Mattina di luce
Nell'anno 2100 la città brillava come una grande giostra. Le case erano cubi che si potevano spostare piano. Le strade cambiavano forma con luci morbide. I tetti avevano giardini con fiori e piccoli pannelli solari. I quartieri si aiutavano tra loro. Se serviva una scuola più vicina, un edificio si avvicinava un pochino. Tutto era gentile.
Mia aveva quattro anni. Aveva due trecce e scarpe che facevano “tap tap”. Mia aveva un desiderio chiaro: trovare sempre un modo che andasse bene per tutti. Le piaceva dire “possiamo condividere”. Le piaceva ascoltare e sorridere.
Quella mattina, la mamma le mise al collo una piccola medaglia tonda. Era la Bussola di Città. Dentro c'era una piccola luce blu. La luce disegnava frecce nell'aria. Le frecce erano come farfalle. Indicavano la strada più tranquilla e più giusta. La mamma disse piano: “Segui la luce, Mia”. Mia annuì e fece “sì” con tutto il viso.
La Bussola di Città frullò come una coccinella gentile. Puntò verso la Piazza Modulare. Là le pietre potevano scorrere e fare spazio. Là i quartieri si incontravano. Mia prese la mano della mamma. Camminarono tra alberi che facevano ombra fresca e robot pulitori che cantavano piano.
La piazza che cambia
In piazza c'era tanta gente. Alcuni volevano montare un piccolo mercato di frutta. Altri volevano aprire il grande tappeto di gioco con scivoli morbidi. Le pietre della piazza attendevano, calme. Le casette intorno si spostavano un poco per fare posto. La folla parlava. Le voci salivano come colombe in volo, ma un pochino veloci.
Sopra la piazza fluttuava Luma, la Mediatrice Digitale. Era un grande pallone con uno schermo tondo e occhi che ridevano. La sua voce era calda e chiara. Disse piano: “Respiriamo insieme”. Sullo schermo apparve una nuvola che si gonfiava e si sgonfiava. La folla la seguì. Tutti fecero un respiro lungo e poi un altro. Il rumore si fece piccolo. Il cuore della piazza si fece lento.
Mia guardò la mamma. Anche lei fece un respiro. La Bussola di Città disegnò una freccia che si divideva in due. Una freccia andava a sinistra, una a destra. Mia strinse la medaglia. Disse: “Possiamo condividere”.
Luma scese un poco, come una luna amica. “Vuoi dirmelo, Mia?” chiese con voce dolce.
“Possiamo fare metà e metà,” disse Mia. “Metà piazza per il mercato. Metà piazza per il tappeto di gioco. E poi, quando arriva l'ombra, possiamo scambiare.”
Un venditore di mele sorrise. “Mi piace,” disse.
Una bambina con il cappellino giallo batté le mani. “Anche a me!” disse.
Luma proiettò una linea brillante sul pavimento. Era una linea morbida, come una corda di luce. “Questa linea si può spostare piano,” spiegò. “Se ci serve un po' di più da una parte o dall'altra, la città ci aiuta.” Le pietre modulari luccicarono e scorsero un poco, senza fretta. Due alberi mossi da ruote lente si avvicinarono, così c'era ombra dove serviva.
La Bussola di Città fece una piccola danza di puntini. “Vedi?” disse la mamma, sorridendo. “La tua idea aiuta tutti.”
Mia annuì. “Aiuta tutti,” ripeté piano, felice.
Il mercato si aprì con ceste colorate. Le mele brillavano. Le pere profumavano. Il tappeto di gioco si stese come un mare verde soffice. I bambini saltavano piano, come gattini. La gente parlava serena. Luma restava sopra, lenta, e guardava con occhi contenti.
Un piccolo robot di servizio portò una bottiglia d'acqua a Mia. “Grazie,” disse Mia. “Prego,” rispose il robot con voce gentile. Tutto era semplice e chiaro.
Serata dolce
Quando il sole si fece arancione, la linea di luce si spostò da sola un pochino. Il mercato finì senza fretta. Le casse salirono su carrelli morbidi. Il tappeto di gioco diventò grande grande. I bambini risero e poi sbadigliarono. La piazza fece una luce rosa, come un abbraccio.
Luma parlò ancora. “Oggi avete trovato un bel compromesso,” disse. “Grazie a Mia. Grazie a tutti.”
“Grazie, Luma,” disse il venditore di mele.
“Grazie,” dissero i bambini, tutti insieme, come un coro.
La Bussola di Città mostrò tante piccole casette nell'aria. Ogni casetta era una direzione. Poi apparve un piccolo bus azzurro, senza conducente. Sul fianco c'era scritto: “Bus di Ritorno”. Le porte si aprirono con un soffio dolce. Il bus salutò con un suono che sembrava una ninna nanna.
“Si parte,” cantò il bus. “Vi porto a casa, uno per uno, con calma.”
Mia salì con la mamma. Si sedettero vicino al finestrino. Le luci della città scorrevano piano. Si vedevano i giardini sui tetti. Si vedevano i ponti che si allungavano come elastici. Si vedevano le case-cubi che si sistemavano per la notte, vicine vicine, come amici.
Il bus fermò dove serviva. Ogni persona scese davanti alla propria porta. “Buona sera,” diceva il bus a ciascuno. “Riposa bene.” Nessuno aveva fretta. Tutti sorridevano.
Quando arrivò sotto casa di Mia, il bus sussurrò: “A domani”. Mia salutò con la mano. Luma, in alto, fece una piccola stellina sul suo schermo, come un bacio di luce. La Bussola di Città diventò tiepida e smise di disegnare frecce. Non servivano più: Mia era già a casa.
La mamma abbracciò Mia. “Hai trovato un modo per tutti,” disse piano.
“Sì,” rispose Mia. “Abbiamo condiviso.”
La casa-cubo si accese di luce calda. Il quartiere fece silenzio morbido. La città del futuro si mise a ninnare, contenta, modulare e amica. E Mia chiuse gli occhi con un sorriso. Buona notte, città. Buona notte, tutti.