Capitolo 1: Il libro che starnutiva troppo
Luca aveva nove anni, un ciuffo ribelle e una risata pronta. Quel pomeriggio pioveva piano, la pioggia faceva “tic tic” sul davanzale, e la biblioteca di quartiere profumava di carta e silenzio… o almeno avrebbe dovuto.
“ETCIÙ!”
Il suono rimbalzò tra gli scaffali come una palla da ping-pong impazzita. Una signora con gli occhiali a catena fece un salto. Un ragazzo più grande si voltò con aria scandalizzata, come se qualcuno avesse urlato “broccoli!” a un compleanno.
Luca si fermò a metà corsa, perché lui correva anche quando non serviva. “Scusi!” disse d'istinto, anche se non era stato lui.
“Non sei tu, caro,” sussurrò la bibliotecaria, la signora Ada, con un dito sulle labbra. “È… lui.”
Indicò un libro sul tavolo dei resi. Era grosso, rilegato in blu, con una fibbia come una cintura. Tremava leggermente, come se avesse il raffreddore.
“Un libro che starnutisce?” chiese Luca, gli occhi rotondi come due monete.
“Da stamattina,” disse Ada. “Ogni volta che qualcuno sfoglia una pagina, lui… si agita. E poi—”
“ETCIÙ!”
Una nuvoletta di polvere dorata sbuffò dal libro e si sparpagliò nell'aria. Le lettere su un cartello vicino cambiarono da “SILENZIO” a “SILENZIO… per favore?” e poi a “SILENZIO, sto pensando”.
Luca scoppiò a ridere, ma cercò di farlo piano. “È divertente.”
“È un problema,” disse Ada. “Se continua così, entro sera gli scaffali cominceranno a recitare poesie e i segnalibri a ballare il tip-tap. Ieri uno ha chiesto il permesso di sposare una graffetta.”
Il libro fece un altro tremolio, come un cane prima di scrollarsi l'acqua di dosso.
Luca si avvicinò. “Ehi, libro. Hai bisogno… di un fazzoletto?”
“ETCIÙ!” rispose il libro, come se la parola “fazzoletto” fosse una piuma nel naso. Una pila di volantini si trasformò per un attimo in farfalle di carta, poi tornò volantini, come se si fossero vergognate.
Ada sospirò. “Serve qualcuno coraggioso. Qualcuno che non si spaventi se un dizionario comincia a ruttare sinonimi.”
Luca si mise le mani sui fianchi. “Io sono coraggioso. Anche quando devo fare il vaccino. Quasi sempre.”
Il libro starnutì piano, un “et-… ciù” timido, come se lo stesse facendo apposta per attirare attenzione.
Luca sentì una specie di chiamata, come quando un videogioco ti mostra una missione nuova. Solo che qui la missione era… calmare un libro con il raffreddore magico.
“Lo porto io in giro,” disse. “Magari gli serve aria.”
Ada strinse gli occhi. “In giro dove?”
Luca guardò la pioggia, gli scaffali, la porta. “Nel posto più… normale possibile. Così capisce che non deve fare tutta questa scena.”
Il libro fece “ETCIÙ!” fortissimo, e dal nulla comparve un piccolo cartello sul tavolo: “MI PRUDE IL NASO”.
Ada si portò una mano alla fronte. “Va bene. Ma promesso: lo riporti intero.”
Luca sollevò il libro. Era più pesante delle sue bugie quando diceva “ho fatto i compiti”. E caldino, come un gatto.
“Tranquillo,” gli sussurrò. “Ti porto a fare una passeggiata. E niente starnuti da drago, ok?”
Il libro tremò, come se stesse ridendo senza volerlo.
Capitolo 2: La strada dei piccoli incantesimi
Fuori, la pioggia aveva smesso. Le pozzanghere erano specchi stropicciati. Luca camminava con il libro sotto braccio, e ogni tanto sentiva un “e… e…” trattenuto, come un singhiozzo.
“Respira,” consigliò Luca, come se stesse parlando con un compagno di classe prima dell'interrogazione. “Pensa a qualcosa di tranquillo. Tipo… un prato.”
Il libro rispose con un fruscio di pagine. Una parola si staccò dal bordo e gli svolazzò davanti: “PRATO”. Poi la parola si appoggiò su una pozzanghera e galleggiò come una foglia.
“Ehi!” Luca la rincorse. “Torna qui!”
Un cane passò e annusò “PRATO”. Scodinzolò, convinto di aver trovato il parco perfetto. Il padrone tirò il guinzaglio e borbottò: “Non si mangiano le parole, Bruno.”
Luca trattenne una risata. “Vedi? Già fai scherzi.”
Il libro fece un piccolo “etciù” e dal dorso spuntò, per mezzo secondo, una piuma. Poi sparì. Come se il libro avesse un uccellino dentro che faceva solletico.
Arrivarono davanti alla panetteria. Il profumo di focaccia era una magia vera, senza bisogno di bacchette. Luca si avvicinò al bancone con il libro. La panettiera, la signora Mara, lo salutò.
“Luca! Vuoi un pezzo di schiacciata?”
“Magari dopo,” disse Luca. “Questo è… un libro che starnutisce.”
La signora Mara sbatté le palpebre, poi guardò il libro. “Ah. Uno di quelli. Ne ho avuto uno che tossiva briciole. Un disastro.”
Il libro, come offeso, fece: “ETCIÙ!”
Una nuvola di farina si sollevò dal sacco vicino e disegnò nell'aria un sorriso. Il sorriso fece l'occhiolino e poi si sciolse, ricadendo in modo ordinato. Persino la farina sembrava educata.
La signora Mara rise. “Carino! Ma se mi fa starnutire i cornetti fuori dal forno, lo metto a lavorare.”
Luca si abbassò al livello del libro e bisbigliò: “Visto? Nessuno ti vuole cattivo. Solo… più calmo.”
Il libro vibrò. Una lettera “S” gli scivolò fuori e rotolò sul pavimento.
“Scusa!” disse Luca alla panettiera, afferrando la “S” come fosse una biglia. “Gli è caduta una consonante.”
“Capita a tutti,” rispose lei. “A mio marito cadono le chiavi. Ogni giorno.”
Luca rimise la “S” tra le pagine, come si rimette un dente sotto al cuscino. Il libro si quietò un attimo.
“Ok,” disse Luca. “Prima tappa: panetteria. Seconda tappa… casa mia. Lì c'è il posto più normale del mondo: la cucina.”
Il libro fece un suono che somigliava a un “hm” pensieroso. Poi, quasi con cautela, trattenne lo starnuto.
Luca si sentì un eroe. Un eroe con un libro raffreddato. Ma sempre eroe.
Capitolo 3: La cucina, il cucchiaio e il grande malinteso
A casa, la mamma di Luca stava tagliando carote. Il tagliere faceva “toc toc”, come un tamburo tranquillo. Il papà leggeva il giornale e faceva finta di leggere il giornale, che è un'arte.
“Ciao!” disse Luca, entrando con il libro.
La mamma lo guardò. “Che cos'hai lì?”
“Un libro che starnutisce. Devo calmarlo.”
Il papà abbassò il giornale di due centimetri, che era il suo modo di dire “questa mi interessa, ma non voglio ammetterlo”.
La mamma incrociò le braccia. “Luca…”
“Giuro che non è una scusa per non fare i compiti,” disse Luca velocissimo. “È una missione. Una missione della biblioteca.”
Il libro decise che era il momento perfetto.
“ETCIÙ!”
Il cucchiaio sul piano cucina si animò e cominciò a fare il direttore d'orchestra. Le carote, tagliate a rondelle, rotolarono in fila come un trenino. Il sale saltò fuori dalla saliera e disegnò una spirale, come una lumaca di neve.
La mamma lasciò cadere il coltello. “Oh.”
Il papà, invece, disse con calma: “Finalmente un cucchiaio con un lavoro serio.”
Luca si mise davanti al libro, come se fosse un portiere. “Shhh! Calma. Niente panico. È solo un… raffreddore magico.”
La mamma guardò il trenino di carote, che si era fermato sul bordo del tavolo con aria indecisa. “È pericoloso?”
Il libro fece un “et… et…” tremante, come se stesse per starnutire di nuovo. Luca gli poggiò una mano sul dorso.
“Ehi,” disse piano. “Ti capisco. Quando mi viene da ridere in classe e la maestra mi guarda, io… vorrei esplodere. Ma respiro.”
Luca respirò forte e lentamente, esagerando, così il libro potesse copiare. Uno, due, tre.
Il cucchiaio si fermò. Le carote tornarono tranquille, come se ricordassero di essere carote e non vagoni ferroviari. Il sale ricadde in modo normale.
La mamma riprese il coltello, ma lo tenne come se potesse morderla. “E funziona?”
“Un po',” disse Luca. “Ma credo che gli pruda il naso. Serve qualcosa che lo faccia starnutire… bene. Come quando starnutisci una volta e poi stai meglio.”
Il papà annuì lentamente. “Una teoria interessante. Vuoi testarla sul nostro libro di ricette?”
“NO!” disse la mamma.
Il libro blu fece un fruscio, quasi indignato. Poi, senza volerlo, fece cadere una pagina. La pagina si aprì a metà aria e mostrò una frase scritta in inchiostro dorato: “MI SERVE UNA PAROLA GENTILE”.
Luca la lesse ad alta voce. La mamma si ammorbidì. Il papà tossicchiò come se avesse qualcosa nell'occhio, ma probabilmente era emozione mascherata.
“Una parola gentile?” Luca pensò. “Ok. Libro, sei… bravo. Anche se starnutisci. E… non sei fastidioso. Sei… speciale.”
Il libro tremò come un gattino che fa le fusa. Poi fece un “etciù” piccolissimo, quasi educato. Dal bordo uscì una minuscola stellina di carta e atterrò sul tavolo, senza combinare disastri.
“Visto?” disse Luca, sorridendo. “Stai migliorando.”
Ma la stellina si aprì come un biglietto e mostrò un'altra frase: “MI MANCA IL MIO SEGNALIBRO”.
Luca spalancò gli occhi. “Ah! Ecco il malinteso. Sei agitato perché hai perso qualcosa.”
La mamma si chinò. “E dove l'ha perso?”
Il libro fece un fruscio e, come se avesse vergogna, lasciò scivolare fuori un'immagine: un segnalibro rosso, con una nappa, che correva via su due gambette di inchiostro.
Il papà alzò un sopracciglio. “Un segnalibro scappato. Classico.”
Luca strinse i pugni. “Lo troverò. Promesso.”
E in quel momento, dal corridoio, arrivò un suono: “Plof. Plof. Plof.” Come passi bagnati su piastrelle.
Capitolo 4: Caccia al segnalibro fuggitivo
Luca seguì i “plof” fino al bagno. La porta era socchiusa. Dentro, lo specchio aveva un'aria colpevole, come se avesse visto qualcosa e non volesse parlarne.
Sul tappetino, c'era una striscia rossa. Non era una sciarpa. Non era una lingua (per fortuna). Era il segnalibro, che stava provando a infilarsi sotto la lavatrice come un ladro maldestro.
“Fermo lì!” disse Luca, con voce da cavaliere. “In nome della Biblioteca e della Schiacciata alla Focaccia!”
Il segnalibro si irrigidì. Poi si voltò. Aveva due occhietti disegnati e un'espressione scandalizzata.
“Non torno,” squittì, con una vocina che sembrava carta che si piega. “Quel libro starnutisce sempre! Io mi becco tutta la polvere!”
Luca si accovacciò, mantenendo la voce calma. Coraggio non era urlare più forte. Era restare lì, anche quando un segnalibro ti fa la predica in bagno.
“Capisco,” disse. “Deve essere brutto. Ma se scappi, lui si agita ancora di più. E quando si agita, starnutisce di più. È un cerchio.”
Il segnalibro fece una smorfia. “Un cerchio… stupido.”
“Esatto,” disse Luca. “Quindi facciamo un patto. Tu torni con lui, e io lo aiuto a starnutire nel modo giusto. Uno starnuto solo. Pulito. Niente tempeste di farina e carote con ambizioni.”
Il segnalibro esitò. “E se mi promette di non usarmi come fazzoletto?”
“Glielo prometto io,” disse Luca. “E io mantengo le promesse. Quasi sempre. Ma questa sì.”
Il segnalibro scivolò fuori da sotto la lavatrice con aria dignitosa, come se fosse stato lui a decidere. Luca lo prese delicatamente tra due dita.
“Tornare insieme,” disse Luca, “è più coraggioso che scappare.”
Il segnalibro borbottò: “Non chiamarmi coraggioso. Mi viene la carta d'oca.”
Tornarono in cucina. Il libro blu, sul tavolo, tremava. Sembrava trattenere uno starnuto grande quanto un temporale.
Luca sollevò il segnalibro come un trofeo. “Trovato!”
Il libro fece un sospiro di pagine. Quando Luca infilò il segnalibro tra le pagine, successe qualcosa: il dorso del libro si distese, come spalle che si rilassano.
Però lo starnuto era ancora lì, in agguato.
Luca guardò la mamma e il papà. “Adesso serve l'ultimo pezzo. Qualcosa che lo faccia… ‘ETCIÙ' e basta.”
La mamma indicò lo scaffale delle spezie. “Pepe?”
Il papà scosse la testa. “Troppo da adulti. Serve qualcosa di più… da libro.”
Luca si illuminò. “Una piuma! Una piuma di pollo… no, aspetta. Una piuma di… pagina!”
Il segnalibro fece: “Oh no.”
Luca tornò alla biblioteca di corsa, con il libro sotto braccio, il segnalibro ben al suo posto e la determinazione che gli ronzava nelle orecchie come una canzone.
Ada lo vide entrare e alzò le mani. “Com'è andata?”
“Ho trovato il segnalibro,” disse Luca. “Ora mi serve una piuma. Ma una piuma gentile.”
Ada annuì, come se chiedere “una piuma gentile” fosse una cosa normalissima il martedì. “Vieni.”
Lo portò vicino allo scaffale dei libri vecchi. Tirò fuori un volume sottilissimo e lo aprì. Dentro c'era una piuma bianca, leggera come un pensiero felice.
“Questa viene dal cappello di un mago in pensione,” sussurrò Ada. “Non punge. Fa solo ridere.”
Luca prese la piuma. Il libro blu tremò, come se avesse capito.
Capitolo 5: Lo starnuto perfetto e la risata che dura
Luca appoggiò il libro sul tavolo della biblioteca. Attorno, i lettori curiosi sbirciavano da dietro i romanzi, come marmotte tra i cespugli. Ada osservava seria, ma con un luccichio divertito negli occhi.
“Ok,” disse Luca al libro. “Ascolta. Tu sei un libro importante. Ma non devi fare il drago. Devi fare… uno starnuto solo. Uno starnuto da campione.”
Il segnalibro spuntò un pochino, come un amico che non vuole essere visto troppo ma vuole esserci.
Luca solleticò delicatamente il bordo del libro con la piuma gentile. Piano piano, come quando fai il solletico a qualcuno che potrebbe vendicarsi.
Il libro inspirò. Si sentì un fruscio profondo, un “fff” di pagine.
“E… e… e…”
La biblioteca trattenne il fiato. Perfino l'orologio sembrò fermarsi, come se non volesse perdere il momento.
“ETCIÙ!”
Ma non esplose nessuna tempesta. Non nacquero farfalle. Non partirono trenini di carote. Uscì solo una piccola bolla di luce dorata che fluttuò in aria e… fece una risata. Una risata vera, “ah-ha-ha!”, come una campanella allegra.
Poi un'altra bolla. E un'altra.
Le bolle di luce cominciarono a ridere tutte insieme, e la loro risata era contagiosa. Luca si mise a ridere. Ada si mise a ridere con una mano davanti alla bocca. La signora con gli occhiali a catena rise così tanto che gli occhiali le scivolarono sul naso. Il ragazzo più grande cercò di resistere, ma la risata gli entrò nel petto e gli scappò fuori.
Persino il cartello “SILENZIO” cambiò scritto, con dignità: “SILENZIO… DOPO, ADESSO SI RIDE”.
Il libro si calmò del tutto. Sembrava soddisfatto, come se avesse finalmente trovato il modo giusto per dire “scusatemi”.
Luca accarezzò la copertina. “Visto? Coraggio è anche chiedere aiuto. E fare un unico starnuto perfetto.”
Il segnalibro sussurrò: “E non usare me come fazzoletto.”
“Mai,” promise Luca.
Ada si chinò verso Luca. “Hai fatto un lavoro da vero avventuriero. Senza spada.”
“Ho avuto una piuma,” disse Luca, con aria importante.
Le bolle di luce continuarono a ridere, e quella risata si appiccicò ai muri, ai libri, ai capelli. Quando Luca uscì dalla biblioteca, gli sembrò di portarla con sé, come una tasca piena di caramelle invisibili.
E anche quando la porta si chiuse, la risata durò ancora: in un “ah-ha-ha” lieve tra le pagine, in un fruscio allegro, e nel cuore di Luca, che rideva e rideva… come se fosse la cosa più naturale e coraggiosa del mondo.