Capitolo 1: Un fischietto con il nodo perfetto
Sul lungomare il vento sapeva di sale e zucchero filato. Le onde facevano “shhh” come se provassero un coro, e le bandierine appese ai lampioni si inchinavano a ritmo.
Appeso al collo di Gigi, il capobanda della parata, c'era Fì, un fischietto di latta lucida con un cordino rosso. Fì non stava mai zitto con i pensieri: amava l'ordine, le liste, i segnali chiari. E soprattutto amava la festa.
«Oggi si parte in orario, capito?» sussurrò Fì, facendo tintinnare un poco la sua bocca metallica.
Gigi rise. «Sei più puntuale di un orologio svizzero, Fì.»
«Non dire quella parola, mi viene l'ansia da ticchettio,» borbottò Fì. Poi si schiarì—sì, proprio schiarì—con un piccolo “pi-pi” di prova.
Intorno, il carnevale si vestiva: maschere di sirene con paillettes, pirati che distribuivano coriandoli come se fossero mappe del tesoro, un gruppo di nonne in tutù che facevano stretching davanti ai chioschi del pesce. La musica arrivava da ogni direzione: tamburi, fisarmoniche, un sassofono che sembrava ridere.
Fì aveva un compito: annunciare la partenza della parata con il suo fischio più limpido. Senza quello, il corteo sarebbe stato un branco di gabbiani impazziti.
«Controllo finale!» disse Fì. «Percorso libero? Carro del Re dei Confetti pronto? Batteria del megafono… ehm… del mio collega pronta?»
Gigi gli diede un colpetto affettuoso. «Tranquillo. Vai a goderti la magia.»
«La magia la godo dopo. Prima la organizzo,» rispose Fì, soddisfatto.
Capitolo 2: Il fischio che scappa via
Proprio mentre Fì stava per eseguire il suo “fischio d'avvio”—un suono che lui descriveva come “una stella che fa capriole”—accadde l'imprevisto.
Un bambino vestito da polpo, con otto braccia di stoffa svolazzanti, si avvicinò correndo. «Scusate! Scusate! Posso vedere?»
Le braccia del polpo si agganciarono al cordino rosso. Un tirone, un nodo che si scioglie con un “plop”, e Fì volò.
«Ehi! Io non sono un palloncino!» gridò Fì, mentre rimbalzava sul marciapiede come una biglia lucente.
Rotolò tra i piedi dei ballerini, schivò una scarpa a forma di squalo, passò sotto una gonna di tulle che pareva una nuvola rosa, e finì dritto… nel carrello di un venditore di frittelle.
«Oh!» fece il venditore, un signore con baffi a spirale. «Un fischietto. Sai anche cantare?»
«So fare partire una parata!» protestò Fì. «E adesso mi avete perso!»
Il carrello partì spinto dalla folla. Fì vedeva il lungomare scorrere: luci, maschere, coriandoli come neve colorata. Era tutto bellissimo… ma terribilmente fuori programma.
«Gigi! GIGI!» tentò di chiamare. Ma la musica copriva ogni cosa.
Un gabbiano atterrò sul bordo del carrello e lo guardò di lato. «Che fai lì, brillantezza?»
«Sto facendo un viaggio non autorizzato,» sbuffò Fì.
Il gabbiano strinse gli occhi. «Io mi chiamo Arturo. Se vuoi, ti do una zampa. Cioè… una ala.»
«Accetto. Subito. Prima che la parata parta senza di me,» disse Fì, con un tremolio metallico che somigliava alla paura.
Arturo beccò delicatamente il cordino rosso rimasto attaccato e sollevò Fì. «Stringi forte!»
«Non ho dita!» urlò Fì, ma ormai volavano sopra la folla come due note scappate dal pentagramma.
Capitolo 3: La banda dei travestimenti improbabili
Arturo planò vicino al molo, dove un gruppo di ragazzi stava provando una coreografia. C'era una ragazza vestita da faro, alta e luminosa, con un cappello a cupola che faceva “blink”. Accanto a lei un ragazzo da pesce spada agitava una spada di cartone con aria eroica.
«Ehi!» disse Arturo. «Ho trovato una cosa che cerca il suo capo.»
«Una cosa?» ripeté la ragazza-faro.
«Mi chiamo Fì,» intervenne lui, piccato. «E sono fondamentale.»
Il pesce spada fischiò—male, malissimo—provando a imitarlo. «Tipo così? Fiuuu?»
Fì rabbrividì. «No. Quello è il suono di un termosifone triste.»
La ragazza-faro rise. «Io sono Lina. Lui è Samu. E tu vuoi tornare da…?»
«Da Gigi, capobanda. Devo annunciare la partenza della parata. È la mia missione. E sì, mi piace la parola missione.»
Samu si grattò la pinna finta. «Gigi è dall'altra parte del lungomare. Ma oggi è un labirinto di maschere.»
Lina si chinò verso Fì. «Allora facciamo una cosa: ti accompagniamo. Però in cambio ci aiuti.»
«Aiutare come?» chiese Fì, sospettoso.
Lina indicò il suo cappello. «Il mio faro deve accendersi al momento giusto. È un segnale per il carro delle stelle marine. Ma con tutta questa confusione, non capiamo quando partire.»
Fì si illuminò dentro, come se avesse appena messo in ordine un cassetto. «Segnali! Tempismo! È il mio pane. Anzi, la mia frittella. Va bene: vi aiuto e voi mi riportate da Gigi.»
Arturo gracchiò. «Io vi scorto dall'alto. Se vedo pericoli—tipo bambini-polpo—vi avviso.»
Partirono. Attraversarono un tratto dove i coriandoli formavano dune colorate. Una banda di percussionisti vestiti da granchi suonava su secchi lucenti. Ogni colpo era una risata.
Samu si mise a marciare esagerando. «Uno-due, uno-due!»
«Non siamo soldati,» lo corresse Fì. «Siamo liberi. Ma liberi con ritmo.»
Lina annuì. «Libertà con ritmo mi piace.»
Capitolo 4: Il ponte delle stelle filanti
Arrivarono a un piccolo ponte sul canale che tagliava il lungomare. Era decorato con stelle filanti così fitte che sembrava un sipario. La gente passava sotto, sparendo e riapparendo come in un trucco di magia.
«Se attraversiamo, ci ritroviamo vicino alla piazza della parata,» disse Lina.
Appena misero piede sul ponte, una musica diversa li avvolse: un valzer suonato da un violinista mascherato da gatto. Il gatto-violinista faceva le fusa con l'archetto.
Fì sentì un impulso strano: la voglia di fischiare… non per comandare, ma per giocare.
«No, no,» si disse. «Prima dovere.»
Ma il ponte sembrava vivo. Le stelle filanti si attorcigliarono intorno al cordino di Fì, tirandolo verso una fessura tra le assi.
«Ehi! Lasciami!» protestò lui.
Samu afferrò il cordino. «Tiro io!»
Lina puntò il suo cappello-faro verso la fessura. «Luce massima!»
Un raggio caldo illuminò le stelle filanti, che luccicarono come serpenti di zucchero. Per un attimo sembrò che il ponte trattenesse il fiato.
Arturo urlò dall'alto: «Attenti! Quello è il Ponte degli Scherzi. A Carnevale fa sempre qualche dispetto!»
Fì si concentrò. Se il ponte amava gli scherzi, allora bisognava rispondergli con uno scherzo più elegante.
«Ascoltami, ponte,» disse Fì, con voce seria. «Se mi lasci passare, ti regalo un suono che non hai mai sentito.»
Il ponte scricchiolò, curioso.
Fì fece un fischio piccolo, quasi un sussurro: “piiii…”. Non era il fischio d'avvio, era un richiamo leggero, come una bolla che sale.
Le stelle filanti si fermarono. Poi si aprirono in due, come tende. Il ponte li lasciò andare.
Samu spalancò gli occhi. «Hai… parlato con un ponte.»
«Ho negoziato,» rispose Fì, fiero. «La libertà non è fare quello che vuoi e basta. È anche scegliere come farlo, senza farti trascinare dai dispetti.»
Lina gli diede una pacca gentile. «Sei sorprendente, Fì.»
«Lo so,» disse lui, ma si sentì arrossire… se solo la latta potesse arrossire.
Capitolo 5: La parata sta per partire… senza di noi
Dopo il ponte, la piazza si aprì come una conchiglia piena di suoni. Il carro del Re dei Confetti era lì: enorme, con una corona di cartapesta e cannoni che sputavano coriandoli a raffiche. Intorno, i figuranti si sistemavano: cigni di carta, astronauti luccicanti, un drago verde con la coda che faceva “swoosh”.
Ma qualcosa non andava. Gigi gesticolava, confuso, senza Fì al collo. Guardava il suo orologio e poi la folla. La banda provava a iniziare, ma ogni volta si fermava: mancava il segnale.
«Sono in ritardo di… troppo!» ansimò Fì. «Gigi! Eccomi!»
«Fì!» Gigi lo vide e sembrò più leggero di colpo. «Dove sei finito? Stavo per fischiare io… ma io stono.»
«Non è colpa tua. È colpa di un polpo gentile ma appiccicoso,» borbottò Fì. «Ora, però, bisogna sistemare tutto.»
Lina indicò il suo cappello. «E il mio faro? Quando devo accenderlo?»
Fì si guardò intorno: vide il carro delle stelle marine in fondo, pronto a muoversi. Vide i granchi percussionisti già in posizione. Vide la gente lungo il percorso, occhi brillanti, mani piene di coriandoli, come se trattenessero risate in tasca.
«Ok,» disse Fì, e la sua voce divenne chiara come una nota. «Lina accende al mio primo fischio. Samu guida il gruppo dei costumi marini dietro il Re dei Confetti. Arturo vola sopra e controlla che il percorso sia libero. Gigi, tu… sorridi. È un ordine.»
Gigi scoppiò a ridere. «Sissignore, signor fischietto.»
Fì sentì una gioia ordinata: tutto al suo posto, ma senza rigidità. Come una danza ben provata che lascia spazio all'improvvisazione.
E poi si fermò un secondo. Guardò la folla. Pensò a quanto fosse bello che ognuno potesse essere chi voleva: faro, pesce spada, drago, nonna in tutù. Nessuno chiedeva permesso alla normalità.
«Carnevale è questo,» pensò. «Un giorno in cui la libertà mette una maschera e ride.»
Capitolo 6: Il fischio d'avvio e l'ultimo passo di danza
Gigi lo sollevò tra le dita. «Pronto?»
Fì inspirò—o meglio, fece finta di inspirare, perché era un fischietto e si sentiva comunque emozionatissimo.
«Pronto,» disse. «Che sia un fischio felice. Non solo un comando: un invito.»
Arturo fece un giro sopra le loro teste. «Percorso libero! Nessun polpo in vista!»
Lina alzò il mento. «Faro pronto.»
Samu fece un affondo da eroe. «Pesce spada pronto! Anche se la spada è un po' storta.»
«La libertà non è essere perfetti,» mormorò Fì. «È essere veri. E oggi siamo veri e colorati.»
Gigi portò Fì alle labbra. E Fì lasciò uscire il suo fischio d'avvio: un suono luminoso, lungo, con una piccola curva finale che sembrava un sorriso.
“Fiiiiii-ii!”
Il cappello-faro di Lina si accese con un “blink” deciso. Il carro del Re dei Confetti avanzò. I tamburi-granchi scoppiarono in una tempesta allegra. La folla applaudì e un'ondata di coriandoli si sollevò come un arcobaleno sbriciolato.
La parata partì lungo il mare. Le maschere danzavano, i musicisti saltavano, perfino i lampioni parevano dondolare.
A metà percorso, il violinista-gatto si unì alla banda e cambiò ritmo: una tarantella veloce che faceva prudere i piedi.
Gigi guardò Fì. «E adesso?»
Fì, pieno di coraggio e di gioia, rispose: «Adesso si chiude in bellezza. Non con un altro ordine. Con un passo.»
Gigi posò Fì al centro della piazzetta finale, vicino alle onde. Lina, Samu, Arturo e persino il venditore di frittelle formarono un cerchio. La gente si avvicinò, senza spingersi, come attratta da una calamita gentile.
La musica accelerò. Lina fece girare il suo cappello-faro, creando scie di luce. Samu improvvisò movimenti da pesce che salta tra le onde. Arturo batté le ali a tempo, spruzzando ombre sul pavimento.
Fì emise tre fischi corti, non per comandare, ma per segnare il ritmo: “pi-pi-pì!”
E tutti fecero l'ultimo passo insieme: un salto leggero, una torsione, un battito di mani sopra la testa, e un inchino verso il mare che rispose con un grande “shhh” soddisfatto.
In quel momento, tra coriandoli che cadevano lenti e risate che scaldavano l'aria, Fì capì che il suo compito non era solo far partire una parata.
Era dare il via a una libertà danzante, ordinata quanto basta per non perdersi, e abbastanza folle da far sorridere chiunque.