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Storia di viaggio nel tempo 11/12 anni Lettura 18 min.

L’orologio del vento e il mulino del tempo

Due amici trovano un misterioso orologio in soffitta che li trasporta in un villaggio antico dove, seguendo regole segrete, scoprono il valore dell'aiuto, della responsabilità e del tempo.

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Ragazza di 12 anni, Adele, viso rotondo, capelli castano chiaro raccolti in coda, sguardo determinato e dolce, occhi solidali, tiene una corda con entrambe le mani e guarda in alto, un po' impolverata di farina; ragazzo di ~13 anni, Leo, capelli corti castani, volto divertito ma attento, passa uno strumento al mugnaio accanto ad Adele; ragazza di ~11 anni, Marta, treccia e grembiule impolverato, sorride riconoscente tenendo un sacco di grano; uomo di ~45 anni, Gabriele, pelle indurita, barba sale e pepe, mani callose infarinati, pianta uno scalpello in una trave stando su un piccolo ponte dentro il mulino; interno di vecchio mulino in pietra al crepuscolo con grandi ruote dentate e sacchi di grano, polvere di farina sospesa e raggi di luce arancione da persiane, vista parziale delle ali in movimento; situazione: riparazione collaborativa calma e eroica, gesti attenti, atmosfera calda mentre una brezza muove la polvere; stile: gouache testurizzata, colori caldi ocra, marrone, arancio e blu-grigio, contorni morbidi ed espressioni chiare per bambini, dettagli evocativi come farina e corde intrecciate. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: L'orologio che faceva l'occhiolino

Adele aveva dodici anni e un difetto meraviglioso: non riusciva a lasciare in pace le cose che ticchettavano. Orologi, timer, contapassi… tutto le sembrava una piccola macchina con un segreto dentro.

Quel sabato pomeriggio rovistava nello scaffale più alto della soffitta della nonna. L'aria sapeva di legno vecchio e di lavanda. Tra una scatola di bottoni e un cappello con le piume, trovò una cassetta di latta, graffiata e pesante.

—Ehi, cosa hai scovato?— chiese Leo, il suo migliore amico, un anno più grande e con la mania di fare domande come un giornalista.

—Sembra una merenda del secolo scorso— disse Adele, soffiando via la polvere. Sulla cassetta c'era inciso un disegno: un orologio con una faccia buffa e… sembrava quasi che sorridesse.

La aprì. Dentro, avvolto in un panno, c'era un orologio da taschino. Non era elegante e lucido come nei film. Era robusto, con il vetro un po' opaco, e sul retro aveva una piccola manopola a forma di chiave.

Appena Adele lo prese in mano, l'orologio fece un “tic” più forte degli altri. Poi un “tac”. Poi un “TIC!” che pareva un colpetto sulla spalla.

Leo si sporse. —Ha appena… fatto la voce?

Adele rise. —Non esagerare.

Ma in quel momento l'orologio si aprì da solo. Le lancette si misero a girare all'indietro, veloci come una ruota. Dalla fessura uscì un filo di luce azzurra, sottile come una ragnatela.

—Adele— sussurrò Leo —se questo esplode, io voglio essere ricordato come uno che stava mangiando patatine, non come uno che fissava un orologio.

—Siamo in soffitta, non in un film— disse lei. Però lo stomaco le fece un saltello.

Sul quadrante comparvero, al posto dei numeri, parole scritte piccole: “REGOLA UNO: NON TOCCARE CIÒ CHE NON È TUO. REGOLA DUE: NON DIRE TROPPO. REGOLA TRE: TORNA QUANDO IL SEGNO SORRIDE.”

Leo aggrottò la fronte. —Il segno… sorride?

Adele guardò il disegno inciso sulla cassetta. L'orologio con la faccia.

—Io… penso che ci stia invitando— disse. E prima che la prudenza le raggiungesse le mani, girò la manopola.

La luce azzurra si allargò come una porta. Il pavimento sparì per un secondo. Adele afferrò il polso di Leo.

—Se cadiamo nel tempo, almeno cadiamo insieme— disse, cercando di suonare coraggiosa.

—Ottimo— rispose lui. —Questa è la definizione di “piano”.

E la soffitta si dissolse in un vortice di ticchettii e vento freddo.

Capitolo 2: Il villaggio dei mulini

Atterrarono su erba umida. Adele sentì l'odore di fumo dolce e pane appena sfornato. Aprì gli occhi.

Davanti a lei c'era un villaggio che sembrava uscito da un libro illustrato: case basse in pietra, tetti di paglia, galline che correvano come se avessero appuntamenti importanti. E, sulla collina, due grandi mulini a vento giravano lenti, le pale che tagliavano il cielo.

Leo si sedette, stordito. —Dimmi che la nonna ha messo un ventilatore gigante in giardino.

Adele si alzò e guardò le sue scarpe: erano le stesse, ma sporche di terra vera, non polvere di soffitta. L'orologio da taschino era ancora nella sua mano e ticchettava tranquillo, come se avesse appena fatto una passeggiata.

Una voce li fece sobbalzare.

—Siete del mercato?— chiese una ragazzina con un grembiule, capelli raccolti e occhi curiosi. Portava un secchio e aveva le guance arrossate dal freddo.

Adele inghiottì. Regola due: non dire troppo.

—Sì… del mercato— improvvisò. —Ci… siamo persi.

Leo tossì. —Molto persi.

La ragazzina rise, senza cattiveria. —Allora siete arrivati in un posto buonissimo per perdersi. Io sono Marta. Volete vedere il mulino? O prima volete una focaccia? Mio zio sforna come se avesse il fuoco nel cuore.

Adele sentì il suo stomaco rispondere prima della bocca. —Focaccia— disse. Poi, ricordandosi, aggiunse: —Per favore.

Marta li guidò tra le case. Le persone li guardavano con curiosità, ma non con sospetto. Adele si rese conto che i loro vestiti moderni stonavano un po', ma per fortuna aveva una felpa semplice e Leo una giacca senza scritte giganti. Sembravano strani, sì, ma non alieni.

In una piccola piazza, un uomo robusto porse loro un pezzo di focaccia calda. Adele lo addentò e le sembrò di mordere il sole.

—Grazie— disse, e lo disse davvero, con il cuore pieno.

Leo, con la bocca piena, alzò il pollice. —Gra…zie.

Marta li osservò divertita. —Non siete di qui. Si vede da come guardate tutto. Come se ogni cosa fosse nuova.

Adele guardò il mulino in cima alla collina. Le pale giravano, lente e sicure.

—Lo è— pensò. E il tempo, intorno, sembrava respirare.

Capitolo 3: La regola delle pale e il piccolo paradosso

Marta li portò al mulino più grande. La porta scricchiolò. Dentro, l'aria profumava di farina. Le ruote dentate di legno si muovevano con un ritmo ipnotico.

—È come un animale— sussurrò Adele. —Un animale fatto di legno e vento.

Un uomo magro, con le braccia coperte di farina, stava controllando un ingranaggio.

—Zio Gabriele— disse Marta. —Questi sono… ehm… amici del mercato che si sono persi.

Lo zio li guardò. Aveva occhi attenti, come chi sa leggere le nuvole.

—Persi— ripeté. —Capita. Ma qui le cose tornano sempre a girare, come le pale. Se rispettate il vento, il vento vi aiuta.

Adele annuì, senza sapere perché quelle parole le sembravano importanti.

Leo indicò un piccolo sacco di grano, aperto, vicino a una finestra. Il vento entrava e spingeva qualche chicco fuori, come se volesse giocare.

—Lo chiudo io— disse Leo, già con la mano sul sacco.

Adele lo fermò con un gesto rapido. Regola uno: non toccare ciò che non è tuo.

—Aspetta— sussurrò. —Chiedi prima.

Leo fece una faccia tipo “ma dai”. Poi, a bassa voce: —Zio… posso chiudere il sacco? Sta perdendo grano.

Gabriele sorrise appena. —Bravo. Sì, grazie.

Leo tirò la corda del sacco e lo chiuse. Pochi chicchi restarono sul pavimento.

Marta si chinò per raccoglierli. —Ogni chicco conta. Se ne perdiamo troppi, domani il pane sarà più piccolo.

Adele pensò alle volte in cui aveva lasciato l'acqua scorrere mentre si lavava i denti, senza farci caso. Qui, invece, tutto aveva un peso.

Stavano per uscire quando Adele vide un oggetto su un ripiano: una piccola vite metallica, lucida, che non sembrava affatto del mulino. Era moderna. Troppo moderna.

Il cuore le fece un balzo.

Leo la vide anche lui. —Quella… è una vite come quelle del mio monopattino.

Marta la prese tra le dita. —È caduta da voi? È strana.

Adele sentì il paradosso avvicinarsi come un gatto che cammina in silenzio. Se quella vite restava lì, qualcuno poteva usarla, cambiarne qualcosa, e poi… chissà.

Regola uno diceva di non toccare ciò che non era tuo. Ma quella vite era loro tempo. Forse era “tua”.

Adele allungò la mano. —Posso vedere?

Marta gliela diede. Adele la chiuse nel pugno, sentendola fredda e colpevole.

In quel momento l'orologio da taschino, nella tasca della felpa, fece un “TIC” secco, come un rimprovero.

Leo sussurrò: —Forse… siamo noi il problema.

Adele annuì. —Allora facciamo attenzione. Non lasciamo briciole… nel tempo.

Marta li guardò. —Di che parlate?

—Di… briciole di focaccia— disse Leo troppo in fretta.

Marta rise. —Quelle potete lasciarle, le galline ringraziano.

Adele sorrise, ma dentro sentiva una nuova responsabilità: non erano turisti. Erano ospiti in un passato delicato come vetro.

Capitolo 4: Il vento si ferma

Nel pomeriggio il cielo cambiò. Le nuvole si addensarono e il vento, che prima spingeva le pale con pazienza, cominciò a rallentare.

Il mulino fece un gemito. Le ruote si fermarono a metà giro. Una pala restò sospesa, come una mano che non sa se salutare o indicare un pericolo.

Gabriele uscì, guardò l'orizzonte e si grattò la barba. —Strano. A quest'ora il vento dovrebbe aiutare.

In piazza la gente mormorava. Una donna con un cesto vuoto disse: —Senza farina non c'è pane.

Un bambino si lamentò: —E senza pane, mio padre brontola più del mulino!

Adele e Leo si scambiarono uno sguardo. L'orologio nella tasca di Adele ticchettava, ma con un ritmo nervoso.

Marta li raggiunse di corsa. —Lo zio dice che se il mulino si ferma oggi, domani il mercato salta. E…— abbassò la voce —la gente si arrabbia quando ha fame.

Leo alzò le spalle. —Ma è solo vento. Non si può… accendere?

Adele indicò le pale ferme. —Si può sistemare qualcosa? Un ingranaggio? Una cinghia?

Marta annuì. —Forse. Ma lo zio ha visto una crepa nella trave alta. È pericoloso salire.

Adele sentì un impulso: voleva aiutare. Però ricordò le regole. “Non toccare ciò che non è tuo.” Ma aiutare era diverso dal cambiare la storia? E se non facevano nulla e il villaggio soffriva?

L'orologio fece un tic lungo, quasi un sospiro. Sul quadrante comparve una nuova frase, minuscola: “AIUTA SENZA LASCIARE TRACCE.”

—Hai visto?— sussurrò Adele a Leo, mostrandoglielo di nascosto.

Leo spalancò gli occhi. —Ok. Ora accetto che l'orologio sia… tipo il nostro insegnante.

Adele serrò la vite moderna nel pugno. Quella era una traccia. Doveva sparire. Ma prima c'era il mulino.

—Andiamo dallo zio— disse.

Gabriele li accolse con un'espressione stanca. —Non è un lavoro per ragazzi.

—Sappiamo— disse Adele. —Ma possiamo fare da occhi. Da mani per passare cose. Non saliremo dove è pericoloso.

Leo aggiunse: —E io sono bravo a… stare fermo e non fare guai. A volte.

Gabriele li guardò. Poi sospirò. —Va bene. Marta, tu stai con loro. E tutti: niente corse, niente eroismi.

Marta fece un sorriso serio. —Promesso.

Dentro il mulino, la crepa sulla trave sembrava una ruga profonda. Gabriele indicò un cuneo di legno che doveva essere incastrato più in alto per stabilizzare la trave.

—Serve qualcuno che regga la corda e qualcuno che mi passi gli attrezzi— disse.

Adele si mise alla corda. Leo passò i pezzi con attenzione, come se fossero uova.

Per un attimo, mentre Gabriele lavorava, Adele sentì il passato come una cosa viva: il legno che scricchiolava, la farina che volava, la fiducia tra persone che dovevano contare l'una sull'altra.

E poi, con un colpo secco, la trave si assestò. Il mulino sembrò tirare un respiro.

Fuori, proprio in quell'istante, una folata arrivò. Le pale ripresero a muoversi, lente… poi più decise. Il mulino tornò a girare come se niente fosse.

In piazza si alzò un coro di sollievo.

Marta abbracciò Adele senza preavviso. —Ce l'avete fatta!

—L'ha fatto tuo zio— disse Adele, arrossendo. —Noi… abbiamo solo tenuto la corda.

Gabriele uscì e si pulì le mani. Guardò Adele e Leo con gratitudine semplice, senza discorsi lunghi. —Avete aiutato. E avete ascoltato. È raro.

Adele sentì una cosa calda nel petto. Non era orgoglio. Era… riconoscenza. Per quel vento tornato, per quel pane che ci sarebbe stato, per essere stata utile senza pretendere applausi.

Capitolo 5: Un regalo che non si può portare via

La sera scese con un cielo color rame. Il villaggio si riempì di profumi: zuppa, legna, pane.

Marta li portò vicino al mulino, dove si vedevano le pale nere contro le stelle. Si sedettero su un muretto.

—Domani il mercato ci sarà— disse Marta, dondolando i piedi. —La gente parlerà del vento, come sempre. Ma io… io so che anche voi c'entrate.

Leo si grattò la testa. —È stato un lavoro di squadra. E… il vento aveva voglia di tornare.

Marta rise piano. —Siete strani, ma in modo buono.

Adele tirò fuori l'orologio. Il vetro rifletteva una stella. Sul quadrante non c'erano più frasi, solo le lancette normali. Però, nel silenzio, sembrava che l'orologio ascoltasse.

Adele pensò alla vite moderna. La estrasse dalla tasca, guardandola come si guarda un segreto.

—Non possiamo lasciarla qui— sussurrò a Leo.

—Già. Traccia— rispose lui.

Marta li osservò. —È importante?

Adele esitò, poi scelse una verità piccola, non pericolosa. —Sì. È una cosa… che non appartiene a questo posto.

Marta annuì, come se fosse la cosa più normale del mondo. —Allora riportatela dove deve stare.

Adele chiuse la vite nel pugno e, per un attimo, avrebbe voluto dare a Marta un regalo: un braccialetto, una penna colorata, una foto del futuro. Ma la regola era chiara. Niente tracce.

—Vorrei ringraziarti— disse invece. —Per la focaccia, per averci guidati, per non averci preso in giro quando eravamo… persissimi.

Marta inclinò la testa. —Mi avete aiutato anche voi. E poi…— abbassò lo sguardo —a volte penso che la mia vita sia tutta uguale: acqua al pozzo, farina, pane. Ma oggi è stato diverso. Non perché siete arrivati…— fece un gesto vago —ma perché ho visto che anche una giornata normale può diventare un'avventura, se la guardi bene.

Adele sentì che quella frase le rimaneva addosso come una sciarpa calda.

L'orologio fece un tic allegro. Sul bordo interno del coperchio apparve un simbolo inciso che prima non c'era: una piccola faccina sorridente.

Leo lo notò. —Ehi. Il segno sorride.

Adele si alzò di scatto. —Regola tre.

Marta li guardò, improvvisamente seria. —Dovete andare?

Adele annuì. —Sì. Ma…— si fermò, cercando parole giuste. —Ricorderò il tuo mulino ogni volta che vedrò un ventilatore. E… ogni volta che mangerò pane.

Leo aggiunse: —E io non sprecherò focaccia. Mai più. Lo giuro sul mio stomaco.

Marta rise, con un po' di tristezza buona. —Allora va bene.

Adele aprì l'orologio. La luce azzurra tornò, sottile e gentile. Lei strinse la mano di Marta, forte ma breve, come si fa quando non vuoi piangere.

—Grazie— disse Adele.

—Grazie a voi— rispose Marta. —E… buon viaggio, ovunque sia.

Adele prese la mano di Leo. Insieme attraversarono la luce.

Capitolo 6: Ritorno, tic tac, e un disegno finale

La soffitta ricomparve con un colpo morbido, come un libro che si richiude. L'odore di lavanda tornò. Il mondo moderno era lì: una vecchia lampadina, scatole, la pioggia che batteva sul lucernario.

Leo si guardò intorno. —Ok. Siamo vivi. E ho ancora fame. Questo è un buon segno.

Adele scoppiò a ridere, e la risata le uscì come se avesse tenuto il fiato troppo a lungo. Si sedette per terra, con l'orologio tra le mani.

La vite moderna era ancora nel suo pugno. La mise subito sulla cassetta di latta, come se fosse il posto più sicuro del mondo.

—Traccia recuperata— disse Leo, soddisfatto.

Adele annuì, ma aveva la testa piena di immagini: il mulino che ripartiva, le mani di Gabriele sporche di farina, il sorriso di Marta.

Scese in cucina con Leo. La nonna era al tavolo, stava tagliando del pane.

—Siete stati su?— chiese, senza alzare troppo lo sguardo. —Avete polvere nei capelli.

Adele e Leo si guardarono. Regola due: non dire troppo.

—Abbiamo… trovato un orologio— disse Adele.

La nonna finalmente alzò gli occhi e sorrise come se sapesse più di quanto diceva. —Gli orologi sono bravi a trovare chi li ascolta.

Adele prese un pezzo di pane e lo assaggiò lentamente. Era buono, ma ora aveva un sapore diverso: dentro ci sentiva il lavoro, il vento, il tempo.

—Nonna— disse Adele piano —posso aiutarti a mettere via la spesa? E… posso anche tagliare io il pane, qualche volta.

Leo annuì. —E io posso… non lamentarmi se non ci sono merendine. Forse.

La nonna li osservò come se stesse leggendo un messaggio invisibile. —Mi farebbe piacere— disse. —E grazie.

Più tardi, in camera sua, Adele aprì il quaderno e prese una matita. Pensò che un'avventura non doveva restare solo nella testa: doveva diventare qualcosa di concreto, come un promemoria.

Disegnò un orologio rotondo. Gli fece due occhi grandi e una bocca curva. Un sorriso chiaro, come quello che aveva visto inciso dentro al coperchio. Poi, accanto, disegnò una piccola pala di mulino e una pagnotta.

Sotto scrisse: “Oggi: grazie.”

E l'orologio, nel disegno, sembrava sorridere davvero.

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Soffitta
Stanza sotto il tetto dove si conservano vecchie cose e oggetti impolverati.
Cassetta
Piccola scatola, spesso di legno o latta, per mettere oggetti o ricordi.
Inciso
Segno o disegno fatto su una superficie, inciso con uno strumento.
Taschino
Piccola tasca, di solito sulla giacca o nei vestiti, per mettere cose piccole.
Opaco
Che non è lucido e non lascia vedere chiaramente, senza lucentezza.
Ragnatela
Sottile intreccio di fili fatto da un ragno, simile a una tela.
Grembiule
Indumento che si porta sopra i vestiti per sporcarli meno mentre si lavora.
Ingranaggio
Ruota con denti che si incastra con un'altra per far muovere macchine.
Ruote dentate
Insieme di ruote con denti che si uniscono e trasmettono il movimento.
Ipnotico
Che cattura l'attenzione e fa sentire come in trance, molto affascinante.
Paradosso
Situazione che sembra avere due verità opposte o contraddittorie insieme.
Trave
Grande pezzo di legno o metallo che sostiene il tetto o una struttura.
Cuneo
Pezzetto di legno a forma triangolare usato per fissare o tenere insieme cose.
Pale
Le grandi lame del mulino a vento che girano spingendo l'aria.

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