Capitolo 1: La palestra dove anche i tappeti ridono
La Palestra Arcobaleno non era una palestra normale. Le corde per arrampicarsi erano morbide come spaghetti cotti, le palle erano così colorate che sembravano caramelle giganti e i tappeti facevano “puf!” come se avessero il solletico.
Lì andava sempre Nico, che aveva quasi otto anni e mezzo e una faccia che sembrava dire: “Proviamo, tanto al massimo ridiamo!” Aveva i capelli spettinati come un cespuglio dopo il vento e un'idea nuova ogni due minuti.
Quel pomeriggio, appena entrato, Nico vide un cartello enorme appeso sopra il percorso a ostacoli. Era scritto con lettere rosse e un sacco di puntini esclamativi:
“LA SFIDA IMPOSSIBILE!!!!”
“SALTA, STRISCIA, GIRA, E… NON RIDERE!”
Nico strabuzzò gli occhi. “Non ridere? In questa palestra? È come dire a un pesce: ‘Non bagnarti!'”
Dall'altra parte della sala, un istruttore con una maglietta piena di stelle stava sistemando dei coni. Si chiamava Tino e aveva sempre un fischietto che sembrava un uccellino arrabbiato.
Tino indicò la Sfida Impossibile. “Chi riesce a completarla senza ridere vince la Cintura del Campione.”
La cintura era appesa su un gancio. Brillava come una striscia di sole e aveva una fibbia a forma di trofeo.
Nico si avvicinò, con la curiosità che gli faceva vibrare le ginocchia. “Io ci provo!”
Tino alzò un sopracciglio. “Ah sì? Ricorda: qui è vietato ridere. Se fai anche solo ‘ih', ricominci.”
Nico si mise la mano sulla bocca. “Promesso. Sarò serissimo.”
In quel momento arrivò il suo amico Leo, anche lui quasi otto anni. Leo aveva una risata contagiosa: bastava che qualcuno starnutisse e lui rideva come se avesse visto un clown inciampare.
Leo guardò il cartello e fece già un mezzo sorriso. “Nico… ‘non ridere'? Ma è una trappola!”
Nico gli diede una gomitata gentile. “Proprio per questo è divertente. Vieni con me. Se cado, almeno tu mi fai il tifo… in silenzio.”
Leo si mise sull'attenti come un soldatino, ma con gli occhi che luccicavano. “Ok! Tifo silenzioso. Tipo… un pesce muto.”
“Perfetto,” disse Nico. “Andiamo a battere l'impossibile.”
Capitolo 2: Il tappeto solleticoso e la corda-spaghetti
La sfida iniziava con il “Tappeto del Silenzio”. Sembrava un tappeto qualunque, ma appena Nico ci mise un piede, il tappeto fece un rumorino: “Puf… puf… puf!”
Nico si immobilizzò. “Non è una risata, è… è il tappeto.”
Tino fischiò piano. “Il tappeto provoca. Tu resisti.”
Nico inspirò come se stesse annusando una torta al cioccolato e attraversò. Ma a ogni passo il tappeto faceva “puf!” sempre più buffo, come se dicesse: “Ehi! Ti conosco! Sei quello che ride!”
Leo, a bordo tappeto, si morsicò le labbra. “Sto… tifo… senza rumore… ma sto per esplodere.”
Nico strinse i denti. Per non ridere, decise di fare una faccia super seria. Talmente seria che sembrava un pesce che studia matematica.
Arrivò al secondo ostacolo: la “Corda Spaghetti”. Era una corda lunga che penzolava dal soffitto, ma era così morbida che si piegava e ondeggiava come pasta appena scolata.
Nico provò ad afferrarla e la corda gli fece uno “squish”. Gli scivolò tra le mani.
“È come prendere una tagliatella viva!” sussurrò Leo, con le guance gonfie per trattenere la risata.
Nico ci riprovò. “Ok, allora… si fa così.”
Si tolse la fascetta elastica che aveva al polso e la avvolse attorno alla corda e alla sua mano, come un laccio gentile. “Ecco! Ora non scappa.”
Tino annuì, sorpreso. “Ingegnoso.”
Nico salì, piano piano, facendo attenzione. Ma a metà salita, la corda si mise a ondeggiare e Nico iniziò a girare come un pollo allo spiedo molto educato.
Leo fece un suono strano: “Mmmf!”
Tino si avvicinò subito. “Tutto bene?”
Nico, ancora appeso, parlò con voce serissima: “Sto… facendo… l'esercizio… della trottola.”
La corda lo girò ancora. Nico vide Leo che tremava, con le mani sulla bocca.
“Leo,” disse Nico tra i denti, “se ridi tu, mi viene da ridere anche a me.”
Leo annuì furiosamente, come se stesse dicendo sì a un compito difficile. “Non… riderò… sono… una roccia.”
Nico, per fermarsi, fece una cosa bizzarra: iniziò a cantare dentro la testa una canzone noiosa, una di quelle che ti fanno venire voglia di sbadigliare. Tipo: “La lavatrice gira e gira…” Funzionò! Smise di girare piano e raggiunse la piattaforma.
Appena scese, si mise in posizione da campione. “Visto? Serissimo.”
Leo gli fece il pollice alzato senza parlare, con gli occhi lucidi per le risate trattenute.
Capitolo 3: La salita del materasso e il tunnel dei rumorini
Il terzo ostacolo era la “Montagna Materasso”. Era un mucchio enorme di cuscini e materassi impilati, con una bandierina in cima.
Tino spiegò: “Devi arrivare su, prendere la bandierina e scendere senza cadere. E… senza ridere.”
Nico guardò la montagna. Sembrava una torta millefoglie gigante. “Facile,” disse. “Io sono leggero come una piuma.”
Appena fece un passo, però, il materasso fece “boing!” e Nico rimbalzò indietro come una pallina.
Leo si piegò in due, ma in silenzio: rideva senza suono, come un film muto. Le sue spalle saltavano su e giù.
Nico lo guardò male. “Leo! La roccia!”
Leo si diede due pacche sulle guance. “Sono… granito.”
Nico si grattò la testa. Poi gli venne un'idea: prese due piccoli tappetini antiscivolo dal lato e li mise come “passi” sulla montagna.
“Guardate,” disse a Tino, “faccio la scala di tappetini.”
Salì piano, tappetino dopo tappetino. Ogni tanto il materasso cercava di farlo rimbalzare, ma i tappetini dicevano: “No, grazie!” e lo tenevano fermo.
Arrivò in cima, prese la bandierina e scese con la stessa calma di un gatto che non vuole svegliare nessuno.
Tino fece un fischio ammirato. “Buona tecnica.”
Leo finalmente parlò, sottovoce. “Nico… sei un genio buffo.”
Nico fece un mezzo sorriso… e lo ingoiò subito. “Non… devo… ridere.”
Il quarto ostacolo era il “Tunnel dei Rumorini”. Un tunnel di gommapiuma con dentro dei sensori. Ogni volta che ti muovevi, faceva suoni strani: trombette, pernacchie, “plin”, “plon” e persino un “quack” di anatra.
Nico entrò. Al primo passo: “Prrrt!”
Nico spalancò gli occhi. “NON L'HO FATTO IO!”
Da fuori, Tino disse serio: “È il tunnel. Resisti.”
Leo si tappò le orecchie. “Non ascolto! Non ascolto!”
Nico avanzò. “Plon!” “Quack!” “Pipipììì!”
Ogni suono era più sciocco del precedente. Nico si mise una mano sulla pancia, perché sentiva la risata che voleva uscire come una bolla di sapone.
Allora fece una cosa ancora più strana: iniziò a parlare con i rumori, ma in modo serio, come se fosse un insegnante.
“Bene, signor Quack,” disse Nico a voce bassa, “capisco la sua opinione. Ma ora, per favore, mi lasci passare.”
“Prrrt!” rispose il tunnel.
“Interessante,” fece Nico. “Un punto di vista… ventoso.”
Leo, fuori, fece un suono come un singhiozzo. “Nico… basta… mi… viene…”
Nico avanzò più veloce, tenendo la faccia da pesce matematico. Quando il tunnel fece “Pipipììì!” lui rispose: “Sì, sì, anche a me piace la musica. Però adesso in silenzio.”
Uscì dall'altra parte tutto sudato, ma vittorioso. Leo lo raggiunse e gli mise una mano sulla spalla.
“Come hai fatto?” chiese Leo, ancora trattenendo la risata.
“Ho trasformato i rumori in… compiti,” disse Nico. “Quando qualcosa è un compito, la risata si spaventa e se ne va.”
Tino li guardò. “Manca l'ultimo ostacolo. Il più difficile.”
Leo deglutì. “Più difficile di un tunnel che fa ‘prrrt'?”
Tino indicò una pedana con sopra… una piuma gigante.
Capitolo 4: La piuma gigantesca e la Cintura del Campione
L'ultimo ostacolo si chiamava “La Piuma del Solletico”. In mezzo alla pedana c'era una piuma enorme, attaccata a un braccio meccanico che si muoveva piano.
Tino spiegò: “Devi attraversare la pedana senza farti solleticare. Se ridi, perdi.”
Leo sbiancò un po', ma solo un pochino. “Io con il solletico… rido anche se penso al solletico.”
Nico guardò la piuma che ondeggiava, minacciosa ma anche un po' buffa, come un pennello troppo morbido.
“Ok,” disse Nico, “questa è davvero impossibile.”
E proprio mentre lo diceva, gli venne l'idea più strana di tutte.
Si girò verso Leo. “Vieni qui. Mi serve un assistente.”
Leo si indicò. “Io? Ma io rido!”
“Appunto,” disse Nico. “Tu farai una cosa importante: mi farai distrarre nel modo giusto.”
Leo strinse gli occhi. “Non capisco… ma mi piace.”
Nico chiese a Tino: “Posso usare una cosa della palestra?”
Tino incrociò le braccia. “Se non è pericoloso e non rompe niente, sì.”
Nico corse a prendere due caschetti da gioco e due occhialoni da piscina. Li mise a lui e a Leo. Poi prese anche due palline morbide.
Leo sembrava un astronauta che va in piscina. “Nico… sembriamo due cucchiai spaziali.”
“Perfetto,” disse Nico. “Ora, Leo: tu cammini accanto alla pedana e mi fai domande serissime.”
“Domande serissime,” ripeté Leo, concentrato come un detective.
Nico salì sulla pedana. La piuma si avvicinò lentamente, pronta a solleticargli il naso.
Leo iniziò subito: “Nico, qual è il tuo piano di camminata?”
Nico, serissimo: “Passo piccolo, piede sinistro, piede destro. Respiro come una tartaruga.”
La piuma sfiorò la sua guancia. Nico sentì il “prurito di risata” che correva verso la bocca.
Leo continuò: “Nico, qual è la capitale delle banane?”
Nico sussultò. “Non esiste!”
Leo, imperturbabile: “Risposta corretta. Seconda domanda: quante nuvole servono per fare una pizza?”
Nico quasi rideva. Quasi. Allora fece la sua parte: invece di trattenere la risata come un tappo, la trasformò in una faccia buffa senza suono, come una smorfia da clown silenzioso. La risata rimase… incastrata nel naso.
La piuma arrivò al suo collo. Nico ebbe un brivido e, per non ridere, lanciò piano una pallina morbida in aria e la riprese. Una, due, tre volte.
Tino guardava senza capire. “Sta… facendo giocoleria?”
Nico mormorò: “Se le mani lavorano, la risata si stanca.”
Leo fece un'altra domanda: “Nico, se un calzino perde il fratello, cosa fa?”
Nico, con voce da professore: “Fa un appello. ‘Calzino destro presente? Calzino sinistro… disperso!'”
La piuma cercò il suo naso. Nico alzò gli occhialoni da piscina un pochino, come scudo, e passò proprio mentre la piuma sfiorava il bordo di plastica. “Zzzip!”
Arrivò alla fine della pedana. Ancora non aveva riso. Aveva solo fatto facce buffe, parlato serio e lanciato palline.
Nico scese e rimase fermo come una statua. Poi alzò le braccia.
Tino fischiò fortissimo, ma questa volta sembrava un uccellino felice. “Incredibile! Sfida completata!”
Leo finalmente esplose… ma solo dopo che tutto era finito. “AHAHA! La capitale delle banane!” Rise forte e libero, senza paura di far perdere Nico.
Nico scoppiò a ridere anche lui, felice. “Adesso posso ridere! Era la parte più difficile: aspettare!”
Tino prese la Cintura del Campione e la mise a Nico. “Hai vinto con creatività e calma.”
Nico guardò Leo. “Senza il tuo interrogatorio assurdo non ce l'avrei fatta.”
Leo si mise in posa importante. “Io sono l'Assistente Serissimo. Faccio domande che nessuno ha chiesto.”
I due uscirono dalla Palestra Arcobaleno saltellando sui tappeti che facevano “puf!” come applausi.
Nico toccò la cintura e disse: “Quando una cosa sembra impossibile, forse è solo… un gioco che non abbiamo ancora capito.”
Leo annuì. “E se non la capiamo, facciamo domande sulle nuvole-pizza.”
Risero insieme, e Nico concluse, guardando il percorso ormai alle spalle: “Che cammino!”