Capitolo 1: Il piccolo lupo e la stanza degli attrezzi
Il piccolo lupo Lino sbadigliò così forte che un chiodo cadde dal tavolo e fece "ping". "Oh cielo," disse Lino, saltellando sul posto. La stanza degli attrezzi era enorme per lui: scaffali alti come colline, cacciaviti che sembravano bacchette magiche e una mappa di pegni appesa al muro. Il pavimento era un tappeto di segatura profumata.
"Benvenuto nella mia officina," disse una cassetta degli attrezzi con una voce roca. Lino sobbalzò. "Hai parlato?" chiese con gli occhi spalancati.
"Sempre parlato," rispose la cassetta. "Qui tutto parla, ma solo quando serve. Cosa cerchi, piccolo Lino?"
"Sto cercando... un modo per prendere la luna," disse Lino, e si mise a ridere, perché era una cosa buffa da dire.
La cassetta si mise a ridere anch'essa, un suono metallico. "Prendere la luna! Oh, quella è una sfida famosa: impossibile!"
Lino si grattò la testa con la zampa. "Impossibile? Perché no?"
"Perché è grande, lontana e… molto, molto alta," spiegò la cassetta. "Ma dal tono della tua voce sento che ti piace una bella sfida."
Lino fece il suo sorrisetto maldestro. "Mi piace provare. E poi... adoro le sfide un po' pazze."
"Allora cominciamo," disse la cassetta, spalancando i cassetti come se fossero braccia. "Ma prima: regola numero uno dell'officina: niente paura. Regola numero due: chiedi sempre 'perché no?' se ti senti bloccato."
Lino annuì e, con un tonfo gioioso, si mise a esplorare. Ogni attrezzo sembrava suggerire un'idea. La scala, appoggiata come un leone addormentato, guardava Lino con aria sorniona. "Potrei salire fino al soffitto," pensò Lino, "ma la luna è molto più in alto."
"Perché no?" bisbigliò, e subito tutto sembrò più possibile.
Capitolo 2: Il piano che puzzava di brillantina
Lino radunò una squadra di attrezzi: la cassetta parlante, un martello ottimista chiamato Martì, e una chiave inglese che faceva le smorfie, Chiavecia. "Abbiamo bisogno di qualcosa che salga," disse Lino. "Una cosa che possa portarci su, su, fino alla luna!"
Martì batté il manico. "Abbiamo una gru! È sul retro." Chiavecia fece un sorrisetto storto ma utile. "Se mettiamo insieme pezzi e boccole, possiamo costruire qualcosa di buffo che voli."
"Un razzo?" esclamò Lino, gli occhi che brillavano. "Un razzo fatto di viti e scotch?"
"Perché no?" risposero gli attrezzi all'unisono.
Cominciarono a lavorare. Lino, con le zampette impacciate, avvitava una ruota al posto sbagliato e rideva di sé stesso. "Ops!" disse. Una rondine di latta passò a salutare e, incuriosita, contribuì con un po' di filo dorato. "Non ci serve volare elegante," disse la rondine. "Serve solo volare!"
Assemblarono parti: un secchio come cappuccio, un ombrello colorato come vela, un sacco di palloncini presa dalla scatola delle feste e un elastico gigante. Ogni pezzo era ridicolo, ma Lino insisteva. "La cosa più importante è provarci," ripeteva. "E ridere mentre proviamo."
"Sei sicuro che la luna voglia essere presa?" chiese Martì, con un tonfo di martello preoccupato.
"Perché no?" sbottò Lino, e tutti risero di nuovo.
Quando il razzo improvvisato fu pronto, non sembrava affatto un razzo da film: sembrava una torta con le ruote. Ma Lino ci salì sopra con la sicurezza di chi costruisce i sogni. "Pronti?" gridò. La cassetta rispose tirando fuori una bandierina.
"Attenzione!" fece Chiavecia, aggrottando il manico. "Non voglio che finisca tutto in un pasticcio."
"Un pasticcio divertente," disse Lino. Spingendo un pulsante ipotetico, il razzo emise un suono come una pentola che bolle e... saltellò. Non volò subito; fece solo un balzo goffo sul pavimento di segatura, poi rotolò lungo la rampa come una caramella.
"Sta funzionando!" gridò Lino, stringendo forte la bandierina. Volarono per qualche centimetro, abbastanza da far piegare le orecchie a Lino per l'eccitazione. Poi, con un tonfo comico, atterrarono su un mucchio di cuscini colorati che la cassetta aveva preparato.
Tutti scoppiarono a ridere. "Non siamo arrivati alla luna," disse Lino, ma non sembrava triste. "Siamo arrivati al divano delle nuvole!"
"Abbiamo bisogno di un piano B," propose la cassetta.
"Oppure C, D, E..." aggiunse la chiave. Lino sbuffò una nuvola di segatura dal naso. "E soprattutto, abbiamo bisogno di... più palloncini!"
Capitolo 3: Il laboratorio delle idee strane
Il giorno dopo, la stanza degli attrezzi era un laboratorio di idee esplosive. Di qua tubi che suonavano come trombe; di là, papier maché scintillanti. Lino disegnò un grande schizzo. "Se la luna è alta, allora noi... dobbiamo alzarci molto," disse e tracciò una scala lunghissima fatta di ricordi: scalini fatti di biscotti, di risate, di gomitoli di lana.
"Ma i biscotti si sciolgono," osservò Martì con saggezza.
"Sì, ma sono biscotti della determinazione," rispose Lino. "Morso dopo morso, si sale."
"Tutti pronti?" domandò Chiavecia.
"Sempre," disse la cassetta. "E ricordate la domanda magica."
"Perché no?" ripeté Lino come una filastrocca, e la parola rimbalzò come una pallina.
Costruirono più palloncini, li riempirono con bolle di sapone (per il profumo), attaccarono sacchettini di sabbia come freni improvvisati, e infilarono un seggiolino di stoffa con una coperta fatta di vecchie mappe. Quando la scala di biscotti fu avvincente abbastanza (almeno nelle fantasie di Lino), si lanciarono in un altro tentativo.
La stanza si riempì di "Oh!" e "Ahi!" e "Yuhuu!" Lino salì, lasciando impronte di merenda sui gradini. Quando arrivò in alto, si trovò davanti a una porta tonda appesa a un ramo di trapano. Bussò con un cucchiaino. "C'è qualcuno?" chiese.
Una vocetta sottile rispose: "Chi bussa?"
"È Lino, il lupo piccolo," disse, e rispose la voce sconosciuta: "Se vuoi arrivare alla luna, devi superare la prova del sorriso."
Lino guardò giù: gli attrezzi tenevano il fiato. "Prova del sorriso?" chiese.
"Devi far ridere la luna," spiegò la voce. "La luna ama le barzellette maldestre."
Lino annuì, si mise in posa da clowneria e disse: "Perché la luna ha portato un ombrello? Perché aveva bisogno di... una luna-gina!" fece una risata stridula e poi scoppiò a ridere di nuovo perché la battuta era buffa.
Dall'altra parte della porta si sentì un sussulto, come quando si agita una tovaglia: la luna rise. Una risata così dolce che persino i chiodi sul muro si mossero. "Hai superato la prova," disse la voce. "Ma la luna non si prende. La luna si invita."
"Si invita?" ripeté Lino, perplesso e curioso.
"Sali su, e invita la luna a venire a fare una passeggiata," spiegò la voce.
"Perché no?" disse Lino, con lo stesso coraggio di sempre.
Capitolo 4: La passeggiata più strana
Con tutti gli attrezzi in fermento, Lino sistemò il sedile di stoffa sulla cima della scala di biscotti. "Prima la passeggiata, poi il tè," disse Martì.
"Non dimenticate i biscotti," rispose la cassetta.
Lino toccò il campanello con un cucchiaino e disse, a voce alta: "Cara luna, ti va una passeggiata nel nostro cortile?" La luna, che sembrava una polpetta bianca sospesa nel cielo, esitò. Poi, con un lento vagare, si staccò dal cielo come una palla di cotone e scivolò giù, giù, finché non si accoccolò sul recinto come un gattone curioso.
"Benvenuta," disse Lino, e la luna rispose con una luce gentile. "Sei molto morbida," mormorò Lino, proibendosi di toccare perché sapeva che le stelle sarebbero potute ridere.
La luna annusò i biscotti di determinazione e fece una piccola scodinzolata di luce. "Non mi ero mai divertita così tanto," disse con una voce che pareva campanelli.
"Tutto è possibile con una buona domanda," disse Chiavecia, orgogliosa di essersi fatta scusa per l'idea.
La passeggiata fu un miscuglio di gioia: camminarono nel cortile, saltellarono sulle terrazze d'olio (che puzzavano un poco ma facevano ridere) e fecero giochi di specchi con le chiavi di Martì. Ogni volta che la luna si fermava, Lino raccontava una nuova barzelletta o inventava un gioco strano. "Facciamo la gara delle orecchie piegate!" propose. La luna, che non aveva orecchie, si piegò in un lampo di luce, e tutti scoppiarono a ridere.
A un certo punto, la luna si guardò intorno e disse: "Devo tornare su, ma posso restare ancora un po' ogni notte se mi invitate con questa gentilezza."
"Ogni sera!" promise Lino, già immaginando i tramonti.
Quando la luna iniziò a salire, Lino si aggrappò a un filo di luce come si fa con una sciarpa. "Grazie," sussurrò. "Perché no?" ribadì, perché non si stancava mai di credere nelle piccole magie.
La luna rispose con un soffio di polvere dorata che profumava di biscotti. "Il tuo coraggio è contagioso," disse. Poi, con la promessa di tornare, risalì la sua scala di stelle fino al suo posto nel cielo.
La stanza degli attrezzi esultò. Martì mise su musica con il suo manico, la cassetta declamò versi di metallo e Chiavecia si inventò un ballo tutto storto. Lino, invece, si sedette al centro della stanza e guardò fuori dalla finestra, dove il tramonto cominciava il suo spettacolo.
Il sole tingeva il cielo di arancio e rosa, come una torta dipinta. Le ombre si allungavano e la luce calda abbracciava l'officina. "È stata una giornata piena," disse Lino con voce morbida. La stanza degli attrezzi si calmò, come se anch'essa stesse facendo un sospiro di contentezza.
"Sei stato bravissimo," disse la cassetta. "Hai chiesto 'perché no?', hai creduto nelle cose strane e hai invitato la luna con gentilezza. Questo è il segreto."
Lino sorrise, sentendo una pace dolce come una coperta. "E ho imparato che anche le sfide che sembrano impossibili possono diventare giochi," mormorò. "Anche quando si è un po' goffi."
Fuori, il sole si abbassava. La luce si faceva più tenera. Lino appoggiò la testa sulle ginocchia e guardò il cielo colorare il mondo. Le ultime luci dorate accarezzarono gli attrezzi, che si misero a russare piano, e la cassetta chiuse un cassetto con delicatezza.
La stanza degli attrezzi non era più solo un luogo di strumenti, ma un teatro di sogni dove le risate facevano crescere le scale di biscotti. Lino sentì il cuore che batteva regolare, come una marcia dolce. "Buonanotte," sussurrò al cielo.
La sera scese lenta, portando con sé una calma profonda. La luna già sorrideva dall'alto, e il tramonto lasciò dietro di sé un sentiero di colori sospesi. Lino chiuse gli occhi pensando alla prossima domanda da fare: una domanda che iniziasse con "perché no?" e finisse con una risata.
E mentre il sole spariva, la stanza degli attrezzi si riempì di una luce calda e rassicurante. Tutto intorno, c'era un grande, tranquillo respiro di pace.