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Storia di detective 11/12 anni Lettura 28 min.

Il codice delle costellazioni scomparso: il detective dei gesti alla biblioteca di Via delle Magnolie

Nella Biblioteca Civica scompare un manoscritto prezioso e il detective Lorenzo, aiutato dal personale e da un giovane volontario, segue indizi fatti di gesti, oggetti e piccoli segreti per scoprire cosa è successo.

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Uomo adulto, Lorenzo il detective, calmo e concentrato, volto dai tratti dolci, cappotto scuro bagnato dalla pioggia, tiene con cura una scatola piatta di cartone rigido aperta che mostra un vecchio manoscritto avvolto in un tessuto chiaro; uomo adulto, Gabriele, circa 50 anni, espressione vergognosa e stanca, mani robuste sulle ginocchia, in piedi leggermente dietro a sinistra di Lorenzo con lo sguardo abbassato; ragazzo adolescente, Samir, circa 17 anni, curioso e attento, capelli ricci, con zaino e guanti in nitrile che porge verso la scatola, a destra di Lorenzo pronto ad aiutare; donna anziana, la signora Rinaldi, circa 60 anni, viso sollevato e occhi lucidi, mano alla bocca, dietro gli altri vicino alla porta vetrata della biblioteca; luogo: ingresso esterno della biblioteca sotto una pensilina metallica, sampietrini bagnati che riflettono lanterne gialle, cassette per cartone e una vecchia porta vetrata con cornice in legno che mostra l'interno illuminato; situazione: scoperta solenne del manoscritto nascosto tra scatole, sera piovosa con luce morbida, colori sbiaditi e texture acquerellate, emozione contenuta e collaborazione silenziosa tra i presenti. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1

Il lunedì mattina, la Biblioteca Civica di Via delle Magnolie profumava di carta e pioggia. Fuori, le pozzanghere facevano specchi grigi; dentro, il silenzio aveva un suono preciso: pagine girate, passi attutiti, il ticchettio di un vecchio orologio.

Lorenzo Valenti entrò scuotendo l'ombrello. Non portava cappello né lente d'ingrandimento: sembrava un insegnante stanco. Eppure tutti, in biblioteca, sapevano che era un detective. Non uno qualunque: Lorenzo era attentissimo ai gesti. Diceva che le parole mentono spesso, ma le mani quasi mai.

La bibliotecaria, la signora Rinaldi, gli venne incontro con gli occhi lucidi.

—È sparito il “Codice delle Costellazioni”. Un manoscritto… non vale oro, ma per noi è come se lo valesse.

Lorenzo annuì senza fretta.

—Quando l'ha visto per l'ultima volta?

—Ieri alle diciotto e trenta. L'abbiamo riposto nella teca di vetro, qui. Stamattina la teca era chiusa, nessun vetro rotto… ma il manoscritto non c'era.

Lorenzo si avvicinò alla teca. Il lucchetto era intatto, la serratura pulita. Si piegò e osservò l'interno: una base di velluto blu, un piccolo segno chiaro dove prima appoggiava il volume. Poi notò qualcosa sul bordo: una scia sottilissima, come polvere spostata di lato.

—Chi ha le chiavi della teca? —chiese.

La signora Rinaldi si strinse nelle spalle, ma le sue dita giocherellavano con un cordoncino del badge, tirandolo e lasciandolo.

—Io, il custode Gabriele e… il professor Monti. Era qui per una conferenza sulle mappe antiche.

Dalla sala lettura arrivò un colpo di tosse. Un uomo alto, con una sciarpa troppo elegante per una giornata di pioggia, fissava Lorenzo con un sorriso teso. Accanto a lui, un ragazzo con lo zaino e i capelli ricci osservava tutto come se stesse seguendo una serie tv.

—Io sono il professor Monti —disse l'uomo, stringendo la mano a Lorenzo con una stretta secca—. Un furto davvero spiacevole.

Lorenzo ricambiò. Il pollice del professore premette due volte, rapido, come un tic nervoso.

—E tu? —chiese Lorenzo al ragazzo.

—Samir. Aiuto a catalogare, quando serve. —Il ragazzo fece un mezzo saluto, poi si tirò su la manica della felpa, come per liberarsi il polso.

Lorenzo registrò tutto: il cordoncino tirato dalla bibliotecaria, il doppio pressione del pollice del professore, la manica di Samir sollevata.

—Bene —disse Lorenzo—. Prima domanda per tutti: ieri, dopo le diciotto e trenta, chi è entrato in questa sala?

La signora Rinaldi guardò l'orologio come se potesse rispondere al posto suo.

—C'è stata la conferenza alle diciannove. Diverse persone. Ma la sala delle teche era chiusa.

—Chiusa come? —Lorenzo indicò la porta laterale.

—Con un chiavistello. Solo noi staff.

Gabriele, il custode, arrivò in quel momento. Era robusto, con mani grandi e un mazzo di chiavi che sembrava un campanaccio.

—Mi avete chiamato? —disse. E mentre parlava, la mano destra strinse il mazzo così forte da far tintinnare le chiavi, come un avvertimento.

Lorenzo osservò: quando Gabriele diceva “mi avete chiamato”, il suo sguardo scappava verso la teca, non verso le persone.

—Niente panico —disse Lorenzo—. Farò poche domande, e poi mi servirà che collaboriate. In una biblioteca, i segreti sono solo libri chiusi. E i libri, prima o poi, si riaprono.

Samir trattenne un sorriso. Il professore invece aggiustò la sciarpa, tirandola su fino a coprire un po' il mento.

Lorenzo si voltò verso il lettore: anche tu, che stai seguendo l'indagine, puoi aiutare. Ricorda i gesti. Le mani parlano.

Capitolo 2

Lorenzo chiese di vedere l'area della conferenza. La sala era grande, con sedie disposte a ventaglio e un tavolo per il relatore. Sul tavolo c'era ancora un bicchiere di plastica e un pennarello blu.

—Il professor Monti ha parlato qui —disse la signora Rinaldi—. Poi siamo andati tutti via.

—Tutti? —Lorenzo alzò un sopracciglio.

Gabriele si grattò la nuca con due dita, come chi cerca una risposta tra i capelli.

—Io ho chiuso alle ventuno. Ho fatto il giro. Le luci, le finestre… tutto a posto.

Lorenzo si avvicinò al tavolo e toccò il bicchiere. Era asciutto. Poi indicò il pennarello.

—Di chi è?

Samir fece un passo avanti.

—Credo del professor Monti. L'ha usato per segnare sul foglio grande.

Il professore alzò le mani, palmi in avanti, come se qualcuno lo stesse accusando con una pistola.

—Può essere. Non ci badavo. Sono distratto quando spiego.

Lorenzo annuì, ma osservò: quando il professore mostrava i palmi, le dita erano tese, rigide. Non era un gesto di calma, era un gesto di controllo.

—Posso vedere il foglio grande? —chiese Lorenzo.

La bibliotecaria lo guidò verso un cavalletto. C'era un poster con una mappa stellare. In basso, qualcuno aveva scritto in blu: “Nord = silenzio, Est = ingresso”.

—Carino —mormorò Lorenzo—. Un promemoria?

—Sono appunti della conferenza —disse Monti. Ma mentre lo diceva, la sua mano sinistra si infilò nella tasca interna della giacca e ne uscì subito, vuota, come se avesse controllato qualcosa.

Lorenzo fece finta di non notare e si abbassò invece a guardare il pavimento vicino al cavalletto. Tra le gambe di metallo trovò una piccola striscia lucida: un frammento di nastro adesivo trasparente, arrotolato su se stesso. Lo prese con un fazzoletto.

—Chi ha usato nastro adesivo ieri? —domandò.

Gabriele indicò la cassetta degli attrezzi.

—Io lo uso a volte per sistemare cavi, cartelli.

Samir scosse la testa.

—Io no. Uso etichette, ma sono di carta.

La signora Rinaldi si morse un labbro.

—Io… no.

Il professore tossì una seconda volta e si passò due dita sul nodo della sciarpa.

—Per fissare un foglio potrebbe servire. Ma non ricordo.

Lorenzo guardò le loro mani una per una.

Gabriele: unghie corte, un pollice con una macchiolina scura di grasso.

Signora Rinaldi: dita sottili, un anello che girava continuamente.

Samir: polsi segnati leggermente, come da elastico o bracciale.

Professore: mani curate, ma con un piccolo taglio fresco sul lato dell'indice.

Un taglio fresco e nastro adesivo arrotolato. Un dettaglio. Forse due.

—Dov'è il registro degli accessi? —chiese Lorenzo.

—Registro? —Gabriele sbuffò—. Qui non siamo in un museo.

Samir alzò la mano.

—Però abbiamo il registro della sala conferenze. Chi prenota, firma.

La signora Rinaldi lo guardò con gratitudine.

—Sì, è in ufficio.

Mentre camminavano verso l'ufficio, Lorenzo notò una cosa: il professore camminava con passi molto piccoli, quasi misurati. Gabriele, invece, trascinava leggermente il piede destro. Samir camminava leggero, ma con lo zaino ben stretto, come se contenesse qualcosa di fragile.

In ufficio, Samir aprì un cassetto e tirò fuori un quaderno.

—Ecco. Ieri: “Conferenza Monti, 19:00-20:15”.

Lorenzo sfogliò. C'era una firma: “M. Monti”. Poi, sotto, una sigla scritta in modo diverso, quasi inclinata: “G”.

—Questa “G” chi è? —chiese.

Gabriele fece un gesto rapido con la mano, come per scacciare una mosca.

—Io. Ho firmato perché ho consegnato le chiavi della sala.

La signora Rinaldi annuì.

—Sì, di solito firma chi apre e chi chiude.

Lorenzo chiuse il quaderno piano.

—Allora abbiamo un orario preciso. Adesso mi serve una cosa: nessuno tocchi la teca finché non abbiamo controllato la chiave.

Samir lo guardò con gli occhi accesi dalla curiosità.

—Sta dicendo che la teca non è stata forzata?

Lorenzo sorrise appena.

—Sto dicendo che, se una porta è chiusa e la stanza è vuota, la domanda non è “chi ha rotto il lucchetto?”, ma “chi ha avuto il modo di chiuderlo dopo aver preso ciò che voleva?”.

E qui puoi aiutare anche tu: se il lucchetto è intatto, quali possibilità restano?

Capitolo 3

La teca aveva due chiavi identiche. La signora Rinaldi ne aveva una, Gabriele l'altra. Il professore, disse la bibliotecaria, poteva chiedere la chiave solo per consultazione, ma sempre sotto supervisione.

—Fammi vedere le chiavi —disse Lorenzo.

La signora Rinaldi tirò fuori la sua da un portachiavi con una piccola tartaruga di plastica. La tenne tra pollice e indice, ma la mano tremò appena, e lei chiuse subito le dita a pugno.

Gabriele tirò fuori la sua: una chiave lucida, senza portachiavi. La porse con due dita, come se gli facesse schifo.

Lorenzo le osservò da vicino. Uguali. Troppo uguali. Eppure, una aveva una microscopica riga sul dente laterale. Lorenzo la indicò.

—Questa riga… da quanto c'è?

Gabriele strinse le labbra.

—Non lo so. Le chiavi si rovinano.

Il professore intervenne, rapido:

—È possibile fare una copia. Basta un minuto in una ferramenta.

Samir annuì.

—Sì, ma bisogna avere la chiave in mano.

—Esatto —disse Lorenzo—. E bisogna avere un motivo.

Lorenzo tornò alla teca e guardò la serratura. Poi annusò l'aria vicino al lucchetto. Aveva un odore sottile di solvente, come quello dei pennarelli indelebili.

Si voltò di scatto.

—Il pennarello blu.

Samir spalancò gli occhi.

—Quello sul tavolo?

—Sì. Alcuni pennarelli contengono solventi che, se usati in modo sbagliato, possono lasciare residui. Non aprono serrature, ma possono… pulire. Cancellare tracce.

La signora Rinaldi aggrottò la fronte.

—Tracce di cosa?

Lorenzo indicò il bordo interno della teca, dove aveva visto la polvere spostata.

—Qui qualcuno ha appoggiato un oggetto e poi l'ha fatto scorrere. C'era polvere, e ora c'è una linea pulita. Ma perché pulire, se non vuoi lasciare impronte o fibre?

Gabriele sbuffò, ma le sue mani andarono subito alle tasche, come per cercare qualcosa da stringere.

—Detective, qui entrano decine di persone. La polvere si muove da sola.

—La polvere sì —disse Lorenzo—. Ma i gesti no.

Chiese di vedere le riprese delle telecamere. La biblioteca ne aveva poche: una all'ingresso e una sul corridoio che portava alla sala delle teche. Niente dentro, “per rispetto”, diceva la signora Rinaldi.

Samir aprì il computer e avviò il video del corridoio di ieri sera. L'immagine era un po' sgranata, ma si vedevano ombre e movimenti.

Alle 20:17 passò il professor Monti, parlando con due persone. Alle 20:23 passò la signora Rinaldi con una scatola di volantini. Alle 20:40 il corridoio rimase vuoto. Alle 20:52 apparve Gabriele, da solo, con il mazzo di chiavi.

Lorenzo si chinò verso lo schermo.

—Ferma lì.

Gabriele, in video, si fermava davanti alla porta della sala teche. Tirava fuori una chiave… ma la mano sinistra faceva qualcosa di strano: per un istante, sembrava che incollasse o staccasse qualcosa vicino al bordo della porta.

—Zoom —chiese Lorenzo.

Samir provò, ma l'immagine diventò un mosaico.

—Non si vede bene.

Lorenzo non distolse lo sguardo. Guardò invece il corpo di Gabriele: il modo in cui spostava il peso, il piede destro trascinato. E notò un dettaglio: in quel momento, Gabriele portava guanti.

—Gabriele usa guanti per chiudere? —chiese Lorenzo.

La signora Rinaldi esitò.

—A volte, quando fa freddo.

—Ieri non faceva così freddo —disse Samir. E lo disse senza cattiveria, come chi legge una temperatura sul termometro.

Gabriele incrociò le braccia. Le sue mani sparirono sotto le ascelle.

—Che c'entra? Ho i reumatismi.

Lorenzo non lo attaccò. Fece una domanda diversa.

—Chi ha accesso al magazzino dei materiali? Nastro, guanti, scatole…

—Io e la signora Rinaldi —disse Gabriele.

La bibliotecaria annuì, ma stavolta le sue dita non tiravano più il badge: stavano immobili, appoggiate sul bordo della scrivania. Immobilità da paura.

Lorenzo si appoggiò allo schienale.

—Abbiamo un manoscritto che sparisce senza scasso, un frammento di nastro, un odore di solvente, e un custode che chiude con i guanti. Ma non basta. Mi serve la “cosa gentile” che spesso risolve le giornate: qualcuno che dica la verità anche se non conviene.

Samir lo guardò.

—Io voglio aiutare. Davvero.

—Allora aiutami così —disse Lorenzo—: dimmi chi, ieri sera, si è comportato in modo diverso dal solito. Un gesto piccolo.

Samir ci pensò. Poi scattò.

—La signora Rinaldi. Di solito, quando è nervosa, gioca col badge. Ieri, dopo la conferenza, aveva le mani… pulite. Come se le avesse lavate di continuo.

La signora Rinaldi arrossì.

—Non è un crimine lavarsi le mani!

—No —disse Lorenzo piano—. Ma può essere un indizio.

E adesso tocca a te: perché qualcuno dovrebbe lavarsi spesso le mani dopo una conferenza?

Capitolo 4

Nel pomeriggio, Lorenzo chiese di restare solo qualche minuto nella sala delle teche. La signora Rinaldi accettò, ma rimase fuori dalla porta, come una guardia triste.

Lorenzo camminò lentamente. Ogni teca era un'isola di vetro. Si fermò davanti a quella vuota e guardò sotto la base di velluto blu. Con un'unghia sollevò appena l'angolo: sotto c'era un cartoncino rigido, e sotto ancora… un granello bianco, come gesso.

Lo raccolse con il nastro adesivo arrotolato e lo chiuse in un sacchettino.

Poi si avvicinò alla porta. Sul bordo interno, quasi invisibile, c'era una strisciata: come colla secca.

“Ecco il nastro,” pensò.

Quando uscì, trovò nel corridoio una donna anziana con un cappotto verde e una borsa piena di sacchetti. Aveva un sorriso caldo e occhi furbi.

—Scusi —disse lei—. Lei è quello che fa domande, vero? Io porto biscotti alla biblioteca. Oggi ho fatto i cantucci.

Lorenzo si fermò. Un incontro gentile, proprio quando serviva.

—Li accetto volentieri. E magari accetto anche un'informazione.

La donna rise.

—Io mi chiamo Ada. Informazioni ne ho sempre, basta che non mi chieda l'età. Ieri ero qui alla conferenza. Ho visto qualcosa che forse le interessa.

Lorenzo inclinò la testa.

—Mi dica.

Ada abbassò la voce come se stesse raccontando un segreto divertente.

—Durante le domande, il professore Monti ha fatto cadere un foglietto. Un foglietto piccolo, piegato. Samir gliel'ha raccolto e gliel'ha dato. Ma il professore non l'ha ringraziato con le parole… l'ha ringraziato con un gesto. Una pacca sul polso. Come per dire “zitto”.

Samir, che passava proprio in quel momento, si bloccò.

—Non era “zitto”. Era… non lo so. Una cosa veloce.

Il professor Monti, sentendo il suo nome, comparve dalla sala lettura. Sorriso tirato, sciarpa perfetta.

—Signora Ada, sempre spiritosa. E lei, detective, sta trasformando la biblioteca in un tribunale?

Lorenzo non si scompose.

—No. In un posto dove si ritrova un libro perduto.

Ada porse a Lorenzo un sacchetto di biscotti.

—Una cosa ancora: ieri sera, mentre uscivo, ho visto il custode Gabriele vicino al carrello delle pulizie. Aveva in mano… del nastro trasparente. E una scatola piatta, tipo da pizza, ma più rigida.

Gabriele, dal fondo del corridoio, alzò la voce:

—Ehi! La signora Ada vede fantasmi. Io portavo via cartoni.

Ada gli fece un sorriso gentile, ma non mollò.

—Certo, cartoni. Però lei teneva la scatola con due mani, come se dentro ci fosse qualcosa di delicato. Non un cartone vuoto.

Lorenzo ringraziò Ada e la salutò. Poi tornò da Samir.

—Quel foglietto che hai raccolto… te lo ricordi?

Samir si grattò il polso, proprio dove Ada aveva detto.

—Sì. Era piegato in quattro. Ho visto solo una parola, per sbaglio: “Nord”.

Lorenzo guardò verso il poster della mappa stellare: “Nord = silenzio”.

—Interessante.

Il professore Monti serrò la mascella.

—Sono appunti. Nord, est… è astronomia.

—E il “silenzio”? —chiese Lorenzo.

Monti alzò le spalle, ma le sue dita tamburellarono sul bordo della sciarpa.

—Metafora. La notte è silenziosa.

Lorenzo annuì, ma nella sua testa le cose si incastravano: “Nord”, “silenzio”, nastro sulla porta, scatola piatta, mani lavate, guanti.

—Stasera —disse Lorenzo— faremo una prova. Tutti insieme. Perché questo mistero si risolve solo cooperando. Anche chi ha paura.

Gabriele sbottò:

—Io non ho paura di niente.

Ma le sue mani, di nuovo, cercarono le tasche.

Capitolo 5

Alle diciotto, la biblioteca chiuse al pubblico. Rimasero solo loro quattro: Lorenzo, la signora Rinaldi, Samir, Gabriele. Il professor Monti insistette per restare “per assistere e chiarire”, disse. Lorenzo accettò: un sospetto vuole spesso controllare la storia.

Lorenzo posò sul tavolo il frammento di nastro e il sacchettino col granello bianco.

—Faremo una ricostruzione. Non serve forza, serve logica.

Samir si sporse.

—Cos'è quel granello?

—Gesso —disse Lorenzo— o qualcosa di simile. Si trova spesso nei cartoncini rigidi, nelle scatole. Quando si sfrega, lascia polvere bianca.

Gabriele scosse la testa.

—E allora? In biblioteca ci sono scatole ovunque.

Lorenzo indicò la porta della sala teche.

—Ada ha visto del nastro e una scatola piatta. In video, alle 20:52, qualcuno sembra attaccare o staccare qualcosa sul bordo della porta. Se metti nastro sul chiavistello, puoi farlo scattare senza rumore quando richiudi. “Nord = silenzio”. Un modo per ricordarsi: entra senza farti sentire.

La signora Rinaldi sbiancò.

—Sta dicendo che qualcuno ha bloccato il chiavistello?

—Sto dicendo che è possibile. E che chi l'ha fatto conosce bene la porta.

Monti intervenne, voce fredda:

—Accuse basate su fantasie e biscotti.

Ada non c'era più, ma Lorenzo replicò lo stesso, tranquillo:

—Biscotti e dettagli. I dettagli sono più nutrienti delle fantasie.

Lorenzo chiese a Samir di controllare il magazzino con lui, mentre gli altri restavano in sala lettura. Nel magazzino c'erano detergenti, rotoli di nastro, scatoloni.

Samir aprì un armadietto.

—Qui ci sono i guanti.

Lorenzo guardò: una scatola di guanti di nitrile era quasi vuota.

—Quanti ne usate?

—Di solito pochi —disse Samir—. Per polvere o prodotti.

Lorenzo aprì uno scatolone in basso. Dentro, trovò una scatola piatta di cartone rigido, tipo da spedizione. Era vuota, ma sul fondo c'era un'impronta rettangolare più pulita, come se un libro fosse stato appoggiato lì. E un alone blu, sottilissimo.

—Blu —mormorò Lorenzo—. Come il pennarello.

Samir sgranò gli occhi.

—Quindi hanno segnato la scatola?

—O hanno segnato qualcosa e il colore ha trasferito —disse Lorenzo. Prese la scatola e la portò in sala.

Quando rientrarono, Lorenzo notò subito un gesto: la signora Rinaldi teneva le mani sotto il tavolo. Il professor Monti, invece, stava in piedi, troppo vicino alla finestra, pronto a muoversi.

Lorenzo posò la scatola al centro.

—Questa era nel magazzino. Chi l'ha portata?

Gabriele scrollò le spalle.

—Arrivano pacchi. Non ricordo.

La signora Rinaldi parlò con voce sottile:

—Forse era per una donazione.

Lorenzo guardò Monti.

—Lei ha portato documenti?

—No.

Lorenzo aprì la scatola davanti a loro e la rovesciò: cadde un pezzetto di carta, minuscolo, piegato. Samir lo raccolse senza toccarlo, usando una pinzetta da ufficio.

Sul foglietto c'era scritto, in blu: “Est = ingresso”.

Lorenzo indicò il poster della mappa stellare.

—Stesse parole. Stessa calligrafia.

Il professor Monti fece un mezzo passo indietro.

—Sono appunti comuni.

—Non così comuni —disse Lorenzo—. Perché qui, in questa scatola, ci sono tracce di solvente e gesso. E qualcuno l'ha usata per trasportare qualcosa di delicato. Un manoscritto.

Gabriele colpì il tavolo con il palmo.

—Basta! Io lavoro qui da dieci anni.

Lorenzo lo guardò negli occhi.

—E proprio per questo lei conosce ogni angolo. Anche come fare “silenzio” con un chiavistello.

Gabriele aprì la bocca, poi la richiuse. Le sue dita si aprirono e si chiusero, come se stesse contando senza numeri.

La signora Rinaldi, all'improvviso, parlò:

—Io… ieri sera ho sentito un rumore. Un “tac” leggero. Ho pensato fosse il termosifone. E poi ho visto Gabriele vicino al carrello.

Gabriele si girò verso di lei, incredulo.

—Mi stai buttando addosso tutto?

—No —disse lei, tremando—. Sto dicendo la verità. E avrei dovuto dirla prima.

Lorenzo annuì. La cooperazione, a volte, comincia con una frase difficile.

Samir guardò Lorenzo.

—Ma… perché farlo?

Lorenzo puntò gli occhi su Monti.

—Ecco la vera domanda.

Capitolo 6

Lorenzo prese una sedia e si sedette, come se stesse per ascoltare una confessione lunga. Non alzò la voce.

—Professor Monti, lei ieri ha avuto la teca sotto gli occhi. Ha fatto una conferenza su mappe antiche, ha parlato di stelle… e ha usato appunti con parole strane: “Nord = silenzio”. Ha perso un foglietto, e quando Samir gliel'ha raccolto, lei gli ha dato una pacca sul polso. Un gesto per controllare. Per zittire.

Monti fece un sorriso rigido.

—Sta interpretando.

Lorenzo continuò:

—Lei ha un taglio fresco sull'indice. Tagliarsi con carta succede, ma lei lo copre con la sciarpa, aggiustandola spesso. Come se volesse sembrare composto, mentre è nervoso. E quel pennarello blu… ha solvente. Odora come vicino al lucchetto. Qualcuno ha pulito.

La signora Rinaldi si strinse le mani.

—Vuole dire che il professore…?

—No —disse Lorenzo—. Credo che il professore non abbia rubato con le sue mani. Credo abbia usato le mani di qualcun altro.

Gabriele impallidì.

—Cosa?

Lorenzo si voltò verso di lui.

—Lei, Gabriele, ha accesso al magazzino, al nastro, ai guanti. In video lei è al corridoio alle 20:52 con i guanti. Un gesto pratico: niente impronte. Ada l'ha vista con una scatola piatta. E lei trascina il piede destro: ieri sera, nel corridoio, il passo corrisponde. Non è un'accusa, è una corrispondenza.

Gabriele tremò, ma non di rabbia. Di stanchezza.

—Io… non volevo.

Monti scattò:

—Gabriele, stai zitto!

La parola “zitto” cadde nella sala come un libro pesante. Samir fece un passo avanti.

—Non gli parli così.

Lorenzo alzò una mano.

—Gabriele, guardi me. Perché?

Il custode fissò le sue mani grandi. Sembravano improvvisamente inutili.

—Debiti. Mio fratello… ha fatto guai. Il professore mi ha detto che conosce gente, che poteva aiutarmi. Poi ha detto che il manoscritto non sarebbe sparito davvero. “Solo prestato”, ha detto. Mi ha promesso che lo avrebbe riportato dopo averlo mostrato a un collezionista. Io… ho creduto.

Monti fece un passo verso la porta.

—Questa è follia.

Lorenzo non si mosse, ma la sua voce diventò più tagliente.

—Lei non sta andando da nessuna parte. Non senza il “Codice delle Costellazioni”.

Monti si fermò. Le sue mani, per la prima volta, si agitarono senza controllo.

—Non ce l'ho qui.

—No —disse Lorenzo—. È vicino. Perché chi ruba un manoscritto in una notte di pioggia non vuole rischiare. Lo nasconde dove può riprenderlo facilmente.

Samir guardò intorno, rapido.

—Nella biblioteca?

—Sì —disse Lorenzo—. E qui entra l'osservazione giusta.

Lorenzo ricordò l'odore di solvente vicino al lucchetto e il granello di gesso sotto il velluto. Scatola piatta, cartone rigido. E soprattutto: “Est = ingresso”.

Lorenzo si alzò e indicò l'ingresso principale.

—Vicino all'ingresso ci sono i contenitori per la raccolta carta e cartone, vero?

Gabriele annuì, quasi piangendo.

—Sì. Fuori, sotto la tettoia.

—Andiamo —disse Lorenzo.

Uscirono tutti insieme. La pioggia aveva smesso, ma l'aria era fredda e pulita. Sotto la tettoia c'erano due grandi contenitori: uno per la carta, uno per il cartone. Accanto, un mucchio di scatole piegate.

Lorenzo si chinò. Tra le scatole, ce n'era una più rigida, piatta. La toccò: era leggermente gonfia, come se contenesse qualcosa.

—Samir —disse—, puoi prendere i guanti dal magazzino?

Samir corse e tornò. Lorenzo indossò i guanti, aprì la scatola con cura. Dentro, avvolto in un sacchetto di plastica e in un panno, c'era il manoscritto. Il “Codice delle Costellazioni”. Intatto.

La signora Rinaldi si portò una mano alla bocca.

—Grazie… grazie!

Monti fece per parlare, ma Lorenzo lo fermò con uno sguardo.

—La polizia si occuperà del resto. Qui, oggi, ci occupiamo di una cosa: rimettere a posto quello che è nostro. E imparare.

Gabriele abbassò la testa.

—Io… posso rimediare?

La signora Rinaldi lo guardò. I suoi occhi erano duri, ma non cattivi.

—Puoi cominciare dicendo tutta la verità. E poi… lavorando per ripagare, in modo onesto. La biblioteca è fatta di seconde possibilità, ma non di scuse vuote.

Samir mise una mano sulla spalla di Gabriele.

—Se chiedi aiuto prima, non finisci in trappola.

Lorenzo chiuse la scatola e la portò dentro, come se stesse riportando un animale raro al suo habitat.

Capitolo 7

La sera stessa, la teca fu riaperta. La signora Rinaldi pulì il vetro con movimenti lenti e precisi, senza tremare. Lorenzo controllò la serratura e suggerì un registro semplice e nuove procedure: due persone sempre presenti quando si apre una teca, e un controllo del corridoio dopo gli eventi.

Samir sistemò un cartello scritto a mano: “Grazie per la collaborazione. La cultura è un lavoro di squadra.”

Quando tutto fu al suo posto, la signora Ada tornò, come se avesse sentito l'odore della soluzione nell'aria. Portava una scatola di biscotti ancora più grande.

—Allora? L'avete ritrovato?

—Sì —disse la signora Rinaldi, e per la prima volta quel giorno sorrise davvero—. E dobbiamo ringraziare molte persone.

Ada guardò Lorenzo.

—Anche lei, detective dei gesti?

Lorenzo prese un biscotto.

—Io ho solo guardato. Sono stati loro a parlare. E a cambiare.

Si sedettero tutti attorno al tavolo della sala lettura: tè caldo nei bicchieri, cantucci che scricchiolavano, il rumore rassicurante della pioggia che riprendeva piano sui vetri.

Gabriele non mangiava. Guardava il tavolo come se fosse un banco di scuola.

—Mi dispiace —disse—. Ho lasciato che la paura guidasse le mani.

Samir gli rispose con calma:

—Le mani possono anche riparare. Basta che la testa decida.

La signora Rinaldi annuì.

—E noi possiamo aiutarti, ma solo se tu collabori.

Lorenzo alzò il bicchiere.

—Alla biblioteca. E alla cooperazione. Perché un mistero si risolve meglio quando ognuno mette un pezzo del puzzle, invece di nasconderlo in tasca.

Ada ridacchiò.

—E ai biscotti, che fanno parlare anche i più testardi.

Risero, perfino Gabriele, con un sorriso piccolo ma vero. Fu una celebrazione semplice, con briciole e promesse. Nella teca, il “Codice delle Costellazioni” riposava di nuovo sul velluto blu, e sembrava quasi più luminoso di prima, come se anche lui avesse imparato qualcosa: che le stelle, per disegnare una costellazione, devono stare insieme.

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Pozzanghere
Pozze d'acqua sulla strada dopo la pioggia, dove si riflette il cielo.
Teca
Una scatola di vetro usata per proteggere oggetti preziosi o fragili.
Lucchetto
Piccolo luccio che chiude qualcosa, si apre con una chiave o una combinazione.
Serratura
Meccanismo nella porta dove si inserisce la chiave per aprire o chiudere.
Velluto blu
Tessuto morbido e lucido, qui usato come base dentro la teca.
Scia sottilissima
Linea molto sottile lasciata da qualcosa che è stato spostato.
Custode
Persona che si occupa di sorvegliare e curare un edificio o un luogo.
Ticchettio
Suono regolare e piccolo, come quello di un orologio che segna il tempo.
Manoscritto
Testo scritto a mano, spesso vecchio e considerato importante.
Catalogare
Ordinare e registrare libri o oggetti con cura e metodo.
Conferenza
Incontro in cui una persona parla davanti a un gruppo su un argomento.
Cavalletto
Supporto a treppiede che regge poster, quadri o pannelli durante una mostra.
Solvente
Sostanza che scioglie altri materiali o pulisce residui e macchie.
Impronte
Segni lasciati dalle mani o dai piedi che possono dire chi è passato.

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