Nella Grande Città del Domani le case erano alte e gentili. Avevano pareti chiare che bevevano la luce del sole. Sui tetti crescevano giardini morbidi, con erba, fiori e piccoli alberi. Tra un palazzo e l'altro passavano ponti verdi, come nastri.
Luca aveva tre anni. Aveva un cappellino blu e una curiosità grande. Quel mattino guardò fuori dalla finestra e vide il cielo pulito, pulito. Vide anche una fila di nuvole che sembrava una pecora.
La mamma disse: “Luca, oggi andiamo a salutare il vicino.”
“Quale vicino?” chiese Luca, con gli occhi tondi.
“Il signor Arturo. Abita nel palazzo accanto. È un po' solo in questi giorni.”
Luca annuì. A lui piaceva dire “ciao” e ascoltare le voci.
Scese con la mamma in un ascensore trasparente. L'ascensore scivolava come una bolla. Sotto, la città brillava. Non c'erano fumi. Non c'erano rumori forti. C'erano biciclette silenziose, piccoli bus che andavano piano, e tante persone che camminavano.
Nella piazza, una fontana cantava. L'acqua era chiara e faceva cerchi. Accanto alla fontana c'era una macchina rotonda, con un cuore verde sul davanti. La mamma spiegò: “Questa è una macchina che pulisce l'acqua. La controlla e la rende buona per le piante.”
“Beve l'acqua?” chiese Luca.
“Un po'. E poi la rimanda pulita,” disse la mamma.
Luca rise. Gli piaceva l'idea di una macchina che aiutava l'acqua.
Andarono lungo un viale con alberi. Gli alberi avevano foglie lucide, come se fossero appena lavate. In alto, sopra la strada, c'erano fili sottili che portavano luce e energia, ma non si vedevano scintille. Era tutto calmo.
Arrivarono al palazzo del signor Arturo. Era un palazzo con balconi pieni di vasi. Ma quel giorno, il balcone del signor Arturo era quasi vuoto. Solo un vaso con una piantina piccola.
La mamma suonò un campanello che faceva “din-don” come un campanellino. Una luce morbida si accese vicino alla porta. Aspettarono un momento.
La porta si aprì piano. Il signor Arturo comparve. Aveva capelli bianchi e occhiali grandi. Sorrise, ma era un sorriso un po' stanco.
“Oh,” disse piano, “che sorpresa.”
“Ciao, signor Arturo!” disse Luca, forte e chiaro. E fece anche un piccolo saluto con la mano.
Il signor Arturo si illuminò. “Ciao, piccolo Luca. Che bella voce.”
La mamma disse: “Siamo passati a salutarti. Come stai?”
Il signor Arturo esitò, poi disse: “Sto bene… ma la mia casa oggi è un po' troppo silenziosa.”
Luca guardò dentro. L'ingresso era pulito e profumava di limone. Ma si sentiva davvero poco: niente musica, niente risate, solo un lieve “bip… bip…” come un uccellino elettronico.
“Che cos'è quel bip?” chiese Luca.
Il signor Arturo alzò una mano. “È il mio aiutante di casa. Si chiama Nido. Di solito mi ricorda di bere acqua, di aprire le tende, di chiamare gli amici. Ma oggi… oggi sembra confuso.”
Dal corridoio arrivò un piccolo robot. Era basso, rotondo, con due occhioni luminosi. Aveva una pancia a forma di cestino. Sul petto c'era una fogliolina disegnata.
“Bip,” disse Nido, “piante… sete… piante… sete…”
Luca indicò la piantina sul balcone. “La pianta ha sete?”
“Credo di sì,” disse il signor Arturo. “Il mio sistema di irrigazione sul balcone non parte. E io… io non so dove guardare. È una cosa piccola, ma mi fa sentire… fermo.”
La mamma parlò con voce dolce: “Vediamo insieme. Una cosa piccola si risolve con passi piccoli.”
Andarono sul balcone. Il cielo lì sembrava ancora più grande. Si vedevano altri tetti con orti e piccole serre. In lontananza, un treno silenzioso scorreva su una linea lucida, come un filo d'argento.
Sul balcone c'era un tubo sottile, che portava acqua alle piante. C'era anche una scatolina grigia con una luce spenta.
Luca si avvicinò. “Perché è spenta?”
Nido fece “bip-bip” e mostrò un disegno sul suo pancino: una goccia e un sole. Poi fece un altro disegno: un quadratino aperto.
La mamma capì. “La scatolina è il cuore dell'acqua. Forse lo sportellino è aperto.”
Il signor Arturo si chinò, piano piano. Lo sportellino era davvero un po' aperto, come una bocca che non chiudeva bene. Dentro c'era un filtro piccolo, tutto pieno di polvere di terra.
“Oh,” disse il signor Arturo, “ecco. I filtri vanno puliti. E io me ne sono dimenticato.”
Luca guardò la terra sul filtro. Non era sporca cattiva. Era terra buona, quella che fa crescere le piante. Ma lì bloccava l'acqua.
La mamma prese un panno umido dalla sua borsa. “In questa città abbiamo sempre un panno. Serve per le mani, per i giochi, per i piccoli guai.”
Pulì il filtro con gesti lenti. Il signor Arturo la aiutò. Luca osservava attentissimo, come se stesse guardando una magia.
Nido disse: “Bip. Grazie. Procedo.”
La luce sulla scatolina si accese, verde come una foglia. Si sentì un “pfff” leggero. Poi arrivarono goccioline, una dopo l'altra, nel vaso della piantina.
“Plin. Plin. Plin.”
Luca batté le mani. “Beve! La pianta beve!”
Il signor Arturo rise, e questa volta la risata era piena. “Sì. Beve davvero. E io… io respiro meglio.”
Nido fece comparire un altro disegno: un cuore. Poi disse: “Ricordo: chiamare amici.”
Il signor Arturo guardò Luca e la mamma. “Ho chiamato gli amici senza telefono,” disse piano. “Siete arrivati voi.”
La mamma rispose: “I vicini sono come luci accese. Una luce aiuta l'altra.”
Rientrarono in casa. Il signor Arturo offrì a Luca una tazza piccola con acqua e una fettina di mela. “Qui l'acqua è fresca,” disse. “Viene dai tetti, dalla pioggia raccolta e pulita. Ogni goccia è preziosa.”
Luca bevve un sorso. “È buona,” disse. “Sembra… cielo.”
Il signor Arturo sorrise. “Sì, sembra cielo.”
Poi Nido accese una musica dolce, molto bassa. Era come il vento tra le foglie. La casa non era più silenziosa. Era calma, ma viva.
Prima di andare via, Luca guardò la piantina sul balcone. Le foglie sembravano più dritte, come se dicessero “grazie”.
Luca sussurrò: “Ciao, pianta. Cresci.”
Il signor Arturo sussurrò anche lui: “Ciao, Luca. Torni domani?”
“Domani,” disse Luca, sicuro.
Scesero di nuovo nella piazza. Il sole era caldo ma gentile. La fontana continuava a cantare. Le strade pulite brillavano. E sopra, il cielo grande restava chiaro, come una coperta leggera.
Luca prese la mano della mamma. “Il signor Arturo non è più solo,” disse.
La mamma strinse la sua mano. “No. E nemmeno noi. In una città del futuro, la cosa più importante è sempre la stessa: ricordarsi degli altri.”
Luca guardò in alto. La nuvola-pecora era ancora lì. Sembrava sorridere. E Luca, con il suo cappellino blu, tornò a casa con un cuore tranquillo, pieno di luce e di goccioline “plin plin” che facevano bene.