Capitolo 1 – L'orso silenzioso e l'orologio strano
L'orso si chiamava Bruno, ma tutti al paese lo chiamavano “L'Orso Muto”.
In realtà non era muto: parlava pochissimo, tutto qui.
Viveva in una piccola casa di legno ai margini del bosco, vicino al paese degli Umani. Amava stare da solo, leggere atlanti e guardare le stelle con un vecchio binocolo graffiato. Quando qualcuno gli faceva una domanda, lui rispondeva con una sola parola, oppure con un grugnito gentile.
Quella mattina, però, qualcosa era diverso.
Mentre Bruno tornava dal mercato con un sacchetto di miele e noci, vide un cartello nuovo, inchiodato al lampione storto della piazza.
“MAI VISTO QUESTO NEGOZIO,” pensò.
Sul cartello c'era scritto:
“Laboratorio di Orologeria Quantica
di maestro Tock
Si riparano orologi di TUTTI i tempi.”
Bruno si fermò.
Non aveva mai sentito parole come “orologeria quantica”.
Sentì la curiosità pungerlo come una zanzara.
In fondo alla via, dove prima c'era un magazzino chiuso, ora si vedeva una vetrina luminosa piena di orologi: da tasca, da muro, da polso, a cucù, a sabbia. E in mezzo, appeso al soffitto, c'era un enorme pendolo di vetro che brillava come una goccia di pioggia al sole.
Bruno non voleva parlare con nessuno. Ma voleva capire.
Stringendo forte il sacchetto di miele, entrò.
Il negozio profumava di metallo caldo e legno lucidato. Da ogni parte si sentiva tic-tac, ding-dong, trrrr, come un coro di piccoli cuori meccanici.
Dietro al bancone c'era una ragazza sui dodici anni, con due codini neri e un paio di occhiali rotondi troppo grandi per il suo viso. Stava smontando un orologio con minuscoli cacciaviti colorati.
— Benvenuto! — disse senza alzare la testa. — Un attimo, questo cronometro del 2342 è molto permaloso.
Bruno emise un brontolio confuso.
La ragazza alzò lo sguardo e lo fissò. Poi sorrise.
— Oh! Un orso! Che bello! Io sono Livia, apprendista del maestro Tock. Tu?
— Bruno — rispose lui, piano.
— Piacere, Bruno. Vuoi riparare un orologio, comprarlo, oppure… ehm… viaggiare?
Bruno aggrottò le sopracciglia.
— Viaggiare… dove?
— Nel tempo, ovviamente — disse Livia, come se stesse parlando di prendere l'autobus.
Gli indicò il fondo del negozio. Dietro una tenda di velluto blu, spuntava una porta di metallo con una piccola finestra tonda, come quella dei sottomarini.
Bruno sentì il cuore battere più forte. Non era uno che parlava, ma nella sua testa le domande correvano veloci.
“Viaggio nel tempo? Possibile? Pericoloso? E se non torno?”
Intanto Livia lo osservava.
— Hai gli occhi pieni di domande — disse. — Non ti preoccupare, non mordo. E nemmeno la macchina del tempo. Quasi mai.
Bruno non sorrise, ma qualcosa negli angoli della sua bocca si mosse leggermente.
— Come funziona? — chiese.
Livia illuminò il volto.
— Allora sei interessato! Vieni, ti faccio vedere. Il maestro Tock oggi è in missione nel 1789, quindi il laboratorio è tutto nostro.
Bruno la seguì, con passo pesante ma curioso, oltre la tenda blu.
Capitolo 2 – Il laboratorio di orologeria quantica
Dietro la tenda si apriva una sala enorme, molto più grande di quanto la piccola vetrina lasciasse immaginare. Sembrava di entrare dentro un gigantesco orologio.
Pareti, soffitto e perfino il pavimento erano pieni di ingranaggi, ruote dentate, pendoli, molle arrotolate come serpenti addormentati. Alcuni pezzi brillavano di luce dorata, altri cambiavano colore lentamente, dal blu al verde, come se respirassero.
Al centro della sala c'era una piattaforma tonda, circondata da dodici colonne sottili. Sopra ogni colonna, galleggiava un orologio diverso. Non erano appoggiati: fluttuavano nell'aria, ruotando piano.
— Benvenuto nell'Officina dei Tempi Possibili — annunciò Livia, allargando le braccia. — Qui aggiustiamo non solo i secondi, ma anche gli “e se…”.
Bruno inclinò la testa.
— E se?
— Sì. “E se fossi arrivato cinque minuti prima?” “E se domani piovesse?” Piccole curve del tempo, niente di pericoloso. Per le cose grandi ci pensa il maestro Tock. Io per ora faccio solo pratica.
Si avvicinò a una consolle di metallo piena di leve, manopole e bottoni luminosi. Ogni bottone aveva un'icona: una clessidra, una luna, un dinosauro, un razzo.
— Come stellario — mormorò Bruno, colpito.
— Esatto, ma invece delle stelle osserviamo gli anni — disse Livia, contenta che lui avesse parlato un po' di più. — Allora, Bruno… cosa ti porta qui? Vuoi solo guardare o vuoi provare?
Bruno strinse il sacchetto di miele. Le mani gli sudavano leggermente.
— Guardare… e capire — disse.
— Capire è già un ottimo inizio. La curiosità è il carburante del tempo — rispose lei.
Poi gli fece cenno di avvicinarsi alla piattaforma.
— Sali pure. Non partiremo senza avviso, promesso.
Bruno salì. La piattaforma scricchiolò appena sotto il suo peso, poi si assestò. Dal bordo, una luce azzurra cominciò a disegnare un cerchio intorno alle sue zampe.
— Tu sei… taciturno, vero? — chiese Livia mentre regolava qualche leva.
— Sì.
— Perfetto. I viaggi temporali con gente che urla e strepita sono un disastro. Tu osservi, pensi, e parli quando serve. Mi piaci.
Bruno fece un piccolo versetto imbarazzato.
— Dove… si può andare? — domandò.
Livia indicò uno schermo dove scorrevano immagini: città antiche, foreste di un tempo lontanissimo, mari con navi a vele quadrate, grattacieli lucidi, pianeti sconosciuti.
— Nel passato e in alcuni futuri, ma solo in luoghi che non rischiano di creare grossi pasticci. C'è una regola: non puoi cambiare eventi importanti. Puoi osservare, imparare, aiutare in piccole cose, sì. Ma niente grandi rivoluzioni. Capito?
Bruno annuì lentamente.
— E… come si torna?
Livia mostrò un piccolo orologio da taschino, appeso a una catenella d'argento. Sul coperchio c'era inciso un simbolo: una spirale dentro un cerchio.
— Questo è il Crono-chiave. È collegato al laboratorio. Schiacci questo pulsante qui quando vuoi tornare. Ti riporta esattamente al momento in cui sei partito. Un secondo di differenza al massimo. Comodo, no?
Bruno guardò il minuscolo oggetto, stranamente delicato nelle sue grandi zampe.
— Io… solo vedere officina — disse. — Poi tornare casa.
— Certo, cominciamo piano. Facciamo un salto cortissimo. Hai mai sentito parlare dell'Atelier delle Ore Infinite?
Bruno scosse la testa.
— È una specie di officina speciale, fuori dal tempo normale. È dove il maestro Tock ripara i meccanismi che regolano i secoli. Possiamo andare a dare un'occhiata. Non cambieremo nulla, promesso. Osserviamo e basta.
Bruno esitò. La sua parte silenziosa diceva: “Resta a casa, leggi il tuo atlante, è più semplice”.
Ma la sua curiosità urlava: “Vai! Guarda! Scopri!”
Inspirò profondamente.
— Vado — disse.
Gli occhi di Livia brillarono.
— Allora andiamo insieme. Due è meglio di uno, soprattutto se uno è un orso grosso che può sollevare cose pesanti.
Salì anche lei sulla piattaforma, si mise vicino a Bruno e infilò l'orologio-chiave nella sua zampa sinistra.
— Tienilo ben stretto. Conto alla rovescia: tre… due… uno…
La luce azzurra si fece più intensa. Gli orologi sulle colonne cominciarono a girare tutti insieme, al contrario. Bruno sentì un leggero formicolio nelle orecchie, come quando si sale in montagna troppo in fretta.
Poi il laboratorio scomparve.
Capitolo 3 – L'Atelier delle Ore Infinite
Il formicolio finì di colpo. Bruno aprì gli occhi.
Era in piedi su un pavimento lucido come ghiaccio, ma caldo. Davanti a lui si stendeva un luogo immenso, senza pareti visibili. Il cielo, se così si poteva chiamare, era un'enorme volta piena di ingranaggi sospesi, che ruotavano piano tra nuvole di vapore dorato.
Ovunque c'erano tavoli di lavoro pieni di orologi giganteschi, con numeri alti come case. C'erano scalette per salire sopra le lancette, tubi che portavano sabbia luminosa da una clessidra all'altra, corde di luce che collegavano un piano all'altro.
In un angolo, un orologio a cucù talmente enorme che il suo uccellino avrebbe potuto essere grande come Bruno riposava silenzioso, con il becco chiuso.
— Wow — sussurrò Livia. — È più vuoto del solito. Il maestro deve essere davvero indaffarato altrove.
— Nessuno… qui — disse Bruno piano.
— Meglio per noi. Così possiamo guardare con calma. Vieni!
Camminarono tra i tavoli. Ogni tanto qualche ingranaggio si muoveva da solo, cambiando posto come un animale addormentato che cerca una posizione più comoda.
Bruno toccò delicatamente un orologio a sabbia, grande come lui. La sabbia al suo interno non era gialla, ma azzurra, e scendeva verso l'alto.
— Tempo… al contrario — mormorò.
— Forse regola i ricordi — disse Livia. — Qui ogni orologio controlla qualcosa. Giorni, notti, mesi, stagioni, festività, momenti speciali…
Mentre parlava, tra due tavoli comparve una figura.
Era un uomo altissimo e magrissimo, con un cappotto pieno di tasche. In ogni tasca spuntava la catenella di un orologio. I suoi capelli erano grigi e spettinati, e aveva un monocolo collegato a un minuscolo ingranaggio che girava piano, proprio davanti all'occhio destro.
— Oh-oh — sussurrò Livia. — Il maestro Tock.
L'uomo li vide e si fermò.
— Livia? — disse con una voce che sembrava allo stesso tempo giovane e antichissima. — E… un orso?
Livia si raddrizzò.
— Maestro! È Bruno. Curioso, silenzioso, attento. Pensavo potesse visitare l'Atelier. Solo per guardare. Nessuna interferenza.
Il maestro Tock si avvicinò a Bruno e lo osservò. Il monocolo emise un “tlin” metallico.
— Hm. Respirazione regolare, battito tranquillo, sguardo profondo. Non sembra il tipo che spacca i secoli per sbaglio — mormorò. — Benvenuto, Bruno l'Orso.
Bruno si sentì arrossire sotto il pelo.
— Salve — disse.
— È la tua prima volta fuori dal tuo tempo? — chiese Tock, aprendo una delle sue tasche. Ne tirò fuori un piccolo orologio che proiettò una specie di ologramma: un bosco, una casa di legno, un orso che guarda le stelle.
— Sì — rispose Bruno, un po' stupito nel vedere la sua vita in miniatura.
— Interessante. Di solito gli esseri così taciturni preferiscono restare fermi dove sono. Cosa ti ha spinto qui?
Bruno alzò gli occhi, guardando gli ingranaggi sospesi, la sabbia azzurra, le luci.
— Volevo… capire — disse. — Tempo. Come funziona. Perché passa. Perché… non torna.
Il maestro Tock sorrise leggermente.
— Domanda antica. Qualcuno pensa che il tempo sia una freccia, che vola dritta in avanti. Qualcuno lo vede come un fiume che scorre. Io lo vedo come questo posto: un'officina piena di pezzi che vanno tenuti insieme. Non per fermarlo, ma per farlo andare bene.
Fece un gesto a Livia.
— Livia, accompagna Bruno a vedere il Settore delle Ore Perdute. Ma attenzione: non toccate nulla senza chiedere. Le ore perdute sono capricciose. E non restate troppo a lungo.
— Agli ordini, maestro! — disse Livia, eccitata.
Mentre si allontanavano, Tock li richiamò:
— Ah, dimenticavo. Se sentite un ronzio forte, come un alveare gigante, tornate subito da me. Vuol dire che c'è un problema con i Paradossi Minori. Capito?
— Paradossi… minori? — chiese Bruno.
— Piccole contraddizioni del tempo. Scherzetti. Di solito innocui, a volte fastidiosi. Meglio non farli arrabbiare — spiegò Tock, già girandosi verso un orologio enorme che sembrava in ritardo di un secolo.
Bruno e Livia si incamminarono verso una zona dove la luce diventava più morbida e il rumore degli ingranaggi era quasi un sussurro.
Capitolo 4 – Le Ore Perdute e il primo pasticcio
Il Settore delle Ore Perdute somigliava a una biblioteca, ma invece dei libri c'erano scaffali pieni di piccoli barattoli di vetro. Dentro, al posto della marmellata, c'era una luce tremolante.
— Queste sono le ore che la gente “perde” senza accorgersene — spiegò Livia. — Sai quando qualcuno dice: “Non so dove è finito il tempo”? Ecco, è finito qui.
Bruno camminò piano tra gli scaffali. Su ogni barattolo c'era un'etichetta.
“Un'ora di giochi non fatti”
“Due ore di chiacchiere mai iniziate”
“Mezz'ora di coraggio mancato”
Bruno si fermò davanti a un barattolo con l'etichetta: “Due ore di curiosità soffocata”.
La luce dentro era più fioca delle altre.
— Posso? — chiese.
— Guardare sì. Aprire no — rispose Livia, seria per una volta. — Se apri il barattolo, l'ora torna nel suo momento, ma crea una specie di onda nel tempo. Piccola, ma imprevedibile. Il maestro Tock li sistema uno per uno quando è il momento.
Bruno annuì. Si riconosceva in quell'etichetta: quante volte non aveva fatto una domanda per timidezza?
Più avanti, notarono un barattolo rovesciato, per terra. Il coperchio rotolava poco distante. La luce era uscita e svolazzava nell'aria come una lucciola impazzita.
— Oh, no — sussurrò Livia. — Ma chi è passato di qui?
La lucina si fermò davanti al muso di Bruno, poi gli girò intorno, veloce.
Sul barattolo c'era scritto: “Un'ora di giochi d'infanzia dimenticati”.
— Dobbiamo rimetterla dentro — disse Livia, afferrando il barattolo. — Prima che l'ora scappi nel tempo sbagliato.
Bruno allungò una zampa per aiutare, ma la lucina gli sfiorò il naso. All'improvviso, si vide cucciolo, molto più piccolo, che rotolava nella neve e rideva a crepapelle. Poi l'immagine sparì.
Si sentì strano, come se qualcosa dentro di lui si fosse svegliato dopo un lungo sonno.
— Tutto bene? — chiese Livia.
— Io… mi sono visto piccolo — mormorò Bruno. — Giocavo.
La lucina, ancora libera, infilò una traiettoria improvvisa tra gli scaffali.
— Dietro di lei! — gridò Livia.
Corsi in un posto del genere erano un po' ridicoli: un'orsa ragazzina magra e un orso grande e pesante che cercavano di prendere una luce. Ma ci provarono, schivando scaffali e barattoli.
La lucina si infilò in una specie di fenditura nel pavimento, da cui saliva un debole ronzio.
Bruno si fermò di colpo.
— Ronzio… forte? — chiese piano, ricordando l'avvertimento di Tock.
Livia ascoltò. Il ronzio era proprio lì, sotto i loro piedi. Simile a un alveare gigante, ma con un suono metallico.
— Oh-oh… — mormorò. — Questo non va bene. Quella fenditura è un confine. Di là ci sono i Paradossi Minori.
Mentre parlava, la lucina sparì oltre la fessura. Subito dopo, dal pavimento, cominciò a salire un leggero fumo argentato.
Il ronzio aumentò. Una voce sottile, come quella di cento bambini birichini, sussurrò:
— Giochi d'infanzia… dimenticati… che bello giocarci noi…
Il fumo prese forma, diventando una specie di nuvoletta con occhi scintillanti.
— Ma… cosa sono? — chiese Bruno, arretrando di un passo.
— Sono Paradossini — spiegò Livia, deglutendo. — Piccoli paradossi. Di solito restano al loro posto, ma qualcuno ha fatto un buco nel pavimento. E ora li abbiamo qui.
La nuvola ridacchiò.
— Mmm, un orso e una ragazzina fuori dal loro tempo… che combinazione divertente…
Una parte del fumo si staccò e si avvicinò alla zampa di Bruno. Improvvisamente, vide due immagini sovrapposte: se stesso seduto a casa davanti all'atlante, e se stesso lì nell'Atelier. Le due immagini si urtarono, sfarfallando.
Bruno si sentì girare la testa.
— Non ti far toccare! — gridò Livia. — Se un Paradossino si attacca troppo a te, comincia a cambiare i tuoi “e se” più importanti!
Afferrò il barattolo caduto, lo capovolse e lo puntò verso la nuvola.
— Restituisci l'ora di giochi, Paradosso dispettoso! Non è tua!
La nuvola rise.
— E se non volessimo?
Bruno, ancora stordito, guardò il barattolo. Gli venne un'idea, semplice ma chiara.
— Giochi… sono per bambini. Noi… non bambini — disse con calma.
La nuvola esitò.
— Eh? — fece.
— Se usate quell'ora, diventate… un po' bambini. Meno potere. Meno… malizia — aggiunse Bruno, lentamente, cercando le parole.
Livia lo guardò sorpresa. Bruno stava parlando molto più del solito.
La nuvola borbottò:
— Meno malizia? Non ci piace…
Si agitò, e per un attimo la lucina si vide, intrappolata nel fumo.
— Allora lasciatela — continuò Bruno. — Non è adatta a voi. Qui… nessuno gioca con voi. Noioso.
La nuvola stette in silenzio, il ronzio diminuì leggermente. Poi, con un sospiro argentato, sputò fuori la lucina, che volò dritta nel barattolo di Livia.
— Uff. Tenetevi pure i vostri giochi stupidi — disse la nuvola. — Noi preferiamo i dubbi, le decisioni mancate, i ritardi… sono molto più gustosi.
Il fumo cominciò a ritirarsi nella fenditura. Il ronzio calò, come un temporale che si allontana.
— Ma torneremo a divertirci… prima o poi… — sussurrò l'eco dei Paradossini.
La fessura nel pavimento si richiuse da sola, come una bocca dopo uno sbadiglio.
Livia chiuse in fretta il barattolo con la lucina dei giochi, respirando a fondo.
— Bravo, Bruno — disse, con gli occhi ancora un po' spaventati. — Li hai convinti senza gridare, senza spaccare nulla. Hai usato… la logica, credo.
Bruno si sedette per terra. Il cuore gli batteva forte, ma non per la paura. Qualcosa dentro di lui si era sciolto.
— Io… li capivo — disse piano. — Piace anche a me… stare fermo, non fare. Ma… oggi sono venuto lo stesso. Non ho voluto… perdere quell'ora.
Livia lo guardò, seria.
— Forse hai appena salvato qualcun altro dal perdere la sua — rispose. — Dai, andiamo dal maestro Tock. È meglio avvisarlo.
Capitolo 5 – Le regole del tempo (e un piccolo segreto)
Il maestro Tock li aspettava già, come se sapesse che qualcosa era successo. Accarezzava con un guanto un'enorme clessidra piena di neve che cadeva verso l'alto.
— Avete fatto amicizia con i Paradossini, vedo — disse calmo.
— Più o meno — borbottò Livia. — Uno di loro aveva preso un'ora di giochi d'infanzia dimenticati. Bruno l'ha convinto a restituirla. Senza neppure rompere niente!
Il maestro Tock annuì, compiaciuto.
— I paradossi non amano che si mostri loro l'assurdità delle proprie azioni — disse. — Bravo, Bruno. Hai rispettato una regola importante del tempo: non forzare, ma convincere.
Si avvicinò a lui.
— Come ti senti?
Bruno pensò alla visione di sé cucciolo sulla neve, al coraggio che aveva avuto nel partire, alle parole che aveva trovato.
— Più… leggero — disse.
— Ah, gli effetti collaterali della curiosità — sorrise Tock. — Allora ascolta bene, perché ora viene la parte noiosa ma fondamentale: le regole del tempo.
Prese dalla tasca un piccolo blocco di pergamene sottili, con solo tre frasi scritte.
— Regola uno: non si cambia il passato, ma si può imparare da lui.
Regola due: non si conosce troppo del proprio futuro, altrimenti il presente smette di avere senso.
Regola tre: ogni volta che torni al tuo tempo, porti con te solo ciò che hai capito, non ciò che hai preso.
Bruno sbatté le palpebre.
— Niente… souvenir? — chiese, un po' deluso.
Tock rise.
— Solo uno, se è molto piccolo e non crea problemi. Ma le idee, le lezioni, i ricordi… quelli sono tutti tuoi. Nessun Paradosso può rubarteli.
Guardò Livia.
— Oggi avete già sfiorato il confine. È abbastanza per una prima gita, non trovi?
Livia annuì, anche se una parte di lei sarebbe rimasta nell'Atelier per sempre.
— Sì, maestro. Dobbiamo riportare Bruno al suo tempo. Gli ho promesso un viaggio corto.
Bruno guardò ancora una volta gli ingranaggi sospesi, i barattoli di ore, la clessidra di neve. Sentì un pensiero nuovo, che lo sorprese:
“Vorrei tornare, un giorno.”
Tock sembrò leggergli negli occhi.
— I viaggiatori migliori sono quelli che sanno anche rientrare a casa — disse. — Ci sono altre mille officine del tempo da vedere, ma ognuna al suo momento. Ora il tuo è nel presente, Bruno.
Allungò la mano verso Livia.
— Fammi vedere il barattolo dei giochi d'infanzia dimenticati.
Livia glielo porse.
Tock lo osservò, poi guardò Bruno.
— Questa ora appartiene a molti bambini di molti tempi — spiegò. — Ma credo che una briciola minuscola l'abbia guadagnata anche tu, oggi. Non per giocare all'indietro, ma per ricordare che dentro di te c'è ancora un cucciolo che vuole rotolare nella neve.
Si chinò su un tavolo, prese un attrezzo minuscolo e, con un gesto rapido, staccò un granello luminoso dal barattolo. Lo chiuse in una piccola sfera di vetro, grande come un seme.
— Questo è il massimo di souvenir che posso concedere — disse, porgendolo a Bruno. — Non cambierà il tuo passato, ma ogni volta che lo guarderai, ti ricorderà che anche il tempo serio ha bisogno di un po' di gioco.
Bruno guardò la sfera. La prese con delicatezza tra le dita.
— Grazie — mormorò.
Livia gli mise una mano sul braccio.
— Pronto per tornare a casa, orso silenzioso? — chiese.
Bruno strinse nella zampa l'orologio-chiave. Si voltò ancora una volta verso Tock.
— Posso… un giorno… tornare a imparare? — chiese.
Il maestro Tock sorrise, e il monocolo fece un altro piccolo “tlin”.
— Le porte dell'Atelier restano aperte per chi vi entra con rispetto e curiosità — disse. — E per chi sa stare zitto quando serve, aggiungerei.
Fece un cenno di saluto.
— A presto, forse. O forse sei già stato qui, nel tuo futuro. Con il tempo, queste cose si confondono.
Livia rise piano.
— Non confonderlo troppo, maestro. È la sua prima volta.
Salirono di nuovo sulla piattaforma che li avrebbe riportati al laboratorio di orologeria quantica del paese. Livia inserì delle coordinate invisibili in un pannello fluttuante.
— Pronto? — chiese.
— Sì — disse Bruno, senza esitare.
La luce azzurra li avvolse di nuovo. Il ronzio questa volta fu dolce, come un brano suonato piano su un carillon. Gli ingranaggi sospesi si dissolsero, il pavimento lucido scomparve sotto le zampe di Bruno.
Capitolo 6 – Ritorno al presente (e un orso un po' diverso)
Il laboratorio di Livia riapparve in un battito di ciglia. Gli orologi tornarono al loro tic-tac, ognuno col suo ritmo. Il pendolo di vetro al centro ricordava una goccia di pioggia pronta a cadere.
Bruno e Livia erano di nuovo sulla piattaforma di partenza. Sullo schermo, la data indicava esattamente il momento in cui erano partiti. Forse era passato un secondo.
— Funziona sempre così — spiegò Livia. — Nel tuo tempo non sembri mai essere mancato. Ma dentro di te, qualcosa è cambiato.
Scese dalla piattaforma con un salto leggero. Bruno la seguì, un po' più lento, ma con passo sicuro.
— Come ti senti? — chiese lei.
Bruno cercò le parole. Non era bravo a spiegarle, ma ci provò.
— Come se… avessi più spazio… nella testa — disse. — Più domande.
Livia sorrise.
— Ottimo. Le domande non occupano spazio, lo creano.
Lo accompagnò verso la porta del negozio.
— Tornerai? — chiese. — Non per forza a viaggiare subito, eh. Anche solo a parlare di orologi, di ingranaggi, di… Paradossini.
Bruno guardò la strada del paese, la piazza, il lampione col cartello. Tutto era normale, identico a prima. Eppure, lui sapeva che da qualche parte, fuori dal tempo, un'officina gigantesca continuava a girare, a riparare secondi e ore.
— Sì — rispose. — Tornerò. A… capire.
Livia alzò un pollice.
— Allora ti aspettiamo. E porta il miele la prossima volta, così facciamo merenda tra un secolo e l'altro.
Bruno fece un rumore che, per chi non lo conosceva, sarebbe sembrato solo un grugnito. Ma in realtà era una risata trattenuta.
Uscì dal negozio, stringendo nella zampa la sfera di vetro con il granello luminoso e l'orologio-chiave ormai spento.
Il cielo del suo presente era azzurro, con qualche nuvola lenta. I bambini umani giocavano nella piazza, lanciandosi una palla. Un vecchietto dava da mangiare ai piccioni. Qualcuno rideva, qualcuno parlava al telefono.
Bruno si avviò verso casa, attraversando il bosco. Le foglie frusciavano come sempre, i rami scricchiolavano, un picchio faceva toc-toc su un tronco.
Ma ogni rumore gli sembrava un piccolo orologio naturale.
Arrivato alla sua casetta di legno, posò il sacchetto del miele sul tavolo e appoggiò con cura la sfera di vetro vicino al suo atlante. Il granello di luce all'interno brillò per un istante, poi tornò calmo.
Bruno aprì l'atlante. Le mappe del mondo gli sembravano ora collegate a mappe invisibili di anni e secoli.
— Un giorno… — mormorò, accarezzando il dorso del libro. — Un giorno viaggerò ancora. Ma adesso… sono qui.
Uscì nel cortile dietro casa, dove la neve dell'inverno passato era ormai solo un ricordo. Si sdraiò sull'erba, a pancia in su, e guardò il cielo.
Per la prima volta da tanto, gli venne voglia di fare qualcosa di sciocco. Rotolò sul fianco, poi sull'altro, come un cucciolo. Sentì la terra sotto di lui, l'odore di muschio e di sole.
Rise, piano.
Poi restò immobile, ascoltando il proprio respiro e il lontano ticchettio degli orologi che ormai immaginava ovunque.
Il tempo passava, sì. Non si fermava per nessuno. Ma lui aveva scoperto che si poteva osservarlo, capire un po' meglio come funzionava, e perfino aggiustare qualche piccolo “e se” andato storto.
Chiuse gli occhi per un momento, pensando a Livia, al maestro Tock, alle ore perdute nei barattoli, ai Paradossini curiosi.
Quando li riaprì, il cielo era sempre lo stesso, ma lui no. Era sempre un orso taciturno, è vero. Ma dentro, una piccola voce aveva imparato a parlare:
“Chiedi. Guarda. Impara.”
Bruno si alzò e rientrò in casa. Prese un quaderno nuovo, lo aprì e, con una matita spessa tra le dita, scrisse in stampatello, con poche parole ma molto chiare:
“COSE DA CAPIRE SUL TEMPO”.
Sotto, fece un elenco:
“1. Perché passa veloce quando gioco.
2. Perché passa lento quando aspetto.
3. Come si fa a non sprecare le ore.
4. Quanti modi esistono per essere curioso senza fare pasticci.”
Posò la matita e guardò l'elenco. Poi aggiunse un'ultima riga:
“5. Come tornare all'Officina dei Tempi Possibili.”
Chiuse il quaderno con cura, come se fosse un piccolo orologio prezioso.
Fuori, il sole cominciava a scendere, tingendo il bosco di arancione. Bruno preparò una tazza di tisana al miele, si sedette alla finestra e osservò la luce cambiare.
Il presente era il suo tempo, per ora. E proprio lì, in quel momento semplice, capì che il viaggio più importante non era stato quello nell'Atelier lontano, ma quello dentro di sé: dal silenzio chiuso alla curiosità aperta.
Sorseggiò la tisana, sentendo il calore scendere piano, secondo dopo secondo.
E mentre il giorno lasciava spazio alla sera, Bruno l'orso, viaggiatore del tempo tornato a casa, sorrise dentro di sé, tranquillo.
Sapeva che, qualunque ora stesse arrivando, non avrebbe più avuto paura di farle una domanda.