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Storia di detective 11/12 anni Lettura 22 min.

Il dossier scomparso della biblioteca: l'indagine di Bianca Rinaldi

Bianca Rinaldi, giovane detective, aiuta Nico a ritrovare un dossier scomparso dalla biblioteca indagando tra segreti, alibi e piccoli indizi che mettono in luce verità nascoste nel paese.

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Donna detective di circa 30 anni, sguardo determinato e dolce, capelli castani raccolti a chignon, cappotto grigio-blu, accovacciata vicino a una grande cassa mentre tiene delicatamente una cartellina blu aperta con pagine stampate; ragazzo Nico di circa 12 anni, sollievo ma ancora preoccupato, capelli corti castani, felpa verde, a sinistra della detective con le mani incrociate, fissando la cartellina ritrovata; adolescente Marco di circa 16 anni, capelli ricci e dita macchiate di colla, T-shirt chiara, tiene un rotolo di nastro adesivo e guarda la scena con senso di colpa e stanchezza, chino su un pannello di cartone a destra; interno: piccolo magazzino di biblioteca con scaffali di legno pieni di scatole numerate con etichette manoscritte (visibile 3-7-2), luce calda da una lampadina nuda, polvere dorata in sospensione, attrezzi per esposizioni e cartelli strappati impilati; situazione: momento di scoperta calmo e rivelatore — la detective mostra il fascicolo recuperato in una scatola contrassegnata, i personaggi attorno alla cassa, tensione attenuata, dettagli visivi netti (nastro adesivo, pagina strappata, etichetta «Arch. L.»). segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1

L'agenzia di investigazioni di Bianca Rinaldi profumava di carta e limone. Sul tavolo, tre cose erano sempre allineate: il taccuino a quadretti, una matita ben temperata e l'orologio da polso con il cinturino blu. Bianca non amava le sorprese, ma amava risolverle.

Quella mattina la sorpresa arrivò sotto forma di campanello e di un ragazzo con lo zaino storto e gli occhi inquieti. Si chiamava Nico, dodici anni, e stringeva un berretto tra le mani come se fosse un volante.

«Sei… davvero una detective?» chiese.

«Dipende. Hai perso un gatto o una bugia?» rispose Bianca, senza sorridere troppo. Era il suo modo di essere gentile: poche parole, precise.

Nico deglutì. «È sparito il dossier della biblioteca. Quello con i progetti del nuovo spazio studio. La preside dice che senza, addio finanziamento. E… tutti guardano mio padre. Lui lavora lì come custode.»

Bianca incrociò le dita, poi le separò, come se stesse aprendo una porta invisibile. «Un dossier non cammina da solo. Dimmi l'ultima volta che l'hai visto.»

«Ieri pomeriggio. Era sulla scrivania della signora Valli, la bibliotecaria. Poi è arrivata gente per la riunione. Stamattina… niente.»

Bianca prese il taccuino. Tre righe, tre punti elenco. «Chi era in biblioteca ieri? Proviamo a fare ordine. Tu mi aiuti. Ogni dettaglio conta, anche quelli che sembrano sciocchi.»

Nico annuì, sollevato dal fatto che qualcuno non lo stesse già accusando.

«C'erano: la signora Valli, mio padre Enrico, il professor Bruni di scienze, la signora Riva del comitato genitori e… un ragazzo più grande, Marco, che fa volontariato.» Nico si morse il labbro. «E io, ovvio.»

Bianca infilò la matita dietro l'orecchio. «Bene. Ora andiamo. Voglio vedere la scena con i miei occhi. E soprattutto… voglio verificare un alibi.»

Capitolo 2

La biblioteca comunale sembrava più silenziosa del solito, come se i libri stessero trattenendo il fiato. La luce filtrava dalle finestre alte e disegnava rettangoli chiari sul pavimento.

Bianca camminò lentamente, guardando tutto: la posizione delle sedie, la traccia di polvere sulla cornice di una finestra, un segnalibro caduto vicino al termosifone.

La signora Valli arrivò con passo nervoso. «Finalmente! Io l'ho detto alla preside: qui è stato qualcuno di… organizzato.»

Bianca sollevò un sopracciglio. «Organizzato o confuso, lo scopriremo. Mi faccia vedere la scrivania.»

Sulla scrivania della bibliotecaria c'era un rettangolo più chiaro, come una sagoma di luce rimasta sul legno. Il dossier era stato lì. Bianca non toccò nulla: osservò le graffette, un elastico spezzato, una tazza con la scritta “Leggere è viaggiare” e una piccola macchia di tè secco, scura come un puntino d'inchiostro.

«Ieri alle diciassette e trenta io ho chiuso l'armadietto dei documenti,» disse la signora Valli. «Poi c'è stata la riunione. Il dossier era fuori, perché dovevamo discuterlo.»

«Chi ha avuto accesso a questa scrivania?» chiese Bianca.

«Tutti, praticamente. Ma io ero sempre qui… quasi sempre.» La bibliotecaria esitò. «Sono andata un attimo in bagno. Due minuti.»

Bianca annotò: “Due minuti. Sempre i due minuti.”

Nico indicò una porta laterale. «Quella è l'uscita di servizio. Di solito è chiusa.»

Bianca si avvicinò. La maniglia era lucida in un punto, come se fosse stata toccata spesso, e opaca altrove. Sotto, una riga sottile di polvere era stata interrotta: qualcuno aveva aperto e richiuso di recente.

«Interessante,» mormorò.

In quel momento apparve Enrico, il custode: mani grandi, giacca con le chiavi attaccate alla cintura. Guardò Bianca e Nico con un'ombra di stanchezza.

«Mi dispiace per tutto questo,» disse. «Io ieri sera ero qui fino alle diciotto e dieci. Ho chiuso le finestre e controllato i bagni. Poi sono andato al bar di Gino, come sempre.»

Bianca lo fissò con calma. «Ha qualcuno che può confermare?»

Enrico annuì subito. «Gino. E anche due signori che giocano a carte.»

Bianca non si mosse. «Lo verificherò. Non perché non mi fidi, ma perché l'integrità è questo: controllare le cose anche quando ci fa comodo crederle.»

Nico inspirò, come se quelle parole gli avessero dato una specie di armatura.

Bianca indicò il pavimento vicino alla scrivania. «Vedi quella briciola di carta? È strappata, non tagliata. E lì… una striscia di nastro adesivo, sottile. Chi ha portato via il dossier forse l'ha avvolto, o l'ha chiuso in fretta.»

La signora Valli si portò una mano al petto. «Io uso il nastro per le etichette… ma ieri non l'ho preso.»

Bianca guardò Nico. «Ora tocca a te: quale tra le persone che hai nominato usa spesso nastro adesivo o cose simili? A scuola, a casa, ovunque.»

Nico pensò. «Il professor Bruni! Fa sempre esperimenti e attacca etichette su provette. E… Marco. Lui aggiusta i cartelloni per gli eventi.»

Bianca annuì. «Bene. Adesso, prima di parlare con loro, andiamo a verificare l'alibi di tuo padre. È il primo nodo da sciogliere.»

Capitolo 3

Il bar di Gino aveva il suono allegro delle tazzine e l'odore di cacao. Bianca entrò come entra in un'indagine: senza fretta, ma senza lasciare scappare niente.

Gino era un uomo con baffi curati e un grembiule sempre pulito. «Bianca Rinaldi? Ti riconosco. Caffè?»

«Dopo. Prima una domanda precisa,» disse lei, mostrando l'orologio. «Ieri Enrico, il custode della biblioteca: a che ora è arrivato qui?»

Gino si grattò il mento. «Alle diciotto e venti. Più o meno. Ha ordinato un cappuccino e un panino.»

Bianca non scrisse ancora. «Più o meno non mi basta. Hai uno scontrino? Una registrazione? Qualcosa.»

Gino indicò la cassa. «Registro elettronico. Aspetta.» Schiacciò qualche tasto. «Ecco: 18:22. “Cappuccino + panino”

Bianca annotò. «Chi era presente?»

Due signori con le carte in mano alzarono lo sguardo. «Noi,» disse il più magro. «Enrico si è seduto vicino alla finestra. Ha parlato del temporale.»

Bianca li ringraziò. Fuori, Nico lasciò uscire l'aria lentamente. «Quindi… non è stato lui.»

«L'alibi regge per quell'orario,» disse Bianca. «Ma il furto potrebbe essere avvenuto prima delle 18:22. Tuttavia, se Enrico ha chiuso alle 18:10, aveva poco tempo per rubare, nascondere e arrivare qui tranquillo. Non impossibile, ma poco elegante. E chi ruba di solito non è elegante.»

Nico fece una smorfia. «Allora chi?»

Bianca si fermò sul marciapiede, guardando una foglia che girava in tondo dentro una pozzanghera. «Chi aveva un motivo. Chi aveva l'occasione. E chi poteva muoversi senza farsi notare.»

«Marco?» provò Nico. «È sempre in giro.»

«O il professor Bruni. O la signora Riva. O qualcuno che non hai visto.» Bianca richiuse il taccuino con un colpetto secco. «Torniamo in biblioteca. Voglio parlare con Marco. E con chiunque abbia un segreto.»

Nico aggrottò la fronte. «Lo sai già?»

Bianca lo guardò di lato. «Non ancora. Ma in ogni luogo c'è qualcuno che nasconde qualcosa. Non sempre è un crimine. A volte è solo paura.»

Capitolo 4

Marco stava sistemando un pannello di cartone vicino all'ingresso della biblioteca. Aveva sedici anni, capelli ricci e le dita sporche di colla. Quando vide Bianca, fece un mezzo sorriso, come se volesse sembrare tranquillo ma non ci riuscisse.

«Ciao… posso aiutare?» chiese.

Bianca indicò il rotolo di nastro sulla sua sedia. «Usi spesso quello.»

Marco lo prese in mano. «Per i cartelloni, sì. Ma non ho toccato nessun dossier.»

«Non ti sto accusando,» disse Bianca. «Sto ricostruendo. Ieri, durante la riunione, dov'eri quando la signora Valli è andata in bagno?»

Marco distolse lo sguardo. «Qui. Cioè… sono uscito un attimo.»

Nico lo fissò. «Hai detto che eri rimasto!»

Marco si irrigidì. «Non volevo… complicare.»

Bianca fece un passo avanti, la voce bassa. «Che cosa hai nascosto, Marco? È meglio dirlo adesso. L'integrità è dire la verità anche quando ti mette in difficoltà.»

Marco stringeva il nastro come fosse una maniglia per non cadere. «Va bene. Ieri ho aperto l'uscita di servizio. Dovevo… consegnare una cosa.»

«A chi?» chiese Bianca.

«A mia sorella. È venuta a prendermi. Non doveva farsi vedere.» Marco arrossì. «È scappata di casa da nostra madre per qualche giorno. Non volevo che qualcuno la riconoscesse qui in paese. Io… le ho dato dei soldi e una felpa. L'ho fatta entrare e uscire da lì, perché davanti c'era gente.»

Nico sgranò gli occhi. «Quindi c'era davvero qualcuno!»

Bianca annuì lentamente. «Questo è un segreto, non un furto. Ma cambia la nostra mappa. Tua sorella ha visto qualcosa?»

Marco scosse la testa. «Era di fretta, tremava. Però…» Si morse l'interno della guancia. «Quando ho aperto la porta, ho visto qualcuno nel corridoio interno. Una persona con un ombrello piegato, anche se fuori non pioveva ancora.»

Bianca sentì il click di un ingranaggio mentale. «Un ombrello piegato. Colore?»

«Rosso scuro. E aveva… scarpe che facevano quasi niente rumore.»

«Passi leggeri,» mormorò Bianca, come appuntandosi un'eco.

Nico si sporse. «Chi poteva avere un ombrello?»

Bianca guardò verso la sala lettura. «Qualcuno che voleva coprire qualcosa, o che aveva l'abitudine di portarlo sempre. Ora ascolta bene, Nico: ti faccio una domanda per aiutarmi. Nella riunione, chi ha appoggiato qualcosa vicino alla scrivania? Una borsa, una cartellina, un ombrello, qualunque cosa.»

Nico chiuse gli occhi, come se rivedesse la scena. «La signora Riva aveva una borsa enorme. Il professor Bruni aveva una cartella rigida. E… mi pare che qualcuno avesse davvero un ombrello vicino alla sedia. Ma non ricordo chi.»

Bianca non si arrabbiò. «Va bene. La memoria è come una torcia: illumina dove la punti. Domani la punteremo meglio.»

Poi notò una cosa sul pannello che Marco stava sistemando: un'etichetta di carta con numeri scritti a penna. «Cos'è quello?»

Marco esitò. «Ah… è per il magazzino. Numeriamo le scatole.»

Bianca si avvicinò. I numeri erano: 3-7-2. Sotto, una piccola striscia di nastro identica a quella vista sulla scrivania.

«Mi porti nel magazzino,» disse Bianca. «Subito.»

Capitolo 5

Il magazzino della biblioteca era un mondo diverso: odore di cartone, scaffali stretti, pile di sedie impilate come torri. Bianca accese la luce. Il neon frusciò, come un sussurro elettrico.

Marco indicò una fila di scatole. «Quelle sono le nostre. Eventi, laboratori, decorazioni.»

Bianca scorse le etichette. 3-7-1. 3-7-2. 3-7-3. Era un ordine pulito, quasi militare. Lei amava gli ordini, ma sapeva anche che un ladro intelligente li usa per nascondersi.

«Apriamo la 3-7-2,» disse.

Marco tirò fuori un taglierino. Bianca lo fermò. «No. Prima osserviamo. Vedi il nastro? È stato rimesso. Qui c'è una bolla d'aria. Chi l'ha chiuso era di fretta o non era abituato.»

Marco deglutì. Sollevò il coperchio con attenzione.

Dentro c'erano cartelloni arrotolati, pennarelli, e… una cartellina blu, leggermente schiacciata. Bianca la prese con due dita, come se fosse fragile.

Nico trattenne il fiato. «È lui?»

Bianca aprì la cartellina. C'erano pagine stampate, grafici, il timbro del Comune. «Il dossier. Ritrovato.»

«Allora Marco…» Nico iniziò, ma Bianca alzò una mano.

«Aspetta. Trovare non significa capire.» Bianca sfogliò. Mancava qualcosa: una pagina strappata, l'angolo superiore irregolare. Inoltre, tra i fogli c'era un pezzetto di carta diverso, più ruvido, con una scritta a matita: “Arch. L.”

Nico si avvicinò. «Chi è Arch. L?»

Bianca sentì un brivido di logica. «Architetto L… potrebbe essere l'architetta Lanzi, quella che lavora ai progetti del Comune. Ma perché la sua iniziale qui?»

Marco scosse la testa. «Io non c'entro. Io non sapevo nemmeno che fosse lì.»

Bianca lo guardò dritto. «Ti credo su una cosa: non hai la faccia di chi pianifica un furto e poi si mette a incollare cartelloni. Ma qualcuno ha usato il tuo ordine, le tue etichette, il tuo magazzino.»

Nico serrò le mani. «Chi conosceva i numeri delle scatole?»

Marco rispose piano: «Io, la signora Valli… e chiunque mi abbia visto farlo. La signora Riva mi ha anche chiesto come funzionava, perché voleva “capire l'organizzazione”

Bianca segnò mentalmente. «Organizzazione. Borsa enorme. Ombrello. Passi leggeri.»

Poi indicò il foglietto “Arch. L.” «Questo è un indizio lasciato apposta o un errore. E gli errori sono aperture.»

Nico la guardò con gli occhi accesi. «Cosa facciamo?»

Bianca richiuse la cartellina e la mise nella sua borsa, senza spiegare tutto. «Adesso parliamo con la signora Riva. E con l'architetta Lanzi. Ma prima ti faccio una proposta: prova tu a dedurre. Se tu fossi il colpevole, perché nascondere il dossier qui invece di portarlo via?»

Nico ci pensò. «Per far credere che sia sparito… ma tenerlo vicino, per riprenderlo dopo. O per togliere solo una pagina e lasciare il resto, così nessuno se ne accorge subito.»

Bianca annuì. «Bravo. Una pagina strappata vale più di un dossier intero.»

Capitolo 6

La signora Riva arrivò in biblioteca con un profumo dolce e un sorriso che sembrava stampato. Portava davvero una borsa enorme. Bianca la salutò con cortesia, senza lasciarsi ipnotizzare.

«Mi hanno detto che avete trovato… qualcosa,» disse la signora Riva, fingendo sorpresa.

«Abbiamo trovato il dossier in magazzino,» rispose Bianca. «Ma manca una pagina. Lei ieri aveva accesso alla scrivania durante i due minuti in cui la bibliotecaria era assente.»

La signora Riva fece una risatina breve. «Oh, per favore. Io ero in sala con tutti. E poi… che interesse avrei? Io voglio lo spazio studio per i ragazzi!»

«Esatto,» disse Bianca. «E qualcuno potrebbe volerlo in un modo diverso. Magari cambiando un dettaglio del progetto.»

Nico guardò la borsa. Bianca lo notò: era il lettore che aiutava l'indagine. Bene.

Bianca continuò: «Lei ha chiesto a Marco come funzionano le etichette delle scatole. Perché?»

La signora Riva aprì le braccia. «Curiosità. Mi piace che le cose siano in ordine.»

«Anch'io amo l'ordine,» disse Bianca. «Ma l'ordine non è una scusa per curiosare nei magazzini.»

La donna s'irrigidì un attimo, poi riprese il sorriso. «State insinuando che io…? Assurdo.»

In quel momento entrò l'architetta Lanzi, con una cartella di disegni sotto il braccio. Aveva i capelli raccolti e un impermeabile chiaro. Appoggiò la cartella e guardò Bianca con interesse professionale.

«Mi hanno chiamata per un problema con un documento,» disse. «Io ho una copia digitale del dossier, se serve.»

Bianca osservò l'ombrello nell'angolo vicino alla porta: rosso scuro, piegato con cura. L'architetta lo prese e lo spostò, come se fosse suo, senza pensarci.

Nico spalancò gli occhi e guardò Bianca: era quello il dettaglio.

Bianca non si precipitò. «Architetta Lanzi, ieri era presente alla riunione?»

«No,» rispose lei. «Io ero al Comune fino a tardi.»

La signora Riva intervenne subito: «Lei però passa spesso di qui. E conosce ogni stanza. Non è vero?»

Bianca sentì lo scontro: due adulti che si puntavano come lame gentili. Ma lei cercava fatti.

«Architetta,» disse Bianca, «posso chiederle una cosa semplice? L'iniziale “Arch. L.” è su un foglietto trovato dentro il dossier. Lo riconosce?»

Lanzi sbatté le palpebre. «No. Io firmo sempre con nome e cognome. Quello sembra… un promemoria di qualcuno.»

Bianca annuì. «E il suo ombrello è identico a quello descritto da un testimone. È un modello comune, ma l'ombrello non basta. Mi serve un pezzo in più.»

Poi si girò verso Nico. «Tu hai notato qualcosa della borsa della signora Riva?»

Nico esitò, poi indicò una tasca laterale leggermente aperta. «C'è… del nastro adesivo uguale a quello di Marco. E un angolo di carta strappata.»

La signora Riva chiuse la tasca di scatto. Troppo in fretta.

Bianca si avvicinò, voce ferma. «Signora Riva, le chiedo di aprire quella tasca. Se non lo fa, dovrò coinvolgere la preside e il Comune. Non è una minaccia, è procedura.»

La donna sbiancò. Per un attimo sembrò più piccola. Poi aprì la tasca, lentamente.

Dentro c'era una pagina del dossier, strappata, con un appunto a penna: una modifica alla planimetria, spostamenti di muri, e un nome di ditta scritto in basso.

«Io… volevo solo aiutare,» sussurrò la signora Riva. «Mio fratello ha un'impresa edile. Se avesse ottenuto quel lavoro… sarebbe stato un colpo di fortuna. Io pensavo: cambio un dettaglio, nessuno se ne accorge. Poi, quando mi sono resa conto di quello che stavo facendo, mi sono spaventata. Ho nascosto il dossier in magazzino per… per rimetterlo a posto più tardi. E ho scritto “Arch. L.” perché volevo dare la colpa all'architetta. È orribile, lo so.»

Il silenzio si appoggiò sulle sedie come polvere.

Bianca non alzò la voce. «Non è solo orribile. È ingiusto. L'integrità è scegliere la cosa giusta anche quando sembra meno conveniente. Adesso lei rimetterà quella pagina dove sta, e spiegherà tutto alla preside. Io sarò presente.»

La signora Riva annuì, con gli occhi lucidi. «Lo farò.»

L'architetta Lanzi inspirò profondamente. «Grazie per aver cercato la verità, non il colpevole più comodo.»

Bianca guardò Nico. «Vedi? La logica non serve per vincere. Serve per essere corretti.»

Capitolo 7

Nel corridoio della scuola, la preside ascoltò ogni parola con la faccia tesa. La signora Riva consegnò la pagina strappata e firmò una dichiarazione. Nico stava vicino a Bianca, in silenzio, come se avesse paura di rompere qualcosa.

Quando tutto fu finito, la preside si schiarì la gola. «Il progetto andrà avanti. E ci saranno conseguenze, certo. Ma apprezzo che la verità sia emersa prima del danno.»

Bianca uscì dall'ufficio insieme a Nico. Fuori, la sera era fresca. La biblioteca, dall'altra parte della piazza, era illuminata come una lanterna.

«Quindi… mio padre è salvo,» disse Nico.

«Tuo padre non doveva essere “salvo”. Doveva essere trattato con giustizia,» rispose Bianca. «È diverso.»

Nico annuì. «E Marco? Il suo segreto…»

«Non riguarda noi, se non per il fatto che ha scelto di dirlo quando contava. È un passo verso la verità. E la verità, anche quando pesa, è più leggera delle bugie.»

Camminarono lungo i portici. Nico sorrise appena. «Sai una cosa? Quando hai controllato l'alibi anche se potevi crederci… mi è sembrato… giusto.»

Bianca si aggiustò l'orologio. «È il mio lavoro. Ma è anche un modo di vivere.»

Arrivarono davanti alla biblioteca. Le luci si spensero una a una, e nel buio si sentì solo un suono: passi leggeri, quasi di punta, sul pavé.

Nico si voltò di scatto. «Hai sentito?»

Bianca sì. Non si allarmò. Guardò l'ombra che si avvicinava: era Enrico, il custode, con un mazzo di chiavi che non tintinnava. Le teneva strette nel palmo, per non fare rumore.

«Scusate,» disse Enrico piano. «Ho imparato a camminare così, in biblioteca. I libri dormono. Non bisogna svegliarli.»

Nico rise, finalmente. Una risata breve, vera.

Bianca osservò la porta, la piazza, i lampioni. Il caso era chiuso, ma la lezione restava aperta: la precisione serve, la perseveranza pure. E l'integrità… è il passo più leggero di tutti, perché non lascia impronte da nascondere.

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