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Storia di viaggio nel tempo 11/12 anni Lettura 24 min.

La valigia che ronzava e la città di Ventosabbia

Due giovani inventori viaggiano in una valigia nel futuro e, nella città di Ventosabbia, scoprono come le idee, le scelte e la cura nei dettagli possano cambiare il mondo.

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Una ragazza di 12 anni dal viso rotondo e lentigginoso, capelli castani a caschetto, occhi curiosi e meravigliati, apre l'oblò della valigia-macchina e si china a guardare la città; accanto è accovacciato Amir, circa 13 anni, capelli neri arruffati, sorriso malizioso ma un po' preoccupato, tiene un taccuino di schizzi e un cacciavite e indica un piccolo contatore digitale; Lina, circa 13 anni, pelle scura e occhi vivaci, veste color sabbia con un bracciale luminoso, osserva in seconda fila con mani sui fianchi; la scena si svolge in una piazza di Ventosabbia illuminata da luce calda, pavé crema, vasche d'acqua strette, case basse ocra con grandi vele tessili che proiettano ombre geometriche; la valigia-metallica al centro mostra bobine di rame, fili e cuscini e il contatore digitale che indica l'anno mentre si apre sulla città del futuro; atmosfera di meraviglia e lieve tensione, palette calda (ocra, sabbia, rame) con tocchi di blu per l'acqua e il bracciale, stile grafico a linee nette, colori saturi ed espressività tipica del fumetto americano per ragazzi. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — La ragazza senza cognome

Nina aveva dodici anni e un'abitudine strana: non diceva mai il suo cognome. A scuola, quando l'insegnante chiamava l'appello, lei rispondeva sempre con un sorriso e basta.

«Nina…?»

«Presente.»

«E il cognome?»

«È in vacanza.»

Era una battuta, certo. Però dietro c'era qualcosa di vero: Nina custodiva segreti come altri collezionano figurine. Il suo preferito era nel capanno degli attrezzi di suo nonno, dietro una pila di cassette di legno e un vecchio ventilatore arrugginito.

Quella sera, il cielo era color arancia e la polvere del cortile sembrava zucchero di canna. Nina si infilò nel capanno con una torcia tra i denti. Lì la aspettava Amir, tredici anni, capelli sempre spettinati e una faccia da “ho avuto un'idea e potrebbe essere pericolosa”.

Amir indicò un banco da lavoro pieno di pezzi: un orologio a pendolo senza pendolo, un magnete enorme preso da una discarica, bobine di rame, e… una valigia rigida, come quelle dei rappresentanti.

«Dimmi che non hai rubato quella valigia.»

«Non l'ho rubata. L'ho… salvata da una cantina.»

Nina alzò un sopracciglio. «Quindi l'hai rubata.»

«Era triste lì sotto. Guarda che bella serratura!»

Nina posò la torcia. «Ricominciamo. Perché mi hai chiamata?»

Amir tirò fuori un quaderno pieno di disegni. Sembrava un fumetto di ingegneria: frecce, schemi, note a margine. In cima c'era scritto: Macchina del Tempo — versione 3 (non esplodere).

«Versione tre?» chiese Nina.

«Le prime due hanno… fatto fumo.»

«Fumo come “un pochino”

«Fumo come “la nonna ha chiesto se stavamo arrostendo castagne”

Nina non scappò. Fece solo un passo avanti, come davanti a una porta chiusa che ti sfida.

«E tu vuoi davvero viaggiare nel tempo?»

«Sì. Ma non nel passato.» Amir abbassò la voce. «Nel futuro.»

Nina guardò i pezzi, poi la valigia. Un futuro era una cosa enorme. Ma anche una cosa semplice: era domani. E lei era curiosa da morire, senza voler morire davvero.

«Regole,» disse Nina, come se stesse firmando un contratto invisibile. «Niente giochetti col tempo. Niente “andiamo a vedere il compito di matematica della settimana prossima”. E soprattutto: se succede qualcosa di strano, torniamo subito.»

Amir annuì. «Giuro. Ho anche scritto le regole.» Aprì una pagina del quaderno:

1) Non toccare te stesso.

2) Non cambiare cose piccole pensando che siano piccole.

3) Se senti un ronzio come una zanzara gigante… non ridere.

Nina rise lo stesso. «Una zanzara gigante?»

Amir indicò il magnete. «Questo è il “cuore”. Le bobine fanno il “respiro”. E la valigia… è la cabina. Piccola, ma per due ci stiamo. Se non respiriamo troppo.»

Nina inspirò, poi parlò piano: «D'accordo. La facciamo. Ma la facciamo bene. E con spirito critico.»

«Spirito che?»

«Vuol dire che non crediamo a tutto solo perché è brillante. Verifichiamo. Ragioniamo. E se un'idea è stupida, la buttiamo.»

Amir fece un inchino teatrale. «Benvenuta nel club delle idee non stupide, Nina senza cognome.»

Nina accarezzò la valigia. Era fredda, liscia. E sembrava aspettare.

Capitolo 2 — Una valigia che ronza

Per tre giorni lavorarono come due formiche con un sogno. Nina era precisa: misurava i fili, controllava i collegamenti, faceva liste. Amir era creativo: trasformava oggetti inutili in soluzioni.

«Ti serve una leva?» chiese un pomeriggio.

«Sì.»

Amir scomparve e tornò con… un manico di scopa e un cucchiaio di metallo.

Nina lo fissò. «Non è una leva. È una minaccia.»

«È una leva con personalità.»

Montarono le bobine ai lati della valigia, come due orecchie. Sotto, fissarono il magnete su una base di legno. Sulla serratura, Nina aggiunse un piccolo contatore digitale preso da un vecchio registratore: avrebbe mostrato l'anno di arrivo.

Amir disegnò sul coperchio un simbolo: un cerchio con una freccia che si mordeva la coda. «Così ci ricordiamo: il tempo non è una strada dritta.»

Nina aggiunse un'etichetta: NON APRIRE DURANTE IL SALTO.

«Sembra un avviso su una lavatrice,» disse Amir.

«È proprio questo il punto. Le cose pericolose vanno dette in modo chiaro.»

La sera della prova, il capanno sembrava trattenere il respiro. Fuori, i grilli cantavano. Dentro, il contatore era spento, la valigia chiusa, e Nina teneva in mano una lista di controllo.

«Fili isolati?»

«Sì.»

«Batteria carica?»

«Sì.»

«Nessun pezzo che possa staccarsi e colpirci in faccia?»

Amir esitò. «Quasi nessuno.»

Nina lo fulminò.

«Ok! Nessuno.»

Nina appoggiò la mano sul pulsante di avvio, una scatolina rossa fissata al lato. Guardò Amir.

«Ultima domanda,» disse. «Perché il futuro?»

Amir si sedette sul banco. «Perché il passato è pieno di trappole. Se cambi una cosa, magari fai sparire qualcosa. Il futuro… è ancora aperto. E voglio vedere se le idee buone sopravvivono.»

Nina annuì. Capiva. Anche lei sentiva che le scelte di oggi erano semi. E voleva sapere che alberi potevano diventare.

Si infilarono nella valigia. Era stretta, con due cuscini rubati dal divano del nonno (quelli “di scorta”, secondo Amir). Nina chiuse il coperchio dall'interno. C'era una maniglia e una finestrella rotonda, come un oblò.

«Pronta?» chiese Amir, con la voce un po' più alta del normale.

«Pronta,» rispose Nina, e non sembrava spaventata. Sembrava concentrata.

Amir premette il pulsante.

All'inizio non successe niente. Poi arrivò il ronzio: davvero come una zanzara gigante, ma educata. La valigia vibrò. L'aria dentro diventò più fresca, come se qualcuno avesse aperto un frigorifero invisibile.

Il contatore si accese: 2026… 2035… 2060…

Nina guardò i numeri correre. «Troppo veloce! Dove stiamo andando?»

Amir strinse il quaderno come un talismano. «Ho impostato… più o meno…»

«Amir!»

«Ok, ok, non è “più o meno”. È… 2137!»

Nina aprì la bocca per rimproverarlo, ma in quel momento la valigia fece un piccolo clic, come quando si spegne una luce.

Il ronzio sparì.

E ci fu silenzio.

Capitolo 3 — La città dei sassi freschi

Nina spinse l'oblò e guardò fuori. Non vedeva più il capanno. Non vedeva nemmeno il cortile. C'era luce bianca, intensa, e un odore di sabbia calda.

Aprirono lentamente il coperchio.

Erano in una città che sembrava nata dal deserto. Le strade erano chiare, pavimentate con pietre lisce. Case basse, curve, come conchiglie. E sopra, enormi vele di tessuto teso, tra un edificio e l'altro, che facevano ombra come nuvole ferme.

«Siamo… in mezzo alla sabbia?» sussurrò Amir.

Nina scese, toccò il suolo. «Sì. Ma non brucia.»

Alzò la mano e sentì una corrente d'aria fresca, costante, che scorreva tra le case. Non era aria condizionata che ruggisce: era un soffio naturale, come in una grotta.

Lungo i muri c'erano torri sottili con aperture in alto. Nina ne aveva visto una in un libro: erano come “camini del vento”, costruiti per catturare la brezza e spingerla giù nelle vie.

«Guarda,» disse, con gli occhi che brillavano. «Hanno usato il vento come una macchina gentile.»

Amir fischiò piano. «Quindi nel futuro hanno risolto il caldo con… l'architettura.»

Camminarono. Nessuno sembrava notare due ragazzini con una valigia piena di bobine. O forse sì, ma qui le cose strane erano normali.

In una piazza c'era un canale d'acqua sottilissimo che scorreva tra pietre porose. L'acqua evaporava lentamente e raffreddava l'aria, come quando ti bagni i polsi e senti sollievo.

Nina si chinò. «È fredda!»

«È magia,» disse Amir.

«Non è magia. È fisica,» rispose Nina. Poi sorrise. «Che è la magia più affidabile.»

Una voce li interruppe.

— Ehi! Voi due… da dove saltate fuori?

Si voltarono. Una ragazza della loro età, pelle scura e occhi vivaci, li osservava con le mani sui fianchi. Indossava una tuta leggera e un bracciale luminoso.

«Io sono Lina,» disse. «E quella valigia… non è un frigorifero, vero?»

Amir si irrigidì. Nina fece un passo avanti.

«Siamo… visitatori,» disse Nina, scegliendo le parole come pietre su un fiume. «E stiamo cercando informazioni. Questa città… come si chiama?»

Lina spalancò gli occhi. «Non sapete dove siete? Ok, questa sì che è nuova. Siete a Ventosabbia.»

Amir ripeté: «Ventosabbia…»

Lina girò intorno alla valigia. «E avete un contatore d'anno. Interessante.»

Nina incrociò le braccia. «Tu come fai a sapere cos'è un contatore d'anno?»

Lina sorrise di lato. «Perché qui a Ventosabbia abbiamo un museo. E io… ci faccio da guida. E perché…» abbassò la voce, «…non siete i primi a fare domande strane sul tempo.»

Nina e Amir si scambiarono uno sguardo. Il cuore di Nina fece un salto, ma questa volta dentro il petto.

«Ci aiuti?» chiese Nina. «Promettiamo di non creare guai.»

Lina rise. «Questa frase la dicono sempre quelli che li creano. Però sì. Venite. Ma prima: coprite la valigia. Qui il sole è gentile, ma curioso.»

Capitolo 4 — Il museo e la regola del “quasi”

Il museo di Ventosabbia era fresco come una cantina e luminoso come una biblioteca. Le pareti raccontavano la storia della città con immagini e oggetti: vecchi pannelli solari, mappe di vento, mattoni speciali che “respiravano” umidità.

Lina camminava veloce e parlava ancora più veloce.

«Qui hanno imparato a non combattere il deserto, ma a collaborare. Hanno studiato dove l'aria scende la notte, dove sale di giorno. Hanno costruito strade che guidano le correnti come dita che pettinano capelli.»

Nina ascoltava e, intanto, guardava i dettagli: niente era lì per caso. Ogni cosa aveva un perché.

Amir invece era ipnotizzato da una vetrina. Dentro c'era un oggetto che somigliava a una bussola, ma con due lancette.

«Che cos'è?» chiese.

Lina si fermò. La sua allegria si fece più seria, ma non triste. Solo attenta.

«Quello è un Cronobilanciere,» disse. «Serve a misurare… gli scarti temporali.»

Nina sentì un brivido. «Scarti?»

Lina annuì. «Quando qualcuno viaggia nel tempo, lascia piccole ondine. Come quando cammini in acqua. Se fai un passo leggero, l'onda è piccola. Se ti metti a saltare…»

«L'onda diventa un'onda gigante,» completò Amir, e deglutì.

Lina indicò una parete con una frase enorme, scritta chiara:

IL TEMPO PERDONA MOLTO. MA NON PERDONA IL “QUASI”.

«Il “quasi” chiese Nina.

«Sì,» rispose Lina. «Il “quasi” è quando dici: “Ho quasi chiuso la porta, ho quasi spento il fuoco, ho quasi detto la verità”. E poi succede un disastro. Nel tempo è uguale: cambiare “quasi niente” può cambiare tantissimo.»

Nina pensò alla lista di controllo. Alla parola “precisione”. E anche a Amir, che viveva di “più o meno”.

«Quindi…» disse Amir, «qui c'è stato qualcuno come noi?»

Lina lo guardò negli occhi. «C'è stata una persona che è arrivata da un tempo diverso. Ha lasciato un oggetto. E ha insegnato una cosa che ha salvato la città.»

Li condusse in una sala più piccola, con una teca centrale. Dentro c'era un quaderno. Vecchio, macchiato, con angoli consumati. Sopra c'era disegnato un cerchio con una freccia che si mordeva la coda.

Amir fece un verso strangolato. «Ma… quello è il mio simbolo.»

Nina sentì la gola secca. «Oppure… il tuo simbolo è già stato qui.»

Lina aprì un cassetto e tirò fuori una copia digitale del quaderno, proiettata nell'aria. Scorsero pagine con schemi familiari. La scrittura era quella di Amir. Persino una macchia d'inchiostro a forma di girino.

In fondo, una frase:

Se stai leggendo, vuol dire che hai fatto il salto. Non farti fregare dal “quasi”. E non fidarti della prima spiegazione, nemmeno se la dice uno con i capelli spettinati.

Amir arrossì. «Ehi!»

Nina trattenne una risata, ma la mente correva. Se quel quaderno era lì, significava che Amir, in qualche modo, lo avrebbe lasciato. Ma loro lo avevano ancora con sé.

«Paradosso,» sussurrò Nina. «Un anello.»

Lina annuì. «Un anello delicato. Se lo spezzate… la storia cambia. E Ventosabbia potrebbe non esistere come la vedete.»

Amir strinse la tracolla del suo quaderno. «Quindi devo lasciarlo qui?»

Nina lo fermò con una mano. «Non ancora. Prima capiamo. Spirito critico, Amir. Non facciamo un gesto enorme solo perché sembra scritto.»

Lina sorrise, come se avesse aspettato proprio quella frase. «Bene. Allora vi faccio vedere l'altra parte della storia. Quella che non sta in una teca.»

Capitolo 5 — Il trucco del vento e la bugia utile

Lina li portò fuori, nel cuore della città. Sotto le vele ombreggianti, la gente camminava tranquilla. Un uomo spingeva un carretto di frutta lucida. Due bambini inseguivano un drone piccolo come un passerotto.

Arrivarono vicino a una torre del vento più alta delle altre. Lina indicò la cima.

«Questa torre è speciale. Quando la città era appena nata, c'era una stagione in cui il vento cambiò direzione per settimane. Le torri normali non funzionavano più. La città stava diventando un forno.»

Amir aggrottò la fronte. «E cosa hanno fatto?»

Lina si chinò e raccolse un pugno di sabbia. «Hanno pensato. Hanno discusso. E hanno smesso di ripetere: “È sempre stato così”

Li condusse dietro la torre. Lì c'era una struttura di pietra con piccole fessure e una vasca d'acqua poco profonda, protetta dall'ombra.

«Hanno aggiunto questo: un percorso d'aria basso, vicino all'acqua. Anche quando il vento in alto era sbagliato, l'aria calda saliva. E quella più fresca veniva risucchiata qui. Un trucco semplice. Ma dovevano crederci abbastanza da costruirlo.»

Nina toccò la pietra umida. «È… come creare una strada per l'aria.»

Lina annuì. «Esatto. E quella idea è stata descritta per la prima volta nel quaderno della persona venuta dal tempo.»

Amir guardò il suo quaderno, poi la torre. «Ma io non ho scritto niente del genere.»

Nina lo fissò. «Non ancora.»

Il silenzio che seguì era pieno di pensieri che si urtavano come biglie.

«Aspetta,» disse Nina. «Potrebbe essere che… tu lo scriverai dopo averlo visto qui. Quindi lo vediamo, lo scrivi, lo lasci… e l'anello si chiude.»

Amir annuì lentamente. «Un'idea che si presta a se stessa. Che educazione strana.»

Lina fece un mezzo sorriso. «Sì. Ma attenzione: se scrivete una cosa sbagliata, o incompleta, o “quasi” giusta… la città potrebbe costruire male. E allora…»

«E allora niente Ventosabbia fresca,» concluse Nina.

Amir si sedette per terra. «Ok. Niente “più o meno”

Nina guardò Lina. «E tu? Tu chi sei davvero? Perché ci stai aiutando così tanto?»

Lina fece scorrere il bracciale sul polso. Per un attimo la luce cambiò colore, come se respirasse.

«Io… sono una custode delle storie. Qui studiamo gli anelli del tempo. E quando arrivano viaggiatori… dobbiamo assicurarci che tornino. E che non lascino pasticci.»

Amir alzò una mano. «Domanda. Un pasticcio può essere anche una… bugia?»

Nina lo guardò male. «Amir, no.»

Ma Lina rispose con calma: «Dipende. Una bugia può salvare una persona, ma può anche confondere una città. La domanda giusta è: la tua bugia rende gli altri più liberi di pensare, o più prigionieri?»

Nina rimase colpita. Era una domanda che pungeva, ma in modo pulito.

Amir si grattò la nuca. «Io pensavo… se nel quaderno c'è scritto di non fidarsi di uno con i capelli spettinati, devo scriverlo per forza. È una presa in giro di me stesso. È… una bugia utile?»

Nina sbuffò. «Quella è umiltà, non una bugia.»

Lina rise. «E l'umiltà è un buon casco quando si viaggia nel tempo.»

Nina guardò il contatore della valigia, sotto il telo. «Quanto possiamo restare qui?»

Lina si fece seria. «Poco. Le ondine aumentano. E c'è un altro rischio: incontrare qualcuno che vi riconosce troppo.»

«Tipo… noi stessi?» sussurrò Amir.

Lina annuì. «O qualcuno che vuole usare la vostra macchina. Qui non tutti sono curiosi in modo gentile.»

Nina sentì l'urgenza come una campana. «Allora facciamo una cosa: Amir prende appunti precisi su questa torre. Poi torniamo e chiudiamo l'anello come serve. Ma senza inventare niente. Solo osservazioni verificabili.»

Amir aprì il quaderno. «Ok. Misure, disegni, spiegazioni chiare. Niente fumo.»

Lina li guidò, controllò che capissero, fece domande come un'insegnante brava: «Perché l'aria sale? Perché l'ombra aiuta? Che cosa succede se la vasca è troppo profonda?»

Nina rispondeva e, quando non era sicura, diceva: «Non lo so. Dobbiamo pensarci.» E quella frase, nel futuro, sembrava una cosa coraggiosa.

Quando Amir finì di scrivere, la pagina era ordinata, pulita, senza “quasi”.

Lina li accompagnò verso un vicolo fresco. «Ora dovete andare. E ricordate: non portate via ricordi che possono cambiare il vostro presente. Solo quelli che vi cambiano voi.»

Nina annuì. «Quelli sono inevitabili.»

Capitolo 6 — Il salto di ritorno

Tornarono alla valigia. Il contatore segnava ancora 2137, ma una piccola linea lampeggiava sotto, come un avviso.

Amir sussurrò: «Sembra… nervosa.»

Lina si inginocchiò accanto alla serratura. «Le macchine sentono quando il tempo si increspa. Voi avete fatto domande, avete guardato cose importanti. Ora dovete richiudere il cerchio.»

Amir strinse il quaderno al petto. «Devo lasciarlo qui, vero?»

Nina inspirò. Spirito critico. Non fidarsi solo della paura. Ma anche non ignorarla.

«Sì,» disse, finalmente. «Perché se nel museo c'è, deve arrivarci. Però…» lo guardò negli occhi, «non lasciamo tutto. Teniamo una copia delle parti che non creano rischio.»

Lina annuì. «Buona scelta. Lasciate l'originale, portate via solo ciò che riguarda voi, non la città.»

Amir scattò foto con il suo vecchio telefono (che, miracolosamente, funzionava). Foto di loro due, della torre, delle vele. Non delle pagine tecniche. Poi strappò un foglietto dal quaderno e scrisse, in stampatello:

SE STAI LEGGENDO, NON FARTI FREGARE DAL “QUASI”.

Sotto aggiunse: E pettinati.

Nina scoppiò a ridere. Lina rise con lei.

Poi Amir posò il quaderno nella teca vuota che Lina aveva aperto con il bracciale. Lo fece con una delicatezza che Nina non gli aveva mai visto. Come se stesse lasciando una parte di sé in una stanza sicura.

«Pronto?» chiese Nina, entrando nella valigia.

Amir la seguì, più silenzioso del solito.

Lina chiuse il coperchio dall'esterno e appoggiò una mano sull'oblò.

— Ricordate: quando tornate, il mondo sarà lo stesso… ma voi no. E va bene così.

Nina appoggiò la mano dall'interno, contro il vetro. «Grazie, Lina.»

Amir urlò: «Se un giorno ci rincontriamo, ti porto un vero frigorifero!»

La risata di Lina fu l'ultima cosa che sentirono prima del ronzio.

La zanzara gigante tornò, più forte. La valigia tremò. Il contatore scese: 2137… 2100… 2050…

Nina chiuse gli occhi e contò i respiri, come aveva letto in un libro: uno per non farsi trascinare dal panico, due per ricordarsi che il tempo ha regole, tre per ricordarsi che loro avevano una casa.

Il ronzio diventò un fiuuu leggero.

E poi… clic.

Silenzio.

Capitolo 7 — Presente, con aria nuova

Nina aprì l'oblò. Vide il capanno. Vide la pila di cassette. Vide il vecchio ventilatore arrugginito. Un ragno attraversò tranquillo un angolo, come se nulla fosse.

Aprirono la valigia. L'aria del capanno era tiepida e sapeva di legno. Il contatore segnava l'anno giusto.

Amir uscì per primo e guardò il quaderno… che non aveva più. Si tastò la tracolla vuota, come se fosse un dente mancante.

«Mi sento… leggero e triste,» confessò.

Nina gli diede una gomitata gentile. «È normale. Hai appena lasciato una parte di te nel futuro. Ma ne hai portata indietro un'altra.»

Amir si sedette sul banco. «E se abbiamo cambiato qualcosa comunque?»

Nina prese la lista di controllo e la guardò. Poi guardò la macchina. Poi Amir.

«Possiamo verificarlo.» Indicò fuori. «Domani controlliamo se al museo del paese c'è qualcosa su Ventosabbia.»

Amir sbuffò. «Nel nostro paese c'è un museo di… trattori.»

«Allora controlliamo in biblioteca. E online. E soprattutto…» Nina lo fissò con serietà buona, «controlliamo noi stessi. Abbiamo imparato a non fidarci del “quasi”. Questo cambia il nostro presente in modo giusto.»

Amir annuì lentamente. «Ok. Niente più “quasi” nei collegamenti.»

«E niente più valigie salvate da cantine.»

«Quasi niente,» disse Amir, e si beccò uno sguardo gelido.

«Scherzo! Niente più.»

Nina spense la macchina con cura. Poi appoggiò la mano sul coperchio.

Pensò a Ventosabbia: alle vele che facevano ombra, all'acqua sottile che rinfrescava, alle persone che avevano scelto di ragionare invece di lamentarsi. Non era un futuro fatto di magie irraggiungibili. Era un futuro fatto di domande buone.

Uscirono dal capanno. Il cielo era scuro e pieno di stelle, come chiodi d'argento. Nina ne scelse una con lo sguardo e sorrise.

Amir le camminava accanto, più attento ai passi, come se anche il terreno avesse una storia.

«Nina…» disse piano. «Il tuo cognome. Me lo dici adesso?»

Nina ci pensò. Poi scosse la testa, divertita. «Non ancora. Però ti dico una cosa più importante.»

«Cosa?»

«Il futuro non è una scusa per smettere di pensare. È un motivo per farlo meglio.»

Amir annuì. «Allora domani… lista di controllo doppia.»

Nina sospirò, contenta. «E pettinati.»

«Mai.»

E così, nel presente, con una valigia silenziosa e un'aria nuova nelle idee, tornarono a casa. Il tempo era di nuovo una linea semplice. Ma loro sapevano che, dietro, poteva esserci un cerchio. E che il modo migliore per rispettarlo era essere precisi, curiosi e pronti a dire: «Verifichiamo.»

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Capanno
Piccolo edificio nel cortile dove si tengono attrezzi e cose vecchie.
Custodiva
Tenere qualcosa al sicuro e protetto, come un segreto o un oggetto.
Arrugginito
Coperto di ruggine, cioè con superficie rovinata e marrone dal metallo vecchio.
Talismano
Oggetto che si porta per portare fortuna o protezione, per chi ci crede.
Oblò
Piccola finestra rotonda, spesso su valigie o barche, per guardare fuori.
Evaporava
Quando l’acqua diventa vapore e sale nell’aria, sembra sparire in gas.
Porose
Che hanno tanti piccoli buchi dentro, così possono assorbire o lasciar passare acqua.
Camini del vento
Tubi o torri che catturano il vento dall’alto per rinfrescare le case.
Architettura
Arte e tecnica di progettare e costruire gli edifici e le città.
Bobine
Oggetti avvolti con fili di rame usati per magneti ed elettricità.
Magnete
Pezzo che attira il ferro e può creare forze senza tocco diretto.
Contatore digitale
Piccolo schermo che mostra numeri, usato per misurare tempo o energia.
Ronzio
Suono continuo e vibrazione simile a quello di una grande zanzara.
Fili isolati?
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