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Storia di viaggio nel tempo 11/12 anni Lettura 18 min.

Nina e il cronoscopio: la musica che scioglie i nodi del tempo

Nina trova un cronoscopio nello sgabuzzino della nonna e finisce nel 1934, dove insieme ad Arturo cerca di rimettere a posto un oggetto del futuro che provoca strani salti nel tempo, scoprendo il valore della memoria e del rispetto per il passato.

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Una ragazza di 12 anni, Nina, viso rotondo con lentiggini, capelli castani raccolti in una coda disordinata, s'accovaccia al bordo di una fontana di pietra in una piazza del 1934 bagnata dalla pioggia e tenue luce del crepuscolo, tenendo nella mano un piccolo oggetto nero che sta per immergere per rimandarlo al futuro; un ragazzo di circa 12 anni, Arturo, con berretto di lana e sorriso malizioso ma preoccupato, sta dietro di lei a braccia incrociate e la guarda speranzoso; sullo sfondo una nonna di circa 70 anni, capelli grigi raccolti, vicino a un album fotografico su un tavolo visibile attraverso una finestra, appare sorpresa; la piazza mostra sampietrini umidi, lanterne a filamento, un podio con strumenti (tromba, clarinetto, contrabbasso) la cui musica si interrompe un istante, panchine in ferro battuto e una statua di pesce sulla fontana; atmosfera solenne con texture ricche e contrasti di colori caldi e riflessi freddi. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il cronoscopio e lo scherzo di Nina

Nina aveva undici anni e una risata pronta, come una molla. Le piaceva fare scherzi piccoli e innocui: cambiare le etichette dei barattoli (sale su zucchero, ma solo per cinque secondi), mettere un post-it “ATTENZIONE: DRAGHI” sul frigorifero, o lasciare biglietti misteriosi a sua madre: “Il gatto sa tutto”.

Quel pomeriggio pioveva a righe sottili. Nina frugava nello sgabuzzino della nonna, un posto che sapeva di carta, sapone e ricordi. Tra scatole di bottoni e vecchie fotografie trovò una valigetta di metallo, con un lucchetto arrugginito già mezzo aperto.

Dentro, avvolto in un panno, c'era un oggetto strano: una specie di orologio con un vetro spesso, una manopola e una lancetta doppia. Sul bordo, lettere incise: “CRONOSCOPIO — non toccare se non sai ascoltare”.

Nina fece una smorfia.

«Io so ascoltare benissimo. Ascolto persino quando non voglio.»

Sotto c'era un quaderno con la copertina marrone. Sul primo foglio, una grafia ordinata:

“NOTE DI BORDO — Prof. E. Bellini.

Regola 1: non cambiare ciò che non capisci.

Regola 2: non lasciare oggetti del presente nel passato.

Regola 3: se incontri te stesso… fai finta di niente.”

Nina si sedette per terra. L'oggetto luccicava appena, come se la pioggia fuori lo alimentasse.

«Un orologio che fa il serio. Perfetto. Vediamo se è permaloso.»

Girò la manopola di un clic. La lancetta doppia tremò e si fermò su un numero: 1934.

Lo sgabuzzino sembrò trattenere il fiato. Poi arrivò un suono: non un rumore, ma una musica lontana, allegra, con fiati e tamburi.

Nina spalancò gli occhi.

«Ok… questo è un bellissimo scherzo della nonna. O del gatto.»

Il pavimento sotto di lei divenne leggero, come una coperta che scivola. L'aria odorò di castagne e fumo di carbone. Un lampo di luce, non accecante ma deciso, e Nina non era più nello sgabuzzino.

Nel suo quaderno (perché sì, il quaderno era finito in tasca con lei, come se lo avesse sempre avuto) scrisse in fretta:

“Nota di bordo 1: ho girato la manopola. Non fatelo senza pensarci. Ora sento musica. Sento anche il cuore battere come un tamburo.”

Capitolo 2: La piazza del 1934, dove la musica cammina

Nina si trovò in una piazza ampia, pavimentata di pietre lisce. Le case avevano balconi di ferro e insegne dipinte a mano. Un tram color crema passò sferragliando, con una scintilla azzurra sulla linea elettrica.

E la musica non era più lontana: era davanti a lei, viva. Un gruppo suonava su un piccolo palco di legno. Una tromba brillava, un clarinetto faceva capriole sonore, e un contrabbasso sembrava un armadio con le corde.

La gente ballava. Non tutti allo stesso modo: qualcuno dondolava, qualcuno saltellava, qualcuno faceva passi precisi come se li avesse imparati davanti allo specchio. Le risate erano leggere, come bolle.

Nina si guardò: aveva ancora i suoi jeans e le sneakers. Troppo… moderne. Si tirò giù il cappuccio e cercò di stare composta.

Una signora con un cappello a campana la osservò.

«Sei arrivata ora, piccola? Ti sei persa?»

La voce era gentile, ma curiosa.

Nina pensò alla Regola 1: non cambiare ciò che non capisci. Quindi: meglio non raccontare tutto.

«Mi… sono allontanata. Sto cercando la mia famiglia.»

La signora indicò una bancarella di giornali.

«Vai dal signor Lino. Sa tutto di tutti. E se non lo sa, lo inventa molto bene.»

Nina ringraziò e si avvicinò alla bancarella. Il giornalaio aveva baffi sottili e mani nere d'inchiostro.

«Che cerchi, ragazzina? Figurine? Notizie? Guai?»

Nina sorrise, perché “guai” era una parola che la seguiva spesso.

«Cerco… l'anno. Cioè, che giorno è.»

L'uomo sollevò un giornale.

«Mercoledì. 18 aprile 1934. E pioveva ieri, come sempre quando deve succedere qualcosa.»

Nina sentì un brivido. 1934. Era davvero dentro quel numero.

Guardò il palco. La tromba fece una nota lunga, come un raggio di sole.

Poi vide una cosa che non tornava: vicino alle casse del palco, in mezzo ai cavi, c'era un piccolo oggetto rotondo e nero. Sembrava un auricolare moderno. Con un simbolo bianco, troppo “di oggi”.

Nina si chinò.

«E tu che ci fai qui?»

Appena lo toccò, sentì un “tic” in tasca: il cronoscopio vibrò come un insetto nervoso.

Nel quaderno scrisse:

“Nota di bordo 2: piazza piena di musica, 1934. Regola 2: non lasciare oggetti del presente nel passato. Qualcuno l'ha già fatto. Uh-oh.”

Capitolo 3: Il paradosso del fischietto e il ragazzo col berretto

Nina infilò l'oggetto in tasca. Era leggero, ma sembrava pesante per i guai che portava.

Una voce le arrivò alle spalle.

«Ehi! Quello è mio!»

Era un ragazzo più o meno della sua età, con un berretto di lana tirato giù e gli occhi vivaci. Aveva un'aria furba, come uno che fa scherzi ma poi finge di essere serio.

Nina incrociò le braccia.

«Tuo? Nel 1934? Certo.»

Il ragazzo si mise una mano sul petto, teatrale.

«Mi chiamo Arturo. E sì, è mio. È un… fischietto speciale. Non lo capisci perché sei… nuova.»

Nina sbuffò.

«Non è un fischietto. È una cosa del futuro.»

Arturo sgranò gli occhi, ma non sembrò spaventato. Sembrò… contento.

«Ah! Quindi anche tu sei—»

Nina gli tappò la bocca con due dita, senza toccarlo davvero.

«Shh. Regola numero… tante: non urlare “viaggiatore del tempo” in piazza.»

Arturo si mise a ridere.

«Non so che regole hai, Nina del cappuccio, ma qui la musica copre tutto.»

Nina lo fissò.

«Come sai il mio nome?»

Arturo indicò il suo quaderno, che spuntava dalla tasca. Sul dorso, Nina aveva scritto “NINA” con un pennarello rosa.

«Oh.» Nina arrossì. «Ok, detective del berretto.»

Arturo si avvicinò al palco. Dietro, un uomo con una camicia bianca regolava i microfoni.

«Vedi quello? È mio zio. Sta provando una cosa nuova: un altoparlante più potente. Ma ogni volta che lo accende, la musica… fa strani salti. Come se perdesse un pezzo.»

Nina capì. Se un oggetto del futuro interferiva, poteva creare un piccolo “nodo” nel tempo. Un paradosso malizioso: non un disastro, ma uno sberleffo.

«Fammi vedere il tuo… fischietto.»

Arturo glielo porse con finta importanza.

Nina lo esaminò: era davvero un auricolare, ma graffiato e sporco, come se fosse stato in giro per anni. Sul lato c'era un minuscolo numero inciso a mano: “B-1”.

Nel quaderno:

“Nota di bordo 3: Arturo dice che è suo. Ma è un oggetto del futuro consumato dal passato. Paradosso: se lo riporto via, forse lo perdo proprio come l'ho trovato. Se lo lascio, peggiora l'interferenza.”

Nina guardò Arturo.

«Hai trovato questo coso oggi?»

Arturo scosse la testa.

«No. L'ho trovato mesi fa, vicino alla fontana. Mi piace perché… se lo metto all'orecchio, sento un fruscio e a volte una voce che dice cose a metà. Come un sogno. Ma non lo uso più. Porta sfortuna. E poi—»

Si fermò, orgoglioso.

«—ho promesso a me stesso di diventare un inventore vero, non un rubacose.»

Nina sorrise. Era un bravaccio con un cuore ordinato.

In quel momento, il cronoscopio vibrò di nuovo. La lancetta doppia oscillò tra 1934 e un altro numero che Nina non riuscì a leggere, come se il tempo facesse l'altalena.

E la musica sul palco… saltò. La tromba fece “PAA!” e poi silenzio per un secondo. La gente si guardò, sorpresa, poi riprese a ballare, ridendo.

Nina sentì un pensiero chiaro: se l'interferenza aumentava, il ritorno poteva diventare difficile.

«Arturo, dobbiamo rimettere questa cosa… dove deve stare. E togliere il nodo.»

Arturo fece un inchino.

«Comandante Nina, al tuo servizio. Ma dove si mette un nodo del tempo? In tasca?»

«Se fosse così facile, io sarei già una leggenda.»

Capitolo 4: La fontana, il quaderno e la memoria in tasca

La fontana della piazza aveva una statua di pesce che sputava acqua. Intorno, bambini correvano con cerchi di metallo, spingendoli con un bastoncino. Uno salutò Arturo.

«Ehi, Artù! Vieni a giocare!»

Arturo fece un gesto come a dire “dopo” e seguì Nina.

Nina aprì il quaderno del professor Bellini. C'erano disegni di spirali e appunti chiari:

“Il tempo non ama gli oggetti fuori posto. Li rende rumorosi: interferenze, salti, coincidenze troppo perfette.”

E più sotto:

“Per sciogliere un nodo lieve: restituire l'oggetto al suo punto d'origine temporale. Se ignoto, creare un ponte di memoria: un ricordo forte e onesto che lo guidi.”

Arturo si grattò la testa.

«Un ponte di memoria? Tipo… ricordare forte?»

Nina annuì.

«La memoria è una specie di filo. Se lo tiri bene, ti riporta dove devi. Il problema è che io non so da dove viene questo auricolare.»

Arturo indicò la fontana.

«Io l'ho trovato qui. Quindi qui è nato il guaio.»

Nina guardò l'acqua che scorreva. Ogni goccia faceva cerchi perfetti, poi spariva. Il tempo sembrava proprio così: cerchi che non si vedono più, ma restano veri.

Nina prese l'auricolare e lo appoggiò sul bordo della fontana.

«Ok. Se il tempo vuole fare lo spiritoso, facciamolo arrossire. Dobbiamo dargli un ricordo forte, ma giusto. Un ricordo… che non cambia le cose, ma le illumina.»

Arturo fece una faccia seria.

«Io ho un ricordo forte: quando mia mamma mi ha regalato il berretto. Diceva che così avrei tenuto calde le idee.»

Nina rise.

«È bellissimo.»

Poi pensò al suo presente: la nonna nello sgabuzzino, le foto, l'odore di sapone. La nonna diceva sempre: “Ricordare non è vivere nel passato. È portare una lampada.”

Nina chiuse gli occhi, e parlò piano, come se l'acqua potesse ascoltare.

«Io mi chiamo Nina. Nel mio tempo la musica è ovunque, ma a volte non la sentiamo. La nonna mi ha insegnato che le cose vecchie non sono spazzatura: sono messaggi. Se un oggetto è fuori posto, non è per fare danni. È per chiedere: ‘Mi vedi?'»

Arturo guardò l'auricolare, e anche lui parlò, un po' impacciato.

«E io… io prometto che non ruberò più cose strane. E che se invento qualcosa, lo farò per far sorridere, non per confondere.»

Per un attimo, l'aria cambiò. Come quando si spegne una radio che fruscia: tutto diventò più pulito. Il cronoscopio in tasca si calmò, come un gatto che finalmente trova il posto.

Ma l'auricolare… scivolò. Cadde nell'acqua con un “plop” minuscolo e sparì.

Nina trattenne il fiato.

Arturo spalancò la bocca.

«L'hai… buttato?»

Nina indicò l'acqua: sulla superficie, per un secondo, apparve un riflesso strano. Non la piazza del 1934, ma una stanza con pareti chiare, un tavolo e una mano che raccoglieva un auricolare appena asciutto. Poi il riflesso svanì.

«Non l'ho buttato,» disse Nina. «L'ho… rimandato. Credo.»

La musica sul palco riprese senza salti, più fluida. La tromba fece una scala veloce come una risata.

Nel quaderno:

“Nota di bordo 4: ponte di memoria riuscito. L'oggetto è tornato al suo posto (forse). La piazza suona meglio. Regola 2 rispettata, anche se con un tuffo.”

Capitolo 5: L'ultimo ballo e la regola più difficile

La sera scendeva piano, colorando la piazza di arancio. Le lampadine si accendevano una a una, come lucciole ordinate.

Arturo portò Nina vicino al palco.

«Ora che hai sistemato il tuo… nodo, devi ballare. È obbligatorio. È una legge del 1934.»

Nina lo guardò sospettosa.

«E chi la fa, la legge?»

Arturo indicò il contrabbasso.

«Lui. Se non balli, ti guarda malissimo.»

Il contrabbasso, naturalmente, non guardava nessuno, ma Nina rise lo stesso. Le piaceva quell'umorismo che non punge.

Ballarono. Nina non conosceva i passi, quindi improvvisò: un po' saltelli, un po' giri, un po' “faccio finta di sapere cosa sto facendo”. Arturo era bravo e le faceva cenni:

«Uno, due, gira! E sorridi, che sembri una scienziata arrabbiata!»

«Sono una scienziata… in allenamento!» ribatté Nina.

La musica le entrò nelle ossa. Eppure, sotto quel divertimento, Nina sentiva un'altra cosa: la consapevolezza che quel momento non era suo. Era un prestito.

Il cronoscopio vibrò una terza volta, più deciso. Nina capì che il tempo, ora, chiedeva il conto.

Si allontanò un poco, ansimando felice.

Arturo la seguì.

«Ti stai spegnendo?»

Nina scosse la testa.

«No. Mi sto… riaccendendo altrove.»

Arturo abbassò lo sguardo. Per la prima volta, sembrò davvero un ragazzo di undici anni e non un “detective del berretto”.

«Mi ricorderai?»

Nina sentì la regola più difficile: non lasciare tracce che cambino le vite. Ma la memoria non era una traccia pericolosa. Era una luce.

«Sì,» disse. «E tu ricordati questo: non serve avere cose del futuro per essere inventori. Serve curiosità. E rispetto.»

Arturo sorrise, stringendosi il berretto.

«Allora inventerò una radio che prende le risate. Così, quando sono triste, ascolto un po' di piazza.»

Nina si commosse, ma in modo leggero, come una goccia sul polso.

Prese il quaderno e strappò una pagina vuota. Non scrisse formule. Scrisse solo:

“Arturo, 1934. La musica aggiusta i nodi.”

Poi aggiunse un disegno semplice: una tromba e una fontana.

Gliela porse.

«Questo non cambia niente. È solo un promemoria. Un ponte piccolo.»

Arturo la prese come se fosse una moneta rara.

«Grazie, Comandante Nina.»

Il cronoscopio si scaldò in tasca. Nina sentì di nuovo quel sollevamento sotto i piedi, come se la piazza diventasse una barca che si stacca dal molo.

La musica si fece lontana, ma non triste. Lontana come una promessa.

Capitolo 6: Ritorno, e l'ascolto del silenzio di casa

Un lampo chiaro, un soffio di aria fredda, e Nina ricadde… sul pavimento dello sgabuzzino della nonna. La pioggia continuava a righe sottili contro la finestra. Tutto era al suo posto: scatole, bottoni, fotografie.

Per un attimo Nina rimase ferma, come per controllare che il tempo non avesse fatto un altro scherzo.

Poi aprì la mano: aveva ancora il quaderno del professor Bellini. E in tasca, il cronoscopio era tornato immobile, con la lancetta su “OGGI”.

Nina corse in soggiorno. La nonna stava sfogliando un album.

«Nina? Hai la faccia di chi ha visto un tram entrare in cucina.»

Nina si sedette accanto a lei, cercando fiato.

«Nonna… nell'album… hai una foto di una piazza con un palco?»

La nonna alzò un sopracciglio e girò pagina. C'era una fotografia in bianco e nero: una piazza, gente che balla, lampadine. In un angolo, un ragazzo con un berretto teneva in mano un foglio. Sembrava guardare dritto verso l'obiettivo, come se sapesse.

Nina deglutì.

«Quello è…»

La nonna sorrise piano.

«Arturo. Il fratello di mia madre. Un inventore mancato, dicevano. Ma io non ci ho mai creduto. Sai che costruiva radio con pezzi trovati? E registrava su quaderni tutte le canzoni che sentiva, per non dimenticarle.»

Nina sentì un calore tranquillo. La memoria aveva fatto il suo lavoro: non aveva cambiato, aveva collegato.

Nina aprì il suo quaderno, e scrisse:

“Nota di bordo finale: il passato non è una stanza chiusa. È una stanza con porte. Se entri, devi toglierti le scarpe e non spostare i mobili. Ma puoi ascoltare la musica. E puoi portare indietro una luce.”

La nonna chiuse l'album.

«Hai combinato qualcosa nello sgabuzzino, vero?»

Nina fece la faccia più innocente del mondo. Non funzionò.

«Forse. Un piccolo esperimento. Ma ho rimesso tutto a posto.»

La nonna le accarezzò i capelli.

«Allora va bene. Ricorda solo questo: le cose più importanti non fanno rumore.»

Quella sera, a casa, Nina entrò nella sua stanza. Il mondo moderno era lì: lampada, libri, il ronzio lontano del frigorifero. Eppure, dopo una piazza piena di musica, tutto sembrava diverso.

Spense la luce e rimase sul letto, senza fare scherzi a nessuno. Solo ad ascoltare.

Il silenzio della casa non era vuoto. Era pieno di passi piccoli, di respiri, di ricordi che si sistemavano come coperte.

E Nina, con gli occhi aperti nel buio, lo ascoltò fino in fondo.

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Sgabuzzino
Una stanza piccola per riporre cose vecchie o disordinate in casa.
Valigetta
Una piccola valigia rigida, spesso usata per strumenti o documenti.
Lucchetto
Piccolo chiavistello con serratura, serve a chiudere e proteggere cose.
Arrugginito
Coperto di ruggine, cioè con superficie rovinata dal tempo e dall'acqua.
Manopola
Pezzetto che si gira o si preme per far funzionare una macchina.
Lancetta doppia
Due aghi su un orologio che indicano tempo o misure insieme.
Avvolto
Ricoperto o racchiuso attorno a qualcosa, come in un panno.
Panno
Pezzetto di stoffa usato per avvolgere o pulire oggetti.
Incise:
Incise significa scolpite o scritte su una superficie, come lettere sul bordo.
Contrabbasso
Strumento musicale grande con corde, fa i suoni più gravi nell'orchestra.

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