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Storia di piccoli investigatori 11/12 anni Lettura 15 min.

Il mistero del borsone e dei guanti profumati all’arancia

Tre amici indagano sulla misteriosa scomparsa del borsone di un compagno seguendo indizi, testimoni e piccoli dettagli, imparando a cercare la verità con calma e rispetto senza lanciare accuse.

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Ci sono tre ragazzi di 12 anni: Tommaso, capelli castani scompigliati, giacca blu scuro, ginocchia impolverate, tiene una torcia corta e scruta il cassone blu al centro-sinistra; Nico, capelli biondi corti, maglietta rossa, mani sui fianchi, sorride orgoglioso mentre solleva leggermente il borsone nero con banda rossa mostrando che lo scomparto dei guanti è vuoto; Samir, capelli neri ricci, felpa verde, accovacciato, indica una striscia di nastro adesivo blu e una traccia appiccicosa arancione sulla ruota di un piccolo carrello davanti al cassone. Ambientazione: interno di una grande palestra scolastica con parquet lucido, tribune in legno retrattili, luce calda del sole da alte finestre con polvere nei raggi; sul cassone blu la scritta OGGETTI SMARRITI e vicino un carrello di pulizia con secchi e flaconi arancioni. Situazione: i tre giovani detective hanno trovato il borsone nel cassone dietro le tribune; atmosfera di scoperta attenta, gesti calmi, sguardi concentrati, sollievo misto a curiosità. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Il borsone sparito

Nel corridoio della scuola l'odore di detersivo si mescolava a quello dei panini. Era il giorno delle prove per la “Partita delle Classi” e tutti correvano verso la palestra.

Tommaso, Nico e Samir avevano dodici anni e un patto non scritto: se c'era un problema, lo risolvevano insieme. Non perché fossero dei geni, ma perché ascoltavano, guardavano e facevano domande.

In spogliatoio, Tommaso infilò le scarpe da ginnastica. Nico contò le borracce come se fossero lingotti. Samir, che notava sempre i dettagli, fissò la panca vicino agli armadietti.

Un urlo tagliò l'aria.

—Il mio borsone! È sparito!— gridò Edoardo, il portiere della squadra, con la faccia rossa come un fischietto.

Tutti si bloccarono. Senza il borsone, Edoardo non aveva i guanti nuovi. E senza guanti nuovi, Edoardo diventava un portiere “con le mani di burro”, come diceva lui.

L'insegnante di educazione fisica, professoressa Rinaldi, sospirò. —Niente panico. Giocheremo lo stesso. Ma… chi ha visto qualcosa?

Gli sguardi si incrociarono, poi scivolarono a terra.

Tommaso si avvicinò a Edoardo. —Quando l'hai visto l'ultima volta?

—Due minuti fa! L'ho appoggiato qui, vicino alla porta. Poi sono andato al bagno. Torno… puff.

Samir indicò un dettaglio. —La porta dello spogliatoio era chiusa?

Edoardo aggrottò la fronte. —Non lo so. Forse socchiusa.

Nico sussurrò: —Allora qualcuno è entrato.

Tommaso fece un cenno agli altri. —Ok. Facciamo un'indagine. Ma senza accusare a caso. Un mistero si risolve con calma.

Samir sorrise. —E con occhi aperti.

Nico annusò l'aria. —E magari con naso aperto. Qui sa di… arancia.

Tommaso si girò. Sul pavimento, vicino alla panca, c'era una piccola macchia arancione. Come succo. O come una caramella sciolta.

—Prima pista— disse piano. —Andiamo.

Capitolo 2 — Segni sul pavimento lucido

La palestra era enorme. Le linee bianche del campo sembravano strade viste dall'alto. I canestri pendevano come lampioni. Il pavimento lucido rifletteva le scarpe e le ginocchia, e sembrava quasi uno specchio.

Tommaso camminò lentamente, come se ogni passo potesse cancellare una traccia. —Nico, tu controlla i bordi. Samir, guarda vicino alle porte e alle finestre.

Nico partì come un segugio. —Ricevuto. Ma senza ululare.

Samir ridacchiò e si avvicinò alla parete. —Qui… ci sono dei segni.

Tommaso arrivò. Sul pavimento, vicino all'ingresso laterale della palestra, c'erano due strisciate scure, come di ruote piccole. Un trolley? Un carrello?

—Edoardo non ha un trolley— mormorò Nico. —Il suo borsone è morbido.

—Allora chi l'ha preso forse l'ha messo su qualcosa con ruote— disse Tommaso. —Oppure l'ha trascinato dentro un sacco.

Samir indicò una cosa ancora più strana: un pezzetto di nastro adesivo blu attaccato al battiscopa.

—Nastro blu…— ripeté Tommaso. —Chi usa nastro blu a scuola?

Nico alzò un dito. —Il bidello, quando aggiusta le cose. E la prof di arte, quando appende i cartelloni.

—E anche la squadra di basket— aggiunse Samir. —Loro segnano le posizioni con nastro colorato.

Tommaso annuì. —Bene. Abbiamo tre possibilità. Ma prima: un testimone. Serve sempre un testimone.

Proprio in quel momento passò Marta, una ragazza della prima media, con in mano un sacchetto di palline da tennis per il laboratorio di scienze motorie.

Tommaso la fermò con gentilezza. —Ciao, Marta. Hai visto qualcuno vicino allo spogliatoio di Edoardo, poco fa?

Marta si strinse nelle spalle. —Io… ho visto un ragazzo alto con una felpa grigia. Portava qualcosa di grosso. E… mi pare avesse dei cerotti sulle dita.

Nico sgranò gli occhi. —Cerotti?

—Sì. Tipo quelli beige. E masticava una gomma. Profumava di arancia— aggiunse Marta, come se fosse un dettaglio minuscolo.

Samir guardò la macchia arancione nella sua mente. —Arancia di nuovo.

Tommaso ringraziò. —Se ti viene in mente altro, vieni da noi. E grazie. Ci hai aiutato.

Marta annuì e scappò via.

Nico si grattò la testa. —Felpa grigia… cerotti… gomma all'arancia. Chi è?

Samir fece un passo verso la rastrelliera dei materiali. —Aspettate. Lì c'è il carrello delle reti. Ha ruote piccole. E… manca una rete.

Tommaso si chinò. Sulla ruota del carrello c'era una strisciata appiccicosa, arancione.

—Ok— disse. —Il borsone potrebbe essere stato spostato con quel carrello. E qualcuno aveva le mani… coperte.

Nico incrociò le braccia. —Cerotti per non lasciare impronte?

Samir scosse il capo. —O per coprire una ferita.

Tommaso respirò. —Niente corse. Facciamo domande.

Capitolo 3 — Il testimone che ascolta

Trovarono il bidello, il signor Gigi, vicino al magazzino, con una chiave enorme che sembrava un pesce d'argento.

—Signor Gigi— disse Tommaso. —Possiamo chiederle una cosa? È sparito un borsone dallo spogliatoio.

Il bidello si fermò, serio. —Sparito? In questa scuola spariscono solo le penne, di solito. Chi è stato?

—Non lo sappiamo— rispose Samir. —Stiamo cercando indizi. Lei usa nastro blu?

Il signor Gigi si picchiettò la tasca. —Sempre. È il mio superpotere. Ma oggi non ho riparato nulla in palestra. Solo… ho spostato il carrello delle reti stamattina. Perché qualcuno l'aveva lasciato in mezzo.

Nico scattò: —Chi?

Il bidello si grattò il mento. —Ho visto Riccardo, quello della seconda. Alto, felpa grigia. Aveva le dita fasciate. Diceva che si era pizzicato con la porta del magazzino.

Tommaso e Samir si guardarono.

—E profumava di arancia?— chiese Tommaso.

Il signor Gigi fece una faccia come se avesse morso un limone. —Altro che arancia. Sembrava una spremuta ambulante. Masticava gomma come se dovesse allenare le mascelle.

Nico sussurrò: —È lui.

Tommaso alzò una mano. —Aspetta. Questo non significa che abbia rubato. Potrebbe aver visto qualcosa o aver spostato il borsone senza volerlo.

Samir annuì. —Dobbiamo ascoltarlo.

Il signor Gigi aprì la porta del magazzino. —Riccardo è dentro. Sta aiutando a sistemare le pettorine. Andate, ma con educazione.

Dentro il magazzino l'odore di plastica e polvere era forte. Le pettorine gialle pendevano come bandiere stanche. Riccardo era lì, davvero alto, con una felpa grigia e due dita coperte di cerotti. Quando vide i tre, si irrigidì.

Tommaso parlò per primo, voce calma. —Ciao. Riccardo, giusto? Siamo Tommaso, Nico e Samir. Abbiamo bisogno di una mano. È sparito il borsone di Edoardo.

Riccardo strinse le labbra. —Io non ho preso niente.

Nico fece un passo avanti, troppo veloce. —E allora perché—

Tommaso lo fermò con un gomito gentile. —Non ti stiamo accusando. Stiamo chiedendo. Hai visto qualcuno vicino allo spogliatoio? O hai spostato qualcosa?

Riccardo guardò le sue dita. —Io… ho spostato il carrello delle reti. Ma perché dava fastidio. E ho visto un borsone per terra. Pensavo fosse della squadra di basket, vicino all'ingresso laterale. L'ho messo… dove mettiamo le cose perse.

Samir si illuminò. —Dove?

Riccardo indicò un angolo, dietro le tribune retrattili. —C'è un cassone blu. Quello con scritto “OGGETTI SMARRITI”. Non volevo che qualcuno ci inciampasse.

Nico sbatté le palpebre. —Aspetta. Quindi… non è sparito. È “salvato”.

Riccardo arrossì. —E poi… ho masticato la gomma all'arancia perché mi viene l'ansia. E i cerotti… mi sono davvero fatto male.

Tommaso annuì. —Grazie. Ci accompagni al cassone?

Riccardo esitò. —Sì. Ma… se Edoardo mi urla contro, io scappo.

Nico borbottò: —Io lo terrei fermo, ma ok.

Samir rise. —Non serve. Oggi usiamo parole.

Capitolo 4 — Dietro le tribune

Le tribune retrattili erano come una grande fisarmonica di legno. Dietro, la luce era più scura, polverosa. Sembrava il retro di un teatro.

Riccardo sollevò un telo. Comparve il cassone blu. Il lucchetto era chiuso, ma il signor Gigi arrivò con le chiavi che tintinnavano.

—Ecco i detective— disse, con un mezzo sorriso. —Avete trovato la tana del drago?

—Quasi— rispose Tommaso.

Il lucchetto si aprì con un clic. Dentro, tra una felpa dimenticata e un ombrello triste, c'era il borsone di Edoardo. Nero, con una striscia rossa. Sembrava innocente, come se non avesse causato nessun caos.

Nico lo tirò fuori e lo sollevò come un trofeo. —Recuperato!

Samir notò qualcosa. —Aspetta. Guardate qui.

Sul manico del borsone c'era un pezzetto di nastro adesivo blu.

Tommaso lo staccò delicatamente. —Quindi Riccardo l'ha preso davvero… per attaccarlo al carrello? O per segnare che era “trovato”?

Riccardo si grattò la nuca. —L'ho attaccato perché il manico si stava aprendo. Ho pensato: meglio così, almeno non si rompe. Poi ho spinto il borsone sul carrello delle reti fino al cassone. Le ruote hanno lasciato i segni, immagino.

Nico sbuffò. —Quindi tutta questa tragedia per un gesto gentile.

—Non proprio tutta— disse Samir. —Manca ancora una cosa: i guanti di Edoardo. Il borsone è qui, ma… se i guanti non ci sono, qualcuno li ha presi.

Tommaso aprì il borsone. Dentro c'erano la maglia, i pantaloncini, la borraccia… ma lo scomparto dei guanti era vuoto.

Nico fece una faccia seria. —Ecco. Il mistero continua.

Riccardo sbiancò. —Io non ho visto guanti. Giuro. Il borsone era mezzo aperto quando l'ho trovato.

Samir si chinò e guardò il fondo del cassone. —C'è sabbia.

Tommaso annusò. —E odore di cloro. Come la piscina comunale.

Nico spalancò la bocca. —Ma la piscina è dall'altra parte della scuola!

Tommaso chiuse piano il borsone. —Allora qualcuno è passato vicino alla piscina… o ha roba che sa di piscina. E ha preso solo i guanti.

Samir contò sulle dita. —Chi usa guanti? Portieri, giardinieri… o qualcuno che non vuole sporcarsi.

Nico aggiunse: —O qualcuno che li scambia per guanti da lavoro. Sono nuovi, magari sembrano “tecnici”.

Tommaso prese un respiro. —Torniamo indietro. Chi aveva accesso allo spogliatoio? E chi poteva vedere il borsone vicino all'ingresso laterale?

Il signor Gigi tossicchiò. —Oggi c'è anche il corso di pulizia del pavimento. La ditta esterna. Hanno un carrellino e… guanti di gomma.

Samir si irrigidì. —Guanti di gomma… e odore di cloro, detergenti.

Nico strinse i pugni. —Andiamo a parlare con loro.

Tommaso alzò un dito. —Con calma. E con rispetto. Ricordate: indagare non è dare la caccia.

Capitolo 5 — Il carrellino e la confusione

Trovarono la squadra di pulizia vicino agli spogliatoi: due adulti e una ragazza giovane con una coda alta. Il carrellino aveva secchi, stracci e flaconi. Uno dei flaconi era arancione acceso.

La ragazza si voltò. —Ciao ragazzi. Non dovreste essere in palestra?

Tommaso parlò con gentilezza. —Sì, tra poco. Ma abbiamo un problema: sono spariti dei guanti da portiere. Siamo sicuri che sia un malinteso. Possiamo farvi una domanda?

La ragazza annuì. —Certo.

Samir indicò il flacone arancione. —Usate detergente all'arancia?

—Sì, profuma e non è troppo forte— disse lei.

Nico fece un mezzo sorriso. —Ok. Quindi non era per forza gomma.

Tommaso continuò. —Avete trovato per caso dei guanti sportivi? Neri con dettagli rossi?

L'altro addetto, un uomo con baffi gentili, frugò in una busta. —Io ho trovato due guanti… ma pensavo fossero guanti da lavoro. Li ho messi nel nostro armadietto, per restituirli al bidello. Erano vicino al muro, sotto la panca.

Samir si rilassò. —Sotto la panca… quindi qualcuno li ha fatti cadere quando il borsone era aperto.

Nico sospirò così forte che una piuma immaginaria avrebbe potuto volare via. —Quindi niente ladri. Solo… disordine.

Tommaso sorrise. —Possiamo recuperarli?

L'uomo annuì. —Vi accompagno.

Camminarono fino a un piccolo stanzino. Lì, su una mensola, c'erano i guanti di Edoardo. Perfetti. Un po' profumati di arancia, ma vivi.

Nico li prese con delicatezza. —Edoardo li bacerà, probabilmente.

Samir rise. —Speriamo di no. Sono stati in uno stanzino.

L'uomo con i baffi aggiunse: —Ragazzi, bravi a chiedere senza urlare. Di solito tutti accusano e basta.

Tommaso annuì. —Abbiamo imparato che la fretta fa più rumore dei passi.

Tornarono verso la palestra. Tommaso sentiva la tensione sciogliersi, come un nodo che si allenta.

Capitolo 6 — Una luce dolce

Edoardo stava ancora vicino alla porta dello spogliatoio, agitato come una bandiera al vento. Quando vide il borsone e i guanti, gli occhi gli si riempirono di sollievo.

—Li avete trovati!— esclamò.

Nico gli porse i guanti. —Sì. E nessuno te li ha rubati. È stata una catena di… confusione.

Samir aggiunse: —Il borsone era mezzo aperto. I guanti sono caduti sotto la panca. La squadra di pulizia li ha raccolti pensando fossero da lavoro. E Riccardo ha spostato il borsone per non far inciampare nessuno.

Riccardo, che era rimasto a distanza, alzò una mano timida. —Scusa se ho fatto casino. Volevo aiutare.

Edoardo lo guardò, poi abbassò le spalle. —Io… ho urlato subito. Scusa anche tu. E grazie.

Tommaso sentì quel momento come un respiro lungo. La professoressa Rinaldi si avvicinò. —Mi piace questa storia. Un problema, domande giuste, niente accuse. Bravi.

Nico sussurrò a Samir: —Peccato. Speravo in una fuga rocambolesca.

Samir rispose: —La fuga rocambolesca è rimandata a domani. O mai. Meglio così.

La partita iniziò. Il pallone rimbalzava con un suono secco e allegro. Edoardo, con i guanti nuovi, parò un tiro difficile e poi fece un inchino esagerato. Tutti risero.

Quando la palestra si svuotò, il sole del tardo pomeriggio entrò dalle finestre alte e si distese sul pavimento lucido. Una luce morbida, color miele, cancellava le ombre e rendeva tutto più calmo.

Tommaso si sedette un momento sulla panca. —Avete visto? Il mistero era fatto di pezzi piccoli.

Nico annuì. —E noi li abbiamo messi insieme. Come un puzzle.

Samir guardò la luce che scivolava lentamente. —E alla fine non serviva correre. Bastava ascoltare.

Restarono in silenzio per qualche secondo. La scuola, improvvisamente, sembrava meno rumorosa e più gentile. E quella luce dolce, nella palestra vuota, pareva dire che anche gli equivoci possono finire bene, se ci si parla con calma.

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