Nel grande Città-Luce, nel futuro, le case non stavano ferme. Si potevano spostare piano, come grandi scatole colorate. I quartieri erano moduli: uno per giocare, uno per leggere, uno per cucinare insieme. Quando serviva, i moduli si avvicinavano. Quando c'era bisogno di spazio, si allontanavano. Tutti si aiutavano.
Timo aveva quattro anni e occhi curiosi. Quel mattino teneva la mano della mamma e guardava in alto i ponti trasparenti, le strade morbide come tappeti, e i piccoli droni che portavano pacchi leggeri come piume.
“Dove andiamo?” chiese Timo.
“Al Centro Gentile,” disse la mamma. “Oggi provi una cosa nuova.”
Al Centro Gentile le porte si aprirono con un soffio. Dentro c'era un profumo di sapone e di arance. Le pareti cambiavano colore, piano piano: azzurro, verde, giallo. Un signore con un gilet arancione sorrise.
“Ciao, Timo,” disse. “Io sono Lio. Oggi provi la sedia a ruote auto-equilibrata.”
“La sedia… si equilibra da sola?” chiese Timo, piano.
“Proprio così,” disse Lio. “Come un cucciolo che sta sempre in piedi.”
La sedia era piccola, lucida, con due ruote grandi e una luce tonda davanti. Aveva un cuscino morbido e una cintura gentile.
“Vuoi salire?” chiese la mamma.
Timo annuì. Si sedette. La cintura fece “clic”, ma un clic buono. La sedia vibrò un pochino, come se facesse le fusa. Le luci ai lati si accesero: una verde, una blu.
“Se ti senti strano, dimmelo,” disse la mamma.
“Mi sento… leggero,” disse Timo.
“Bene,” disse Lio. “Guarda: se sposti un po' il corpo, lei capisce.”
Timo si piegò appena in avanti. La sedia andò avanti, lenta lenta. Timo rise.
“Va! Va!” disse.
“Bravissimo,” disse la mamma. “Piano, come una passeggiata.”
Uscirono in un corridoio largo. Il pavimento aveva linee luminose che indicavano la strada. C'erano piante alte in vasi rotondi e una fontana che cantava piano.
Timo provò a girare. La sedia si girò senza scatti. Era come danzare su ruote.
Poi, davanti a loro, il percorso diventò un piccolo ponte che collegava due moduli del quartiere. Il ponte aveva una rampa dolce. Timo la guardò e strinse le labbra.
“E se… cado?” chiese.
La mamma si chinò vicino a lui. “Non cadi. Io sono qui. E la sedia sa tenerti dritto.”
Lio toccò un pulsante a forma di stellina. “Modalità calma,” disse. “Più lenta e più sicura.”
La luce davanti alla sedia diventò azzurra. Timo respirò. “Azzurro è tranquillo,” disse.
“Esatto,” rispose Lio.
Timo salì la rampa. La sedia rimase stabile, come se avesse piedi invisibili. In cima c'era un piccolo scossone, solo un bacio di strada. La sedia lo sentì e si aggiustò subito.
“Ha fatto da sola!” disse Timo, stupito.
“Sì,” disse la mamma. “Tu sei il capitano. Lei è la nave.”
Dall'altra parte c'era il Modulo Parco. I pannelli del tetto si aprirono e entrò il sole. Un robot giardiniere annaffiava fiori rossi. Un gruppo di bambini faceva bolle giganti.
Una bambina con un cappello a pois guardò Timo. “Vuoi giocare con noi?” chiese.
“Sì!” disse Timo. Fece andare la sedia vicino a loro, piano piano. La sedia evitò una palla che rotolava, senza spaventarsi. La palla passò e Timo rimase dritto.
“Che brava sedia,” disse la bambina.
“È auto-equilibrata,” disse Timo, orgoglioso. “Mi aiuta.”
Le bolle salivano e riflettevano la città: i moduli colorati, i ponti chiari, le persone che salutavano. Un nonno seduto su una panchina alzò la mano. Un ragazzo portò una bottiglia d'acqua a una signora. In Città-Luce, quando qualcuno aveva bisogno, gli altri erano vicini.
Quando fu quasi ora di tornare, la mamma disse: “Com'è andata, capitano?”
Timo guardò la sua sedia, la luce azzurra, il cuscino morbido. “È come un amico,” disse. “Mi porta dove voglio, e mi tiene su.”
Lio sorrise. “Domani possiamo provare anche la modalità gioco. Ma sempre con calma.”
Timo annuì. Tornarono sul ponte. Le linee luminose li guidarono come stelle a terra. La sedia scivolava dolce, senza fretta. Timo sentiva la mano della mamma vicino alla sua, e il futuro sembrava una cosa semplice: una strada chiara, un quartiere che si avvicina, e tanta gentilezza intorno.