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Storia di detective 11/12 anni Lettura 20 min.

Marta Rinaldi e il mistero del plastico scomparso

Marta, la detective degli oggetti smarriti, indaga sul misterioso furto del plastico della stazione seguendo indizi come un nastro rosso, un biglietto per Roccapiana e un messaggio cancellato, svelando una rete di segreti che coinvolge persone insospettabili.

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Marta, detective donna dal viso dolce ma determinato, occhi grandi e concentrati, giacca beige, taccuino e torcia accesa, accovacciata vicino a un grande plastico sotto un lenzuolo polveroso; Tommaso, ragazzo di circa 14 anni, capelli ricci castani, volto colpevole e tremante, felpa verde e grande zaino, in piedi su un piccolo soppalco metallico sul fondo del deposito a guardare Marta; Aldo, uomo di circa 50 anni, corporatura robusta, camicia blu macchiata d'olio, alla porta del deposito mezza aperta, espressione preoccupata e frettolosa, telefono in mano; interno di un deposito ferroviario buio con scaffalature metalliche, casse marcate "Roccapiana", attrezzi al muro e pavimento ghiaioso, luce gialla della torcia che crea ombre lunghe; Marta scopre il plastico, Tommaso è colto in flagrante sul soppalco e Aldo compare all'ingresso: tensione visibile in un'atmosfera di mistero caldo e stile essenziale. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: L'ufficio delle cose dimenticate

Marta Rinaldi non portava impermeabili svolazzanti né fumava sigarette. Aveva un taccuino a quadretti, una penna che non perdeva mai e un talento speciale: ricordava gli oggetti meglio delle persone.

Lavorava in una stanzetta al piano terra della stazione di Valmora, dove finivano ombrelli soli, guanti spaiati e zaini con dentro merende tristi. Sulla porta c'era scritto: “Ufficio Oggetti Smarriti”. Ma i ragazzi della scuola la chiamavano “la detective delle tasche vuote”.

Quel lunedì, appena suonata la campanella della prima corsa, entrò trafelata la capostazione, la signora Nives.

—Marta, è sparito il modellino.

—Quale modellino?— Marta alzò lo sguardo dal registro. Non si spaventava: faceva domande.

—Il Plastico della Linea Antica. Quello nella teca, in sala d'attesa. È un pezzo storico.—

Il Plastico era famoso: una piccola valle con trenini, ponti e gallerie, costruita decenni prima dai ferrovieri. I bambini ci si incollavano col naso contro il vetro.

Marta si infilò il cappotto, prese la torcia tascabile e uscì.

In sala d'attesa la teca era lì, ma la serratura pendeva come un dente rotto. Dentro, al posto del plastico, solo un rettangolo di polvere più chiara.

Una guardia giurata, Enrico, stava a braccia conserte.

—Io non ho visto niente. Ho fatto il giro alle due e alle quattro.—

—Hai visto qualcuno vicino alla teca?— chiese Marta.

—Solo un ragazzino con uno zaino enorme ieri pomeriggio. Guardava tanto.—

—E poi?—

—Poi è arrivata una comitiva e l'ho perso di vista. Se l'è svignata.—

Marta si chinò. A terra, vicino al piede della teca, c'era un pezzo di carta ripiegato, quasi calpestato. Lo prese con delicatezza.

Dentro c'era scritto, con penna blu: “Stasera al deposito. Porta—”

La frase finiva in una macchia grigia, come se qualcuno avesse strofinato con una gomma o con un dito bagnato.

Un messaggio… cancellato.

Marta inspirò piano. Un mistero non era un buco nero: era un puzzle. E i pezzi, se guardavi bene, erano già lì.

—Nives, chi ha accesso alle chiavi della teca?—

—Io, Enrico… e il manutentore, Aldo. Ma Aldo è un tipo affidabile.—

Marta annotò “Aldo” comunque. La curiosità era una torcia: non puntava solo dove era comodo.

—Vieni in ufficio, Enrico.— disse Marta. —Mi racconti bene i giri. Ora, senza saltare niente.

Capitolo 2: Tre indizi e una domanda per te

Nel suo ufficio, Marta stese sul tavolo tre oggetti che aveva trovato durante il sopralluogo:

1) il foglietto col messaggio cancellato;

2) un nastrino rosso incastrato nella serratura rotta;

3) un biglietto ferroviario spiegazzato, raccolto vicino al cestino, datato “ieri”, con la destinazione “Valmora–Roccapiana”.

Enrico si sedette, un po' rigido.

—Alle due ho controllato tutte le porte. Alle quattro pure. Nessun allarme.—

—E tra le due e le quattro?— domandò Marta.

—Sono rimasto nella hall. Ogni tanto al bar. Ho visto gente normale.—

—Normale è una parola pigra.— Marta sorrise appena. —Proviamo con dettagli: scarpe, cappelli, borse, odori, rumori.

Enrico arricciò il naso, come se rovistasse nei ricordi.

—Ho visto una signora con un profumo forte, tipo vaniglia. E un ragazzo con uno zaino enorme, sì, quello. Portava una felpa verde e… aveva un nastro rosso al polso.—

Marta guardò il nastrino sul tavolo.

—Come questo?—

—Sì. Uguale.—

Marta prese il biglietto Roccapiana.

—Perché qualcuno lascia un biglietto usato qui?— chiese, più a se stessa che a Enrico.

Quando Enrico uscì, Marta rimase sola con il silenzio e con la pioggia che tamburellava sui vetri.

Aprì il foglietto contro la luce. La parte cancellata non era completamente bianca: restavano solchi leggeri, quasi un'ombra delle lettere.

“Stasera al deposito. Porta—”

Porta cosa? Una chiave? Un cacciavite? Un trenino? O… un plastico?

Marta sapeva una cosa: se un messaggio viene cancellato, è perché qualcuno non vuole che tu lo legga. Quindi vale il doppio.

Si appoggiò allo schienale e pensò alle persone che gravitavano attorno alla stazione: Aldo il manutentore, i ragazzi che aspettavano il treno per la scuola, il barista che sentiva tutto, i turisti che scattavano foto.

Poi guardò il lettore… cioè te.

Ecco la domanda: tra questi tre indizi, quale ti sembra più importante e perché?

Il nastrino rosso? Il biglietto per Roccapiana? O il messaggio cancellato?

Marta, nel dubbio, scelse di seguirli tutti.

La prima tappa fu il bar della stazione, perché i segreti hanno sete e spesso si siedono vicino alla macchinetta del caffè.

Capitolo 3: Il barista che ascolta troppo

Al bar, l'odore di cornetti e di caffè era così forte che sembrava una coperta calda. Dietro il bancone, Gigi lucidava tazze già pulite: segno che era nervoso o annoiato.

—Gigi, ieri pomeriggio hai notato un ragazzo con felpa verde e nastro rosso?— chiese Marta, senza preamboli.

Gigi fece finta di pensare, ma gli occhi scattarono subito a sinistra: verso la porta del retro. Marta lo notò.

—Io vedo tanta gente.— disse.

—Io vedo quando qualcuno evita una risposta.— replicò lei. —Ti conviene darmi una cosa piccola, invece di farmi cercare una cosa grande.

Gigi sospirò.

—Ok. Sì. Il ragazzo c'era. Ha chiesto un bicchiere d'acqua e ha lasciato cadere…— aprì un cassetto e tirò fuori un piccolo adesivo a forma di stella, metà strappato. —Questo. Era attaccato al suo zaino. L'ho tenuto, non so perché.—

—Perché sei curioso.— disse Marta. Non era un'accusa: era un fatto.

—E poi?— continuò.

—Poi è entrato Aldo, il manutentore. Si sono guardati… come se si conoscessero. Aldo gli ha detto: “Non qui”. Piano. Ma io ho le orecchie.—

Marta sentì qualcosa scattare dentro, come un binario che si allinea.

—Aldo è andato verso il deposito?—

—Sì. E il ragazzo… dopo un po', anche lui. Ma non insieme.—

Marta ringraziò e uscì sotto la pioggia, che aveva smesso di essere gentile. Si avviò verso il deposito: un edificio lungo, con porte metalliche e finestre alte, oltre i binari secondari.

Il deposito era chiuso, ma non sigillato: una finestra laterale era socchiusa quanto basta per far passare un gatto… o un ragazzino magro.

Marta puntò la torcia. Sul davanzale, una traccia di fango fresco e un graffio di vernice rossa, come se qualcosa di pesante fosse stato trascinato.

All'improvviso, sentì un rumore lontano: passi rapidi sulla ghiaia, come se qualcuno stesse correndo senza voler fare rumore.

Marta spense la torcia e restò immobile. Il buio, a volte, è il miglior alleato per vedere.

Tra i vagoni fermi, una figura attraversò lo spazio come un'ombra: camminava veloce, senza guardarsi intorno, come se seguisse un percorso già memorizzato.

Un marcheur nocturne. Un camminatore notturno. Qualcuno che si muove nella notte come se fosse casa sua.

Marta lo seguì a distanza, contò i passi, ascoltò il ritmo del respiro. La figura si fermò davanti alla porta del deposito e infilò qualcosa nella serratura.

Un clic.

La porta si aprì di pochi centimetri. L'ombra scivolò dentro.

Marta trattenne un sorriso. Non era ancora la soluzione, ma era un altro pezzo del puzzle che finalmente si incastrava.

Capitolo 4: Dentro il deposito

Marta attese cinque secondi, poi dieci. Non entrò di corsa: la fretta è una lente sporca.

Quando si avvicinò, la porta era di nuovo chiusa. Ma ora sapeva che si poteva aprire.

Infilò un piccolo spessore di plastica tra porta e telaio, con un gesto praticato mille volte per cassetti inceppati e armadietti malandati. La porta cedette con un gemito.

Dentro, l'aria sapeva di ferro e di olio. La torcia disegnò cerchi luminosi su scaffali e casse.

Poi, in fondo, vide qualcosa di grande coperto da un telo.

Marta avanzò. Il telo era macchiato di polvere, ma sotto si intuivano forme familiari: un ponticello, una galleria, la curva di una collina in miniatura.

Il Plastico.

Prima di toccarlo, Marta guardò intorno: sul pavimento c'erano impronte di scarpe diverse. Una più piccola, con suola a zig-zag; una più grande, con un taglio laterale.

Accanto a un banco da lavoro, un sacchetto di plastica trasparente conteneva… guanti in lattice e una gomma da cancellare grigia, consumata.

La gomma. Come sul messaggio.

Marta sentì un fruscio. Si voltò di scatto: una scala metallica portava a un soppalco. Qualcuno, sopra, si era mosso.

—Non voglio farti del male.— disse Marta, con voce ferma. —Voglio capire.

Silenzio.

—Se scendi e mi parli, posso aiutarti. Se scappi, diventi colpevole per forza.—

Una figura apparve tra le travi: un ragazzo, felpa verde, zaino enorme, nastro rosso al polso. Aveva gli occhi larghi come fari.

—Non l'ho rubato per venderlo!— sbottò, prima ancora di scendere.

—Allora perché è qui?— chiese Marta.

Il ragazzo scese due gradini, poi si fermò.

—Per salvarlo.—

Marta non cambiò espressione. Dentro, però, le domande si moltiplicavano.

—Da cosa?—

—Da Aldo.— disse lui, quasi sussurrando. —Lui voleva… voleva smontarlo. Diceva che nessuno lo guarda più, che serve spazio. Io… io ci venivo da piccolo con mio nonno. È l'unica cosa che mi fa sentire ancora…— si interruppe, stringendo lo spallaccio.

Marta osservò il ragazzo: mani sporche di polvere, non di grasso. Occhi spaventati, non furbi. Ma la verità non è una sensazione: è una sequenza di fatti.

—Come ti chiami?— domandò.

—Tommaso.—

—Tommaso, il messaggio cancellato è tuo?—

Tommaso arrossì.

—Sì. L'ho scritto ad Aldo. Gli ho detto di venire al deposito e di portare…— guardò a terra. —Di portare la chiave della teca. Volevo solo prenderlo e metterlo qui, finché non trovavo qualcuno che lo difendesse. Poi mi sono spaventato e ho cancellato la fine, perché… perché sembrava un furto. E lo era.—

Marta annuì lentamente. Era quasi tutto. Quasi.

—E Aldo? Dov'è adesso?—

Tommaso deglutì.

—Doveva arrivare. Ma non è venuto. Forse… forse mi ha fregato.—

—O forse ti sta cercando.— disse Marta.

In quel momento, fuori, si sentì il rumore di un'auto che si ferma e una portiera che sbatte.

Passi pesanti sulla ghiaia.

Una voce maschile: —Ehi! Chi c'è là dentro?

Marta spense la torcia. Non per nascondersi: per ascoltare meglio.

—Tommaso, una domanda veloce.— sussurrò. —Hai visto una donna col profumo di vaniglia ieri?

Tommaso scosse la testa, confuso.

Marta sentì il cuore accelerare, ma la mente restò lucida. C'era ancora un pezzo mancante. E, di solito, il pezzo mancante è quello che fa male.

Capitolo 5: La verità ha un odore

La porta del deposito tremò sotto un colpo.

—Aprite!— insistette la voce. Era Aldo.

Marta si avvicinò senza fretta e aprì. Aldo entrò con la faccia scura e le mani alzate a metà, come se fosse pronto a protestare.

—Marta? Che ci fai qui?—

—Te lo chiedo io.— rispose lei. —Perché stai cercando Tommaso?—

Aldo vide il ragazzo sul soppalco e sbuffò.

—Perché ha combinato un casino. Ha rubato il plastico! La stazione è nei guai. Io volevo solo spostarlo in magazzino, con autorizzazione.—

—Mostrami l'autorizzazione.— disse Marta.

Aldo si frugò nelle tasche, esitò. Poi tirò fuori un foglio stropicciato, con un timbro sbiadito. Marta lo lesse in silenzio.

Non era un'autorizzazione a smontare. Era una richiesta di “valutazione” del plastico, per un possibile restauro. Cosa diversa.

—Hai mentito a Tommaso.— disse Marta. —Gli hai fatto credere che lo avresti buttato per convincerlo ad aiutarti a portarlo via. E poi? Volevi venderlo?—

Aldo si irrigidì.

—Ma che dici?—

Marta non alzò la voce. La abbassò.

—Allora perché la serratura della teca era forzata, invece di usare la chiave? Se avevi diritto, non avresti rotto nulla.—

Aldo aprì la bocca, la richiuse.

Marta continuò:

—E perché c'è odore di vaniglia sulla maniglia della teca? L'ho sentito in sala d'attesa. Lo stesso profumo che Enrico ha notato. Tu non profumi di vaniglia, Aldo. Tommaso nemmeno.—

Aldo fece un mezzo passo indietro.

—Chi è la donna?— chiese Marta. —Quella che ti aiuta. Quella che è passata dalla hall e ti ha coperto.

Tommaso, dall'alto, parlò piano:

—Io… ho visto una signora ieri. Aveva una sciarpa gialla. Mi ha detto: “Che bello, i trenini”. E poi ha guardato la serratura come… come se contasse i secondi.—

Marta chiuse gli occhi un istante e richiamò un dettaglio: il biglietto per Roccapiana. Roccapiana era un paese turistico. Molti collezionisti passavano da lì per mercatini.

—Aldo, dimmi un nome.—

Aldo strinse la mascella.

—Non so di cosa parli.—

Marta annuì, come se avesse accettato. In realtà, stava scegliendo la mossa successiva.

Prese dal banco la gomma grigia, la infilò in un sacchetto e poi tirò fuori il foglietto col messaggio cancellato.

—Tommaso, hai cancellato con questa?—

—Sì.—

Marta osservò la gomma: su un bordo c'era una striscia di colore giallo, come fibra di tessuto.

Sciarpa gialla.

Il deposito non era solo un nascondiglio. Era stato un punto d'incontro.

Marta si voltò verso la porta.

—Aldo, esci. Ora. Nives e la polizia ferroviaria devono sentire questa storia. Tommaso verrà con me. Non come ladro, ma come testimone.—

Aldo fece un sorriso storto.

—E la tua prova? Hai solo parole e odori.—

Marta non rispose subito. Guardò il plastico, poi il banco da lavoro. Lì c'era una scatola di cartone con etichette di spedizione. Una era strappata a metà, ma si leggeva ancora “Roccapiana”.

Marta la indicò.

—Ecco la prova che cercavi di preparare una spedizione.—

Aldo impallidì.

In quel momento, un telefono vibrò. Non quello di Marta. Era nella tasca di Aldo.

Lui lo afferrò, ma lo schermo si accese abbastanza perché Marta vedesse una notifica: “Stasera. Stazione. Sciarpa gialla.”

Aldo scattò verso l'uscita.

Marta non lo inseguì di corsa nel buio del deposito. Fece meglio: lo lasciò andare… e lo fece seguire.

Perché fuori, già in attesa sotto la tettoia, c'era Enrico, la guardia, che Marta aveva avvisato con un messaggio breve: “Se vedi Aldo, non perderlo. Ma non fare l'eroe.”

Marta prese Tommaso per un braccio, con delicatezza.

—Adesso ascoltami bene. La curiosità ti ha messo nei guai, ma può anche tirartene fuori. Devi ricordare ogni dettaglio della donna: altezza, voce, scarpe, come si muoveva.—

Tommaso annuì, tremando un po', ma con gli occhi più presenti.

La notte non era finita. E la verità, quella completa, stava per bussare.

Capitolo 6: La carta firmata

La sala d'attesa, più tardi, sembrava un acquario vuoto: luci fredde, sedie allineate, il ronzio dei neon. Nives parlava al telefono con la polizia ferroviaria. Enrico, al suo ritorno, fece un cenno a Marta: Aldo era sparito tra i vicoli dietro la stazione.

—Non lo abbiamo preso.— disse Enrico, mortificato.

—Hai fatto la cosa giusta.— rispose Marta. —Non serve un inseguimento per risolvere un caso. Serve un'uscita.

Marta accompagnò Tommaso vicino alla teca vuota.

—Dimmi dove hai trovato il foglietto, quando l'hai cancellato.—

—Nel corridoio laterale, vicino ai bagni. L'ho buttato… poi l'ho ripreso. Poi l'ho perso.—

Marta percorse il corridoio. I muri erano ricoperti di avvisi: “Treni in ritardo”, “Non oltrepassare la linea gialla”, “Cercasi gatto”.

E lì, sul pavimento, in un angolo dove il battiscopa era leggermente scollato, Marta notò una cosa che stonava: un cartoncino infilato di taglio, come se qualcuno l'avesse nascosto in fretta.

Lo estrasse.

Era una carta piegata in due, spessa, elegante. Sul fronte: un disegno preciso del Plastico della Linea Antica, fatto a penna nera, con un dettaglio inquietante: una piccola X proprio sulla teca.

Dentro c'era scritto:

“Il pezzo è più raro di quanto credano. Stasera lo recuperiamo. Aldo prepara tutto. Io passo dalla hall con la sciarpa gialla. —S.”

In fondo, una firma: una S grande e inclinata, come un binario in discesa.

Marta sentì un brivido, ma non di paura: di chiarezza. La carta firmata era la chiave.

Tornò in sala d'attesa e mostrò la carta a Nives e a Enrico.

—Non è un capriccio.— disse. —È un tentativo di furto organizzato. Tommaso ha spostato il plastico per impedirlo, ma Aldo e questa “S” volevano portarlo via davvero. Roccapiana, le etichette, il messaggio cancellato… tutto torna.—

Nives sbiancò.

—Chi sarebbe “S”?—

Marta guardò Tommaso.

—La signora con la sciarpa gialla. Una collezionista, o una commerciante. Probabilmente si presenta ai mercatini. Si sente al sicuro perché nessuno la nota: odora di vaniglia e sorride.—

Tommaso strinse i pugni.

—Io non volevo rubare.—

—Lo so.— disse Marta. —E ora farai la cosa difficile: dirai la verità completa. Anche la parte che ti fa vergognare. È così che si rimettono a posto le cose.

Quando arrivò la polizia ferroviaria, Marta consegnò la carta e la gomma. Tommaso raccontò tutto, senza saltare niente: il nonno, la paura, il messaggio, Aldo, la sciarpa gialla.

Il Plastico tornò al suo posto in teca, con una nuova serratura e un cartello scritto a mano da Nives: “Guardare è un modo di proteggere”.

Prima di andare via, Tommaso si fermò davanti a Marta.

—Come hai fatto?—

Marta chiuse il taccuino.

—Ho ascoltato gli oggetti. Gli oggetti non mentono. E ho fatto domande, anche quando sembravano scomode. La curiosità non è ficcanaso: è coraggio con gli occhi aperti.

Fuori, la pioggia aveva smesso del tutto. La stazione respirava piano, come dopo un temporale.

E se vuoi giocare anche tu a fare il detective, ricorda questo: quando trovi un indizio, chiediti sempre due cose.

Chi lo ha lasciato… e chi sperava che tu non lo vedessi.

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Taccuino
Quaderno piccolo dove si scrivono appunti e disegni.
Teca
Scatola di vetro che protegge e mostra oggetti importanti.
Modellino
Riproduzione in piccolo di qualcosa reale, come un paesaggio o un trenino.
Serratura
Meccanismo nella porta che si chiude con una chiave.
Manutentore
Persona che ripara e controlla macchine o edifici.
Comitiva
Gruppo di persone che viaggia o sta insieme per divertimento.
Sopralluogo
Controllo fatto sul posto per vedere come stanno le cose.
Torcia tascabile
Piccola luce portatile che si tiene in mano.
Deposito
Luogo dove si conservano oggetti e attrezzi.
Davanzale
Parte sottile e piatta sotto una finestra.
Soppalco
Pavimento rialzato dentro una stanza, come un piano piccolo.
Gomma da cancellare grigia
Gomma usata per cancellare la matita, di colore grigio.

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