Capitolo 1 — Il piano (quasi) perfetto
Quando ho deciso che avremmo scattato la foto ricordo perfetta, erano le nove del mattino e il sole aveva appena trovato un buco tra le nuvole. Mi chiamo Tommaso, ho undici anni, e ho una missione: fare una foto da mettere nel nostro album “Le Giornate Pazze”, da mostrare alla nonna senza che lei sospiri: “Ma perché fate sempre le smorfie?”
Stringo al polso la mia bandana del club, blu con piccoli fulmini gialli. È del nostro club di quartiere, il Club dei Piccoli Esploratori. La metto sempre quando devo fare qualcosa di importante. Secondo me porta fortuna. E fa scena.
“Raduno in cortile, tra dieci minuti!” urlo.
Marta, mia sorella di dodici anni, spunta dalla cucina con un biscotto in bocca e i capelli a nuvola. “Dieci minuti? Mi devo pettinare!” mormora, con le briciole che volano. Nico, il più piccolo, di otto anni, esce dal bagno con la schiuma da denti ancora sull'orecchio. “La foto sarà epica!” dice, spruzzando un “spfff” di schiuma sul pavimento.
Prendo il treppiede che papà tiene in alto nell'armadio, la macchinetta di mamma con l'autoscatto e un sorriso convinto. Il piano è semplice: luce buona, sorrisi sinceri, zero litigi. Semplice… più o meno.
Capitolo 2 — Raduno in cortile
In cortile, il vento gioca con la mia bandana, “frush frush”, e fa volare una foglia che Nico cerca di acchiappare. Il treppiede fa “cric cric” mentre lo apro e lo pianto bene vicino alla siepe. La macchinetta fa “bip” quando la accendo. Tutto è pronto.
“Dove mi metto?” chiede Marta, cercando il suo lato migliore. “A sinistra. Io sto in mezzo, Nico di qua, che così non scappa,” dico, infilando la bandana come fascia al polso. Sento che mi dà coraggio.
“Non scappo!” protesta Nico, proprio mentre avvista il gatto della vicina, Frollino, e gli corre dietro. “Miao?” fa il gatto, con la coda a punto di domanda.
“Ragazzi, concentrazione!” respiro. “Ho solo dodici secondi di autoscatto. Pronti?” Schiaccio il pulsante. La macchinetta fa: “bip… bip… bip…”
Corro al mio posto, con il cuore che mi batte “tum tum tum”. Marta si pianta vicino a me, si tira giù i capelli. Nico spunta all'ultimo con Frollino in braccio. “Sorridete!”
“BAU!” abbaia improvvisamente Rocky, il cane del signor Ernesto, comparendo come un missile. Nico fa “ah!” e il gatto balza via con un “prrrt!”. Marta spinge me, io spingo il treppiede, che vacilla: “scriiiic!” Scatta il “click”.
Guardiamo il risultato. La foto ha metà del mio naso, il gomito di Marta, e Nico a bocca aperta come un tostapane. Rocky è venuto benissimo.
“È un capolavoro… di caos,” ridacchia Marta. Io sento il sorriso scivolare, ma la mia bandana freme come una bandiera: non ci arrendiamo.
Capitolo 3 — La smorfia controllata
“Ok,” dico, pensando veloce. “Nuovo piano. Trasformiamo le discussioni in gioco. Si chiama Smorfia Controllata: potete fare tutte le smorfie del mondo finché la macchinetta fa bip. Al bip lungo, stop. Si blocca il sorriso naturale, capito?”
“Ah, quindi posso fare la lingua?” chiede Nico, già felice.
“Finché non c'è il bip lungo,” rispondo. Marta alza un sopracciglio. “Se viene male ti do la colpa.”
“Sarò un direttore d'orchestra,” dico, e sventolo la bandana del club come una bacchetta. “Al mio segnale: smorfie!”
Ripartiamo. “bip… bip… bip…” Nico fa il pesce palla, Marta fa gli occhi storti, io imito un robot. La risata mi esce a raffica: “ah ah ah!” Poi arriva il “biiip” lungo. “Stop!”
Click!
Ci avviciniamo al display. Siamo fermi in un sorriso un po' storto, ma vero. Io ho ancora un sopracciglio su, Nico ha la faccia da squalo gentile, Marta è piegata, ma bella. Non è perfetta, però mi piace.
“Quasi,” dico. “Ne facciamo un'altra, e poi un'altra, finché…”
“Finché scoppio di ridere,” mi interrompe Marta, infilando un laccio nei capelli. Nico starnutisce. “Ecciù!”
“Salute!” rispondo. “E niente salsine prima della foto,” aggiungo, notando una macchia d'arancia sulla maglietta di Nico.
“Non è salsa, è succo. Ho sete!” protesta. Con la bandana gli asciugo la goccia sul mento. “La mia bandana del club è multitasking,” dico. “Sì, e adesso è aromatizzata all'arancia,” ride Marta.
Capitolo 4 — Idee geniali e imprevisti appiccicosi
Il sole sale, il cortile si scalda. “La luce è troppa,” commento, facendo il finto fotografo importante. “Mettiamoci all'ombra di quell'albero.” Traslochiamo tutto: treppiede, noi, le nostre buffe facce.
La signora Alma, la vicina, sta annaffiando i fiori. “Psssshh!” L'acqua fa un arco brillante e un paio di gocce ci spruzzano sulle braccia. “Ops!” fa lei. “Scusate, ragazzi.”
“Tranquilla!” dico. In realtà, Nico fa “brrr!” e Marta sgrana gli occhi: “I miei capelli!”
“Capelli o non capelli, scattiamo!” dico, cercando di sembrare coraggioso. La bandana al polso è diventata fredda per le gocce, ma è piacevole. Mi viene un'idea. La lego al treppiede come una piccola bandiera. “Così sappiamo da dove viene il vento. E il vento oggi è capriccioso,” dico serio. Marta sbuffa. “Capriccioso? Sembra che mi stia mangiando la frangia.”
“Proviamo con una posa,” propone lei, prendendomi sotto braccio. “Io qui, tu in mezzo, Nico in alto sulla panchina, così siamo a livelli.”
“Ok! E niente corse negli ultimi secondi,” avviso. Schiaccio il pulsante. “bip… bip… bip…”
Nico tenta di salire sulla panchina e fa “scraac!” con la suola sul legno. Io lo afferro per la felpa. “Lento!”
“Mi scappa lo starnuto,” annuncia lui con occhi lucidi. “No! Respira dal naso come un drago calmo,” suggerisco. “I draghi non sono calmi,” commenta Marta. “Questo sì,” rispondo, per motivarlo.
“biiip.” Stop. Click.
La foto ci prende quasi bene. Quasi. Una goccia d'acqua è rimasta sulla lente, e c'è una macchia sfocata proprio al centro. “Sembra una nuvola che ci dà un bacio,” ride Nico. Io sento la frustrazione bussare, “toc toc”.
“Tranquilli,” dico, più a me stesso che a loro. Smonto la bandana e con gentilezza pulisco la lente. “Ecco, ora è lucida.” La bandana profuma di arancia, acqua e cortile. Odore di giornata vera.
“Giro finale,” annuncio. “Se va male, facciamo una pausa e mangiamo una fetta di pane e marmellata.” “Affare fatto,” dice Marta, alzando il pollice. Nico alza due pollici. “Io prendo due fette.”
Capitolo 5 — La foto (im)perfetta
Il sole comincia a scivolare dietro i tetti. È l'ora che fa le cose di oro. Il vento si quieta, “shhh,” e la bandana sul treppiede si muove appena, come se facesse il tifo.
“Cambio set,” dico. “Sul gradino del portone. È più stabile.” Ci mettiamo lì, vicini, con i piedi che battono “toc toc” sul legno. Frollino il gatto ci osserva dall'angolo, con aria da giudice severo.
“Regola finale,” dico. “Niente perfezione. Solo sincerità. Guardatevi e poi guardate qui.” Indico la macchinetta. “Pronti?”
“Pronti!” rispondono in coro. Schiaccio il pulsante. “bip… bip… bip…”
“Tommaso,” sussurra Marta, “hai una fogliolina nei capelli.” “Lasciala, è la mia corona,” rispondo. Nico ridacchia. “Sei il re delle foglie!”
“biiip.” Stop.
Click.
Silenzio. Poi, dal tetto, un piccione fa “cruum” e ci regala un battito d'ali coreografico proprio dietro le nostre teste. “Un effetto speciale!” dice Nico, saltellando. “Aspetta a festeggiare,” dico. “Guardiamo.”
Sul display, la foto è luminosa e un po' storta. Io ho davvero la foglia tra i capelli. Marta ride con gli occhi chiusi, ma di una risata che si sente anche se non si sente. Nico ha la guancia appoggiata alla mia spalla, e non è fermo: si vede il movimento in un filo di sfocatura. Dietro, il piccione sembra un fumetto, “flap flap”.
È bellissima.
“Questa,” dico, con la voce che scivola fuori piano. “Questa è la nostra.”
“Abbiamo finito?” chiede Marta, già guardando le altre foto. “Sì, ma voglio una di riserva,” dice Nico, “nel caso in cui il piccione non firmi l'autorizzazione.” Scoppia a ridere da solo. Ridiamo anche noi.
Facciamo un'ultima foto, la “di riserva”. In quella Nico fa una faccia da patata, io fingo di essere serio e Marta finge di non ridere. È divertente, ma non ha quel lampo della prima. Quella resta la regina.
Capitolo 6 — Un desiderio che non fa rumore
Risalendo in casa, la bandana del club torna al mio polso. La accarezzo con il pollice, come quando si ringrazia un amico. Mamma ci aspetta con il pane e la marmellata, profumo di fragola nell'aria. “Allora? Com'è andata la missione?” chiede, inciampando nel nostro entusiasmo.
“Missione compiuta!” annuncio. Nico fa “tadam!” con le braccia spalancate. Marta mostra la foto sul display. Mamma si illumina. “Siete splendidi. E quella foglia… è perfetta.”
“È la corona del Re delle Foglie,” dice Nico serio. “Uhm, Sua Maestà ha diritto a una seconda fetta,” ride mamma.
Stampiamo la foto con la stampante di papà, che fa “zzzz… zzz…” come un insetto che dorme. Quando il foglio esce, lo prendiamo tutti e tre insieme e lo mettiamo sul tavolo. La carta è tiepida, i colori vivono. Le nostre facce ridono anche senza muoversi. E dietro, quel piccione artista.
“Questa va nel centro dell'album,” decido. “E la mandiamo alla nonna,” aggiunge Marta. Nico inclina la testa: “Pensi che ci riconoscerà senza smorfie strane?” “Secondo me ci riconoscerà dalle risate,” dico.
Appiccichiamo la foto con una striscia di nastro. Sotto, con la penna blu, scrivo: “Sorrisi veri, vento gentile.” Nico aggiunge un piccolo disegno del piccione. Marta disegna un fulmine come quello sulla mia bandana.
La sera scende lenta. Ci buttiamo sul divano come tre cuscini rumorosi: “plof!” Papà accende una lampada che fa luce dorata. La casa sembra un rifugio di montagna. Io tengo la bandana tra le dita, la stringo un po', come se potesse parlare.
“Domani facciamo una foto a nonna?” chiede Marta. “Magari la foto col suo balcone di gerani,” propone mamma dalla cucina. “E col suo sorriso da campionessa,” aggiunge papà.
“Noi portiamo la tecnica,” annuncio con finto tono professionale. “E la mia bandana.”
“E il piccione?” domanda Nico. “Magari chiamiamo il gatto,” dice Marta. Tutti ridono.
Poi, mentre gli altri chiacchierano e il pane con la marmellata finisce piano con “gnam gnam”, io mi zittisco e guardo la foto che abbiamo appeso con una molletta provvisoria al filo delle lucine del soggiorno. Penso a tutta la sbadataggine, alle corse, alle gocce d'acqua e alle smorfie stoppate al bip. Penso a come, nonostante i litigi piccoli e le facce buffe, siamo stati una squadra. Una squadra vera.
Chiudo un attimo gli occhi. Non lo dico a nessuno, perché i desideri, quelli importanti, hanno bisogno di silenzio per crescere. Dentro la mia testa sussurro: che ogni volta che proviamo a metterci d'accordo, finiamo per ridere insieme. Che le foto vengano come vengono, purché ci siamo noi tre, stretti stretti. Che la bandana continui a portare un po' di fortuna, ma soprattutto coraggio.
Riapro gli occhi. Nico sta cercando di mettere un cuscino sulla testa di Marta. “Ehi!” grida lei, ma poi ride. Io scatto una foto al volo con il telefono. “Click!”
Non sarà perfetta. Ma so già che sarà una delle preferite. E, senza dire nulla, sorrido al mio desiderio che non fa rumore.