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Fantasy umoristico 9/10 anni Lettura 18 min.

L’ombrello dell’arcobaleno portatile e il drago del bucato

Quattro amiche creano un arcobaleno portatile usando oggetti trovati al mercato e, tra scherzi e imprevisti, scoprono il valore dell’ascolto e dell’inclusione.

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Quattro bambine in un piccolo giardino urbano al tramonto: Lina (circa 10 anni), castana in due codine, jeans con macchie di vernice, sorridente, tiene aperto un ombrello a righe e guarda l’arcobaleno; Marta (circa 10 anni), bruna con taglio carré e occhiali rotondi, in salopette con un taccuino, ha la mano sul fianco e osserva l’ombrello; Giada (circa 10 anni), alta e magra, capelli ricci biondi, vestito colorato, gira ridendo sullo sfondo a sinistra; Sara (9–10 anni), capelli neri lisci, inginocchiata a destra di Lina su una cassa di legno, tiene una piccola lampada vintage accesa. Sullo sfondo balconi vicini, fili con lenzuola bianche, un capanno di legno e vasi di fiori; al centro un grande ombrello aperto con una sciarpa bianca al manico da cui emerge un piccolo arcobaleno fluttuante fatto di fasce nette e brillanti come carta ritagliata; gocce violette scintillanti attorno a un vecchio rubinetto di metallo e bolle colorate; luce calda della lampada, atmosfera dolce e meravigliosa, colori vivaci e texture da carta ritagliata. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Una macchia di cielo nello zaino

Lina aveva quasi dieci anni e una risata che partiva piano e finiva in fuga, come un gattino inseguito da una scopa. A scuola la chiamavano “la Farfalla”, perché lasciava scherzi dappertutto e nessuno riusciva mai a prenderla sul serio… tranne quando voleva proprio essere presa sul serio.

Quel pomeriggio, nel cortile dietro la biblioteca, Lina posò lo zaino sul muretto e annunciò:

«Ragazze, oggi dipingiamo un arcobaleno portatile.»

Marta sbarrò gli occhi. Aveva anche lei quasi dieci anni e una faccia da “controllo lista” sempre pronta.

«Portatile… tipo da portare in tasca?»

Giada, che era la più alta e parlava come se ogni frase fosse una battuta, fece un inchino:

«Finalmente! Un arcobaleno tascabile. Così quando piove posso venderlo ai piccioni.»

Sara, l'ultima del gruppo e la più silenziosa, teneva in mano un quaderno pieno di disegni. Lei non rideva subito: prima guardava, capiva, e poi… rideva fortissimo.

«Se lo dipingiamo davvero, dove lo mettiamo?»

Lina aprì lo zaino con solennità teatrale. Dentro non c'erano libri, ma cose importanti: un barattolo di tempera “quasi” vuoto, un pennello spelacchiato, una mela, e una strana pietra rotonda che sembrava una biglia gigante.

«Qui. Nell'apposita tasca segreta.»

Marta sospirò.

«Non hai una tasca segreta.»

Lina fece spallucce.

«Allora la inventiamo.»

Si erano messe d'accordo: niente magie pericolose, niente incantesimi che fanno esplodere i secchi. Era una magia quotidiana, quella che vive tra le mattonelle, nelle cucine, nei fili stesi e nei cassetti dove spariscono sempre le mollette.

Lina alzò la pietra.

«Questa l'ho trovata vicino al lavatoio. Secondo me è una “pietra-prisma”

Giada strizzò gli occhi.

«Secondo me è una patata con ambizioni.»

Sara la prese in mano, la girò, la studiò.

«Ha dei riflessi. Non è una patata.»

Marta si illuminò.

«Potrebbe rifrangere la luce! Come… come quando il sole passa nel bicchiere d'acqua e fa i colori sul muro.»

Lina sorrise come una regina delle marachelle.

«Perfetto. Allora ci serve il sole, un po' d'acqua… e un posto dove l'arcobaleno si possa… attaccare.»

«Tipo un foglio?» propose Sara.

«Tipo una tela,» disse Lina. «O meglio: una sciarpa. Così ce lo mettiamo al collo e siamo eleganti e meteorologiche.»

Giada si toccò il mento.

«Io voto per un ombrello. Un ombrello con arcobaleno portatile è come una pizza con doppia mozzarella: non serve, ma rende felici.»

Marta alzò un dito.

«Prima: serve un piano. Seconda: niente rubare ombrelli.»

Lina fece un saluto militare.

«Promesso. Lo prenderemo… in prestito molto educato.»

Capitolo 2: Il mercato delle cose quasi magiche

Il sabato, la piazzetta del quartiere diventava un mercato. Non un mercato normale: era uno di quei posti dove trovi calzini spaiati, cucchiai che sembrano aver ascoltato troppi segreti e vecchie cornici che ti guardano come se sapessero il tuo secondo nome.

Le quattro ragazze camminavano in fila, cercando “materiale arcobalenico”.

Marta aveva una lista: “stoffa chiara”, “contenitore per acqua”, “qualcosa che brilli”, “qualcosa che non faccia guai”.

Giada aveva una lista tutta sua: “qualcosa che faccia ridere”.

A un banco c'era una signora con un cappello enorme pieno di spille.

«Cercate qualcosa?» chiese.

Lina rispose senza esitazione:

«Sì, un arcobaleno portatile.»

La signora annuì come se fosse la richiesta più normale del mondo.

«Ne avevo uno, ma è scappato via con un vento di marzo. Però ho questo.» Tirò fuori una sciarpa bianca, lunga e morbida. «Assorbe i colori come una spugna assorbe i pettegolezzi.»

Sara la sfiorò.

«È perfetta.»

Marta si avvicinò.

«Quanto costa?»

La signora sorrise.

«Una storia vera.»

Marta deglutì. Lina, invece, si sentì a casa.

«Ne ho una! Una volta ho messo una rana di gomma nel cestino del pranzo di mio fratello. Lui ha urlato, poi ha riso, poi ha detto che era una principessa. E io ho detto che doveva baciarla. E… l'ha baciata. Davanti a tutti.»

Giada aggiunse:

«E la rana ha guadagnato popolarità.»

La signora rise, le guance tremanti come budino.

«Affare fatto.»

Poco più avanti trovarono un ombrello a righe, dimenticato su una sedia. C'era un biglietto: “Se piove, usami. Se non piove, fammi compagnia.”

Sara lo lesse ad alta voce.

«È triste.»

Marta guardò intorno.

«Forse è di qualcuno del mercato.»

Un uomo con un grembiule pieno di farina alzò la mano.

«È mio. Lo lascio lì perché si annoia. Gli ombrelli hanno un carattere difficile.»

Lina fece un sorriso gentile.

«Potremmo prenderlo in prestito? Solo per… una missione artistica.»

L'uomo li scrutò.

«Missione?»

Giada fece la voce da narratrice epica:

«La missione dell'Arcobaleno Portatile!»

L'uomo sbuffò, divertito.

«Va bene. Ma trattatelo bene. E niente stregonerie che lo facciano diventare una giraffa.»

Marta annotò: “Ombrello: non-giraffa.”

Infine, al banco delle lampadine usate, un vecchietto con gli occhiali spessi disse:

«Cercate luce?»

Lina rispose:

«Sempre.»

Il vecchietto porse una piccola lampada da comodino, con un paralume color crema.

«Questa non è una lampada qualunque. È una lampada che… veglia.»

Marta strinse gli occhi.

«Veglia come… non dorme?»

«Veglia come… ascolta,» disse il vecchietto. «Quando uno ha paura, la luce sa cosa fare.»

Sara la prese con delicatezza.

«Possiamo prenderla?»

Il vecchietto annuì.

«Solo se promettete di usarla per qualcosa di buono. La magia, bambine, non è per comandare. È per capire.»

Lina, che di solito faceva scherzi anche alle ombre, si fece seria.

«Promesso.»

Capitolo 3: L'incantesimo del rubinetto ribelle

Si rifugiarono nel capanno degli attrezzi nel giardino di Marta. Era un posto che sapeva di terra, legno e avventure tenute in scatola. Appesero la sciarpa bianca tra due chiodi, posero l'ombrello aperto sotto, e sistemarono la pietra-prisma sul davanzale.

«Sole, vieni a lavorare!» ordinò Giada al cielo.

Il sole, come tutti i lavoratori, non rispose ma fece comunque il suo dovere: un raggio entrò e colpì la pietra. Un piccolo arco di colori apparve sul legno.

Lina afferrò il pennello.

«Adesso lo catturo. Zitto e fermo, arcobaleno!»

Marta versò acqua in una tazza.

«Piano. La tempera va diluita.»

Lina intinse, dipinse… e successe la prima cosa strana: il rosso, invece di restare sulla sciarpa, si mise a scappare lungo il tessuto come una formica in ritardo.

«Fermo!» disse Lina. «Torna qui!»

Il rosso fece una curva e finì sull'ombrello, disegnando una striscia perfetta.

Giada applaudì.

«È vivo! E ha scelto l'ombrello. Lo capisco. Anche io sceglierei l'ombrello. È più drammatico.»

Sara, con gli occhi brillanti, disse:

«Forse l'arcobaleno non vuole essere “dipinto”. Vuole essere “convinto”

Marta annuì.

«Serve una regola. Un accordo.»

Lina, che preferiva il caos ma sapeva riconoscere un buon consiglio, si schiarì la voce e parlò all'aria:

«Arcobaleno, ascolta. Non ti vogliamo chiudere. Ti vogliamo portare in giro per far sorridere, soprattutto quando qualcuno pensa che il mondo sia tutto grigio.»

Il giallo tremolò, come se fosse timido.

Giada aggiunse:

«E promettiamo di non venderlo ai piccioni. Al massimo… lo mostriamo.»

Marta disse:

«E niente litigi tra i colori. C'è posto per tutti.»

A quel punto il blu fece una piccola scintilla e si sistemò accanto al verde, ordinato come un libro in biblioteca.

«Funziona!» sussurrò Sara.

Lina riprese a dipingere, seguendo il raggio colorato. Uno a uno, i colori si posarono sull'ombrello. Ma mancava il viola, che restava ostinato sulla pietra, come un gatto sul divano.

«Dai, viola. Non fare la star,» disse Lina.

Il viola, per risposta, schizzò via… e finì nel secchio dell'acqua.

Il secchio cominciò a brillare.

Marta gridò:

«Lina! Hai fatto arrabbiare l'acqua!»

L'acqua, infatti, si gonfiò come se stesse facendo il broncio. Poi saltò fuori dal secchio e corse verso il rubinetto del capanno, infilandomici dentro come una lumaca velocissima.

Il rubinetto iniziò a parlare con voce gorgogliante:

«Finalmente! Libertà liquida!»

Giada si piegò in due dalle risate.

«Un rubinetto che parla! Io lo voglio a casa!»

Marta, invece, era pallida.

«Non lo vogliamo a casa. Lo vogliamo chiuso. Subito.»

Il rubinetto sputò una fontanella d'acqua viola che faceva bolle a forma di punto interrogativo.

Sara fece un passo avanti.

«Forse è confuso. Come noi quando cambiamo gruppo e non sappiamo dove sederci.»

Marta la guardò.

«Che c'entra?»

Sara indicò le bolle: alcune erano blu, alcune verdi, alcune gialle.

«Si mescola. Non sa che colore essere.»

Lina, che fino a quel momento aveva pensato solo a “prendere” l'arcobaleno, capì che l'arcobaleno stava provando a dire qualcosa.

«Ok, rubinetto. Non devi scegliere un solo colore. Puoi essere… tutti. O nessuno. Basta che smetti di spruzzare sul mio naso.»

Il rubinetto fece “PLOP” e smise, offeso ma calmo.

Giada si avvicinò e disse con tono gentile:

«Ehi. A volte la gente ti dice “sei troppo questo” o “sei troppo quello”. Ma tu sei tu. E va bene così.»

Il rubinetto fece un gorgoglio che sembrava un “grazie”.

Marta chiuse lentamente la valvola.

«Tolleranza: anche con i rubinetti.»

Lina rise.

«Soprattutto con i rubinetti.»

Capitolo 4: Il grande equivoco del drago del bucato

L'ombrello era quasi pronto: sette strisce luminose, perfette, come se qualcuno avesse messo in ordine una scatola di caramelle.

«Adesso serve la parte portatile,» disse Marta. «Come facciamo a far stare l'arcobaleno “dentro” l'ombrello senza che si perda?»

Lina sollevò la pietra-prisma.

«Ci serve un nodo di magia quotidiana. Tipo… un nodo da bucato!»

Giada fischiò.

«Sei un genio. O un pericolo. Non ho ancora deciso.»

Andarono nel cortile di Sara, dove sua nonna stendeva sempre lenzuola enormi. Lì, tra i fili, il vento faceva concerti.

La nonna di Sara li guardò arrivare con un ombrello aperto e una sciarpa bianca.

«State facendo una sfilata?» chiese.

Lina rispose:

«Un esperimento artistico. Promettiamo di non trasformare le mollette in coccodrilli.»

La nonna sorrise.

«Peccato. I coccodrilli aiuterebbero a tenere su le lenzuola.»

Appesero l'ombrello vicino ai panni, così che il vento lo toccasse. Lina legò la sciarpa al manico, facendo un nodo doppio.

«Nodo del bucato: attiva!» proclamò Giada.

Il vento soffiò. Il nodo brillò. L'arcobaleno sull'ombrello si mosse come una risata che cambia posto. Poi… scivolò fuori, lungo la sciarpa, e formò un piccolo arco sospeso a mezz'aria.

«È… bellissimo!» disse Sara.

Marta fece un mezzo sorriso, raro come una moneta trovata in tasca.

«È portatile. Possiamo prenderlo e…»

In quel momento un lenzuolo bianco, gonfiato dal vento, si staccò e cadde sopra l'ombrello. Il lenzuolo si sollevò di nuovo, e l'ombrello sotto sembrò una testa enorme.

Con l'arcobaleno sospeso davanti, la figura sembrava… un drago.

Un “drago del bucato”, con coda di sciarpa e occhi immaginari.

Giada urlò, ma era un urlo felice:

«DRAGO!»

Dal balcone accanto spuntò il signor Renato, che aveva sempre il sopracciglio pronto a giudicare.

«Che succede lì sotto?»

Vide il lenzuolo gonfio, l'ombrello, la sciarpa arcobaleno… e sbiancò.

«Un mostro! Nel cortile!»

«Non è un mostro!» protestò Marta. «È… un equivoco tessile!»

Il signor Renato già stava chiamando:

«Aiuto! C'è un drago!»

In due minuti arrivarono due vicini, un cane curioso e la mamma di Lina, con le mani sui fianchi.

«Lina.»

Lina fece la faccia più innocente del mondo, che nel suo caso voleva dire: “Sto mentendo con stile”.

«Ciao mamma. È un progetto di… educazione meteorologica.»

Il cane abbaiò all'arcobaleno, che si spaventò e si rimpicciolì come una bolla di sapone.

Sara corse avanti e parlò al cane con dolcezza.

«Ehi, non è un nemico. È solo… colore. Non morde. Al massimo… solletica.»

Il cane inclinò la testa. Poi, incredibilmente, scodinzolò.

Giada si rivolse ai vicini:

«Signori, vi presento il Drago del Bucato. Sputa… buonumore.»

Marta, arrossendo, disse:

«È un gioco. E ci dispiace per lo spavento.»

Il signor Renato guardò meglio. Vide la sciarpa, il nodo, la luce sulla stoffa. E soprattutto vide le facce delle bambine: non cattive, non furbe in modo crudele. Solo entusiaste e un po' pasticcione.

Il suo sopracciglio scese di un millimetro.

«Ah.»

Lina fece un passo avanti.

«Se vuole… possiamo farle vedere da vicino. Non tutti i draghi sono uguali. Alcuni sono solo… panni stesi.»

Il signor Renato esitò. Poi si avvicinò e toccò il lenzuolo.

«È… un lenzuolo.»

«Esatto!» disse Marta, sollevata. «E l'arcobaleno… è per condividere.»

Sara aggiunse:

«Perché a volte ci spaventiamo di ciò che non capiamo. Anche se è solo diverso.»

Il signor Renato tossì, imbarazzato.

«Beh. Diverso non vuol dire… per forza pericoloso.»

Giada sussurrò a Lina:

«Ha appena detto una cosa intelligente. Segniamolo sul calendario.»

Capitolo 5: La lampada che veglia

Quando la folla si sciolse, le quattro ragazze si sedettero sotto il filo del bucato. L'arcobaleno, ora, stava docile: un piccolo arco luminoso che si poteva avvolgere nella sciarpa come una cintura morbida. Bastava chiudere l'ombrello e il colore restava “dentro”, come una canzone che aspetta di essere cantata.

Lina lo provò: chiuse l'ombrello. Poi lo aprì piano.

Un arcobaleno perfetto scattò fuori, piccolo e brillante.

Marta si lasciò sfuggire una risata.

«È… davvero portatile.»

Giada fece un giro su se stessa, come una modella buffa.

«Finalmente posso essere un tempo atmosferico.»

Sara guardò l'arcobaleno con attenzione, poi disse:

«Però dobbiamo usarlo bene. Non per fare dispetti.»

Lina si grattò la testa. Era la parte difficile: lei amava i dispetti come si ama la panna sul gelato. Ma pensò al rubinetto confuso, al cane spaventato, al signor Renato che aveva capito tardi.

«Ok,» disse Lina. «Useremo l'arcobaleno per… quando qualcuno si sente escluso. O quando litighiamo. O quando uno pensa che non c'è posto per lui.»

Marta annuì.

«C'è sempre posto. Basta fare spazio.»

Giada alzò un dito.

«E basta non urlare “drago” troppo presto.»

Sara tirò fuori la piccola lampada comprata al mercato.

«E questa?»

La appoggiarono su una cassetta di legno. Sara girò l'interruttore.

La lampada si accese con una luce calda, non troppo forte, come una coperta.

Il vento si calmò un po', quasi per ascoltare.

Lina guardò la lampada e poi l'ombrello.

«Sai una cosa? L'arcobaleno è bellissimo, ma… la notte non si vede.»

Marta sorrise.

«La lampada sì.»

Giada si avvicinò e parlò alla lampada come si parla a una persona educata:

«Tu vegli, vero?»

La luce tremolò appena, come un occhiolino.

Sara disse piano:

«La mettiamo in camera mia quando ho paura dei rumori. E quando una di noi si sente triste. Così non deve far finta di essere coraggiosa da sola.»

Lina, che di solito faceva la coraggiosa anche quando non lo era, deglutì.

«E se qualcuno pensa di non essere “del colore giusto”… gli facciamo vedere che l'arcobaleno funziona solo se ci sono tutti i colori. Anche quelli strani. Anche quelli che cambiano.»

Marta concluse:

«Soprattutto quelli.»

Quella sera, l'ombrello arcobaleno riposò vicino alla finestra, pronto a partire il giorno dopo per nuove risate. La sciarpa era piegata come un segreto buono.

E la lampada, sul comodino, restò accesa quanto bastava: una piccola guardiana gentile, che vegliava sulle quattro amiche e sulle loro magie quotidiane, aspettando la prossima avventura senza fare troppo rumore.

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