Capitolo 1: La macchina fotografica dei sorrisi
Mi chiamo Nilo e sono la volpe più piccola della nostra tana sotto il grande castagno. “Piccola” non vuol dire “sempre d'accordo”, purtroppo. Soprattutto quando hai due fratelli: Lira, che sa fare tutto “meglio e più veloce”, e Rocco, che sostiene di essere nato già saggio… ma inciampa anche nei propri pensieri.
Io, invece, ho una missione segreta: sono un fotografo di sorrisi. Non ho una vera macchina fotografica, certo. Ho un barattolo di vetro lucidissimo e un'idea: quando qualcuno sorride, io lo “scatto” con gli occhi e lo conservo nella memoria, come una figurina rara.
Quella mattina, la colazione era un concerto di briciole e opinioni.
— Hai preso la mia bacca più rossa! — ringhiò Lira.
— Era rossa perché aveva freddo! — rispose Rocco, con aria da filosofo.
Io sollevai il barattolo come se fosse un obiettivo.
— Fermi tutti… sorriso di pace in arrivo.
— Ma quale pace! — fece Lira, frullando la coda come un frustino.
— Che buffo quando ti arrabbi, sembri una spazzola impazzita — dissi, e subito mi pentii.
Lira mi fissò con gli occhi stretti.
— Tu, Nilo, sei il re delle battutine.
— E tu sei la regina dei sospiri — ribatté Rocco.
Stava per partire la solita gara di “chi ha ragione”, quando io feci una cosa coraggiosissima: inspirai e contai fino a cinque. Uno… due… tre… quattro… cinque. La pazienza, dice mamma volpe, è come una ghianda: dura, ma dentro c'è energia.
— Ragazzi — dissi — ho un'idea. Oggi apriamo l'atelier di pasta da modellare. Facciamo sculture… e io catturo i sorrisi!
Rocco si illuminò.
— Sculture! Finalmente qualcosa che non si mangia.
Lira alzò un sopracciglio.
— Se mi sporco il pelo, giuro che… ti faccio lucidare la tana per un mese.
— Accetto il rischio — dissi. “Click”, pensai. Un mezzo sorriso di Lira era già un tesoro.
Capitolo 2: L'atelier di pasta da modellare
L'atelier era una stanza laterale della tana, piena di ciotole, tavolette di legno e pezzi di pasta da modellare di tutti i colori: verde muschio, blu lago, giallo tuorlo, rosso fragola. L'odore era strano e buono, come pioggia e biscotto insieme.
Rocco si mise subito all'opera.
— Io farò un drago elegante. Con le sopracciglia.
— I draghi non hanno sopracciglia — disse Lira.
— Questo sì. È un drago che pensa molto — ribatté Rocco, schiacciando la pasta con “plop, plop”.
Lira, ovviamente, decise di creare qualcosa di perfetto.
— Farò un arcobaleno. Preciso. Simmetrico. Ineccepibile.
Io mi sedetti tra loro con il barattolo “obiettivo”.
— Io farò… un sorriso.
— Un sorriso non è una scultura — disse Lira.
— Lo è se lo appoggi bene — dissi, arrotolando una striscia rosa.
Dopo cinque minuti, la mia scultura somigliava più a un verme stanco che a un sorriso. Rocco rise.
— Sembra una linguaccia.
— È un sorriso… molto… flessibile — protestai.
Lira intanto stava contando i filamenti.
— Uno, due, tre… questo giallo è troppo spesso!
— Respira — le dissi. — Conta fino a cinque. Funziona.
Lei mi guardò, offesa e divertita insieme.
— Tu che dai lezioni di calma? Sei come un riccio che insegna ad abbracciare.
In quel momento, Rocco fece “SPLAT!”. Il suo drago elegante perse la testa, letteralmente: rotolò sul tavolo e finì nel blu lago.
— È un drago che fa il bagno — commentai.
Rocco rimase immobile, le orecchie giù.
— Io… l'ho rovinato.
Mi venne voglia di “scattare” un sorriso, ma non c'era. C'era solo una faccia da torta caduta.
Allora mi ricordai la ghianda. Pazienza.
— Aspetta — dissi, piano. — Il drago non è finito. È solo… in pausa.
Lira fece un mezzo sorriso.
— In pausa nel lago, dici?
Rocco sbuffò, poi rise con un “pf!”.
— Va bene. Lo faccio diventare un drago anfibio.
“Click.” Il primo vero sorriso della giornata, rotondo e caldo, finì nel mio barattolo immaginario.
Capitolo 3: La lite della coda e la battaglia delle briciole
L'atelier si riempì di minuscoli pezzetti di pasta, come se un temporale di coriandoli avesse deciso di traslocare lì. Io, concentrato sul mio “sorriso flessibile”, non mi accorsi che la mia coda stava spazzando il tavolo.
“Frrr-sssh!”
Il rosso fragola di Lira cadde a terra. Un pezzo grande, quello che doveva diventare la striscia più brillante del suo arcobaleno.
Silenzio. Silenzio di quelli che fanno tremare le zampe.
Lira si voltò lentamente.
— Nilo.
— Sì?
— La mia striscia rossa.
Io guardai la pasta per terra. Sembrava una piccola pozzanghera imbarazzata.
— Ops.
Lira gonfiò le guance.
— Tu non hai “ops”. Tu hai “attenzione zero”.
Rocco, con saggezza improvvisa, sussurrò:
— Ecco che arriva la tempesta.
Io sentii il caldo salire fino alle orecchie.
— Non l'ho fatto apposta!
— Apposta o no, è per terra — disse Lira.
— Posso rifarla — dissi.
— Non è la stessa! — ribatté lei. — Era… perfetta!
Rocco cercò di fare da arbitro.
— Potremmo… fare un arcobaleno con una striscia un po'… più artistica?
Lira lo fulminò.
— Tu non capiresti. Il tuo drago ha già fatto il bagno.
Io stavo per rispondere con una battutina velenosa, di quelle che fanno ridere solo per mezzo secondo e poi lasciano un buco. Invece mi fermai. Uno… due… tre… quattro… cinque.
— Hai ragione — dissi, sorprendendo persino me. — Era perfetta. Mi dispiace. Aspetto che mi dici come sistemare.
Lira rimase senza parole, come una statua di pasta appena modellata.
Rocco spalancò gli occhi.
— Nilo ha detto “hai ragione”. Segnate la data sul tronco!
Lira guardò la striscia rossa per terra, poi me. Il suo muso si ammorbidì.
— Ok. Ma devi aiutarmi. Con… pazienza.
— Sì — dissi. — Con pazienza e senza frullare la coda.
Rocco fece “ta-da!” con le zampe.
— Missione: ricostruzione del rosso fragola!
Io sollevai il barattolo immaginario: non era un sorriso enorme, ma era un inizio. “Click.”
Capitolo 4: Buio pesto e la torcia eroica
Mentre ricostruivamo la striscia rossa, un rumore sordo arrivò dalla galleria vicina: “TOC… TOC… GNNN.”
Poi, “PUF!” La luce delle lucciole in un vaso appeso al soffitto si spense.
Buio. Buio vero, che ti entra nel naso.
— Ehm — fece Rocco — qualcuno ha rubato la luce?
— Non dire sciocchezze — sussurrò Lira, ma la sua voce era minuscola.
Io cercai di non farmi prendere dal panico. La mia coda sfiorò qualcosa di appiccicoso. “Plic.”
— Oh no. Pasta nel buio. È il livello finale della sfortuna.
Dal fondo della stanza arrivò un fruscio e un “snip snip”, come denti curiosi.
— Chi c'è? — chiese Rocco, facendo il coraggioso con il volume alto.
Io ricordai una cosa: nella cesta degli attrezzi c'era una piccola lampada torcia, regalo di zia Volpina “per le spedizioni importanti (tipo cercare calzini perduti)”. Nessuno di noi aveva calzini, ma il pensiero era gentile.
— Restate fermi — dissi. — Vado a prendere la torcia.
— Nel buio? — fece Lira. — Tu?
— Sì. Piano. Uno… due… tre… quattro… cinque.
Avanzai a tentoni. “Tap… tap… tap.” Il pavimento era fresco sotto i cuscinetti. Qualcosa mi solleticò il fianco. “Ffff!”
— AAH! — urlai, poi mi accorsi che era solo una foglia secca.
Trovai la cesta. Le mie dita incontrarono il metallo freddo della torcia.
— Eccoti — sussurrai come se fosse un'eroina leggendaria.
“CLIC!”
Un cono di luce tagliò il buio. Tutto tornò visibile: tavolo, ciotole, pasta sparsa… e, vicino al vaso delle lucciole, un tasso giovane con il muso infarinato di pasta bianca.
Il tasso ci guardò, colpevole.
— Io… cercavo… un po' di pasta. Per fare… baffi finti.
Rocco rimase a bocca aperta.
— Hai spento la luce per dei baffi?!
Il tasso annuì, piano.
— Volevo provarli di nascosto.
Lira, invece di arrabbiarsi, scoppiò a ridere.
— Guarda la sua faccia! Sembra una torta che ha deciso di diventare tasso!
Io puntai la torcia verso il suo muso. Lui strizzò gli occhi e poi… sorrise, un sorriso imbarazzato ma sincero.
“Click.” Sorriso catturato.
— Tranquillo — dissi al tasso. — Ma la prossima volta, chiedi. E non spegnere le lucciole. A loro non piace fare “puf”.
Il tasso grattò il terreno.
— Scusa. Posso aiutare a sistemare?
Rocco sollevò il drago anfibio.
— Puoi fare al mio drago dei baffi. Così diventa… drago-signore.
Lira indicò la striscia rossa appena ricostruita.
— E tu, Nilo… tieni la torcia. Io lavoro meglio con luce eroica.
Io mi sentii importante come un faro in mezzo alla tempesta, ma senza il dramma. Solo con un po' di pasta sulle zampe.
Capitolo 5: Il fotografo dei sorrisi non scatta di corsa
Con la torcia accesa, l'atelier sembrava un palcoscenico. La luce rimbalzava sulla pasta e faceva brillare il blu lago come acqua vera. Tutti lavoravano: Lira sistemava le strisce, Rocco aggiungeva baffi al drago-signore, il tasso faceva piccole stelle gialle “per decorazione”, diceva.
Io tenevo la torcia con serietà… finché non mi venne un'idea.
— Se illumino dal basso, Lira, il tuo arcobaleno sembrerà… epico.
— Non muovere troppo — disse lei, concentrata. — Io devo essere precisa.
— Preciso come una formica con il righello — commentò Rocco.
Mi scappò una risatina. “Heh.”
Poi mi ricordai che io volevo essere un fotografo di sorrisi. Ma i sorrisi non si possono strappare come una bacca. Bisogna aspettare.
Così, invece di sparare battute ogni due secondi, mi misi a osservare. La pazienza era un gioco nuovo: un po' difficile, ma interessante.
Lira si fermò un attimo, guardò l'arcobaleno quasi finito e sussurrò:
— È… bello.
Rocco, senza prenderla in giro, disse:
— Molto bello. Sembra che faccia “ciao”.
Il tasso fece un “snip snip” con la pasta e aggiunse una piccola nuvola bianca ai lati.
— Così sembra che stia per piovere caramelle.
Lira lo guardò e, sorpresa, rise.
— Piovere caramelle… ok, questa è buona.
Io non dissi nulla. Sollevai il barattolo immaginario e feci il mio miglior “click” mentale. Quel momento era delicato come una bolla: se parlavo troppo, scoppiava.
Poi Rocco, con aria teatrale, fece avanzare il drago-signore baffuto davanti all'arcobaleno.
— Signore e signori! Il drago che ha fatto il bagno e adesso è rispettabilissimo!
Il tasso applaudì: “pat pat pat!”
Lira cercò di trattenersi, ma le uscì un ridacchio.
— Smettila… mi fai tremare le strisce!
— Tremare è artistico — disse Rocco. — E poi, ridere allunga la vita. Lo dicono i gufi… quando non dormono.
Io puntai la torcia sul drago e feci la voce da narratore:
— Ecco a voi: il Guardiano dell'Arcobaleno, protettore delle strisce perfette e delle code troppo vivaci!
Questa volta Lira scoppiò davvero.
— Code troppo vivaci! Nilo!
Il mio cuore fece “tum-tum”. “Click.” Sorriso grande, finalmente.
Capitolo 6: L'arcobaleno felice
Quando finimmo, l'arcobaleno di pasta da modellare era lì, sul tavolo, con strisce lisce e luminose. Ai lati, due nuvolette bianche. Sotto, il drago-signore baffuto in posa fiera. E sopra, minuscole stelline gialle come briciole di sole.
Proprio in quel momento, da una fessura del soffitto filtrò una goccia d'acqua. Poi un'altra. “Plin… plin.”
— Sta piovendo — disse Rocco.
— Perfetto — sospirò Lira. — Se entra troppa acqua, la pasta…
— La copriamo — dissi subito. — Con calma.
Prendemmo una tavoletta e una foglia larga per fare da tetto. Lavorammo senza spingerci, senza litigare. Il tasso passava i pezzi con attenzione. Io tenevo la torcia e contavo, dentro di me, fino a cinque ogni volta che mi veniva voglia di fare tutto di fretta.
Fuori dalla tana, la pioggia aumentò. Sentivamo “shhhhhh” come un applauso lungo. Poi, piano, la pioggia smise.
Rocco corse all'ingresso e tornò con gli occhi enormi.
— Dovete vedere!
Uscimmo. L'aria sapeva di terra pulita. Tra gli alberi, spuntò un arcobaleno vero, gigantesco, appoggiato al cielo come un ponte colorato.
Lira rimase zitta, per una volta, e la sua coda si rilassò.
— È… come il mio.
— O il tuo è come lui — disse il tasso, timido.
Rocco fece un inchino all'arcobaleno.
— Salve, collega. Noi abbiamo anche un drago-signore baffuto, se ti interessa.
Io alzai il barattolo immaginario e lo “puntai” verso tutti: Lira, Rocco, il tasso, e persino l'arcobaleno.
— Fermi… questo è uno scatto speciale.
Lira mi diede una spallata leggera.
— Nilo?
— Sì?
— Grazie per non aver fatto il solito… “ops” veloce. Hai aspettato. Hai ascoltato.
Io sentii le guance scaldarsi sotto il pelo.
— Ho scoperto che la pazienza è più divertente di quanto pensassi. Fa crescere i sorrisi.
Rocco rise.
— E tu sei proprio bravo a fotografarli… senza macchina.
Restammo lì a guardare i colori nel cielo, finché l'arcobaleno non iniziò a sbiadire, come se stesse salutando. Io non mi preoccupai: avevo già conservato tutto nel mio “album” segreto.
E, per una volta, nella nostra fratria non vinse nessuno. Vinse il ridere insieme.