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Storia di detective 11/12 anni Lettura 23 min.

La mappa delle due torri e il taccuino scomparso

Al Museo Civico scompare il taccuino del professor Vezzi e la detective Lidia Riva segue indizi come carta blu, un filo e una frase misteriosa per scoprire la verità dietro l’accaduto.

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Lidia, detective sui 40 anni con viso affilato, occhiali tondi e capelli castani raccolti in coda, con espressione concentrata e mani guantate estrae con cura da un pannello aperto una piccola borsa di pelle impolverata; la direttrice sui 50 anni, capelli corti brizzolati e collana di perle, dietro di lei mostra sorpresa mista a sollievo con la mano alla bocca; il professor Vezzi, uomo anziano in giacca di tweed, sorride calmo seduto vicino a un tavolo con una vecchia mappa; Enzo, ragazzo timido con zaino, osserva da una porta tenendo un tubo di cartone con carta blu; Martina, restauratrice trentenne con capelli in chignon e grembiule macchiato, indica un pezzetto di carta blu nella polvere; scena in una sala museale rinnovata dai muri crema con modanature dorate, pavimento in pietra chiara, una grande teca con una mappa colorata, scatole e tracce di vernice, luce calda filtrata dalle ampie finestre; situazione: scoperta calma e drammatica di un taccuino nascosto dietro un pannello recente, polvere che si solleva in piccoli sbuffi, espressioni tra sollievo e rimorso, composizione centrata sulla mano di Lidia e sulla borsa di pelle aperta. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1

Lidia Riva arrivò al Museo Civico quando la luce del pomeriggio diventava color miele e le finestre alte sembravano occhi aperti sulla piazza. Camminava senza fretta, con la calma di chi ha imparato che la fretta confonde più degli indizi.

La direttrice, la signora Belli, la aspettava in atrio. Aveva una collana di perle che tremava come se anche lei fosse spaventata.

«Grazie per essere venuta così in fretta, dottoressa Riva.»

«Mi chiami Lidia. Mi dica solo cosa manca.» La voce di Lidia era bassa, controllata.

La direttrice inspirò. «È scomparso il taccuino del professor Vezzi. Era… importante. Conteneva appunti sul restauro della “Mappa delle Due Torri”. Domani inauguriamo la sala nuova.»

Lidia guardò la grande scala di marmo, poi l'angolo dove una corda rossa delimitava l'accesso alle sale. Tutto sembrava ordinato, eppure l'aria aveva quell'odore sottile di qualcosa che non torna.

«Chi ha visto il taccuino per ultimo?»

«Io. Ieri sera, verso le sette. Il professor Vezzi lo teneva sempre nella borsa di cuoio. Stamattina la borsa era vuota.»

Lidia si avvicinò al banco informazioni. Notò una macchia scura, piccola, sulla superficie lucida. «Caffè?» chiese.

Il custode anziano, il signor Neri, si schiarì la gola. «Quella macchia è di stamattina. Un ragazzo ha rovesciato una bibita. L'ho pulita io.»

Lidia non disse nulla. Tirò fuori un taccuino suo, più piccolo, e scrisse: macchia scura non del tutto rimossa.

«Vorrei vedere la borsa del professore. E la sala della mappa.»

La direttrice fece un cenno al custode. «Accompagni la dottoressa Riva.»

Mentre salivano, Lidia osservò il museo come se fosse un libro: ogni oggetto era una parola, ogni corridoio una frase. E lei cercava quella parola mancante.

Davanti alla sala chiusa, Neri infilò la chiave. «Solo io e la direttrice abbiamo la chiave. E il professor Vezzi, ovviamente.»

«Chi l'ha trovata chiusa stamattina?» chiese Lidia.

«Io. Alle otto. Ho aperto, ho fatto il giro… tutto a posto. Tranne la borsa vuota.»

Entrarono. La “Mappa delle Due Torri” era esposta al centro, sotto una teca. Sembrava una pergamena, ma con colori vivi: blu profondo, rossi sottili, linee precise come vene. Sul bordo, una lente d'ingrandimento era rimasta poggiata di lato, come un occhio dimenticato.

Lidia si fermò a un passo dalla teca. «Il taccuino era vicino alla mappa?»

«Il professor Vezzi si sedeva lì.» Neri indicò una sedia e un tavolino. Sopra, un portapenne e un foglio bianco.

Un foglio bianco. Troppo bianco.

Lidia avvicinò il viso senza toccare. Sul foglio, quasi invisibili, c'erano solchi: qualcuno aveva scritto e poi strappato il foglio sopra.

«Qualcuno ha lasciato un'impronta di scrittura.» Lidia guardò Neri. «Avete matite?»

«Nel laboratorio, giù.»

«Bene. Non toccate nulla. E ditemi: chi era in museo ieri sera?»

Neri si grattò la nuca. «La direttrice, il professore, la restauratrice, Martina. E… il ragazzo del tirocinio, Enzo.»

Lidia segnò due parole: Martina. Enzo.

Prima di uscire, si chinò leggermente. Sotto il tavolino c'era un filo sottilissimo, quasi trasparente, come quello usato per legare documenti. Appiccicato a un'estremità, un granello di carta blu.

Lidia lo raccolse con la punta di una pinzetta che teneva nel kit. «Primo nuovo elemento,» mormorò. «Un filo e un pezzetto di carta blu.»

E se la carta blu veniva dalla mappa… qualcuno aveva lavorato troppo vicino alla teca. O qualcuno aveva portato via qualcosa.

Fuori dalla sala, la direttrice li raggiunse. «Allora?»

Lidia alzò lo sguardo. «Non prometto miracoli. Prometto metodo.»

E nel metodo, pensò, anche un lettore può aiutare. Basta guardare con attenzione.

Capitolo 2

Nel laboratorio di restauro l'odore cambiava: colla, legno, stoffe antiche. Sul banco c'erano pennelli sottili come baffi, lampade con bracci snodati, e una scatola di matite morbide.

Martina, la restauratrice, stava pulendo un vassoio metallico. Aveva i capelli raccolti, gli occhi stanchi ma attenti. Quando vide Lidia, si irrigidì.

«Mi hanno detto che c'è un problema,» disse, cercando un tono leggero.

«Un taccuino sparito non è un problema. È una domanda,» rispose Lidia. «E a ogni domanda risponde qualcuno, prima o poi.»

Martina non sorrise. «Il professor Vezzi aveva appunti preziosi. Senza quelli, domani sarà un disastro.»

«Lei dov'era ieri tra le sei e le otto?» chiese Lidia, diretta.

Martina posò il panno. «Qui. Ho finito di controllare i pigmenti della mappa. Poi sono salita in sala a riportare i campioni. Il professore era lì. Parlava con la direttrice.»

«E Enzo?»

«Enzo? È un tirocinante. Entusiasta… e un po' impacciato. È venuto a farmi domande e poi è sparito. Ha detto che doveva prendere un libro in archivio.»

Lidia prese una matita morbida e tornò al foglio bianco trovato in sala. Lo portava in una cartellina trasparente. Con delicatezza, sfregò la grafite. Le parole nascoste emersero come fantasmi.

Si leggevano pezzi: “...non consegnare...”, “...chiave...”, “...frase...”, e una riga sottolineata: “La torre guarda la torre”.

Lidia si fermò. Quella frase suonava come un indovinello. O come una password.

«Avete mai sentito questa frase?» chiese.

Martina aggrottò la fronte. «No. Ma il professore amava le frasi strane. Diceva che le mappe parlano se sai ascoltarle.»

Lidia annotò: “La torre guarda la torre” = possibile codice.

«Mi serve l'elenco delle persone con accesso all'archivio,» disse Lidia.

Martina esitò. «Lo ha la direttrice.»

«Allora parlerò con lei. Intanto, un'altra cosa: quel filo con carta blu. In laboratorio usate carta blu?»

Martina indicò un cassetto. «Carta velina blu, sì. La usiamo per proteggere i bordi delle pergamene durante il trasporto. Ma dovrebbe restare qui.»

Lidia aprì il cassetto: fogli sottili, blu scuro. Ne prese uno e lo confrontò con il granello. Sembrava identico.

«Quindi il filo e la carta blu possono venire da qui,» disse. «O da chi ha preso materiale da qui.»

Martina si accese. «Sta insinuando che io…?»

La sua voce si fece tesa, più alta. Neri, sulla porta, fece un passo indietro.

Lidia non cambiò tono. «Non insinuo. Verifico. La logica non accusa, ordina.»

Martina strinse i pugni. «Io lavoro da tre mesi su quella mappa. Tre mesi! Non ruberei mai gli appunti del professore.»

«Allora mi aiuti.» Lidia puntò il dito sul banco. «Chi ha preso ieri sera carta velina o fili?»

Martina respirò a fondo, come se dovesse ingoiare la rabbia. «Enzo. Gli ho dato un foglio blu perché doveva portare un documento in sala senza piegarlo. E un filo per legarlo.»

Lidia sentì la storia muoversi, come una porta che si apre.

«Perché non lo ha detto subito?»

Martina abbassò lo sguardo. «Perché non volevo che pensaste male di lui. È… il figlio della mia vicina. Un bravo ragazzo.»

Lidia rimase in silenzio un momento, poi: «Dove posso trovarlo adesso?»

«In archivio, o in biblioteca. Oppure…» Martina esitò. «A volte va sul terrazzo. Dice che da lì “le torri si parlano”

Lidia ripensò alla frase: “La torre guarda la torre.”

Se vuoi aiutare, lettore, tieni a mente due cose: un pezzetto di carta blu e una frase che sembra un indovinello. E chiediti: dove, in un museo, una torre può “guardare” un'altra?

Capitolo 3

L'archivio era nel seminterrato, dietro una porta pesante. Lì il tempo sembrava impilato in scatole: registri, cartelle, vecchie fotografie. Una lampadina tremolante faceva ombre lunghe sulle mensole.

La direttrice consegnò a Lidia un foglio con gli accessi. «Oltre a me e Neri, ieri potevano entrare Martina e il professor Vezzi. E il tirocinante, Enzo, con permesso.»

«Permesso scritto?» chiese Lidia.

La direttrice tossì. «No… gliel'ho detto a voce.»

Una regola non scritta è una finestra aperta, pensò Lidia.

Davanti a una scrivania, vide un quaderno di registro. Lo sfogliò: firme, orari, note. Alla data di ieri, un nome: ENZO, ore 18:40, “consultazione planimetrie”.

«Planimetrie?» Lidia alzò gli occhi.

«Le mappe del palazzo,» disse la direttrice. «Le piante delle sale. Per orientarsi.»

Lidia sentì un clic interno. Orientarsi… o trovare un percorso.

«C'è un accesso al terrazzo da qui?» chiese.

Neri annuì. «Una scala di servizio. Ma è chiusa a chiave.»

«E la chiave dov'è?»

Neri si toccò il mazzo alla cintura. «Qui.»

Lidia guardò il mazzo: molte chiavi, un'etichetta scolorita. «Posso vederlo?»

Neri glielo porse, un po' riluttante. Lidia notò che una chiave aveva un segno fresco, come se fosse stata strofinata contro qualcosa di ruvido. E sull'anello del portachiavi c'era… un filo sottilissimo, trasparente.

«Interessante,» disse Lidia. «Signor Neri, lei lega le chiavi con fili?»

«No. Perché dovrei?»

Lidia non rispose. Tirò fuori una lente e osservò il filo: identico a quello trovato sotto il tavolino. Qualcuno aveva usato un filo per… copiare? tenere ferma? o tirare?

«È possibile che qualcuno abbia preso la chiave senza staccarla dal mazzo,» disse Lidia lentamente, «usando un filo per estrarla e reinserirla senza che lei se ne accorgesse.»

La direttrice spalancò gli occhi. «Ma è… da film!»

«I film esagerano. Le persone, a volte, sono più semplici,» rispose Lidia. «Serve solo pazienza e un po' di audacia.»

Salirono. Il corridoio che portava alla scala di servizio era stretto, con muri grigi e un cartello “Solo personale”. Lidia si fermò davanti alla porta metallica che dava sulle scale.

Neri infilò la chiave. La serratura scattò. Un soffio d'aria fredda salì dal vano.

«Eppure lei dice che non l'ha aperta da ieri,» osservò Lidia.

«No, non l'ho aperta.»

Lidia si chinò davanti alla soglia. Sul bordo inferiore c'era una striscia di polvere più pulita, come se qualcosa fosse strisciato. E sul pavimento, un granellino blu.

Carta velina blu. Di nuovo.

Salirono le scale. A ogni piano, una finestra dava su un cortile interno. Sopra, si intravedeva il cielo.

Quando arrivarono al terrazzo, Lidia si trovò davanti a un panorama diverso: due torri in pietra, una a nord e una a sud della città, spuntavano tra i tetti come guardiani. E lì, sul parapetto, un ragazzo magro con uno zaino stava fissando l'orizzonte.

Enzo si voltò di scatto. Aveva gli occhi chiari e un'espressione colpevole, come chi è stato sorpreso a leggere un biglietto non suo.

«Enzo,» disse Lidia con calma. «Sto cercando il taccuino del professor Vezzi.»

Il ragazzo strinse lo spallaccio. «Io non… non l'ho preso.»

«Non ti ho ancora chiesto se l'hai preso,» rispose Lidia. «Ti ho detto cosa cerco. Le parole contano.»

Enzo deglutì.

Lidia fece un passo più vicino. «Ieri hai preso carta velina blu e un filo dal laboratorio. Hai consultato le planimetrie. Sei salito qui. E hai lasciato tracce. Perché?»

Enzo scosse la testa, confuso e spaventato. «Volevo solo… capire una cosa.»

«Quale?»

Enzo guardò le due torri in lontananza. «La frase del professore. “La torre guarda la torre.” Me l'ha detta una volta e poi se n'è dimenticato. Io… io ci ho pensato tutta la notte.»

Una frase dimenticata. Lidia sentì l'indagine cambiare direzione, come una bussola che trova il nord. Non era solo un furto: era un enigma lasciato a metà.

«E il taccuino?» chiese.

Enzo aprì lo zaino con mani tremanti. Dentro non c'era un taccuino. C'era un tubo di cartone legato con filo trasparente, e un foglio di carta velina blu.

«Non l'ho rubato,» disse in fretta. «Ho trovato questo in sala. Era caduto dietro il tavolino. Non volevo che qualcuno lo rovinasse.»

Lidia prese il tubo senza aprirlo. «Cosa c'è dentro?»

«Una copia… penso. Una stampa della mappa. Il professore mi aveva chiesto di portarla in archivio. Poi ha iniziato a parlare con la direttrice e… io ho dimenticato. Sono salito qui perché… perché da qui vedi le torri. E la frase mi sembrava una chiave.»

Lidia guardò Enzo. Non vedeva malizia, ma paura di essere frainteso.

«Enzo, ascolta bene. Il taccuino non è qui. Però tu hai trovato qualcosa che ci può aiutare. Adesso scendiamo e lo apriamo insieme. E poi mi racconti, dall'inizio, senza saltare niente.»

Enzo annuì, sollevato e ancora nervoso.

Se vuoi aiutare, lettore, fai come Lidia: separa i fatti dalle supposizioni. Fatti: filo, carta blu, accesso al terrazzo, tubo di cartone. Supposizione: furto. Quale fatto potrebbe indicare un nascondiglio?

Capitolo 4

Nel laboratorio, Lidia aprì il tubo con cura. Dentro c'era una riproduzione della “Mappa delle Due Torri”, ma con segni a matita che non erano sulla mappa esposta: piccole X e una linea che univa due punti ai margini, come se qualcuno avesse tracciato un percorso.

Martina si avvicinò, e per un attimo la sua rabbia si trasformò in curiosità. «Questi segni… non sono miei.»

La direttrice si portò una mano alla bocca. «Il professor Vezzi stava studiando qualcosa in segreto?»

Lidia posò la riproduzione sul banco e la illuminò con la lampada. «Guardate qui. Le X sono vicino ai disegni delle due torri. E la linea attraversa…» seguì il tratto con una matita, «…una zona che sulla mappa è chiamata “Passaggio del Vento”

Neri borbottò: «Nel museo non c'è nessun passaggio del vento.»

«Eppure nelle planimetrie antiche può esserci,» disse Lidia. «Enzo, le planimetrie che hai consultato: le hai ancora in mente?»

Enzo annuì. «C'era una pianta vecchia. Segnava una scala murata vicino alla sala nuova. Una scala che portava… a un corridoio stretto tra due muri. Sembrava inutile.»

Lidia guardò Martina. «La sala nuova, dov'è esattamente?»

Martina indicò una parete. «Di là. Hanno chiuso un vecchio passaggio quando hanno rifatto l'impianto elettrico.»

Lidia ricordò la frase emersa dal foglio: “non consegnare… chiave… frase…” e soprattutto “La torre guarda la torre”.

«Forse “la torre guarda la torre” non è poesia,» disse Lidia. «È un'istruzione. Se due torri si guardano, tra loro c'è una linea. Una linea può indicare un punto preciso. Un punto… nel museo.»

La direttrice tentò un sorriso nervoso. «Sta dicendo che c'è un nascondiglio?»

«Sto dicendo che dobbiamo verificare,» rispose Lidia.

Attraversarono i corridoi fino alla sala nuova ancora chiusa al pubblico. C'erano teli, scatoloni, l'odore di vernice fresca. Lidia camminava lenta, osservando gli angoli, il pavimento, le pareti.

Poi si fermò davanti a una sezione di muro dove una cornice di legno era stata rimontata di recente. La polvere ai lati era più chiara, come se fosse stata spazzata via.

«Qui,» disse.

Neri arricciò il naso. «È solo un pannello.»

Lidia passò le dita lungo il bordo. Non forzò. Cercò una piccola differenza: un chiodo nuovo, una vite diversa. La trovò: una vite leggermente consumata, come se fosse stata girata più volte.

«Martina, hai un cacciavite?»

Martina annuì e glielo porse.

Lidia svitò lentamente. Il pannello si allentò, e dietro apparve una fessura. Da lì uscì un filo d'aria fredda, come un sospiro. Il “Passaggio del Vento”.

Enzo fece un passo indietro. «Esiste davvero…»

Dentro, incastrato tra due mattoni, c'era un oggetto scuro: una borsa di cuoio.

La borsa del professor Vezzi.

La direttrice trattenne il fiato. «Non ci credo.»

Lidia infilò la mano e la tirò fuori. Era impolverata, ma intatta. La aprì: dentro c'era il taccuino. E sopra, un foglietto piegato in quattro.

Martina si sporse. «Che dice?»

Lidia aprì il foglietto e lesse ad alta voce, con attenzione:

“Se stai leggendo, significa che mi hai seguito. Bene. Ma non accusare in fretta. La frase che tutti dimenticano è la chiave: ‘La torre guarda la torre'. Non è un segreto per rubare, è un modo per proteggere. Chiedi a chi si è arrabbiato ieri sera. E ascolta.”

Neri sbiancò. «Ieri sera…»

La direttrice si irrigidì. «Chi si è arrabbiato?»

Un silenzio pesante riempì la sala come polvere.

Martina parlò piano. «Il professor Vezzi ha litigato con… con lei, direttrice.»

La direttrice scattò. «Non era un litigio. Era una discussione professionale!»

Lidia chiuse lentamente il taccuino. «Allora facciamo la cosa più semplice e più difficile: raccontiamoci la verità. Direttrice Belli, cos'è successo ieri sera?»

La direttrice arrossì, e la sua voce diventò tagliente. «Mi stava accusando di voler trasformare il museo in un luogo di spettacolo. Diceva che l'inaugurazione era affrettata. Io… io ho perso la pazienza. Gli ho detto che se non era d'accordo poteva andarsene.»

Neri mormorò: «E lui?»

«Lui è rimasto calmo,» disse la direttrice, ma lo disse con fastidio, come se quella calma la ferisse. «Ha detto solo: ‘Allora proteggerò io quello che conta.'»

Lidia capì. Il taccuino non era stato rubato. Era stato nascosto. E la rabbia aveva reso tutti ciechi.

Se vuoi aiutare, lettore, fai un'ultima domanda: chi aveva motivo di nascondere il taccuino senza volerlo far sparire per sempre? E perché lasciare una frase come guida?

Capitolo 5

Trovarono il professor Vezzi nella sala della mappa, seduto sulla stessa sedia accanto al tavolino, come se non si fosse mai mosso. Aveva una giacca di tweed e le mani intrecciate. Il suo viso era stanco, ma gli occhi brillavano di una calma ostinata.

Quando vide la borsa e il taccuino, non sembrò sorpreso. Sembrò sollevato.

«Finalmente,» disse. «Avete seguito la linea tra le torri.»

La direttrice fece un passo avanti. «Professore… perché ha nascosto i suoi appunti? Ci ha fatto impazzire.»

Il professor Vezzi guardò Lidia, come se volesse parlare prima con lei. Lidia annuì appena.

«Perché ieri sera,» disse lui, «ho sentito che la mia ricerca sarebbe stata usata male. Non rubata, no. Peggio: semplificata. Trasformata in un gioco senza spiegazioni.»

La direttrice scattò di nuovo. «Io volevo solo rendere la mostra più accessibile!»

«Accessibile non significa superficiale,» rispose Vezzi, ancora calmo. «E quando lei si è arrabbiata… ho capito che non mi avrebbe ascoltato. Così ho nascosto il taccuino in un posto che solo chi ragiona, e non chi corre, avrebbe trovato.»

Enzo alzò una mano timida. «Io… io ho preso il tubo perché era caduto. Non volevo…»

Vezzi lo interruppe con dolcezza. «Lo so, Enzo. E ti ringrazio. Sei salito sul terrazzo: hai guardato le torri. Hai cercato un senso. È questo che volevo: spirito critico. Non obbedienza cieca.»

Martina sbuffò, mezzo sollevata e mezzo irritata. «E noi che ci siamo accusati a vicenda.»

Lidia parlò allora, con la stessa precisione con cui aveva svitato la vite del pannello. «Professore, lei ha lasciato indizi. Carta velina blu, filo, la frase. Sapeva che qualcuno li avrebbe seguiti. Ma ha anche creato paura.»

Vezzi abbassò lo sguardo. «Sì. Ho commesso un errore. Ho pensato che un enigma avrebbe calmato gli animi. Invece ha acceso sospetti.»

La direttrice strinse la collana tra le dita. La rabbia le tremava ancora sulla pelle, ma la voce uscì più bassa. «Mi sono arrabbiata perché ho paura di fallire. Domani è importante per il museo. E per me.»

Lidia annuì. «La paura spesso si traveste da rabbia. Però la rabbia non è una prova. È solo un rumore.»

Ci fu un silenzio. Poi Vezzi aprì il taccuino e lo porse alla direttrice. «Legga. Non è un trofeo. È un lavoro. Se domani presentiamo la mappa, lo faremo spiegando anche il metodo: come si verifica un'ipotesi, come si legge un documento, come si dubita in modo utile.»

La direttrice prese il taccuino con cautela, come se fosse caldo. «Lo faremo,» disse. E, dopo un attimo, aggiunse: «Mi dispiace per le parole di ieri.»

Vezzi inclinò la testa. «Anch'io avrei dovuto parlare prima di nascondere.»

Martina lasciò uscire un piccolo respiro che sembrava una risata. «Quindi nessun ladro misterioso. Solo adulti testardi e un ragazzo curioso.»

Enzo arrossì. «E una frase dimenticata.»

Lidia guardò la mappa sotto la teca. Le due torri disegnate sembravano davvero guardarsi, immobili e pazienti.

«La pace si ritrova quando si smette di immaginare il peggio e si torna ai fatti,» disse Lidia. «E quando si ascolta.»

Il professor Vezzi sorrise appena. «Allora, dottoressa Riva, caso chiuso?»

Lidia chiuse il suo piccolo taccuino. «Caso chiuso. Ma domani… apriamo una buona domanda per chi visiterà: come si arriva a una verità senza correre dietro alle accuse?»

Fuori, la luce calava. Dentro, nel museo, l'aria sembrò più leggera. La direttrice smise di stringere la collana. Martina rimise in ordine gli strumenti. Enzo guardò la mappa con occhi nuovi.

E tra le due torri, lontane ma in linea, la città sembrò respirare in pace.

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Atrio
La parte d'ingresso di un edificio, dove si entra e si aspetta.
Restauro
Lavoro per riparare e conservare opere d'arte o oggetti antichi.
Pergamena
Foglio antico di pelle usato per scrivere, fragile e prezioso.
Teca
Contenitore di vetro che protegge e mostra oggetti importanti.
Portapenne
Piccolo contenitore per tenere penne e matite ordinate sul tavolo.
Un’impronta di scrittura
Segno lasciato sul foglio dove prima c'erano parole strappate.
Carta velina blu
Foglio sottile e leggero usato per avvolgere o proteggere cose delicate.
Restauratrice
Persona che ripara e conserva opere d'arte o oggetti antichi.
Planimetrie
Disegni che mostrano la pianta e la disposizione delle stanze.
Seminterrato
Piano di un edificio parzialmente sotto il livello del terreno.
Portachiavi
Anello o oggetto che tiene insieme le chiavi per non perderle.
Serratura
Meccanismo della porta dove si inserisce la chiave per aprire o chiudere.
Cartellina trasparente
Sacco o foglio plastico che protegge documenti e li rende visibili.

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