce se qualcuno raccontava una storia carina. Era una lucina che amava i segreti della sera. Violetta spense la lampada principale. Restò solo la lucina, piccola come una parola buona, che faceva un bagliore calmo.
«Hai sollevato un angolo di cielo,» disse Giada, sorridendo.
«E il cielo ci ha guardato sorridendo a sua volta,» rispose Violetta.
La lucina sul comodino si accese, come se avesse ascoltato tutto e deciso che il mondo poteva permettersi un altro pezzo di sogno.