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Storia di piccoli investigatori 11/12 anni Lettura 20 min.

La bussola scomparsa della Lanterna

Tommaso e Nora indagano su un mistero al Centro Culturale quando la bussola di una mostra scompare, seguendo piccoli indizi e ricostruendo l’ora in cui è avvenuto il fatto.

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Tommaso, ragazzo di 12 anni, volto concentrato e leggermente ansioso, capelli castani spettinati, indossa felpa verde oliva e jeans, tiene un piccolo taccuino aperto in una mano e indica delicatamente con l'altra la scatola dove si trova la bussola; Nora, ragazza di circa 11 anni, sguardo determinato e comprensivo, trecce castane e giacca rossa, sta accanto a Tommaso guardando la borsa aperta con una mano sulla sua spalla per rassicurarlo; Carla, donna sui 40 anni, viso imbarazzato e arrossato, soprabito verde appoggiato su una sedia, seduta vicino a un tavolo da caffè interno, tiene una piccola scatola di cartone aperta che mostra la bussola; Mirella, donna di circa 60 anni, capelli grigi raccolti, camicetta beige, in piedi dietro Carla vicino alla vetrina con le mani incrociate, volto calmo ma preoccupato; Sergio, uomo di circa 50 anni, robusto, camicia a quadri e cintura portautensili, leggermente in disparte vicino a una porta di servizio con una mano su un mazzo di chiavi, osserva attentamente; ambientazione: interno luminoso di un centro culturale con pavimento in legno lucido, grande vetrina con oggetti marittimi da cui manca la bussola, manifesti colorati, piccolo tavolo da caffè con una tazza rovesciata e luce calda del tardo pomeriggio; situazione: scoperta e confronto tranquillo — la scatola aperta rivela la bussola su carta velina, i personaggi attorno al tavolo esprimono senso di colpa, sollievo e determinazione, con luce calda che attraversa la vetrina e dettagli netti delle trame di tessuto, legno, vetro e piccoli oggetti. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — L'ora scelta

Tommaso aveva dodici anni e un taccuino pieno di liste: “cose da notare”, “cose da chiedere”, “cose da non dimenticare”. Non perché fosse ansioso. Perché, come diceva sua nonna, “se guardi bene, il mondo ti racconta sempre qualcosa”.

Quel sabato, al Centro Culturale “La Lanterna”, c'era un pomeriggio speciale: la mostra dei disegni dei ragazzi del quartiere e, nella sala accanto, una piccola esposizione di oggetti antichi prestati dalla biblioteca.

Tommaso era arrivato con sua mamma, ma appena entrato aveva già il naso in aria. Odorava di carta, colla, legno lucido e un po' di polvere gentile, quella che non fa starnutire ma sembra sussurrare storie.

Alla reception c'era la signora Mirella, la coordinatrice. Capelli grigi raccolti e occhi attenti.

— Tommaso! Sei venuto a vedere la mostra?

— Certo. E… posso aiutare, se serve.

Mirella sorrise. — Oggi mi servirebbe un miracolo. Ma mi accontento di un ragazzo con gli occhi svegli.

Tommaso notò subito un cartellino vuoto sul tavolo delle vetrine: mancava il nome di un oggetto. E dentro la vetrina, uno spazio come un dente saltato.

— Signora Mirella… qui manca qualcosa.

Il sorriso di Mirella si spense. — Non dirlo ad alta voce. Non voglio panico. È sparita la bussola di Capitan Riva. Un pezzo piccolo, ma importante. Era in quella vetrina stamattina.

Tommaso aprì il taccuino. — Quando è stata vista per l'ultima volta?

Mirella si morse il labbro. — Alle tredici e trenta, quando ho controllato tutto. Ora sono le quindici e dieci.

Tommaso scelse l'ora chiave come si sceglie una torcia nel buio. — Allora l'ora importante è tra le quattordici e le quindici. In quell'ora è successo.

Mirella annuì, quasi sollevata che qualcuno mettesse ordine. — In quell'ora… c'era il laboratorio di fumetto nella sala rossa. E qualcuno è entrato e uscito. Ma nessuno dovrebbe aprire le vetrine.

Tommaso guardò il lucchetto della vetrina: chiuso. Non forzato. Eppure la bussola non c'era.

— Non è un furto con rumore — mormorò. — È un furto con educazione.

Proprio allora arrivò Nora, undici anni e mezzo, la migliore amica di Tommaso. Portava una scatola di pennarelli come se fosse una valigetta.

— Oh! Ti ho cercato. C'è un mistero, vero? Lo sento.

Tommaso la fissò serio, poi fece un mezzo sorriso. — C'è. E abbiamo un'ora da ricostruire.

Capitolo 2 — La vetrina che non mente

Tommaso e Nora si avvicinarono alla vetrina. Dentro c'erano un vecchio quaderno di bordo, una foto in bianco e nero e un portachiavi di ottone. Lo spazio vuoto era tra il quaderno e la foto.

— La bussola era qui — sussurrò Nora. — Che forma aveva?

— Tonda, grande come un biscotto. Con una piccola crepa sul vetro, a sinistra. L'ho vista ieri.

Tommaso si chinò e guardò la base della vetrina. Una scia sottile di polvere era stata spostata, come se qualcosa fosse stato sollevato con delicatezza.

— Chi ha le chiavi? — chiese Nora.

Mirella indicò un mazzo che teneva al collo. — Io. E Sergio, il custode. E la biblioteca ha una copia, ma oggi è chiusa.

Tommaso scrisse: “Chiavi: Mirella + Sergio”. Poi guardò il lucchetto. Era un modello con numeri, non con chiave.

— Aspetti. Se è a combinazione, chi conosce il codice?

Mirella arrossì. — Io e Sergio. Il codice è… beh, è la data di inaugurazione del Centro. È scritto anche sul poster all'ingresso.

Nora sbuffò. — Quindi lo sanno tutti quelli che leggono.

Tommaso non rise, ma gli brillò lo sguardo. — Questo significa che non serve essere un ladro esperto. Basta essere curioso.

Si spostarono nell'atrio. Il Centro Culturale era pieno di suoni: risate, sedie che strisciavano, il ronzio di un proiettore. Sulla parete c'era il poster: “Inaugurazione: 12/09”. Il codice poteva essere 1209, o 09012, o qualcosa del genere.

— Un codice che si indovina — disse Tommaso — è come una porta socchiusa.

Nora indicò il pavimento vicino alla vetrina. — Guarda lì.

C'era un segnetto scuro, come una briciola di grafite. Tommaso si chinò e la raccolse con il dito: era un minuscolo frammento di gomma blu, di quelli delle matite.

— Qualcuno ha cancellato… vicino alla vetrina? — disse Nora.

— O ha usato una gomma mentre aspettava qui — rispose Tommaso. — Forse durante l'ora chiave.

Mirella tornò con un'aria preoccupata ma composta. — Ho controllato la sala rossa. Ci sono i ragazzi del fumetto. Il maestro Dario dice che nessuno è uscito, tranne… due.

Tommaso alzò la penna. — Chi?

— Leo, per andare in bagno. E Bianca, perché le si era rovesciata l'acqua sul quaderno.

Nora strinse la scatola di pennarelli. — E se la bussola fosse… in bagno?

Tommaso scosse la testa. — Prima, facciamo una cosa semplice. Ricostruiamo l'ora tra le quattordici e le quindici come fosse una striscia a fumetti: una scena dopo l'altra.

Capitolo 3 — Tre sospetti e una macchia di tè

In una stanzetta laterale, Tommaso e Nora si sedettero su due sedie di plastica. Mirella li lasciò interrogare i presenti, a patto di essere discreti.

— Niente “ladri” e “polizia” — disse. — Qui ci sono anche bambini piccoli.

— Promesso — rispose Tommaso. — Parleremo di “oggetto smarrito”.

Il primo a entrare fu Leo: capelli arruffati e scarpe con lacci diversi, uno rosso e uno nero.

— Io non ho preso niente — disse subito, come se qualcuno glielo avesse già chiesto.

Tommaso rimase calmo. — Non sto dicendo questo. Dimmi solo: a che ora sei uscito dalla sala rossa?

Leo guardò in alto. — Boh… quando Dario ha detto “mancano dieci minuti alla pausa”. Quindi… quattordici e quaranta?

— Dove sei andato?

— In bagno, qui vicino. Poi mi sono fermato a guardare la vetrina. Mi piacciono le cose da marinai. C'era una bussola, no?

Tommaso lo fissò. — Hai aperto la vetrina?

— No! Non so nemmeno come si fa.

Nora notò una macchia sulla manica di Leo, color nocciola.

— Cos'è quella?

Leo arrossì. — Tè freddo. Ho urtato il bicchiere di mia zia nell'atrio. Mi ha sgridato piano, che è peggio.

Tommaso scrisse: “Leo: 14:40 bagno + vetrina; macchia tè; dice di non saper aprire”.

Poi entrò Bianca, trecce strette e quaderno gonfio d'acqua, chiuso con un elastico.

— A me si è rovesciata la borraccia — disse. — Sono andata al lavandino a asciugare.

— A che ora? — chiese Tommaso.

— Verso le quattordici e venti. Dario stava spiegando le vignette senza parole. Io ho pianto un po', ma in silenzio.

Nora le porse un fazzoletto nuovo. — Succede. E poi l'acqua asciuga.

Bianca fece un mezzo sorriso. — Grazie.

Tommaso notò qualcosa: sul quaderno di Bianca c'era un angolino segnato da una striscia blu, come una cancellatura forte.

— Hai cancellato molto?

Bianca annuì. — Ho sbagliato un disegno e ho cancellato fino a bucare la carta. La gomma era… blu. Poi mi è caduta. Credo vicino alla vetrina, perché sono passata di lì.

Tommaso e Nora si scambiarono uno sguardo veloce. “Gomma blu”, pensò Tommaso. E il frammento raccolto.

Il terzo era Sergio, il custode: grande, con mani da falegname e una cintura piena di chiavi che tintinnavano come campanelli.

— Io ho fatto il giro solito — disse. — Ho controllato i bagni, l'uscita di sicurezza, la sala musica. Tutto tranquillo.

— Nell'ora tra le quattordici e le quindici? — chiese Tommaso.

— Sì. Alle quattordici e trenta ero nell'atrio. Ho visto una signora con un cappotto verde vicino alla vetrina. Stava leggendo i cartellini.

— Cappotto verde… — ripeté Nora. — La zia di Leo?

Leo, che era rimasto fuori dalla porta, spuntò la testa. — La zia ha un cappotto verde! E beve tè freddo!

Tommaso restò serio. — Calma. Un cappotto verde non è una prova. È un colore.

Sergio aggiunse, grattandosi la barba: — E ho visto anche qualcuno con un carrellino della biblioteca. Un carrellino basso, con ruote silenziose.

— Ma la biblioteca oggi è chiusa — disse Nora.

— Appunto — disse Sergio. — Per questo mi è rimasto in testa.

Tommaso scrisse: “Sergio: 14:30 atrio; signora cappotto verde; carrellino biblioteca”.

Poi chiuse il taccuino. — Ora facciamo un gioco. Tre indizi: gomma blu, macchia di tè, carrellino silenzioso. Quale di questi può far sparire una bussola senza rompere il lucchetto?

Capitolo 4 — La pista del carrellino

Tommaso e Nora tornarono nell'atrio. Il rumore del laboratorio di fumetto arrivava come una pioggia di risate. Tommaso si concentrò sui dettagli: la luce del pomeriggio che tagliava il pavimento, i poster, la vetrina.

— Se la vetrina si apre con un codice facile — ragionò — chiunque può aprirla. Però nessuno ha visto qualcuno armeggiare col lucchetto.

— A meno che l'abbia fatto in fretta — disse Nora. — O con una scusa. Tipo: “leggo il cartellino da vicino”.

Tommaso annuì. — E poi? Dove metti una bussola? In tasca, in borsa… o su un carrellino.

Si avvicinarono al corridoio che portava ai magazzini. Una porta con scritto “Solo personale” era socchiusa. Da dentro arrivava un odore di cartone e nastro adesivo.

Nora si infilò con delicatezza. — Tommaso, se ci beccano…

— Se ci beccano, diciamo la verità: stiamo cercando un oggetto smarrito. E non tocchiamo niente.

Dentro c'erano scaffali, sedie impilate, scatoloni. E un carrellino basso, proprio come quello descritto da Sergio. Sopra, libri vecchi e due cartelline.

Tommaso guardò le ruote. Erano pulite, come se avessero girato da poco su un pavimento lucido. Sul bordo del carrellino c'era una goccia appiccicosa color nocciola.

— Tè — sussurrò Nora. — Questo è tè.

Tommaso non si fece trascinare dall'entusiasmo. — È un indizio. Non una colpa.

Aprì una cartellina con attenzione: dentro c'erano fogli con timbri della biblioteca e una lista di prestiti. In cima, una scritta: “Rientro materiali mostra — ore 15:00”.

— Rientro… ma la mostra è ancora aperta — disse Nora.

— A meno che qualcuno abbia deciso di “rientrare” qualcosa prima del tempo — rispose Tommaso.

In fondo al carrellino, sotto un plaid grigio, Nora intravide un angolo di metallo. Trattenne il fiato.

Tommaso sollevò il plaid con due dita. Non c'era la bussola. C'era un fermacarte rotondo, simile, con una crepa sul vetro… ma dentro non c'era l'ago magnetico. C'era una foto di famiglia.

Nora si sentì sciocca e rise piano. — Ok, non era lei.

Tommaso però fissò la crepa. — Aspetta. Questa crepa somiglia troppo a quella che ricordavo.

Sentirono un colpo di tosse dietro la porta. Mirella era lì, con le braccia conserte, ma senza rabbia.

— Ragazzi… mi spiegate perché siete nel magazzino?

Tommaso alzò il taccuino come fosse un permesso. — Perché qualcuno ha usato un carrellino e c'è tè sulle ruote. E perché il fermacarte ha la stessa crepa della bussola.

Mirella sgranò gli occhi. — Quel fermacarte è mio. Lo tengo in ufficio. Chi l'ha portato qui?

Tommaso respirò lentamente. Era il suo modo di non farsi prendere dalla fretta. — Signora Mirella, ci serve una lista di chi è entrato oggi con una borsa grande o un carrellino. E ci serve sapere una cosa: chi ha parlato con lei tra le quattordici e le quindici?

Mirella abbassò lo sguardo. — La signora in cappotto verde. Mi ha chiesto dove fosse la sala del corso di inglese. Le ho risposto… e poi mi ha chiesto se poteva “vedere da vicino” la bussola perché suo padre era marinaio.

Nora sussurrò: — La zia di Leo.

Tommaso alzò un dito. — Non è ancora “la zia di Leo”. È una signora con un cappotto verde e una storia.

Capitolo 5 — Il trucco gentile

Trovarono la signora del cappotto verde vicino al bar interno, con un bicchiere di tè freddo e una fetta di torta. Aveva un sorriso educato e una borsa capiente.

Leo era lì accanto, un po' teso. — È mia zia Carla. Lei non ruberebbe mai.

Tommaso fece un piccolo cenno. — Non stiamo accusando. Stiamo cercando una bussola smarrita. Possiamo farle due domande, signora?

La zia Carla appoggiò la forchetta. — Certo, detective. — Lo disse con tono scherzoso, ma gli occhi si muovevano veloci.

Tommaso notò subito: la sua borsa aveva una cerniera leggermente graffiata, come se fosse stata chiusa in fretta su qualcosa di rigido.

— Lei ha visto la bussola? — chiese Tommaso.

— Sì, bellissima. Mi ha commossa.

— L'ha presa in mano?

— No. C'era il vetro. Ho guardato da vicino, tutto qui.

Nora indicò il bicchiere. — Ha rovesciato del tè oggi?

Carla fece una smorfia. — Purtroppo sì, in atrio. Che imbarazzo.

Tommaso aprì il taccuino e parlò con calma, come se stesse spiegando un problema di matematica.

— Ecco quello che sappiamo. La vetrina si apre con un codice che si può indovinare dal poster. Nell'ora chiave, una signora con cappotto verde ha chiesto di vedere la bussola “da vicino”. Poco dopo, un carrellino è comparso nel corridoio del personale. E nel magazzino abbiamo trovato un fermacarte con una crepa identica a quella della bussola. Quindi… qualcuno ha scambiato gli oggetti.

Leo spalancò la bocca. — Scambiato?

Nora completò: — Metti un oggetto simile al posto della bussola. Da lontano, nessuno nota niente subito.

Carla si irrigidì. — State dicendo che io…?

Tommaso non alzò la voce. — Sto dicendo che la bussola potrebbe essere nella sua borsa senza che lei l'abbia voluto rubare.

Carla strinse la borsa. — Questo è assurdo.

Tommaso fece un passo indietro, lasciando spazio. — Allora facciamo così: non la apriamo noi. La apre lei. Davanti a Mirella. Così è tutto chiaro e tranquillo.

Arrivò Mirella, e anche Sergio, richiamato da Nora. L'aria si fece silenziosa, ma non cattiva. Tommaso sentì il cuore battere forte, però si concentrò sul respiro: dentro… fuori.

Carla guardò Leo. Leo aveva gli occhi umidi. — Zia…

Carla sospirò, come se avesse perso una gara contro se stessa. Aprì la borsa lentamente.

Dentro c'erano: un portafoglio, un foulard, delle chiavi, un libro, e… una piccola scatola di cartone.

Mirella si avvicinò. — Quella scatola non è mia.

Carla deglutì. — Io… non so da dove venga.

Tommaso indicò. — La apra, per favore.

Carla sollevò il coperchio. Dentro, avvolta in carta velina, c'era la bussola. Tonda. Con la crepa a sinistra.

Leo fece un verso strozzato. — Zia… perché?

Carla chiuse gli occhi. — Non volevo. O… forse sì, per un secondo. Mi sono sentita stupida. Mio padre era davvero marinaio. Quando l'ho vista, mi è venuta un'idea tremenda: “Portala a casa, solo per una notte, così la guardo con calma”. Ho pensato che l'avrei riportata domani. E ho messo al suo posto… — indicò il fermacarte — quello che avevo in ufficio di Mirella. L'ho visto sulla scrivania quando mi ha indicato la sala inglese. Ho fatto tutto in fretta.

Sergio sbuffò, ma Mirella alzò una mano. — Sergio, piano.

Tommaso guardò Carla. — Il carrellino?

Carla arrossì. — Ho usato il carrellino del magazzino per spostare la scatola senza farmi notare. E poi ho rovesciato il tè, e mi sono agitata ancora di più.

Nora parlò con voce morbida. — A volte i pensieri fanno rumore. E ci spingono.

Carla strinse le mani. — Mi dispiace. Davvero. Posso rimediare?

Tommaso sentì che il mistero aveva un volto umano, non un mostro. E questo rendeva tutto più… risolvibile.

Capitolo 6 — Un ponte silenzioso

Mirella prese la bussola con cura e la rimise nella vetrina. Poi cambiò il codice del lucchetto, coprì il poster con un foglio e disse:

— D'ora in poi, il codice lo sappiamo solo noi. E metteremo una guardia… cioè Sergio che fa un giro in più.

Sergio annuì, più fiero che arrabbiato. — Un giro in più lo faccio volentieri.

Carla si scusò ancora con Leo. Leo non la perdonò subito, ma le prese la mano.

— Mi hai fatto vergognare — disse. — Però… almeno l'hai detto.

— La verità è come una finestra — rispose Carla piano. — Fa entrare aria, anche se all'inizio è fredda.

Tommaso e Nora uscirono dal Centro Culturale quando il cielo stava cambiando colore. L'aria della sera sembrava più leggera, come se qualcuno avesse spazzato via la polvere dai pensieri.

Camminarono fino al piccolo ponte sul canale, non lontano da casa. Sotto, l'acqua scorreva scura e calma, con riflessi di lampioni che tremavano come lucciole stanche.

Nora appoggiò i gomiti alla ringhiera. — Quindi il colpevole non era un genio del male. Era… una persona che ha fatto una scelta brutta per nostalgia.

Tommaso sfiorò il suo taccuino. — Sì. E noi abbiamo scelto un'ora. Quell'ora ci ha detto tutto.

Rimasero in silenzio. Non un silenzio imbarazzato: uno che riposa. Dal Centro Culturale arrivava lontano una risata, poi più niente. Solo il fruscio dell'acqua.

Tommaso pensò alla bussola, chiusa di nuovo dietro il vetro. Non indicava solo il nord. Indicava anche che si può tornare indietro, rimettere a posto, respirare e ripartire.

Nora lo guardò di lato. — Domani scrivi tutto sul taccuino?

— Sì. Ma senza nomi cattivi. Solo… “come abbiamo risolto”.

— E magari una nota: “Se ti viene un'idea tremenda, fermati e bevi un bicchiere d'acqua”.

Tommaso rise piano. — O un tè. Ma senza rovesciarlo.

E sul ponte silenzioso, con l'acqua che continuava a scorrere senza fretta, anche il loro cuore trovò la sua calma, come un ago che smette di tremare e finalmente punta dritto.

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Un piccolo quaderno dove si scrivono appunti, idee e liste personali.
Coordinatrice
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Polvere gentile
Una sottile polvere che non starnutisce, che sembra raccontare storie.
Vetrina
Una scatola di vetro dove si mostrano oggetti al pubblico.
Lucchetto
Un piccolo lucchetto con cui si chiude qualcosa per sicurezza.
Codice
Una sequenza di numeri o lettere usata per aprire serrature o dispositivi.
Magazzino
Una stanza dove si tengono scatole, materiali e oggetti di riserva.
Carrellino
Un piccolo carrello con ruote usato per spostare libri o scatole.
Fermacarte
Un oggetto pesante che si mette sopra la carta per non farla volare.
Carta velina
Una carta sottile e delicata usata per avvolgere oggetti fragili.
Inaugurazione
La cerimonia con cui si apre ufficialmente un luogo o evento.
Atrio
Lo spazio d'ingresso di un edificio dove si incontrano le persone.
Custode
La persona che cura e controlla un edificio, come il centro culturale.
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