Caricamento in corso...
Storia di viaggio nel tempo 11/12 anni Lettura 22 min. (1)

Il bottone rosso del tempo e il caffè delle parole

Un ragazzo curioso trova una valigetta misteriosa che lo trasporta in un caffè letterario, dove incontri e scoperte lo mettono di fronte al valore delle parole, dell’umiltà e delle conseguenze delle sue scelte nel tempo.

Scarica questa storia in PDF

Ideale per condividere o stampare questa storia!

Scarica l'e-book (.epub)

Legga questa storia sul suo e-reader.

Un ragazzo di 12 anni, viso rotondo con lentiggini, sguardo curioso e timido, capelli castani spettinati, con maglietta semplice e giacca leggera sulle spalle, porge un pezzo di carta accartocciato con un piccolo simbolo a spirale, mano leggermente tremante; un altro ragazzo di circa 12 anni, capelli neri scompigliati, occhi vivaci e sorriso sollevato, in piedi su un piccolo palco di legno a pochi passi, riceve il foglio mentre tiene un quaderno rilegato in pelle; un uomo di circa 50 anni, capelli grigi e baffetto sottile, in gilet, osserva benevolo vicino al bancone sorseggiando un caffè; luogo: piccolo caffè letterario antico con luce calda, boiserie scure, scaffali pieni di libri, tovaglie a quadri e tazze di porcellana su tavoli rotondi; situazione: scambio cruciale di carta dopo una lettura pubblica, luce dorata sui volti, atmosfera intima e lievemente magica, la spirale sul foglio e una piccola bussola nella tasca del ragazzo suggeriscono un viaggio nel tempo. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il bottone proibito

Tommaso aveva dodici anni e una curiosità che faceva più rumore di una sveglia. Nel garage di suo nonno, tra scatole di viti e vecchie radio, scoprì una valigetta di metallo con una scritta sbiadita: “NON TOCCARE. Soprattutto TU”.

Naturalmente, la prima cosa che fece fu toccarla.

La valigetta si aprì con un clic educato, come se avesse aspettato proprio lui. Dentro c'era un oggetto strano: sembrava una bussola, ma al posto dell'ago aveva una lancetta che tremava come se fosse indecisa. Sul bordo c'erano numeri e mesi, e al centro un bottone rosso.

Tommaso trovò anche un quaderno con l'elastico. In copertina: “Taccuino di bordo”. Lo aprì.

— Regola 1: non farti notare.

— Regola 2: non cambiare le cose per vanità.

— Regola 3: se senti odore di caffè e inchiostro… sei vicino al punto d'arrivo.

Tommaso alzò un sopracciglio. “Odore di caffè e inchiostro? Che specifico.”

In fondo alla pagina c'era una frase del nonno, scritta con la sua grafia un po' storta:

“Tommi, se leggi qui, vuol dire che sei già nei guai. Usa la testa. E un po' di umiltà.”

Tommaso sbuffò, ma sorrise. “Umiltà… certo, nonno.”

Fu allora che notò una piccola levetta accanto al bottone: “Avanti / Indietro”. La spostò su “Indietro”. La lancetta della bussola iniziò a girare, veloce, come una trottola.

— Ok, solo un tocco. Solo uno! — sussurrò.

Premette il bottone rosso.

Il garage si piegò come una pagina di libro. Le scatole si allungarono, il soffitto diventò una striscia, e l'aria profumò all'improvviso di… caffè. Un caffè caldo, intenso. E di carta, di penna, di inchiostro fresco.

Tommaso chiuse gli occhi.

Quando li riaprì, non c'era più il garage.

Capitolo 2: Il caffè delle parole

Si trovava davanti a una vetrina con tende color crema. Sopra, un'insegna dipinta a mano: “Caffè Letterario”. Le lettere erano eleganti, un po' ricciute.

Dentro, un tintinnio di tazzine e un brusio di voci. Tommaso si guardò: jeans, felpa con cappuccio, scarpe da ginnastica. Sembrava un alieno atterrato in mezzo a un quadro.

Spinse la porta. Una campanellina suonò: din-din.

L'aria era tiepida. Profumava di caffè e di biscotti al burro. Alle pareti, stampe di città e ritratti di scrittori con sguardi severi. Un uomo con baffi curati stava scrivendo su un taccuino con una penna intinta nell'inchiostro.

Tommaso deglutì. “Regola 1: non farti notare.”

Si avvicinò al bancone. Dietro, una signora con un grembiule bianco lo osservò come si guarda un oggetto curioso.

— Ragazzo… ti sei perso? — chiese.

Tommaso cercò una risposta che non includesse “viaggio nel tempo” o “bottone rosso”.

— Ehm… sto… cercando mio zio. — Lo zio era una figura comoda: nessuno poteva controllare subito.

La signora strinse gli occhi.

— E tuo zio ti ha mandato qui vestito così?

Tommaso arrossì.

— È… una moda. Molto… avanti.

Un uomo seduto vicino alla finestra ridacchiò, senza cattiveria.

— Avanti, sì. Forse troppo.

Tommaso si voltò. L'uomo aveva capelli scuri e un panciotto. Accanto a lui, un quaderno pieno di appunti e una tazza di caffè. Il suo sorriso era gentile.

— Vieni, siediti un momento — disse. — In questo posto si parla. E quando si parla, si capisce.

Tommaso esitò. Poi si sedette, tenendo la “bussola” in tasca come se fosse un animale vivo.

L'uomo si presentò:

— Mi chiamo Arturo. Scrivo… quando le parole si lasciano prendere.

Tommaso annuì, cercando di non fissare la penna e l'inchiostro come se fossero tecnologia spaziale.

— Io sono Tommaso.

Arturo inclinò la testa.

— Nome deciso. E tu, Tommaso, cosa cerchi davvero?

Tommaso si sentì come davanti a un professore che capisce subito se non hai fatto i compiti.

— Non lo so — disse piano. E, stranamente, era vero.

Arturo bevve un sorso.

— Allora sei nel posto giusto. Qui la gente finge di sapere. Ma in realtà viene per scoprire.

Tommaso guardò la sala. Due signori discutevano animati, gesticolando con grazia. Una ragazza leggeva un libro e mordeva la punta della matita. Un cameriere portava tazze come se portasse piccoli pianeti.

“È davvero il XIX secolo?” pensò Tommaso. “È… bellissimo. E un po' pericoloso.”

Nel suo taccuino di bordo, scritto la sera prima senza sapere perché, aveva già segnato una pagina vuota. La aprì e scrisse:

TACCUINO DI BORDO

Giorno 1 (o 1-qualcosa):

Sono in un caffè letterario. Caffè: ottimo. Abiti: tutti strani. Io: troppo moderno. Regola 1: invisibile, cioè… quasi.

Capitolo 3: Il paradosso del biglietto

Arturo gli indicò un foglio sul tavolo: un piccolo volantino.

— Stasera c'è una lettura pubblica. Un giovane autore leggerà un racconto nuovo. Vieni?

Tommaso, senza pensare, rispose:

— Certo!

La signora del bancone si avvicinò e posò un piattino con due biscotti.

— Offerti dalla casa. Ma tu, ragazzo, dovresti pagare almeno il caffè.

Tommaso frugò in tasca. Aveva solo monete moderne. Sembravano… troppo lucide. Come caramelle di metallo.

Arturo guardò le monete e alzò le sopracciglia.

— Interessante conio. Sembra venire dal futuro.

Tommaso tossì.

— Un… souvenir.

Arturo sorrise, ma i suoi occhi erano attenti.

— Lascia stare. Pago io. Consideralo un investimento nella conversazione.

Tommaso si sentì piccolo.

— Grazie. Però… non voglio approfittare.

— Non è approfittare se poi restituisci qualcosa — disse Arturo. — Una storia, un'idea, un aiuto. Anche una domanda fatta bene.

Tommaso annuì, ma dentro di sé pensò: “Io ho una storia enorme. Ma non posso raccontarla.”

Più tardi, mentre Arturo parlava con altri clienti, Tommaso notò un dettaglio: sul muro, appeso vicino a un calendario, c'era un biglietto incorniciato. Sembrava il pass di un evento. Sopra, scritto a mano: “Lettura del 12 ottobre”. Sotto, un nome: “A. Venturi”.

Tommaso si bloccò. Venturi. Come il nonno. Il nonno si chiamava Vittorio Venturi.

Il cuore gli fece un salto.

“Impossibile. Il nonno è… il nonno.”

Si avvicinò all'incorniciatura. In basso, una frase piccola:

“Prima lettura pubblica. Dono del signor Arturo.”

Tommaso tornò al tavolo con un frullatore in testa. Quando Arturo rientrò, Tommaso non resistette:

— Scusi… quel biglietto sul muro… chi è A. Venturi?

Arturo si grattò il mento, pensieroso.

— Un ragazzo. Viene qui ogni tanto. Scrive cose… come dire… nuove. Troppo nuove. Ma sincere.

— Quanti anni ha? — chiese Tommaso, cercando di sembrare casuale. Sembrava un gatto che finge di non essere interessato alla scatola.

Arturo rise.

— Direi dodici o tredici. Perché?

Tommaso sentì le orecchie scaldarsi. Dodici o tredici. Come lui. Come il nonno a quell'età, forse.

“E se… e se io lo incontro? E se gli dico qualcosa? E se lui diventa diverso? E se io… non esisto più?” La fantasia di Tommaso, di solito divertente, diventò una macchina per inventare disastri.

Aprì il taccuino e scrisse in fretta:

TACCUINO DI BORDO

Nota urgente:

C'è un A. Venturi di 12-13 anni. Possibile collegamento con nonno Vittorio. Parola chiave: PARADOSSO. Mio cervello: in allarme.

Arturo lo osservò.

— Scrivi come un esploratore — disse. — Ti piace scoprire?

Tommaso alzò le spalle.

— Sì… però a volte scoprire fa… paura.

Arturo annuì lentamente.

— La paura è una lampada. Se la tieni troppo vicino, bruci. Se la tieni a distanza, ti illumina la strada.

Tommaso provò a memorizzare quella frase. Era bella, e non era “troppo difficile”. Era… vera.

— Ehi, Arturo — disse una voce giovane dietro di loro. — Hai finito di fare il filosofo?

Tommaso si voltò.

Un ragazzo con capelli un po' spettinati e un quaderno sotto il braccio era sulla soglia. Aveva gli occhi vivaci, come se ogni cosa fosse un possibile inizio di storia.

Arturo sorrise.

— Tommaso, ti presento Amedeo Venturi.

Tommaso inghiottì un “Oddio” e lo trasformò in un “Piacere”.

— Piacere.

Amedeo lo squadrò, curioso.

— Piacere… bel vestito. Sembra fatto con stoffa di nuvola.

Tommaso quasi rise. “Stoffa di nuvola” per una felpa.

— Eh… sì. Una nuvola… resistente.

Amedeo si sedette.

— Arturo, stasera leggo. Però ho un problema. Ho perso il foglio con l'ultima parte.

Arturo spalancò le mani.

— Perso? In un caffè pieno di carta? È come perdere un pesce nel mare!

Amedeo sbuffò.

— Non è divertente.

Tommaso si irrigidì. “Se la sua prima lettura va male… cambia tutto?” Il biglietto sul muro diceva “prima lettura pubblica”. Doveva succedere. Ma anche “dono del signor Arturo”. Forse era proprio quella sera che Arturo gli regalava il biglietto e… il coraggio.

Tommaso abbassò la testa, pensando alla Regola 2: non cambiare le cose per vanità. Ma qui non era vanità. Era… aiutare?

Eppure, se aiutava troppo, forse cambiava troppo.

— Posso aiutare a cercare? — disse Tommaso, con voce prudente.

Amedeo lo guardò come si guarda un compagno appena arrivato a scuola.

— Certo, nuvola resistente. Vieni.

Capitolo 4: Il foglio che non doveva esistere

Cercarono sotto i tavoli, vicino al pianoforte, tra giornali e libri impilati. Il cameriere sollevò sedie con aria seccata, come se ogni sedia avesse una personalità.

— Se lo trovo, prometto di non perdere più niente — disse Amedeo.

Tommaso pensò: “Promessa difficile. Io perdo sempre le chiavi.”

Quando arrivarono vicino alla vetrina, Tommaso vide un foglio piegato infilato tra il telaio e la tenda. Lo tirò fuori.

Era scritto a mano. Inchiostro blu. Una calligrafia giovane. Ma la cosa assurda era un dettaglio in alto: un piccolo simbolo, come una spirale con due frecce. Identico a quello inciso sulla bussola del nonno.

Tommaso sentì la pelle pizzicare. “Questo foglio… è collegato al mio oggetto. Ma come?”

Amedeo allungò la mano.

— È lui! Il mio pezzo finale!

Tommaso esitò. Un secondo. Un solo secondo. E in quel secondo, la mente gli mostrò un'immagine: il nonno che sorride in garage, la scritta “NON TOCCARE. Soprattutto TU”, e la frase “un po' di umiltà”.

Tommaso passò il foglio ad Amedeo.

— Tieni.

Amedeo lo aprì e sospirò, sollevato.

— Salvo! Grazie.

Arturo si avvicinò.

— Bravo. Hai un buon occhio.

Tommaso si sentì fiero, ma cercò di non gonfiarsi come un pallone.

— Ho solo… guardato bene.

Amedeo infilò il foglio nel quaderno e aggiunse:

— Tu vieni stasera, vero? Mi serve un pubblico che non dorma.

— Verrò — promise Tommaso.

Per tutto il pomeriggio, Tommaso rimase nel caffè. Osservò. Ascoltò. Imparò piccole cose: che la gente discuteva di libri come se fossero mappe del tesoro; che un'idea poteva far ridere o litigare; che si poteva essere intelligenti senza essere arroganti, anche se alcuni ci provavano con poca riuscita.

Nel taccuino scrisse:

TACCUINO DI BORDO

Osservazione: nel XIX secolo le parole pesano. Qui “grazie” sembra più grande.

Nota personale: non sono il protagonista del mondo. È… sorprendentemente rilassante.

Quando arrivò la sera, le lampade a gas (o qualcosa di simile) accendevano una luce dorata. Il caffè si riempì. Tommaso si sedette in seconda fila, vicino a una colonna.

Amedeo salì su un piccolo palco. Aveva le mani leggermente tremanti. Arturo gli fece un cenno: “Vai”.

Amedeo iniziò a leggere. La sua voce era chiara, e il racconto parlava di un treno che attraversava paesaggi impossibili. Tommaso si appassionò subito.

Ma a metà lettura, Amedeo si bloccò. Frugò tra i fogli. Il suo viso impallidì.

— No… — mormorò. — Mancano… di nuovo.

Un bisbiglio attraversò la sala. Qualcuno tossì.

Tommaso sentì un colpo nello stomaco. “Il foglio è sparito… ancora?”

Arturo salì sul palco, cercando di mantenere calma.

— Un momento, signori. Piccolo… incidente di carta.

Tommaso scattò in piedi e guardò a terra. Tra le assi del palco c'era una fessura. E lì, quasi ingoiato dal legno, spuntava un angolo bianco.

“Come è finito lì?”

Tommaso si avvicinò, si inginocchiò e afferrò l'angolo. Tirò piano. Il foglio uscì, stropicciato ma intero.

Lo porse ad Amedeo. Amedeo lo fissò, poi fissò Tommaso.

— Tu… sei veloce.

Tommaso si grattò la nuca.

— Ho… allenamento con le cose che cadono.

Il pubblico rise, leggero. L'aria si sciolse.

Amedeo riprese a leggere. Finì il racconto tra applausi sinceri. Arturo, orgoglioso, prese un piccolo biglietto e lo porse ad Amedeo davanti a tutti.

— Per ricordarti questa sera. E per ricordarti che le parole meritano un posto.

Tommaso guardò il biglietto. Era lo stesso tipo di biglietto incorniciato sul muro.

Il tempo, come un nastro, si stava avvolgendo nel modo giusto.

Tommaso si sentì sollevato. Non aveva cambiato la storia. Aveva solo… impedito che il caso la rovinasse.

Eppure restava il simbolo sulla pagina. Quello lo disturbava.

Capitolo 5: La regola dell'umiltà

Dopo la lettura, il caffè si svuotò lentamente. Arturo sistemava sedie. Amedeo parlava con due signori entusiasti, facendo finta di essere più sicuro di quanto fosse davvero.

Tommaso si avvicinò ad Arturo.

— Arturo… posso farle una domanda strana?

— In questo posto, le domande strane sono le più educate — rispose lui.

Tommaso abbassò la voce.

— Quel simbolo… sul foglio di Amedeo. Una spirale con due frecce. L'ho visto… altrove.

Arturo lo guardò a lungo. Non sembrava spaventato. Sembrava… come se aspettasse.

— Capisco — disse piano. — Allora ascolta. Ci sono persone che credono che il tempo sia una strada dritta. Altre credono che sia un fiume. Io… credo che sia una biblioteca.

Tommaso aggrottò la fronte.

— Una biblioteca?

— Sì — disse Arturo. — Con scaffali. Corridoi. E libri che a volte finiscono sullo scaffale sbagliato. Tu, Tommaso, sei uno di quei libri che sono caduti.

Tommaso sentì un brivido, ma non di paura. Di meraviglia.

— Lei… sa?

Arturo alzò un dito.

— Non so tutto. E non voglio sapere tutto. L'umiltà è anche questo: non forzare le porte che non ci appartengono.

Tommaso abbassò lo sguardo.

— Io ho… una cosa. — Toccò la tasca dove teneva la bussola. — Non dovevo premere un bottone.

Arturo sorrise appena.

— I bottoni sono fatti per essere premuti. Le regole sono fatte per essere ricordate.

Tommaso tirò fuori la bussola. La lancetta tremava e puntava verso il bancone, poi verso il muro, poi… verso Tommaso stesso, come se dicesse “sei tu il problema”.

Arturo non la toccò. La guardò soltanto.

— È un oggetto potente. Ma la potenza non è la stessa cosa della saggezza.

Tommaso si sentì punto, come quando qualcuno dice la verità senza urlare.

— Io pensavo… di essere speciale.

— Sei speciale perché sei un ragazzo — disse Arturo. — Hai tempo per imparare. E oggi hai imparato che il mondo non gira per farti fare bella figura. Gira anche quando tu sbagli. E tu puoi scegliere: essere un peso o essere una mano.

Tommaso inspirò.

— Io… voglio essere una mano.

Arturo annuì.

— Allora tieni a mente una regola del tempo: puoi riparare un inciampo. Ma non puoi riscrivere la strada solo perché ti piace di più.

Tommaso guardò Amedeo, che rideva con i signori. Sembrava più leggero, ma anche più vero.

— Devo… tornare — disse Tommaso.

— Lo so — rispose Arturo. — E prima che tu vada… lascia qui qualcosa che ti appartiene, ma che non ti serve.

Tommaso si immobilizzò.

— Cosa?

Arturo indicò la felpa con cappuccio.

— Quella, per esempio. Ti rende troppo visibile. E… è calda.

Tommaso si guardò la felpa. Era la sua preferita. Aveva una piccola macchia di pennarello sulla manica, ricordo di un esperimento artistico andato male.

Esitò. Poi si ricordò: umiltà. Non attaccarsi alle cose per orgoglio.

Si sfilò la felpa e rimase con una maglietta semplice. Fece freddino, ma non troppo.

Arturo prese la felpa con cura.

— La userò per coprire le ginocchia quando leggo. Così il futuro mi terrà caldo.

Tommaso rise, finalmente.

— Affare fatto.

Nel taccuino scrisse:

TACCUINO DI BORDO

Lezione del giorno:

Essere “speciale” non significa comandare la storia. Significa rispettarla. E aiutare senza voler la medaglia.

Capitolo 6: Il ritorno, con una tazza di presente

Fuori dal caffè, la notte era diversa: più scura, più silenziosa. Le stelle sembravano più vicine, come se non avessero ancora imparato a stare al loro posto.

Tommaso si infilò in un vicolo tranquillo. Tirò fuori la bussola. La levetta era ancora su “Indietro”. La spostò su “Avanti”. La lancetta si calmò per un istante, poi cominciò a girare al contrario, come una ruota che torna indietro ma per andare avanti.

— Ok — sussurrò. — Regola… tutte. Non farmi notare. Non cambiare per vanità. E… odore di caffè e inchiostro.

Nel vicolo, proprio allora, arrivò un soffio di aria calda con profumo di caffè. Ma diverso: più moderno, come quello della macchinetta automatica della scuola.

Tommaso sorrise. “È il segnale.”

Premette il bottone rosso.

Il mondo si piegò di nuovo. Le pietre del vicolo diventarono righe. Le luci si allungarono come caramelle tirate. Tommaso chiuse gli occhi e pensò ad Arturo, ad Amedeo, al biglietto.

Pensò anche alla sua felpa, ora nel passato. Un pezzo di lui, lasciato non per vanità, ma per essere utile. Gli sembrò giusto.

Quando riaprì gli occhi, era nel garage.

Le scatole erano al loro posto. La vecchia radio tossiva silenzio. Il neon tremolava.

Dal piano di sopra arrivò la voce del nonno:

— Tommaso? Sei lì? Ho fatto il caffè!

Tommaso rimase immobile per un secondo. Controllò la tasca: la bussola era lì. Il taccuino pure. La felpa… no.

Salì le scale due alla volta. Il nonno, Vittorio, era in cucina con due tazze. Aveva lo stesso sorriso che Tommaso aveva visto, in qualche modo, in Amedeo: un sorriso pieno di idee.

— Hai l'aria di uno che ha visto un fantasma — disse il nonno.

Tommaso si sedette e prese la tazza. Il caffè profumava di presente: semplice, familiare, vero.

— Nonno… hai mai… scritto qualcosa quando eri piccolo?

Il nonno alzò un sopracciglio.

— Qualcosa? Ho scritto montagne di cose. Alcune brutte come un calzino bagnato. Perché?

Tommaso si morse il labbro. Non poteva dire tutto. Ma poteva dire una parte che non rompeva nessuna regola.

— Ho trovato… un quaderno. E mi ha fatto pensare che le parole sono importanti.

Il nonno lo guardò con attenzione. Poi annuì.

— Eh già. E sai cosa è ancora più importante?

— Cosa?

— Ricordarsi che non siamo il centro dell'universo. — Il nonno sorrise. — Anche se ogni tanto fa comodo crederlo.

Tommaso abbassò lo sguardo nella tazza. Vide il suo riflesso tremare leggermente, come la lancetta della bussola.

— Credo di averlo imparato.

Il nonno batté una mano sul tavolo.

— Bene. Allora domani mi aiuti a sistemare il garage. C'è una valigetta che… non so perché… mi sembra più leggera.

Tommaso quasi sputò il caffè dal ridere.

— Sì, nonno. Ti aiuto.

Quella notte, prima di dormire, Tommaso aprì il taccuino e scrisse l'ultima nota:

TACCUINO DI BORDO

Ritorno completato.

Il passato profuma di inchiostro. Il presente profuma di caffè.

Il tempo non è un gioco per farsi belli. È una strada da camminare con rispetto.

E io… sono solo Tommaso. Ed è abbastanza.

Chiuse il quaderno, spense la luce e, per la prima volta dopo tanto, si addormentò senza fretta.

Senza pubblicità 3€ al mese

Desidera una lettura senza interruzioni? Sostenga Oh My Tales, rimuova tutte le pubblicità e usufruisca di altri vantaggi inclusi a partire da 3€ al mese.

Vedi i piani e le tariffe
Condividere

segnalare un problema con questa storia

Cosa ne pensi di questa storia?

Esprimi la tua opinione assegnando un voto a questa storia in base a ciò che tu e/o tuo figlio hanno pensato. Grazie in anticipo!

Grazie! Il tuo voto è stato preso in considerazione!

Valutazione attuale: 3 su 5 (1 recensioni)

Il quiz: hai capito bene la storia?

Valigetta
Piccola valigia di metallo o pelle, facile da portare a mano.
Sbiadita
Colore che ha perso vivacità, apparenza meno nitida e chiara.
Bussola
Strumento che indica la direzione, spesso con una punta che punta nord.
Lancetta
Piccola asta o ago che si muove per mostrare un numero o direzione.
Taccuino
Quaderno piccolo dove si scrivono appunti, idee o disegni veloci.
Elastico
Fascia che si allunga e torna indietro, usata per tenere insieme cose.
Levetta
Piccola leva che si sposta per cambiare una funzione o impostazione.
Insegna
Cartello fuori da un negozio o locale che mostra il nome o tipo.
Tintinnio
Suono leggero e ripetuto, come quello di piccole tazze o campanelle.
Brusio
Rumore continuo e basso di molte voci o di fondo in un luogo.
Grembiule
Indumento che si indossa sopra i vestiti per proteggerli dal sporco.
Panciotto
Parte della giacca che copre il petto, spesso portata con abiti eleganti.
Calligrafia
Modo di scrivere con la mano; può essere bella, ordinata o personale.
Spirale
Linea che gira attorno a un centro, come una chiocciola o una molla.
Paradosso
Situazione che sembra contraddire la logica ma può essere vera.
Inchiostro
Liquido usato per scrivere o disegnare con penne e pennelli.

Crea una storia magica e unica per suo figlio!

Create un'avventura personalizzata in pochi minuti dove vostro figlio diventa l'eroe. Con il nostro strumento esclusivo, è facile, gratuito e divertente!

Creare una storia

Scaricate questa storia:

Scarica questa storia in PDF Scarica l'e-book (.epub)

Ricevi nuove storie ogni domenica sera!

Ricevete 7 storie emozionanti e coinvolgenti, adatte all'età e ai gusti di vostro figlio, ogni domenica alle 17:00*. È gratuito e garantito senza spam!
*Email inviato alle 17:00, ora dell'Europa Centrale (CET).
Non amiamo neanche lo spam. Pertanto, ti invieremo solo storie. Potrai disiscriverti quando lo desideri.