Capitolo 1 — La scatola che ronza
Edoardo non era il tipo che si vanta. Se faceva un gol, diceva solo: “È entrata.” Se prendeva un bel voto, alzava le spalle. Quel sabato, però, aveva negli occhi una scintilla diversa. Non perché fosse successo qualcosa di enorme… almeno, non ancora.
Lui e i suoi amici—Nico, Sami e Leo—stavano nel vecchio magazzino dietro la biblioteca comunale. Era un posto pieno di scaffali storti, mappe ingiallite e cartoni con scritto “NON TOCCARE” in pennarello.
“Secondo me qui c'è un tesoro,” sussurrò Nico, che parlava sempre come se stesse registrando un documentario.
“Un tesoro di polvere,” rispose Leo, starnutendo. “Sto diventando un fossile in diretta.”
Sami, che era bravo con i cacciaviti e con le battute, indicò un angolo. “Ragazzi… quello cos'è? Sembra una lavatrice… ma triste.”
In mezzo a due scaffali c'era una specie di armadietto metallico, alto quanto loro, con una porticina tonda. Sul lato, una manopola con numeri e un piccolo schermo spento. E sotto, una targhetta: “CronoCabina — Prot. 3”.
Edoardo passò le dita sulla polvere. “Crono… cosa?”
“Crono come tempo,” disse Nico, improvvisamente serio. “Cabina come… cabina. Non ditemi che—”
“—una macchina del tempo?” finì Leo, con un sorriso che era metà incredulità e metà voglia di provarci.
Sami picchiettò il pannello. “Se è una macchina del tempo, perché sta qui a prendere ragnatele? Forse si vergogna.”
Edoardo, che non amava mettersi al centro, fece un passo indietro. “Magari è pericolosa. O magari non funziona.”
In quel momento, come se li avesse sentiti, la CronoCabina fece un “bzz” sottile, come un'ape addormentata che si sveglia. Lo schermo lampeggiò: 00:00.
“Ha… ha acceso gli occhi,” mormorò Nico.
Sulla porticina comparve una luce verde, piccola, calma. Accanto alla manopola apparve una scritta: DESTINAZIONE.
Sami deglutì. “Ok. Chi ha toccato?”
Nessuno rispose. Tutti guardarono Edoardo, forse perché era il più tranquillo. Lui sospirò. “Non ho toccato. Però… se è qui, forse qualcuno voleva che qualcuno la trovasse.”
Leo fece un inchino teatrale. “Signori, il destino ci chiama. Io voto futuro. Nel passato ci sono i compiti di storia.”
“Nel futuro magari ci sono ancora i compiti,” borbottò Sami.
Nico avvicinò il viso allo schermo. “C'è un cursore. Puoi selezionare… anni. Oh. Guardate.”
Sullo schermo comparvero opzioni semplici: OGGI, DOMANI, 10 ANNI, 100 ANNI, 500 ANNI.
Edoardo si sentì il cuore battere più forte, ma non in modo spaventoso. Era una specie di rullante prima di un'avventura.
“Facciamo 100 anni,” propose Nico. “Abbastanza lontano per vedere qualcosa di diverso, ma non… dinosauri.”
“Dinosauri non sono nel futuro,” lo punse Leo.
“Dettagli,” disse Nico.
Sami indicò una frase sotto: REGOLA 1: NON PORTARE VIA CIO' CHE NON TI APPARTIENE. REGOLA 2: NON LASCIARE INDIETRO CIO' CHE TI APPARTIENE. REGOLA 3: SE TORNI, TORNA INDIETRO UGUALE.
“Mi piace la Regola 3,” disse Edoardo. “Suona… corretta.”
“Suona come mia nonna quando devo rientrare,” ridacchiò Leo.
Edoardo posò la mano sulla manopola. “D'accordo. Ma tutti insieme. E se qualcosa non va, torniamo subito. Promesso?”
“Promesso,” dissero, uno sopra l'altro.
La manopola scattò su 100 ANNI. La luce verde divenne azzurra. La porticina fece un piccolo “clic”, come se sorridesse.
Capitolo 2 — Il salto e la regola dei calzini
Dentro la CronoCabina c'era spazio giusto per quattro ragazzi e quattro respiri trattenuti. Le pareti erano lisce e fredde, con linee sottili che brillavano come disegni fatti con una penna luminosa.
“Se muoio, voglio che sul mio monumento scrivano ‘Leo, eroe bellissimo',” annunciò Leo.
“Scriveremo ‘Leo, ha aperto una porta a caso',” replicò Sami.
Nico contò: “Tre… due… uno…”
Edoardo cercò il pulsante più grande, perché di solito i pulsanti grandi sono sinceri. Sopra c'era scritto: AVVIO.
Lo premette.
La cabina vibrò, non come un terremoto, ma come un telefono che vibra in tasca: insistente, preciso. Una luce riempì tutto, bianca come la pagina prima di una storia. Edoardo sentì un odore di pioggia e di ferro, come quando si tocca un corrimano bagnato.
Poi, all'improvviso, silenzio.
La porticina si aprì da sola.
“Ehi… siamo vivi,” disse Sami, quasi deluso.
“E senza monumento,” sospirò Leo.
Uscirono e rimasero immobili.
Davanti a loro c'era una città… ma non la loro. Il cielo era chiaro, quasi lattiginoso. Il sole, alto, sembrava gentile, non bruciava. Eppure tutto intorno c'era sabbia. Dune morbide, come onde ferme.
“Una città nel deserto?” mormorò Edoardo.
Le case erano basse e tonde, con pareti color sabbia e tetti che sembravano foglie intrecciate. Canali stretti attraversavano le strade, con acqua che scorreva lenta. E sopra, archi di tessuto teso tra un edificio e l'altro creavano ombra.
Nico spalancò gli occhi. “Guardate… non c'è aria condizionata. Eppure non fa caldo.”
Sami si chinò e toccò una grata nel pavimento. “Qui sotto passa aria. È fresca.”
Leo allargò le braccia. “Benvenuti nella città dei… calzini asciutti! Perché non sto sudando. È un miracolo.”
Edoardo, invece, fissava i dettagli: le strade erano pulite, senza rifiuti. Le piante—piccoli alberi con foglie spesse—crescevano in aiuole circolari. E i suoni erano morbidi: un gorgoglio d'acqua, un fruscio di tessuti, passi leggeri.
Una targhetta su un muro aveva simboli e, sotto, parole in italiano sorprendentemente chiaro: “Oasi di Ventoseta — Quartiere Nord”.
“Oasi…” ripeté Edoardo. “Quindi è… una specie di città-oasi.”
Una ragazza della loro età passò su una tavola con ruote larghe, adatte alla sabbia. Li guardò, frenò e sorrise. “Turisti? Avete la faccia da ‘mi sono perso ieri'.”
Nico balbettò. “Noi… ehm… siamo… in visita.”
“Si vede,” disse lei, indicando le loro scarpe piene di polvere del magazzino. “Venite. Qui le persone nuove finiscono sempre davanti alla Casa della Memoria. E non è un modo di dire.”
Leo sussurrò a Sami: “Casa della Memoria… suona come il posto dove mettono i compiti dimenticati.”
Sami ridacchiò. “O dove mettono Leo quando parla troppo.”
Edoardo fece un passo avanti. “Io sono Edoardo. Loro sono Nico, Sami e Leo. Tu?”
“Rina,” rispose lei. “E sì, prima domanda: da dove arrivate davvero?”
Edoardo si morse il labbro. Le regole della cabina gli ronzavano in testa. Non portare via. Non lasciare indietro. Tornare uguale.
“Da… molto lontano,” disse, onesto senza dire tutto.
Rina inclinò la testa, come se avesse già capito. “Allora fate attenzione. Qui il tempo è una cosa seria… ma anche un po' dispettosa. Seguitemi.”
Capitolo 3 — L'Oasi che respira
Camminarono lungo un viale ombreggiato. Rina spiegava con gesti rapidi, come se avesse paura che le parole cadessero a terra.
“La città è costruita per rinfrescarsi da sola,” disse. “Sotto ci sono tunnel. L'aria calda sale, l'aria fresca entra. E l'acqua nei canali aiuta. Si chiama raffrescamento naturale. Nessun ronzio, nessun tubo che sputa aria gelida.”
Nico era in estasi. “È come… usare il vento come un alleato.”
“Esatto,” disse Rina. “Qui diciamo: ‘Non combattere il deserto. Ascoltalo'.”
Leo guardava l'acqua. “E i pesci? Ci sono pesci?”
“Piccoli,” rispose Rina. “E molto curiosi. Un po' come voi.”
Arrivarono davanti a un edificio diverso dagli altri: era più alto, con pareti di vetro opaco che riflettevano la sabbia come uno specchio velato. Sopra l'ingresso c'era scritto: CASA DELLA MEMORIA.
Edoardo sentì un brivido—non di paura, ma di rispetto, come quando entri in una chiesa o in un museo e ti viene voglia di parlare piano.
Dentro, l'aria era fresca e profumava di legno. C'erano stanze con oggetti appesi, ma non erano vecchie cose buttate lì. Ogni oggetto aveva una luce delicata e una piccola etichetta. Una trottola, una lettera, un guanto da lavoro, una foto, un sassolino.
“Che cos'è?” chiese Sami.
Rina si fermò davanti a una parete piena di cassetti trasparenti. “Qui conserviamo ricordi. Non solo per nostalgia. Per capire chi siamo.”
Nico si avvicinò a un cassetto dove c'era una conchiglia. L'etichetta diceva: “Mare — prima che si ritirasse. Donata da Amina, 2089.”
“Il mare si è… ritirato?” sussurrò Nico.
Rina annuì. “Molto tempo fa. Il deserto ha avanzato. All'inizio la gente costruiva muri. Poi ha capito che la memoria è più forte dei muri. Ricordare cosa è successo ci ha insegnato a cambiare.”
Leo indicò un oggetto strano: una specie di tessuto con fili colorati. “E quello?”
“Ventoseta,” rispose Rina con orgoglio. “Un tessuto che cattura la rugiada di notte e la lascia scendere in gocce. Ogni casa ne ha. È come… spremere il cielo piano piano.”
Sami fischiò. “Il cielo come una spugna. Geniale.”
Edoardo guardò una teca in fondo alla sala. C'era una piccola macchina metallica. Sembrava una miniatura… della CronoCabina. Sopra, l'etichetta: “Prototipo CronoCabina — ritrovato nel Vecchio Deposito della Conoscenza.”
Edoardo sentì lo stomaco fare un salto. “Vecchio Deposito della Conoscenza… suona come la nostra biblioteca.”
Nico sussurrò: “Vuoi dire che… questa cabina esisteva già qui? E poi è finita nel nostro presente?”
Leo strinse gli occhi. “Ok, questa è la parte dove il cervello fa ginnastica.”
Rina li osservava. “Conoscete la CronoCabina.”
Edoardo non poteva più fare finta. “Sì. L'abbiamo trovata… e siamo arrivati qui.”
Rina non sembrò stupita. “Allora siete dei Saltatori. La Casa della Memoria ne parla. Ma di solito… i Saltatori fanno danni piccoli senza volerlo. Tipo spostare una cosa di dieci centimetri e cambiare una storia intera.”
Sami alzò le mani. “Noi siamo bravissimi a non fare danni. Una volta abbiamo… ok, abbiamo rotto una finestra. Ma era già… quasi rotta.”
Rina sorrise appena. “Qui abbiamo una regola: se il tempo ti fa uno scherzo, tu rispondi con responsabilità.”
Leo fece un mezzo inchino. “Responsabilità è il mio secondo nome. Il primo è ‘Leo'.”
Edoardo si avvicinò alla teca della mini-cabina. Accanto c'era una placca con tre frasi, identiche a quelle viste prima.
REGOLA 1. REGOLA 2. REGOLA 3.
“Le stesse,” mormorò.
Rina indicò un corridoio laterale. “C'è un archivio. Dentro c'è una cosa che forse vi riguarda. Ma dovete essere delicati. Qui la memoria non è un giocattolo.”
Edoardo annuì. “Promesso.”
Capitolo 4 — Il paradosso del panino
Nel corridoio dell'archivio le luci si accendevano al loro passaggio, come se la Casa li riconoscesse. Arrivarono a una stanza con un tavolo e un pannello interattivo. Sul pannello c'era scritto: TRACCE TEMPORALI — ACCESSO GUIDATO.
Rina appoggiò il palmo. “Posso farvi vedere solo una parte. È per sicurezza.”
Sul pannello apparvero linee come fili di lana, che si intrecciavano. Una linea era evidenziata: “CronoCabina — ciclo chiuso”.
Nico si sporse. “Ciclo chiuso?”
Rina spiegò: “Vuol dire che la cabina è un oggetto che… torna sempre da qualche parte. Un cerchio. Se il cerchio si spezza, succedono cose strane.”
Leo alzò un dito. “Tipo spariscono i panini?”
Sami lo guardò. “Perché sempre panini?”
“Perché è la prima tragedia che capisco,” disse Leo. “Se sparisce un panino, è grave.”
Rina non rise, ma gli occhi le si illuminarono. “Quasi. Qui c'è una storia famosa: un ragazzo, anni fa, ha portato via un oggetto dalla Casa della Memoria. Un ciondolo. Ha pensato: ‘Lo rimetto dopo'. Ma non l'ha fatto nel momento giusto. Risultato: per due giorni, nessuno ricordava come si costruisce Ventoseta. Le case hanno avuto più caldo. Niente panico, ma… fastidio serio.”
Nico si mise le mani tra i capelli. “Quindi la memoria è come un manuale… se manca una pagina, fai confusione.”
“Esatto,” disse Rina. “Non tutto crolla. Però perdi pezzi. E i pezzi servono.”
Edoardo si sentì stringere. “Noi non vogliamo portare via niente.”
Sami indicò lo zaino di Leo. “A proposito… Leo, cosa c'è lì dentro?”
Leo fece finta di non sentire. “Solo… provviste. Un panino. Due, forse.”
Edoardo lo fissò. “Leo.”
Leo sospirò e tirò fuori qualcosa. Non era un panino. Era una piccola etichetta luminosa presa da una teca, con scritto: “Conchiglia — Mare — donata da Amina”.
Nico sbiancò. “L'hai… presa?!”
Leo arrossì. “Era caduta! O… sembrava caduta. E poi… volevo farla vedere a mia sorella. Lei ama il mare. E qui il mare non c'è più. Pensavo… non so.”
Rina diventò seria. “Quella non è solo un oggetto. È un promemoria per tutti. ‘Il mare c'era.' Se la togliete… la storia perde una parola.”
Edoardo sentì il peso della situazione, ma non urlò. Guardò Leo, piano. “La rimettiamo. Subito. E insieme.”
Leo ingoiò. “Ok. Niente monumenti, niente conchiglie. Solo… riportare.”
Mentre tornavano nella sala principale, successe una cosa strana: l'aria fece un piccolo “pop”, come una bolla che scoppia. Le luci tremolarono. Per un secondo, l'acqua nei canali fuori sembrò rallentare.
Sami sussurrò: “Ragazzi… avete visto?”
Nico annuì. “Il tempo che tossisce.”
Rina accelerò il passo. “Dobbiamo rimetterla al suo posto esatto. E in fretta, ma senza correre. Correre fa inciampare. E inciampare… crea altri problemi.”
Arrivarono alla teca. Leo, con mani tremanti, rimise l'etichetta dove l'aveva presa. La luce intorno agli oggetti tornò stabile, come una lampada che smette di sfarfallare.
Edoardo tirò un respiro lungo. “Ok.”
Rina lo guardò. “Avete appena imparato la cosa più importante: la memoria non è per possedere. È per custodire.”
Leo si grattò la nuca. “Posso custodire… anche senza portare a casa?”
“Puoi raccontare,” disse Rina. “Raccontare è un modo pulito di portare qualcosa con te.”
Nico sorrise. “Quindi… niente souvenir. Solo storie.”
“E idee,” aggiunse Sami, guardando i canali e le ombre di tessuto. “Queste idee le possiamo ricordare.”
Edoardo pensò alla sua città, alle estati calde, ai condizionatori che sputavano aria come draghi pigri. “Possiamo… imparare.”
Rina annuì. “Questo sì. Il tempo non odia l'apprendimento. Odia i furti.”
Leo alzò la mano. “Quindi posso rubare solo… una battuta?”
Rina fece finalmente un sorriso pieno. “Quello, forse, è inevitabile.”
Capitolo 5 — Il messaggio sotto la sabbia
Uscirono dalla Casa della Memoria e l'Oasi di Ventoseta sembrò più viva. Come se la città avesse tirato un sospiro di sollievo.
Rina li guidò verso una piazza dove la sabbia era disegnata in motivi geometrici. Al centro c'era una torre sottile con aperture come feritoie. Da dentro usciva una brezza fresca.
“Quella è una Torre del Vento,” spiegò Rina. “Cattura l'aria in alto e la manda nelle strade. È una delle prime cose che abbiamo costruito quando il caldo aumentava.”
Nico girava su se stesso, prendendo appunti mentali. “È come una cannuccia gigante, ma per il vento.”
“Una cannuccia educata,” disse Leo. “Che non fa rumore.”
Sami guardò verso un mercato. C'erano bancarelle con frutta piccola e lucida, e bottiglie di vetro piene di acqua con bollicine. “Possiamo… assaggiare?”
Rina gli porse una moneta sottile, trasparente. “Qui si paga con crediti d'acqua. Ma per voi… offro io. Consideratelo un corso accelerato di futuro.”
Presero una bevanda fresca dal sapore di limone e menta. Edoardo sentì la lingua ringraziare.
Poi Rina li condusse dietro la torre, dove la sabbia si accumulava contro un muro antico, diverso dagli altri. Il muro aveva mattoni più scuri e una scritta sbiadita.
Edoardo si avvicinò. Le lettere, consumate, erano ancora leggibili: “Biblioteca Comunale — Deposito”.
Il cuore gli fece un salto. “È… la nostra biblioteca.”
“Era,” disse Rina piano. “Il deserto ha inghiottito alcune parti. Abbiamo salvato libri e strumenti. E… una cabina strana.”
Nico guardò Edoardo. “Quindi la CronoCabina ha davvero fatto un giro assurdo. Dal passato al futuro e… di nuovo al passato.”
Sami strinse la borraccia. “È un cerchio.”
Rina indicò una fessura tra i mattoni. “Qui sotto c'è qualcosa che per noi è importante. Una capsula del tempo. Ogni cento anni, la apriamo e aggiungiamo un ricordo. Ma oggi… non dovrebbe aprirsi.”
Leo sgranò gli occhi. “E invece?”
Dal muro veniva un ticchettio leggero. Come un orologio molto piccolo.
Edoardo sentì che la cabina nello zaino della sua mente—quella immaginaria—si metteva in allerta. “Forse è collegata alla CronoCabina.”
Rina annuì. “Se siete arrivati oggi… forse il cerchio si sta stringendo. La capsula sente i Saltatori.”
Nico si chinò. “Possiamo… vedere? Senza prendere niente, promesso.”
Rina esitò, poi infilò un dito in una piccola serratura nascosta e premette. Il muro fece scorrere un mattone, rivelando una scatola metallica.
La aprì.
Dentro c'era una sola cosa: un quaderno sottile, con la copertina blu. Sopra, in stampatello, un nome: EDOARDO R.
Edoardo sentì il mondo fermarsi per mezzo secondo.
“Non può essere,” sussurrò Sami.
Leo, con una voce più bassa del solito: “Ehi… tu non hai un quaderno così?”
Edoardo si toccò lo zaino. Dentro, nel presente, aveva un quaderno blu, sì. Dove scriveva pensieri e disegni di mappe immaginarie. Non lo mostrava quasi mai.
Rina guardò Edoardo con attenzione. “Questo quaderno è stato messo qui… cento anni fa.”
Nico deglutì. “Ma Edoardo è… qui adesso.”
Edoardo avvicinò le dita al quaderno, senza toccarlo. “Se è mio… come può essere qui?”
Rina parlò come se ripetesse una lezione antica. “Paradosso malizioso. Il tempo ama fare domande. La risposta, spesso, è: ‘Perché tu lo metterai qui.'”
Edoardo sentì un nodo. “Io non voglio lasciare qui il mio quaderno. Regola 2.”
“Infatti,” disse Rina. “Non devi. Non oggi. Forse… questo non è il tuo quaderno. O forse è una copia. O forse è un messaggio.”
Nico indicò la prima pagina, visibile. C'era una frase scritta a mano. La grafia sembrava quella di Edoardo, ma un po' più… sicura.
“Leggila,” disse Sami.
Edoardo inspirò e lesse ad alta voce: “Se stai leggendo, vuol dire che sei arrivato. Non prendere niente. Ricorda tutto. E torna nello stesso giorno. La città di sabbia ti insegna a tenere stretto ciò che conta: le storie. Firma: E.”
Leo si passò una mano sui capelli. “Ok. Questo è… inquietante ma anche un po' figo.”
“È rassicurante,” disse Nico. “È una guida. Te stesso che ti dice di non fare pasticci.”
Rina chiuse piano la capsula. “E adesso sapete cosa fare.”
Edoardo annuì. Sentiva una calma nuova. Non era solo un'avventura. Era una lezione che aveva il sapore della menta: fresca e chiara.
“Torniamo alla CronoCabina,” disse. “Prima che il tempo faccia altre… battute.”
Leo sospirò. “Il tempo ha il mio umorismo. Questo mi preoccupa.”
Capitolo 6 — Ritorno con le tasche vuote
La CronoCabina li aspettava dove l'avevano lasciata, in un vicolo ombreggiato vicino ai canali. Era discreta, quasi timida, come se non volesse attirare l'attenzione.
Rina li accompagnò fino alla porticina tonda. “Non posso venire. Io appartengo a questa linea.”
Sami fece un saluto militare esagerato. “Promettiamo di non rubare conchiglie e non rovinare il futuro.”
Leo aggiunse: “E di non far sparire panini. Anche se, onestamente, quello sarebbe un superpotere.”
Rina ridacchiò. Poi guardò Edoardo. “Ricorda: ciò che porti con te davvero non pesa. Sta qui.” Si toccò la fronte. “E qui.” Si toccò il petto.
Edoardo annuì. “Io… racconterò. E cercherò di ricordare bene. Non per vantarmi. Per… custodire.”
Rina gli porse un piccolo foglio di Ventoseta. “Questo non è un oggetto della Memoria. È un campione didattico. Lo diamo ai visitatori delle scuole. Puoi portarlo. Non rompe nulla.”
Edoardo esitò. Guardò le regole nella sua mente. “È davvero permesso?”
“Permesso,” confermò Rina. “E utile. Così non devi rubare una conchiglia.”
Leo applaudì piano. “Un souvenir autorizzato! Questa sì che è civiltà.”
Entrarono nella cabina. Edoardo girò la manopola su OGGI. Lo schermo mostrò una domanda semplice: RITORNO ALL'ISTANTE DI PARTENZA? SÌ/NO.
Nico sussurrò: “Sì. Sempre sì.”
Edoardo premette SÌ.
Prima che la luce li inghiottisse, Rina disse: “Ah! E una cosa… quando torni, non dire ‘ho viaggiato nel tempo' a chi non è pronto. Dì: ‘Ho imparato a guardare meglio.' È più vero.”
La cabina vibrò, il bianco tornò. Edoardo tenne stretta la Ventoseta nel pugno, come una promessa leggera.
Silenzio.
La porticina si aprì.
Erano di nuovo nel magazzino dietro la biblioteca. La stessa polvere. Lo stesso odore di cartone. Il loro orologio segnava lo stesso minuto di prima. Fuori si sentiva un motorino passare, come se nulla fosse successo.
Leo uscì per primo e guardò il cielo grigio del pomeriggio. “Ok. Sono tornato. E ho ancora fame. Quindi il tempo non mi ha migliorato.”
Sami gli diede una spinta leggera. “Ti ha migliorato: adesso sai cosa NON fare.”
Nico guardò la CronoCabina, come se fosse una vecchia amica che nasconde segreti. “Abbiamo chiuso il cerchio. Non abbiamo lasciato nulla… tranne ricordi.”
Edoardo aprì la mano: la Ventoseta era lì, un pezzetto di tessuto sottile, quasi trasparente. Lo sollevò. Alla luce del magazzino, brillò appena.
“È vero,” disse piano. “Non era un sogno.”
E in quel momento capì anche un'altra cosa: il vero ritorno non era solo essere di nuovo lì. Era essere lì… con occhi diversi.
Uscirono dal magazzino e si ritrovarono davanti alla biblioteca. Il vento era tiepido. Edoardo guardò le finestre, i mattoni, il marciapiede. Provò a immaginare sabbia, canali, ombra di tessuti. Non per scappare nel futuro. Per capire il presente.
“Che facciamo adesso?” chiese Nico.
Edoardo infilò la Ventoseta nel suo quaderno blu, tra due pagine, come un segnalibro del tempo. “Andiamo a casa. E domani… possiamo proporre alla prof una ricerca sulle città che si rinfrescano senza macchine. E magari… pulire un po' questo posto. La memoria inizia anche da qui.”
Leo fece una faccia tragica. “Pulire? Questo sì che è fantascienza.”
Sami rise. “Dai, eroe bellissimo. È il tuo destino.”
Camminarono insieme, con le tasche vuote e la testa piena. Il mondo era lo stesso, eppure sembrava più interessante, come se qualcuno avesse alzato la nitidezza.
Edoardo, senza dire “macchina del tempo” a nessuno, si promise una cosa semplice: ricordare. Non per restare nel passato o inseguire il futuro, ma per scegliere meglio, adesso.