Capitolo 1 – La guerra del bagno
Quando il bagno di casa tua sembra una stazione ferroviaria all'ora di punta, hai due possibilità: arrenderti… oppure organizzarti.
Io mi chiamo Leo, ho dodici anni e ho scelto la seconda opzione.
Il problema ha un nome e un cognome: mia sorella maggiore, Giulia, tredici anni, capelli ricci, cuffiette sempre nelle orecchie e una misteriosa passione per stare in bagno più del tempo umanamente possibile.
Quella mattina, davanti alla porta chiusa, ho sentito il solito rumore dell'asciugacapelli.
— Giulia, sono le sette e quarantacinque! — ho bussato. Toc toc toc. — Devo lavarmi la faccia! E i denti! E i capelli! E la dignità!
— Un secondo! — ha urlato lei da dentro, coperta dal vvvvvvrrrr dell'asciugacapelli.
— Sono già passati venti “secondi” da venti minuti! — ho sbuffato.
Mamma è spuntata dal corridoio con la tazza del caffè in mano, i capelli ancora spettinati.
— Ragazzi, è presto per litigare — ha sospirato. — Leo, respira. Giulia, finisci.
Papà, da dietro il giornale al tavolo della cucina, ha aggiunto:
— Se continuiamo così, ci servirà un semaforo per il bagno.
Semaforo. La parola si è accesa nella mia testa come una lampadina.
Ho smesso di picchiare sulla porta.
— Ok — ho detto, calmo all'improvviso. — Ho trovato la soluzione.
— A cosa? — ha chiesto mamma, sospettosa.
— All'eterna occupazione del bagno. Ci serve… organizzazione.
Papà ha abbassato il giornale, quasi impressionato.
— Organizzazione? Detto da te?
Io ho fatto finta di non sentire. E, con l'aria dell'inventore geniale, ho annunciato:
— Useremo una minuteria. Chi sfora, paga la penale.
Dentro il bagno, l'asciugacapelli si è spento di colpo.
— Come sarebbe “penale”? — ha domandato Giulia, aprendo la porta. Aveva la testa avvolta in un asciugamano tipo turbante, come una diva del cinema.
— Semplice — ho detto. — Alla prossima, massimo dieci minuti a testa. Se sfori… fai le pulizie del bagno. Senza brontolare.
Mamma ha messo giù la tazza.
— Non è male, in effetti.
— E chi controlla il tempo? — ha chiesto Giulia, incrociando le braccia.
Ho alzato trionfante il mio telefono.
— Io ho una super-minuteria. “Ding” e fuori dal bagno.
Papà ha sorriso.
— Mi sembra una proposta democratica.
Giulia mi ha fulminato con lo sguardo.
— Tu non sei democratico, tu sei… cronometrico.
Io ho fatto un inchino.
— Grazie.
Non so se fosse proprio un complimento, ma suonava bene.
Capitolo 2 – Il piano cronometrico
Il piano, sulla carta, era perfetto.
— Facciamo una riunione ufficiale — ho proposto dopo colazione.
Ci siamo spostati tutti sulla terrazza inondata di sole. Era il nostro posto preferito: due sedie di plastica un po' scricchiolanti, il tavolino con la tovaglia a quadretti, le piante di basilico e rosmarino che profumavano l'aria. Il gatto del vicino, Moka, dormiva arrotolato sul muretto, con una zampa penzoloni.
Io ho steso sul tavolo un foglio a quadretti.
— Ecco il calendario del bagno — ho detto. — Lunedì: prima entra Giulia, poi io. Martedì: io, poi Giulia. E così via, a turno.
— E il sabato? — ha domandato lei. — Il sabato ho i capelli da lavare e la maschera, e…
Ho alzato la mano.
— Il sabato è “giorno speciale”: quindici minuti a testa. Però con la minuteria. Nessuno sfora.
Ho disegnato dei rettangolini con le ore e i nomi. Mamma ha appoggiato il gomito sul tavolo, divertita.
— Sembra un orario scolastico del bagno.
Papà ha annuito.
— È quasi commovente vederti così organizzato, Leo.
— Posso usare un evidenziatore rosa per il mio turno? — ha chiesto Giulia, cercando di negoziare almeno un colore.
— Solo se io posso usare quello giallo fosforescente — ho risposto.
Mentre discutevamo di colori, Moka ha aperto un occhio, ci ha osservati un attimo, poi si è stiracchiato facendo “mrrraaooow” e si è girato dall'altra parte.
— Vedi? Anche il gatto approva il piano — ho commentato.
— Il gatto approva solo i posti dove si dorme — ha ribattuto papà.
Alla fine, abbiamo appeso il calendario del bagno sul frigorifero con una calamita a forma di pesce.
Io ho impostato la minuteria del telefono: dieci minuti.
— Da domani si parte, signore e signori. Benvenuti nella nuova era: l'era del bagno organizzato.
Giulia ha borbottato qualcosa tipo:
— L'era della dittatura del timer, semmai…
Ma sotto sotto, lo so, era curiosa di vedere se funzionava.
Capitolo 3 – Il primo “Ding!”
Il giorno dopo, la prova del nove.
— Oggi inizio io, vero? — ha chiesto Giulia, ancora in pigiama.
— Confermo — ho detto, indicando il calendario sul frigo. — Tocca a te dalle sette e mezza alle sette e quaranta.
— Sono dieci minuti, Leo — mi ha corretto mamma.
— Sì, ma ci metterà più o meno dieci minuti anche a decidersi ad entrare — ho sussurrato.
Mamma ha fatto finta di non sentire. Forse.
Giulia è entrata in bagno, io ho cliccato sulla minuteria.
— Pronta?… Via! — ho annunciato, come un arbitro di gara.
Dal bagno sono arrivati rumori di acqua, un urlo perché l'acqua era troppo fredda, poi il phon, poi qualche canzone stonata.
Io tenevo il telefono in mano come se fosse una bomba pronta a esplodere.
— Leo, rilassati — ha detto papà. — Non sei in una centrale nucleare.
— È questione di giustizia — ho risposto, serio.
Quando la minuteria è arrivata a zero, ha fatto un “DING!” netto, fortissimo. Sembrava quasi più un “DRIIIN!” da cartone animato.
Ho bussato alla porta.
— Tempo scaduto! — ho cantato.
— Dai, solo un minuto! — ha implorato Giulia dall'altra parte.
— Accordo non rispettato — ho detto, teatrale. — Esci o pulisci il bagno.
Silenzio. Poi il rumore della serratura. La porta si è aperta di colpo.
Giulia è uscita con la spazzola in una mano e l'asciugamano sempre in testa.
— Questo è terrorismo domestico — ha dichiarato.
— No, è organizzazione domestica — ho ribattuto, passando come un fulmine sullo zerbino per entrare in bagno.
Mentre mi lavavo i denti, sentivo papà ridacchiare in cucina.
Quella sera, però, la situazione è diventata ancora più seria.
Io stavo per entrare in bagno quando Giulia ha urlato:
— Aspetta! È il mio turno della sera!
— No, di sera facciamo “chi prima arriva” — ho obiettato.
Ci siamo piantati davanti alla porta, uno contro l'altra, come due cowboy nel duello finale.
— Facciamo così — ha proposto papà, spuntando alle nostre spalle. — Chi perde alla morra cinese, entra dopo.
Ci siamo guardati.
— Ok — abbiamo detto in coro.
— Sasso, carta, forbici! — abbiamo cantato.
Io: forbici. Giulia: carta.
— Yessss! — ho esultato. — Vado io per primo!
Sono scattato verso la porta, ma ho sentito un “mrrraaaoow” lungo e lagnoso.
Ho guardato giù. Ai miei piedi, Moka, il gatto del vicino, era spuntato chissà da dove, mi fissava, pronto a infilarsi anche lui in bagno.
— Ehi, fuori dal mio turno, peloso! — ho detto, ridendo.
Ma non sapevo ancora che quello sarebbe stato solo l'inizio del caos felino.
Capitolo 4 – Il gatto nel bel mezzo
Il pomeriggio, dopo i compiti, sono uscito sulla terrazza con il mio quaderno. Dovevo finire la tabella degli orari: non solo il bagno, ma anche chi apparecchia, chi sparecchia, chi porta fuori l'immondizia.
Ero in modalità super-organizzata.
Il sole scaldava le piastrelle, il basilico profumava più del solito. Mi sono seduto e ho iniziato a scrivere:
“Lunedì: apparecchia Leo, sparecchia Giulia. Martedì…”
Un'ombra è passata sul foglio.
Ho alzato gli occhi. Era Moka che camminava lentamente sopra il tavolo, la coda alta come un'antenna. Ha messo una zampa proprio sul mio quaderno.
— Ehi, ispettore peloso, questo è un documento ufficiale — ho protestato.
Moka mi ha guardato con aria da re onnipotente e ha fatto “prrrr”, stendendosi esattamente sopra il foglio.
Mi sono chinato per spostarlo, ma in quel momento la porta della terrazza si è aperta e Giulia è uscita con una ciotolina in mano.
— Guardate chi c'è! — ha detto. — Ciao, Moka!
Ha iniziato a grattargli la testa. Il gatto, felicissimo, ha fatto “frrr-frrr-frrr”, sempre sdraiato sopra il mio programma di organizzazione.
— Spostalo — ho borbottato. — Mi sta cancellando un giovedì intero con le zampe…
Giulia ha riso.
— È il destino. Il giovedì è inutile.
— Il giovedì è sacro! — ho ribattuto, cercando di sollevare il gatto. Ma lui ha deciso che il mio braccio era un cuscino e ci si è appoggiato sopra, pesante come un sacco di patate peloso.
Papà è arrivato con un annaffiatoio per le piante.
— Che succede qua?
— Sto cercando di organizzare la settimana, ma questo gatto…
Non ho finito la frase.
Moka ha deciso in quel preciso istante di scendere dal tavolo. Con un magnifico salto felino… è atterrato direttamente sul mio quaderno, facendo “SBAM!”, e poi, con un altro balzo, giù, passando tra le sedie, sfrecciando verso la porta aperta di casa.
— No, dentro no! — ho gridato.
Io e Giulia ci siamo guardati, abbiamo urlato “MOKAAAA!” all'unisono e siamo partiti all'inseguimento.
Mamma, che stava in cucina, ha visto il gatto correre, poi noi due dietro.
— Che…? — ha iniziato.
Ma Moka era già scomparso nel corridoio.
Capitolo 5 – Caccia al gatto… cronometrata
La casa si è trasformata in un percorso a ostacoli.
— Tu vai di là, io di qua! — ho urlato a Giulia.
Moka era veloce, un'ombra grigia che spuntava e spariva: sotto il tavolo, dietro la tenda, sulla poltrona, giù, su, zip, zaaap.
— Prendilo con calma, sennò si spaventa — ha detto mamma, ma era troppo tardi. Io e Giulia eravamo già in modalità missione impossibile.
— È andato in bagno! — ho urlato, vedendo la porta semiaperta.
Siamo arrivati entrambi di corsa, ci siamo incastrati uno nell'altra nello stipite.
— Ehi, spostati! — io.
— Sei tu che hai le spalle larghe! — lei.
Dentro, il bagno era vuoto. Solo lo specchio, il lavandino, l'asciugamano a terra. Nessun gatto.
— Si è… teletrasportato? — ho chiesto, senza fiato.
In quel momento, ovviamente, il mio telefono ha deciso di suonare.
“DING! DING! DING!”
Era la minuteria che avevo dimenticato di disattivare.
Giulia mi ha fissato.
— Hai messo il timer pure per la caccia al gatto?
— No, è quello del bagno di stamattina!
Ci siamo guardati e siamo scoppiati a ridere. La situazione era troppo assurda.
Dal corridoio è arrivata la voce di papà:
— Moka è in terrazza!
Siamo ripartiti di corsa.
Sulla terrazza, il gatto se ne stava tranquillo sul muretto, accoccolato al sole, come se niente fosse. Il mio quaderno era ancora lì, un po' sgualcito, con un'impronta di zampa proprio sul mercoledì.
— Ti pare giusto che lui si riposi e noi ci spacchiamo le gambe? — ho sussurrato.
Giulia, senza avvicinarsi troppo per non spaventarlo, si è seduta sulla sedia.
— In effetti… lui è l'unico veramente organizzato. Mangia, dorme, passeggia. Zero stress.
Mi sono seduto anche io, ansimando un po'.
— Forse abbiamo esagerato con tutta questa storia del timer…
Lei ha scosso la testa.
— No, il timer è comodo. Però secondo me siamo diventati cronometri ambulanti. Tutto a scadenza, pure lo shampoo.
Abbiamo guardato Moka. Lui stava lì, beato, a occhi socchiusi, con il sole che gli illuminava i baffi.
D'un tratto, lui ha alzato la zampa e ha dato una piccola spinta al mio quaderno, come se volesse dargli un'altra posizione. Il quaderno è scivolato sul tavolo, proprio davanti a me.
Sulle pagine c'erano orari un po' storti, impronte di zampa, un segno di penna cancellato di traverso.
Io e Giulia ci siamo guardati e, contemporaneamente, abbiamo detto:
— Forse serve un piano B.
Capitolo 6 – Il nuovo regolamento
— Allora, sentiamo — ha detto mamma, sedendosi con noi sulla terrazza.
Era quasi sera, l'aria un po' più fresca. Papà stava sistemando le piante, fischiettando.
— Abbiamo deciso di cambiare le regole — ho annunciato.
Giulia ha aggiunto:
— L'organizzazione va bene. Ma non possiamo vivere con il terrore del “DING”.
— Terrore è una parola grossa — ho protestato.
Lei mi ha dato una gomitata, ma stava sorridendo.
— Nuova proposta — ho detto, aprendo il quaderno alla pagina meno distrutta. — Teniamo il calendario dei turni, ma la minuteria si usa solo come… promemoria gentile.
— Promemoria gentile? — ha ripetuto papà. — Che vuol dire?
— Vuol dire che quando suona, non è l'ordine di uscire tipo “via, fuori, scaduto!”, ma il segnale per dire: “oh, guarda che manca poco, finisci e lascia il posto all'altro”.
Giulia ha annuito.
— E se uno sfora di tantissimo, invece di farlo pulire tutto il bagno…
Ha guardato me, poi ha sorriso maliziosa.
— …fa il turno extra di lavaggio piatti.
Ho deglutito.
— Aspetta, questa parte non l'avevamo discussa.
— Ma è giusta — ha detto mamma. — Se uno prende troppo tempo in bagno, aiuta con altro.
Papà ha alzato un dito.
— E il gatto che ruolo ha in tutto questo?
Abbiamo guardato Moka, ancora sul suo muretto, che ci osservava con quell'aria da filosofo zen.
— È il supervisore del terrazzo — ho deciso. — Se per caso qualcuno litiga troppo forte, deve venire qui, sulla terrazza, a calmarsi vicino a lui. Regola numero tre.
Giulia ha riso.
— Mi piace. Il gatto-terapeuta.
Mamma ha battuto le mani piano.
— Allora, ricapitolando: calendario del bagno, minuteria promemoria, aiuto in casa se si sfora, e seduta obbligatoria con Moka in caso di litigio.
Io ho preso la penna.
— Lo scrivo nel regolamento ufficiale di casa.
Mentre scrivevo, sentivo la sensazione strana di essere… grande. Non vecchio, eh, però un po' più responsabile. Tipo che, per una volta, avevo combinato qualcosa di utile.
Giulia mi ha spiato mentre completavo l'ultima riga.
— Sai, Leo… non mi dispiace che tu abbia messo il timer.
— Ah no? — ho fatto finta di essere stupito.
— No. Così la mattina non ci urliamo addosso cinque ore. E poi… sei meno in ritardo a scuola. Quindi non mi tocca sentire i tuoi piagnistei perché hai dimenticato il quaderno di matematica.
— Ehi! — ho protestato. — È successo solo… quattro volte.
— Sei — ha corretto lei, ridendo.
Moka ha fatto “mrrr” e ci ha fissati un attimo, come se approvasse tutto.
Capitolo 7 – Un bagno di risate
Il giorno dopo, la nuova versione del “sistema bagno” è entrata in funzione.
— È il mio turno! — ha annunciato Giulia, infilando la testa nel corridoio.
— Sì, sì, calma — ho risposto. — Minuteria gentile pronta.
Ho cliccato. Il tempo ha iniziato a scorrere. Io, nell'attesa, mi sono seduto sul letto e ho preparato lo zaino con calma.
Quando il timer ha fatto “ding!”, mi sono avvicinato alla porta del bagno.
Ho bussato piano.
— Promemoria gentilissimo: stai per perdere il tuo turno dorato — ho detto con voce robotica.
Da dentro, Giulia ha ridacchiato.
— Ricevuto, signor Timer. Due minuti e sono fuori.
È uscita davvero dopo pochissimo, con aria soddisfatta.
— Vedi? Funziona — ha detto mamma, vedendo che nessuno urlava.
Più tardi, sulla terrazza, ho trovato Giulia seduta a disegnare.
— Che fai? — ho chiesto.
— Sto facendo la mappa del bagno perfetto — ha risposto, mostrarmi il foglio. C'erano il lavandino, la doccia, persino un angolino “relax” con una pianta.
— Posso aggiungere un angolo “minuteria”? — ho chiesto, prendendo una matita.
— Solo se è piccolo — ha risposto lei.
Mentre ridevamo, Moka è salito sul tavolo, come al solito. Si è piazzato al centro del disegno.
— Ecco il vero padrone del bagno — ho detto. — Il signor “Mi lavo da solo con la lingua”.
Giulia si è messa a ridere così forte che quasi le è caduta la matita.
Papà è uscito con due bicchieri di succo.
— Allora, come va la nuova organizzazione?
— Direi… meno urla, più risate — ho risposto.
— E un po' di peli di gatto sparsi ovunque — ha aggiunto Giulia, guardando Moka.
Moka ha starnutito: “PFFF!”
Ci siamo messi tutti a ridere. Era come se la casa fosse più leggera. Stessa famiglia, stessi problemi, ma più… ordinati. Con un po' più di spazio per scherzare.
Capitolo 8 – Tramonto sul terrazzo
Quella sera, dopo una giornata senza litigi da bagno (evento storico), siamo usciti tutti sulla terrazza.
Il sole stava scendendo piano, colorando il cielo di arancione, rosa e un po' di viola. L'aria profumava di cena dei vicini e di basilico.
Ci siamo seduti: mamma con una tisana, papà con un libro chiuso in mano, io e Giulia con le gambe sollevate sulla sedia di fronte.
Moka, ovviamente, sul muretto, re della terrazza.
— Guardate che bello il cielo — ha detto mamma, piano.
— Sembra il bagno quando Giulia si mette tutte quelle creme — ho commentato. — Rosa, arancione, viola…
— Ti ricordo che ora sono bravissima e sto nei tempi — ha replicato lei, ma sorrideva.
Papà ha appoggiato il libro sul tavolino.
— Devo ammetterlo, ragazzi: l'idea della minuteria è stata geniale. Litigate meno e arrivate in orario. È quasi… miracoloso.
— Non è miracoloso, è organizzato — ho detto, fiero. — Con un tocco felino.
Ho dato una grattatina sulla testa a Moka, che ha chiuso gli occhi facendo “frrrr”.
— Sai una cosa, Leo? — ha mormorato Giulia, guardando il sole che piano piano scompariva dietro i tetti. — Pensavo che mettere i timer e i calendari fosse solo una roba noiosa da adulti. Invece… è un po' come inventarsi delle regole del gioco.
— Già — ho risposto. — È tipo un videogioco: se hai le regole, il gioco è più divertente.
— Soprattutto se nessuno ruba il controller… o il bagno — ha aggiunto lei, facendomi l'occhiolino.
Il cielo si è tinto di un arancione più intenso, poi il sole si è fatto sempre più piccolo, finché è sparito del tutto.
Il terrazzo è diventato più silenzioso, ma un silenzio bello, morbido. Di quelli che ti fanno venire sonno in modo piacevole.
Mamma si è alzata.
— Ok, è ora di prepararsi per dormire. Domani scuola.
Io e Giulia ci siamo scambiati un'occhiata.
— Chi va in bagno per primo? — ho chiesto.
Lei è scoppiata a ridere.
— Tranquillo, stavolta tocca a te. Sei stato il grande organizzatore.
Sono balzato in piedi.
— Minuteria gentile in arrivo! — ho annunciato, facendo il verso di una sirena: — Piii-piii!
Mentre rientravamo in casa, ho sentito il miagolio di Moka dietro di noi.
Mi sono voltato un attimo.
Il gatto, seduto sul muretto, guardava il cielo ormai viola, tranquillo come sempre. Come se dicesse: “Bravi. Avete messo un po' d'ordine, ma senza dimenticare di giocare.”
Ho sorriso da solo.
Poi ho corso verso il bagno, con il timer in mano e la testa piena di pensieri, un po' più in ordine del solito.
Fuori, sulla terrazza, il tramonto finiva di spegnersi piano piano, lasciando alla casa una calma dolce.
Una calma… ben organizzata.