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Storia di viaggio nel tempo 11/12 anni Lettura 22 min. (1)

Il gettone del Caffè Luminaria e la valigia del tempo

Tre amici scoprono una macchina del tempo che li conduce al Caffè Luminaria dell’Ottocento, dove, tra misteri e regole, imparano a scegliere e ad ascoltare per non compromettere le storie che incontrano.

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Tre bambini in un caffè d'epoca (fine XIX secolo): Loyal, ragazzo 12 anni, capelli castano chiaro scompigliati, occhi curiosi, camicia semplice, gilet e pantaloni pratici, è al centro chino su una piccola valigia-cuore in cuoio aperta sulla tavola e mostra un gettone di ottone; Ada, ragazza 12 anni, capelli castani raccolti in una treccia sciolta, sorriso malizioso, gonna lunga e stivaletti retrò, sta a sinistra con una mano su un vassoio di pasticcini intatti; Nico, ragazzo 13 anni, capelli neri corti, berretto stropicciato e gilet, è a destra accovacciato vicino a una cassa mentre tiene un quaderno blu con schizzi della valigia. Interno grafico: alti soffitti, lampade a gas con fiamme giallo-arancio, tavoli in marmo bianco, sedie in legno scuro, scaffali di libri impolverati, bancone lucidato e insegna dorata “Caffè Luminaria”; una piccola fumée sale dalla tovaglia vicino a una lampada. Situazione: i tre, travestiti, hanno appena materializzato la loro macchina del tempo a forma di valigia sul tavolo; scena tesa ma dolce, clienti sullo sfondo sorpresi; palette calda (marroni, ocra, rossi tenui) e stile da cartone anni ’90 con contorni netti e leggermente spessi. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Il garage e l'idea che fruscia

Loyal si chiamava così perché, diceva suo nonno, “sei fedele alle promesse come un cane… ma molto più ordinato”. Aveva dodici anni e un garage che sembrava un laboratorio: scatole di viti, una vecchia radio smontata, fili colorati appesi come liane.

Con lui c'erano due amici: Ada, dodici anni, occhi svegli e una risata che scattava come una molla; e Nico, quasi tredici, bravo a notare dettagli che agli altri sfuggivano, tipo “quel cacciavite non è dove dovrebbe essere”.

Sul tavolo, Loyal sistemò con cura un oggetto che pareva una valigia compatta, piena di manopole e una piccola finestrella di vetro opaco.

“Non dirmi che è un tostapane,” disse Ada.

“Peggio,” rispose Nico. “È una cosa che esploderà.”

Loyal sollevò un dito. “Nessuna esplosione. Ho controllato tre volte. È una macchina del tempo.”

Ada rimase zitta un secondo, poi appoggiò i gomiti sul tavolo. “Ok. Come funziona, Professor Valigia?”

Loyal indicò la finestrella. “Qui dentro c'è una lampadina speciale. Non illumina: misura. Misura il… quando. Ho chiamato il sistema ‘Tic-Tac'. Se giri questa manopola, scegli un anno. Se premi qui, la valigia crea una specie di bolla. Noi… scivoliamo.”

Nico fischiò piano. “Scivoliamo dove?”

“Nel tempo,” disse Loyal, con un sorriso che gli tremava un po'. “Solo in un luogo preciso: dove c'è un oggetto che ho ‘agganciato'. Tipo un'ancora.

Ada si guardò intorno. “E l'ancora sarebbe…?”

Loyal tirò fuori dalla tasca un gettone di ottone. Sul bordo c'erano incise due parole: Caffè Luminaria.

“L'ho comprato al mercatino,” spiegò. “Il venditore diceva che veniva da un caffè letterario dell'Ottocento. Io l'ho… ascoltato.”

“Un gettone che parla?” Ada alzò un sopracciglio.

“Non parla con le parole,” disse Loyal. “Ma quando lo tengo in mano, mi vengono immagini. Tavolini rotondi. Inchiostro. Voci. È come se… chiamasse.”

Nico si grattò la nuca. “Mi piace quando le cose chiamano. Di solito è per cena.”

Loyal rise, poi diventò serio. “Regole. Prima regola: niente cambiamenti grandi. Seconda: niente oggetti lasciati in giro. Terza: ascoltare. Il tempo è… permaloso.

Ada fece un saluto teatrale. “Signor Tempo, promettiamo di essere educati.”

Nico indicò la valigia. “E se ci perdiamo?”

Loyal accese la radio smontata. Dalla cassa gracchiò un suono regolare: tic… tac… tic… tac…

“Questo è il richiamo,” disse. “Se ci disperdiamo, seguiamo il tic-tac. E se qualcosa va storto… torniamo subito. Ho impostato un ritorno automatico dopo trenta minuti.”

Ada inspirò forte. “Trenta minuti nell'Ottocento. Ho già voglia di biscotti.”

Loyal posò il gettone nella fessura della valigia. Una luce tenue, quasi come una lucciola, si accese dietro il vetro opaco.

Nico deglutì. “Allora… andiamo?”

Loyal chiuse gli occhi un istante. “Andiamo. Ma ricordate: prima ascoltiamo. Poi parliamo.”

E premette il pulsante.

Capitolo 2 — Un salto che sa di carta e cannella

Il garage sparì come una pagina girata troppo in fretta. L'aria divenne fresca, profumata di cannella e carbone. Le orecchie di Loyal si riempirono di un brusio gentile: risate basse, cucchiaini, parole che rotolavano come biglie.

Aprì gli occhi.

Erano in un caffè. Non uno qualunque: soffitti alti, specchi macchiati d'oro, lampade a gas che tremolavano come stelle domestiche. Tavolini di marmo bianco. Sedie di legno scuro. E ovunque libri: sugli scaffali, sulle panche, persino in pile sotto un pianoforte chiuso.

Sopra il bancone, una scritta elegante: Caffè Luminaria.

Ada si avvicinò a un vassoio di pasticcini. “Non tocco niente,” sussurrò. “Ma li guardo con rispetto.”

Nico fissava le persone. Uomini con baffi enormi e cappotti lunghi. Donne con cappellini piumati. Un ragazzo più o meno della loro età correva tra i tavoli portando tazze.

“Ci stiamo confondendo?” mormorò Nico, guardando i loro vestiti moderni.

Loyal indicò la valigia. La superficie era cambiata: ora sembrava una borsa di cuoio consumato. Anche i loro vestiti erano diversi: pantaloni semplici, camicie chiare, gilet. Ada aveva una gonna lunga e stivali. Nico un cappellino stropicciato.

Ada si guardò. “Ok, moda approvata. Mi manca solo un corvo sulla spalla.”

“Camuffamento automatico,” sussurrò Loyal, sollevato. “Per non farci notare.”

Un uomo al tavolo vicino alzò lo sguardo. Aveva occhi brillanti e una penna macchiata d'inchiostro tra le dita. “Ragazzi,” disse con voce gentile, “cercate qualcuno? Vi siete persi?”

Ada fece un mezzo inchino, improvvisando. “Signore, stiamo… consegnando un pacco.”

Loyal le lanciò uno sguardo: ascolta, poi parla. Ma Ada era già partita come un razzo.

L'uomo sorrise. “Un pacco di parole, forse? Qui ne arrivano tanti.”

Nico tirò Loyal per la manica. “Guarda.”

Sul muro, appeso accanto a un calendario, c'era un foglio: “Serata di Letture — Ospite: Signor E. V.”

Sotto, un timbro rotondo. E in basso una nota: “Si prega di consegnare al custode l'oggetto smarrito.”

“Oggetto smarrito…” mormorò Loyal. “Forse è il gettone.”

In quel momento il ragazzo cameriere inciampò. Una pila di libri gli cadde. Uno rotolò fino ai piedi di Loyal.

Loyal lo raccolse. Era un quaderno rilegato, con la copertina blu. Dentro, pagine fitte di appunti e schizzi: un dirigibile, una mappa di stelle, e… una piccola valigia disegnata. Identica alla sua.

Ada si avvicinò. “Ehi, quello… sei tu?”

Nico sussurrò: “O qualcuno che ti ha visto. Nel passato.”

Il cameriere, arrossito, si precipitò. “Grazie! Non dovevo portare questi al tavolo del signor Editore. Mi licenziano!”

Loyal gli porse il quaderno. “Di chi è?”

Il ragazzo esitò. “È del signor Émile… quello che scrive di viaggi e cose impossibili. Oggi è nervoso. Ha perso un gettone importante. Dice che senza… il suo ospite non arriverà.”

Ada spalancò gli occhi. “Un ospite del futuro?”

Il cameriere li guardò, improvvisamente sospettoso. “Come lo sapete?”

Loyal sentì il tic-tac della radio dentro la borsa di cuoio. Il suono era più veloce, come un cuore.

“Non lo sappiamo,” disse, scegliendo ogni parola. “Vogliamo aiutare. Dove lo ha perso?”

Il cameriere indicò una porta laterale. “Nel retro. Tra le casse. Ma attenti: c'è il custode. È… severo.”

Nico fece un cenno. “Severo come un compito di matematica.”

Ada sorrise. “Allora siamo pronti.”

E si avviarono verso la porta, mentre il caffè continuava a respirare parole e cannella.

Capitolo 3 — Il custode, il retro e il paradosso in tasca

Dietro la porta il profumo cambiò: legno umido, carta vecchia, un'ombra di sapone. C'erano casse impilate e botti piccole. Una finestra alta lasciava entrare una luce grigia.

E lì stava il custode.

Era alto, magro, con un panciotto troppo stretto e un mazzo di chiavi che tintinnava come una minaccia. Aveva occhi severi e una bocca che sembrava sempre pronta a dire “no”.

“Chi siete?” chiese.

Ada aprì la bocca, ma Nico le diede un colpetto sul gomito. “Ascolta,” le sussurrò.

Loyal fece un passo avanti. “Siamo… aiutanti. Ci hanno detto che qui si è perso un gettone di ottone. Vorremmo trovarlo e riportarlo al legittimo proprietario.”

Il custode strinse gli occhi. “Il gettone del Caffè Luminaria non esce mai di qui. Se è uscito, qualcuno l'ha rubato.”

Nico fece finta di tossire. “E se fosse… caduto? Le cose cadono. È una loro abitudine.”

Il custode non rise. Si avvicinò. “Nel caffè girano scrittori. E gli scrittori hanno una malattia: la curiosità. Voi avete la stessa faccia.”

Ada tentò un sorriso innocente. “È la faccia della… consegna.”

Il custode indicò le casse. “Cercate. Ma se trovo un solo oggetto fuori posto, vi porto dal proprietario. E lui non ama le sorprese.”

Loyal si inginocchiò tra le casse. Il tic-tac accelerò. Nico spostò una botticella. Ada sollevò un panno.

Sotto, c'era una piccola scatola. E dentro… un gettone identico al loro.

Ada lo prese con due dita, come se scottasse. “Due gettoni. Uno è il nostro. L'altro… è del caffè.”

Loyal sentì un brivido. “Se ci sono due gettoni, significa che il nostro è già qui… ma noi l'abbiamo portato.”

Nico sussurrò: “Paradosso. Tipo quando fai una domanda e ti rispondi da solo.”

Loyal aprì la borsa e guardò: il loro gettone era ancora nella fessura della valigia. Eppure nella scatola ce n'era un altro, con la stessa incisione… solo che sul bordo c'era un graffio a forma di mezzaluna.

Ada lo girò. “Questo graffio… lo riconosco. L'hai fatto tu, Loyal. Quando ti è caduto sul pavimento del garage.”

Loyal sbiancò. “Ma non può essere. Non siamo ancora tornati nel garage.”

Il custode si schiarì la gola. “Trovato qualcosa?”

Loyal richiuse la scatola. Dovevano decidere in fretta. Se quel gettone era il loro, allora era stato qui… prima. E se lo avessero preso adesso, forse non lo avrebbero più avuto per partire. O forse lo avrebbero avuto due volte. E il tempo, permaloso, non amava i doppioni.

Loyal ricordò la regola: niente cambiamenti grandi. E soprattutto: ascoltare.

Chiuse gli occhi un istante. Ascoltò il tic-tac, il respiro del retro, il silenzio tra una goccia e l'altra. E sentì una cosa: non era un invito a prendere. Era un invito a restituire.

Aprì gli occhi e disse al custode: “Abbiamo trovato una scatola. Ma non la apriamo senza di lei. È giusto così.”

Il custode sembrò sorpreso. Si avvicinò, prese la scatola e la aprì. Vide il gettone graffiato.

Il suo viso cambiò. Non più severo: preoccupato. “Questo… non dovrebbe essere qui.”

Ada si fece coraggio. “Allora è davvero smarrito.”

Il custode strinse il gettone nel pugno. “Deve andare al signor Émile subito. Ma… non posso lasciare il retro. C'è un'altra consegna in arrivo e—”

Nico intervenne: “Lo portiamo noi. Così non esce dal caffè. Promesso.”

Il custode li studiò a lungo, come se pesasse le parole sulla bilancia. Poi fece un cenno brusco. “Va bene. Ma un passo sbagliato e… niente più caffè per voi. Mai.”

Ada sussurrò: “Che minaccia terribile.”

Con il gettone graffiato in mano, tornarono verso la sala principale. Il brusio li accolse di nuovo, caldo e vivo.

Ma Loyal sentiva che il tempo si era svegliato. E li stava guardando.

Capitolo 4 — Il tavolo delle letture e il pericolo gentile

In un angolo del caffè, un uomo con capelli scuri e un sorriso stanco sfogliava fogli. Aveva lo sguardo di chi vede lontano anche quando guarda il pavimento.

Accanto a lui, una sedia vuota. Sopra la sedia, una targhetta: “Ospite”.

Il cameriere li vide e fece segno di avvicinarsi. “È lui. Il signor Émile.”

Ada sussurrò: “Émile… come nel quaderno.”

Loyal si fece avanti e posò il gettone graffiato sul tavolo. “Credo sia suo.”

L'uomo lo guardò e trattenne il fiato. “Finalmente. Pensavo di averlo perduto per sempre.” Lo prese, lo girò tra le dita e notò il graffio. “Curioso… questo segno non l'avevo mai visto.”

Nico si morse il labbro. “Forse… è un segno del destino.”

Ada aggiunse: “O di una caduta.”

Émile rise piano, poi indicò la sedia vuota. “Siete qui per la serata di letture?”

Loyal esitò. Trenta minuti. Non dovevano immischiarsi troppo. Eppure quel caffè li tirava dentro come una storia che non vuoi smettere di leggere.

“Siamo solo… di passaggio,” disse.

Émile inclinò la testa. “Allora siete perfetti. Anche i personaggi migliori arrivano di passaggio.” Si chinò e sussurrò: “Vi dico un segreto: aspetto un ospite che non viene mai. Dicono che verrà da… un altro tempo. Ma senza il gettone, non trova la strada.”

Ada sgranò gli occhi. “E se l'ospite fosse già qui?”

Nico le fece un'occhiata: piano.

Ma Émile aveva già posato lo sguardo su Loyal, come se avesse appena capito un indovinello. “Tu,” disse, “hai la faccia di chi costruisce cose. E tu,” guardò Ada, “hai la faccia di chi fa domande. E tu,” a Nico, “hai la faccia di chi ascolta i silenzi.”

Nico mormorò: “Io ascolto anche i brontolii. Soprattutto i miei.”

Émile sorrise, poi si fece serio. “Se davvero esiste un ponte tra i tempi, è fragile. Serve una regola: chi attraversa deve lasciare il mondo com'è, o il mondo si vendica con piccoli scherzi.”

“Piccoli scherzi?” ripeté Ada.

Come risposta, la lampada a gas sopra di loro tremolò. Un soffio. Poi una scintilla. Una fiammella più alta del normale.

Il cameriere gridò: “Fuoco!”

Non era un incendio enorme, ma la tenda vicino alla lampada aveva preso. Le persone si alzarono, spostando sedie, rovesciando tazze. Il brusio diventò un'ondata.

Il custode corse, agitando le chiavi. “Acqua! Coprite la tenda!”

Loyal sentì il tic-tac impazzire. “Non possiamo farci notare,” disse. “Ma non possiamo nemmeno lasciare che bruci!”

Ada afferrò una brocca d'acqua da un tavolo. “Regola del tempo: niente cambiamenti grandi. Spegnere un fuocherello è… piccolo, no?”

Nico annuì. “È un cambiamento verso il buonsenso.”

Si mossero insieme. Loyal prese una tovaglia, la bagnò e la lanciò con precisione sulla tenda. Ada versò l'acqua. Nico batté con le mani, senza esitazione.

In pochi secondi la fiamma si spense, lasciando solo fumo e un buco nero nella stoffa. La sala rimase sospesa, poi partì un applauso confuso.

Il custode li guardò, gli occhi stretti. “Voi di nuovo.”

Ada tossì, cercando di sembrare casuale. “Ci piace… aiutare.”

Émile li fissò con un'intensità nuova. “Avete agito come se sapeste cosa accade se una storia prende fuoco.”

Loyal sentì la borsa di cuoio vibrare. Ritorno automatico tra poco. Ma prima, qualcosa non tornava: il gettone graffiato era sul tavolo di Émile… e il loro gettone era ancora nella valigia.

Due gettoni. Due strade.

E il tempo, permaloso, stava preparando lo scherzo.

Capitolo 5 — Trenta minuti elastici e una scelta di ascolto

Il tic-tac cambiò tono. Non più veloce: più basso, come un avvertimento.

Nico sussurrò: “Manca poco, vero?”

Loyal annuì. “Sì. Dobbiamo tornare alla bolla.”

Ada guardò Émile, poi la sedia dell'“Ospite”. “E lui? Continuerà ad aspettare.”

Émile prese il quaderno blu e lo aprì a una pagina. C'era il disegno della valigia. “Vi ho già visti,” disse piano. “Non oggi. In un sogno? In un racconto? Non so. Ma sento che se vi trattenete, qualcosa si… attorciglia.”

Loyal sentì un nodo in gola. Voleva spiegare tutto. Dirgli che venivano dal futuro. Che la sua curiosità era un motore. Che il gettone era un'ancora.

Ma ricordò la regola più importante: ascoltare.

Allora chiese: “Cosa desidera davvero, signor Émile? L'ospite… o la storia?”

Émile rimase in silenzio. Poi sospirò. “Io desidero che chi legge non si senta solo. Che un caffè, una sera, una pagina… possano attraversare il tempo senza bruciare.”

Ada abbassò la voce. “Allora ci siamo già riusciti. Abbiamo spento il fuoco.”

Émile sorrise. “Avete ascoltato prima di agire. È raro.”

Nico indicò il gettone graffiato. “Quel gettone… è importante. Ma forse non deve stare con noi.”

Loyal guardò la sua valigia. Se avessero riportato via il gettone graffiato, avrebbero creato un buco: Émile lo avrebbe cercato invano. Ma se lo lasciavano, avrebbero lasciato in passato un oggetto del futuro. Anche quello era rischioso.

Ada strinse le labbra. “Soluzione: lasciamo a lui il gettone che ha già. E noi torniamo con il nostro. Niente doppioni in viaggio.”

Loyal la fissò. “Ma quello ha il graffio del garage.”

Ada lo guardò dritto. “Allora il tempo ha fatto un giro. Magari quel gettone è il nostro… dopo un viaggio. Magari un giorno tornerà nel garage e farà il graffio. O l'ha già fatto. Non possiamo capire tutto adesso.”

Nico aggiunse: “Non serve capire tutto. Serve non fare danni.”

Loyal inspirò. Era la lezione più difficile per lui, che voleva sempre aggiustare ogni cosa con una vite in più.

Si rivolse a Émile. “Tenga il gettone. Lo consideri… un promemoria. Che le storie viaggiano meglio quando si ascolta.”

Émile chiuse il pugno sul gettone come su una promessa. “E voi? Tornerete?”

Loyal esitò, poi disse la verità più sicura: “Forse. Ma non oggi.”

In quel momento la borsa di cuoio vibrò con forza. Un lampo tenue filtrò dalla cucitura, come se dentro ci fosse un'alba.

Ada fece un passo indietro. “Ok, è l'ora del ‘forse'.”

Nico salutò il cameriere con un cenno. “Grazie per non averci licenziato.”

Il cameriere sbatté le palpebre. “Io… non so perché, ma mi siete simpatici. Anche se sembrate usciti da un romanzo.”

Loyal sorrise. “È reciproco.”

Si strinsero vicino alla borsa, tra lo scaffale dei libri e una colonna. Loyal sussurrò: “Pronti?”

“Prontissima,” disse Ada.

“Prontissimo,” disse Nico.

La luce li avvolse. Il caffè, le lampade a gas, le parole, tutto diventò un fruscio di carta.

E poi… silenzio.

Capitolo 6 — Ritorno, riordino e la lampada sul comodino

Il garage ricomparve con l'odore familiare di polvere e ferro. La radio smontata era sul tavolo, tranquilla, come se non avesse mai accelerato.

Loyal barcollò e si sedette su una cassetta. Ada si tolse un capello immaginario dalla manica, ancora dentro al personaggio. Nico guardò subito l'orologio.

“Quanto tempo è passato?” chiese.

Loyal controllò il vecchio orologio appeso al muro. “Tre minuti.”

Ada spalancò la bocca. “Tre minuti? Io ho visto un fuoco, ho salvato un caffè e ho desiderato pasticcini per almeno venti!”

Nico annuì serio. “Il tempo fuori… e dentro… non stanno allo stesso passo.”

Loyal aprì la valigia. Il gettone nella fessura c'era ancora. Lo prese. Sul bordo… il graffio a mezzaluna.

Ada lo indicò. “Ecco. È tornato con noi. O forse è sempre stato nostro. Il paradosso ha fatto una capriola.”

Nico si chinò vicino alla radio. Il tic-tac era tornato regolare. “Vuol dire che abbiamo fatto la scelta giusta?”

Loyal si appoggiò al tavolo. “Vuol dire che il tempo non si è arrabbiato troppo.”

Ada lo guardò con un sorriso più dolce del solito. “Hai visto? Non devi controllare tutto tre volte. A volte basta ascoltare.”

Loyal annuì piano. Ripensò a Émile, alla sua frase: che chi legge non si senta solo. Era come se quel caffè avesse lasciato in loro una luce piccola, ma stabile.

“Mettiamo la macchina in sicurezza,” disse. “Niente altri viaggi finché non capiamo bene.”

Nico alzò un dito. “Capire bene… o ascoltare meglio?”

Loyal rise. “Entrambe le cose.”

Più tardi, dopo aver rimesso a posto viti e fili, Loyal salì in camera. Appoggiò il gettone in un cassetto, lontano da occhi curiosi e… da tempi curiosi.

Si infilò sotto le coperte. Il cuore ancora faceva tic-tac, ma più piano. Sul comodino c'era la lampada da notte. Loyal la accese.

La luce era tenue, calda, come una promessa sussurrata. Non illuminava tutto: solo abbastanza per sentirsi al sicuro, e per ricordare che anche il presente merita attenzione.

Dalla finestra arrivava il rumore lontano della città. Loyal chiuse gli occhi, e prima di addormentarsi pensò: domani ascolterò meglio. Oggi il tempo me lo ha insegnato, con un caffè, un gettone e una tenda salvata.

La lampada sul comodino restò accesa, morbida e rassicurante, finché il sonno lo portò via.

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Laboratorio
Stanza o luogo dove si costruiscono e si riparano oggetti con strumenti.
Manopole
Piccole parti rotonde che si girano per cambiare qualcosa su una macchina.
Finestrella
Una piccola finestra, spesso su una valigia o uno strumento per guardare dentro.
Opaco
Che non lascia passare bene la luce, quindi non è trasparente.
Tic-Tac
Nome dato da Loyal al suo sistema che misura o segnala il tempo.
Tic-tac
Suono regolare e ripetuto che ricorda un orologio o una radio che conta il tempo.
Permaloso
Che si offende facilmente o si infastidisce per piccole cose.
Paradosso
Situazione strana dove due fatti sembrano veri ma non possono accadere insieme.
Custode
Persona che sorveglia un luogo e si prende cura delle cose lì dentro.
Valigia
Contenitore portatile che può sembrare una borsa con parti meccaniche dentro.
Camuffamento automatico
Cambiamento immediato del vestito o dell'aspetto per non farsi notare.
Ritorno automatico
Meccanismo che riporta le persone indietro dopo un certo tempo senza azioni manuali.
Bolla
Una specie di spazio protetto o campo che avvolge chi viaggia nel tempo.
Ancora
Oggetto usato come punto fisso per collegare o trovare un posto nel tempo.

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