Capitolo 1: Il rap dei nomi in cucina
La mattina era partita con un rumore sospetto: CRAC.
Io, Rocco la Volpe, primogenito con orecchie sempre all'erta, fissavo il barattolo del miele come se mi avesse offeso personalmente. Dietro di me, mio fratellino Nino—sognatore professionista, specializzato in “non ho fatto niente”—fischiettava guardando il soffitto.
«Nino… perché il barattolo è… aperto come una porta di castello?»
Lui sbatté le palpebre. «Forse il miele voleva respirare.»
«Respirare? Il miele non respira. Il miele appiccica.»
«Appiccica anche i pensieri!» disse, e fece un gesto teatrale come se stesse acchiappando una nuvola.
Io sospirai. Quando Nino iniziava con le nuvole, finiva sempre con me che pulivo il pavimento.
Per evitare che la discussione diventasse una gara di “sì, ma…”, mi venne un'idea. Una di quelle che mi spuntano in testa quando non voglio litigare: improvvisare.
Saltai su uno sgabello e battei le zampe come un tamburo: TA-TA, TUM.
«Ok, ascolta: facciamo pace con un rap dei nomi!»
Nino inclinò la testa. «Un rap… dei nomi?»
«Sì! Così se ci scappa una frecciatina, la trasformiamo in rima e non in ringhio.»
Mi schiarii la gola e partii:
«Rocco è scaltro, fa il conto e fa il patto,
Nino è un sogno, vola su un fatto…»
Nino fece “oh!” come se avessi appena tirato fuori un coniglio dal cappello. Poi mi interruppe:
«Aspetta, aspetta. Voglio una rima con “miele”!»
«Facile.» Battei il ritmo. «Se il miele ti tenta, non fare il ribelle!»
Nino rise. «E con “barattolo”?»
«Se lo apri di nascosto… ti becco, e non barattolo…» mi inceppai. «Ok, quella non era buona.»
«Era un po'… barattolosa.»
«Appunto. Riprovo.»
E mentre la cucina profumava di dolce e di guai, ci ritrovammo a ridere invece di accusarci. Era già una piccola vittoria diplomatica: niente processi, solo rime storte e sorrisi.
Capitolo 2: Versi, panchine e un'ombra perfetta
Dopo pranzo, mamma ci spedì fuori con la stessa frase di sempre: «Aria fresca e niente disastri, grazie.»
Io e Nino uscimmo a passo veloce verso il nostro posto preferito: il square ombragé—noi lo chiamavamo così perché ci faceva sentire importanti, come se avessimo un parco privato in lingua straniera.
Gli alberi facevano un tetto verde, fresco come un bicchiere d'acqua. Le foglie frusciavano: FFFSSSH, FFFSSSH. E le panchine sembravano pronte ad ascoltare segreti.
Nino si sedette e guardò l'ombra di una nuvola scivolare sull'erba. «Secondo te le ombre hanno il solletico?»
«Solo se le insegui,» risposi. «E oggi inseguiremo… le rime.»
Tirai fuori la mia arma segreta: un taccuino con copertina rossa, pieno di nomi del quartiere. Avevo deciso di fare un “rap dei nomi” con tutti: amici, vicini, persino il postino.
«Senti qua,» dissi battendo il tempo sulla panchina: TUM-TUM.
«C'è Bea che ti bea,
c'è Leo che non è mai in apnea,
c'è Zeno che fa il pieno…»
Nino si alzò in piedi come un presentatore. «E c'è Nino che…»
«…che sogna sul pino!» dissi.
Lui spalancò le braccia. «Perfetto!»
Io continuai, e ogni nome diventava una scenetta. Il bello era che, mentre rapavo, Nino smetteva di toccare tutto. Non apriva barattoli, non smontava cose. Ascoltava e rideva.
Poi arrivò Daria, la nostra amica, con una palla sotto il braccio. «Che fate?»
«Diplomazia musicale,» spiegai serio.
Nino aggiunse: «Se litighiamo, facciamo una rima e passa.»
Daria ci studiò e disse: «Ok. Ma se fate una rima su di me, deve essere gentile.»
«Promesso.» Io batté due volte la zampa. «Daria è chiara, non fa mai bara.»
«E quando gioca… ti spara!»
«Nino!» la rimproverai, ma stavo già ridendo. «Non si dice “ti spara”, sembra cattivo.»
Nino si grattò il mento. «Allora… “ti para”! Come una porta che si chiude e poi si apre.»
Daria annuì. «Meglio. Diplomazia approvata.»
Capitolo 3: La cachette troppo evidente
Daria propose un gioco: «Facciamo nascondino. Chi perde… deve inventare una strofa con i nomi di tutti.»
Nino fece un balzo. «Io! Io voglio perdere!»
«Non funziona così,» dissi. «Si cerca di vincere. Poi, se perdi, fai finta che volevi perdere.»
Nino mi guardò ammirato. «Che strategia elegante.»
«Si chiama… diplomazia sportiva.»
Daria si mise a contare contro un albero: «Uno, due, tre…»
Io afferrai Nino per il polso. «Dai, nascondiamoci bene.»
Nino annuì con aria molto seria. Troppo seria. Era il suo segnale che stava per fare qualcosa di… creativamente sbagliato.
Cercammo tra i cespugli, dietro le panchine, vicino alla fontanella. Lo square era pieno di posti discreti.
Nino però si fermò davanti a un bidone della raccolta differenziata, grande, blu, con scritto “PLASTICA” in lettere enormi.
«Ecco!» sussurrò. «Cachette perfetta.»
Io lo fissai. «Nino. È il posto più evidente del quartiere. È come nascondersi dietro una bandiera e dire “nessuno mi vede”.»
Lui aprì il coperchio piano piano: CIIIK. «Ma guarda che è… buio.»
«Buio non vuol dire invisibile.»
Nino indicò la scritta. «Se c'è scritto “PLASTICA”, chi penserebbe che dentro c'è un Nino?»
«Chiunque senta starnutire.»
«Non starnutisco mai.»
In quel preciso istante… «ECCIÙ!»
Mi portai una zampa sulla faccia. «Appunto.»
Nino rimase immobile. «Era un… colpo di scena.»
«È un colpo di naso.»
Non avevamo tempo. Daria aveva finito di contare. Io tirai Nino via dal bidone e lo trascinai verso una siepe più fitta. Ci infilammo dietro, schiacciati come due panini troppo farciti.
Daria si avvicinava. Passi leggeri, poi un sussurro: «Vi sento…»
Nino trattenne il fiato con tutta la forza. Io gli tappai la bocca con delicatezza. Diplomazia anche in versione “shhh”.
Daria girò l'angolo e… si fermò davanti al bidone blu. «Davvero?»
Io sentii il cuore fare TUM-TUM-TUM. Nino mi guardò con occhi enormi: “Avevo ragione?”
Daria sollevò il coperchio. CIIIK.
Vuoto.
«Ok, questa è una trappola,» disse.
Poi si voltò verso la siepe dove eravamo noi, con un sorriso che sapeva di vittoria. «Eccovi!»
Nino fece “BEEP!” come se fosse un robot scoperto. Io alzai le zampe. «Colpevoli… di eccesso di foglie.»
Capitolo 4: Piccola lite, grande trattato di pace
«È colpa tua!» sibilai a Nino mentre Daria esultava.
Nino sussurrò: «È colpa del bidone. Mi ha chiamato.»
«I bidoni non chiamano. Al massimo… odorano.»
Lui fece un broncio. «Io volevo solo un posto speciale.»
Quella frase mi pizzicò dentro, come una spina minuscola. Nino voleva sempre un posto speciale, un'idea speciale, una nuvola speciale. E io, da fratello maggiore, a volte volevo solo… ordine.
Daria ci guardò. «Ehi, niente musetti. Regola del gioco: chi perde fa la strofa. E deve essere simpatica.»
Io incrociai le braccia. «Ma lui…»
Nino mi interruppe, più piano: «Rocco, facciamo come dici tu: diplomazia musicale.»
Mi uscì una risata breve, tipo “pf”. Perché quando Nino diceva “diplomazia” sembrava che assaggiasse una parola nuova.
Mi avvicinai e parlai come se stessi firmando un contratto invisibile. «Ok. Io smetto di rimproverarti davanti agli altri. Tu smetti di infilarti nei posti che hanno un coperchio.»
Nino ci pensò. «E se è un coperchio poetico?»
«Niente coperchi. Punto.»
«Va bene.» Poi aggiunse: «Però tu mi aiuti a trovare nascondigli… creativi ma intelligenti.»
Annuii. «Affare fatto.»
Daria batté le mani. «E adesso, strofa!»
Nino salì su una panchina come se fosse un palco. Io gli feci il beatbox con la bocca: «PFF-TSS, PFF-TSS.»
Nino inspirò e partì:
«Daria è chiara, ti aiuta e ti para,
Rocco è la volpe, ragiona e ripara,
Nino sognatore, a volte fa il cascatore…»
Io lo fulminai con lo sguardo.
«…ma se fa pasticci, chiede scusa con cuore!»
Daria fece un applauso rumoroso. «Bravo!»
Io mi ritrovai a sorridere. Aveva aggiustato la rima all'ultimo secondo, come aggiustava i suoi guai: un po' storti, ma sinceri.
Capitolo 5: L'inseguimento del fazzoletto e la rima che salva
Proprio mentre stavamo per rifare il gioco, arrivò una folata di vento. WHOOOSH!
Un fazzoletto di carta, probabilmente caduto a qualcuno, si staccò da terra e cominciò a danzare nell'aria come un fantasma timidissimo.
Nino lo indicò. «Guarda! Una medusa volante!»
«È un fazzoletto.»
«Una medusa… di città.»
Il fazzoletto atterrò sul cappello di un signore seduto poco lontano. Il signore non se ne accorse. Sembrava una statua che pensava alle bollette.
Nino trattenne una risata. «Sembra un gelato sciolto.»
Io sentii il rischio di una risata troppo forte, di quelle che fanno girare tutti. Dovevo gestire la situazione con… diplomazia.
«Ok,» dissi. «Missione: recuperiamo il fazzoletto senza umiliare nessuno.»
Daria annuì. «Operazione Cappello Pulito.»
Nino sussurrò: «Operazione Medusa Urbana.»
Ci avvicinammo in punta di piedi. Io feci segno a Nino di stare calmo. Ma il fazzoletto, come se avesse orecchie, scappò via con un altro colpo di vento: FFF!
Si appoggiò su un ramo basso, poi scivolò giù e finì… proprio vicino al bidone blu.
Nino lo guardò come si guarda un vecchio amico sbagliato. «Lui mi capisce.»
«No.» Io gli poggiai una zampa sulla spalla. «Tu capisci che non devi.»
Nino fece una smorfia. «Ok. Non entro. Lo prendo da fuori.»
Si chinò, allungò la zampa… e il coperchio del bidone fece CLOC da solo, come se volesse chiacchierare.
Nino saltò indietro. «Ha parlato!»
Il signore con il cappello si girò, finalmente curioso. «Che succede lì?»
Daria congelò.
Io sentii che eravamo a un passo dal pasticcio gigante.
Allora mi venne naturale: il rap.
Mi misi davanti al signore e sorrisi con educazione. «Salve! Stiamo facendo una piccola… prova di rime per il quartiere. Tipo teatro improvvisato.»
Il signore aggrottò le sopracciglia. «Rime?»
«Sì,» dissi, e iniziai a battere il tempo con la coda sulla terra: TAP-TAP. «È tutto tranquillo, niente pericolo, solo un fazzoletto un po'… birichino.»
Nino capì subito e aggiunse, con voce più gentile del solito:
«Signore del cappello, lei è proprio modello,
ci scusi se il vento fa un po' di duello!»
Daria intervenne al volo:
«Noi lo raccogliamo, con cura e rispetto,
così torna pulito questo nostro anghetto… ehm, angolo!»
Il signore rimase zitto un secondo. Poi gli si piegarono i baffi in un sorriso. «Va bene, va bene. Però la rima su “anghetto” è… speciale.»
«È colpa mia,» dissi. «Sono una volpe, ma a volte mi inciampo.»
«Capita anche alle volpi,» disse lui, divertito.
Recuperammo il fazzoletto e lo buttammo nel cestino giusto. Niente coperchi coinvolti. Nino mi fece un cenno: avevamo appena evitato una scenata con una canzone. Diplomazia in pratica.
Capitolo 6: La pioggia di risate
Quando tornammo al centro dello square ombragé, la luce filtrava tra le foglie come coriandoli verdi. Qualcuno, attirato dal nostro “spettacolo”, si era avvicinato: due bambini più piccoli, una nonna con la borsa della spesa, persino il postino che passava di lì.
«Fate rap?» chiese il postino.
Nino si illuminò. «Sì! Rocco inventa il rap dei nomi!»
Io alzai le spalle, finto modesto. «Solo se i nomi vogliono essere rappati.»
La nonna ridacchiò. «Il mio nome è Ada. Vediamo se riesci.»
Daria mi diede una gomitata. «Vai, artista diplomatico.»
Partii con un ritmo semplice, come i battiti del cuore quando sei felice:
«Ada è in gamba, non perde la calma,
quando parla, sembra una palma…»
«Una palma?» chiese Ada.
«Perché fa ombra buona!» intervenne Nino, e tutti risero.
Il postino alzò la mano. «Io sono Piero.»
«Piero consegna, non perde mai il giro,
se piove o se tira vento, lui arriva… in un tiro!»
«E io?» chiese uno dei bimbi. «Mi chiamo Teo!»
Nino si lanciò: «Teo è un razzo, ma senza museo!»
«Cosa c'entra il museo?» chiesi.
Nino fece spallucce. «Mi è venuto così. È una rima… d'avventura.»
La nonna rise più forte. Il postino quasi si piegò in due. Daria si teneva la pancia.
Io guardai Nino: aveva la faccia di uno che, per una volta, non era “quello che combina guai”, ma “quello che accende la scena”. E io, invece di sentirmi infastidito, mi sentii… alleato.
Abbassai la voce e gli dissi: «Ok, piccolo sognatore. Facciamo l'ultima insieme.»
Nino annuì serio, poi mi fece l'occhiolino.
Battei il tempo. «PFF-TSS, PFF-TSS.»
In coro, improvvisammo:
«Rocco la volpe, fa pace e non morde,
Nino sognatore, fa ridere le orde,
se nasce un litigio, noi facciamo un accordo:
una rima gentile, e il cuore è più sordo…»
«Sordo?» ripeté Daria, scoppiando.
Io mi morsi la lingua. «Volevo dire… più morbido!»
Nino gridò: «Cuore morbido! Come un budino!»
E lì successe: una vera pioggia di risate. Risate a scroscio, risate a spruzzi, risate che rimbalzavano sulle panchine e facevano tremare le foglie: AHAH! HIHI! OHOH!
Persino il bidone blu, da lontano, sembrò fare “CLOC” come se applaudisse.
Sulla via di casa, Nino camminava saltellando. «Rocco… oggi non abbiamo litigato quasi per niente.»
«Quasi,» confermai. «E quando ci stavamo per riuscire, abbiamo trattato.»
Nino annuì. «La diplomazia è come il rap: se ascolti il ritmo dell'altro, non vai fuori tempo.»
Lo guardai, stupito. «Questa è buona. Te la segno.»
«Scrivi anche che il miele respira,» aggiunse lui.
«No.»
«Dai.»
«No.»
Nino sorrise. «Ok… lo mettiamo in rima?»
E io, senza nemmeno accorgermene, iniziai a battere il tempo con la coda.