Capitolo 1 — La promessa della chevaleressa
Nel regno di Valdombra, dove le torri mordevano il cielo e i fossati brillavano come lame d'acqua, viveva una chevaleressa di nome Liora. Indossava un'armatura leggera, segnata da graffi sinceri, e portava al fianco una spada che aveva imparato a usare non per vanità, ma per protezione.
Liora era famosa per una cosa che non si vedeva sull'acciaio: la sua attenzione per gli altri. Quando attraversava il mercato, aiutava i mercanti a sollevare i sacchi di farina; quando passava accanto ai bambini, ascoltava le loro domande come se fossero messaggi importanti.
Quella sera, nel castello, le candele tremavano per un vento inquieto. Il vecchio custode delle porte, Maestro Brann, la attendeva nella sala delle mappe. Aveva dita macchiate d'inchiostro e una barba così lunga che sembrava una pergamena arrotolata.
«Liora,» disse, «abbiamo un problema che non si risolve con una carica a cavallo.»
Lei sollevò il viso. «Allora lo risolveremo con la testa.»
Brann le mostrò un cilindro di legno con un sigillo di cera. «La Parola d'Alba. È il codice che apre la Grata del Nord. Ogni giorno, all'alba, deve cambiare. Se resta uguale, le spie del Duca di Nerociglio entreranno senza neppure sporcarsi gli stivali.»
«E perché me lo dici adesso?» chiese Liora.
Brann sospirò. «Perché chi la cambia di solito… è sparito. Stanotte doveva farlo il messaggero reale. Non è tornato. E senza la nuova parola, all'alba la grata non riconoscerà nessuno.»
Liora sentì la responsabilità come un mantello pesante. Ma non si tirò indietro. «Dimmi dove devo andare.»
Brann indicò sulla mappa un punto nero tra boschi e rocce. «Alla Torre delle Cifre, oltre il Ponte Sibilante. Là vive suor Edea, custode dei codici. Ti consegnerà la nuova parola… se arriverai in tempo.»
«Allora non arriverò in tempo,» disse Liora, agganciando l'elmo, «arriverò un attimo prima.»
Brann tentò un sorriso. «Saggia e testarda. Una combinazione pericolosa.»
«Meglio pericolosa che inutile.» Liora si girò verso la porta. «E preparate una lanterna per l'alba. Non mi piace che l'alba trovi qualcuno al buio.»
Capitolo 2 — Il Ponte Sibilante e le ombre
La notte fuori dal castello era fredda e viva. Il cavallo di Liora, un baio chiamato Fumo, procedeva tra alberi che sembravano soldati immobili. Ogni tanto, un gufo lanciava un verso come una domanda.
Arrivarono al Ponte Sibilante prima di mezzanotte. Era un ponte di corde e tavole, sospeso sopra una gola stretta dove il vento correva veloce. Per quello “sibilava”: non per magia, ma per l'aria che passava tra le rocce e faceva cantare le corde.
Fumo puntò gli zoccoli e si fermò. «Lo so,» mormorò Liora accarezzandogli il collo, «anche io lo guardo e penso che sia una pessima idea. Però le pessime idee, a volte, sono le uniche che portano avanti.»
Fece scendere il cavallo e lo guidò a piedi, tavola dopo tavola. Il ponte oscillò come se stesse ridendo. Il vento le entrò nella visiera e le gelò le guance.
A metà, una voce sottile arrivò dall'altra sponda. «Chi va là?»
Liora si immobilizzò. Non era Brann. Non era una guardia.
Dall'ombra spuntò una figura con mantello scuro e arco in mano. Poi un'altra. E un'altra ancora. Tre uomini, i visi nascosti.
«Una viandante,» rispose Liora con calma. «E voi?»
«Quelli che non vogliono che tu arrivi alla Torre,» disse il primo. «Torna indietro, chevaleressa. La Parola d'Alba resterà vecchia. Il Nord si aprirà come una bocca.»
Liora sentì il ponte vibrare sotto i suoi piedi. Non poteva correre: una corsa avrebbe fatto oscillare tutto. Non poteva combattere con grandi colpi: la lama avrebbe sbilanciato il corpo. Servivano intelligenza e controllo.
Si chinò lentamente e prese una piccola fiaschetta dalla cintura. «Se volete prendere il Nord, dovrete prima prendermi.»
«Non siamo qui per i discorsi.» Una freccia si incoccò.
Liora fece una cosa che nessuno si aspettava: gettò la fiaschetta per terra. Si ruppe con un “crac”, e un odore pungente si diffuse. Non era veleno: era aceto forte, usato dai cuochi per pulire le pentole.
Gli uomini tossirono e strinsero gli occhi. «Che diavolo…»
«Un rimedio contro chi non sa stare a distanza!» gridò Liora. Approfittando del loro attimo di confusione, avanzò rapida, ma senza correre: tre passi precisi, poi uno scarto. Con l'elsa della spada colpì il braccio del primo arciere, che lasciò cadere l'arco. Con un calcio controllato spostò una tavola, facendo perdere l'equilibrio al secondo, che si aggrappò alle corde.
Il terzo tentò di afferrare Liora, ma lei gli lanciò addosso il mantello, che si impigliò nella sua faccia come una tenda. «Tieni! Così non prendi freddo!»
Non li ferì gravemente. Li lasciò vivi e storditi, perché la cavalleria non è crudeltà. Poi, trascinando Fumo con fermezza, raggiunse l'altra sponda.
Quando mise piede sulla terra stabile, il cuore le batteva come un tamburo. «Fumo, promemoria,» sussurrò, «la prossima volta andiamo a fare un'avventura in biblioteca.»
Il cavallo sbuffò, come se approvasse.
Capitolo 3 — La Torre delle Cifre
La Torre delle Cifre si alzava tra rocce pallide, come un dito puntato contro le stelle. Non era grande, ma sembrava antica e testarda. Una sola finestra illuminata tremolava in alto.
Liora bussò con il pomolo della spada. Tre colpi, poi due, come le aveva detto Brann. La porta si aprì appena, e un occhio la osservò.
«Non vendo zuppe, non compro candele, e non faccio predizioni,» disse una voce di donna.
«Neppure io,» rispose Liora. «Cerco suor Edea. E cerco la Parola d'Alba prima che l'alba mi cerchi.»
La porta si aprì di più. Suor Edea era magra e dritta come un ago, con capelli grigi raccolti sotto un velo. Aveva mani da scrivana e uno sguardo che pesava ogni frase.
«Entra,» ordinò. «E pulisciti gli stivali. La saggezza non ama il fango.»
Dentro, la torre odorava di pergamena e cera. Sulle pareti c'erano scaffali pieni di rotoli, tavolette e piccoli scrigni. Al centro, un tavolo con un abaco e un quadrante di legno inciso con lettere.
Edea guardò Liora come si guarda una porta chiusa: cercando la chiave. «Perché tu?»
Liora si tolse l'elmo e lasciò respirare la fronte. «Perché l'uomo che doveva farlo non è tornato. E perché il castello non deve cadere. Dentro ci sono persone che non sanno nemmeno cosa sia un codice, ma sanno cosa significa avere paura.»
Edea annuì lentamente. «Altruismo. Una parola spesso pronunciata, raramente praticata.»
«Io preferisco praticarla,» disse Liora, «perché le parole da sole non spostano i massi.»
Suor Edea prese un piccolo scrigno, lo aprì e mostrò una striscia di pergamena. Sopra era scritto un insieme di segni: lettere, numeri e due simboli. «Questa è la nuova Parola d'Alba. Ma non basta portarla. Devi capire come usarla.»
Liora aggrottò le sopracciglia. «Non è solo… una parola?»
Edea scosse il capo. «Da quando le spie hanno imparato a leggere le labbra, la parola è diventata una formula. Tre parti. La prima si dice. La seconda si batte col pugno sulla grata. La terza si fischia. Se sbagli ritmo, la grata si blocca e suona l'allarme.»
Liora si massaggiò la tempia. «Quindi devo arrivare, parlare, battere e fischiare, senza errori, mentre magari qualcuno mi tira frecce.»
«Esatto. E all'alba.» Edea le porse la pergamena. «Ripeti.»
Liora la memorizzò, chiuse gli occhi e ripeté. Una volta. Due volte. Alla terza, Edea la interruppe.
«Hai detto bene, ma hai pensato male.»
Liora riaprì gli occhi. «Cosa vuol dire?»
«Ti sei concentrata sul timore di sbagliare. La paura è un tamburo che copre la musica. La saggezza è ascoltare anche quando il mondo urla.»
Liora inspirò a fondo. «Allora fammi ascoltare.»
Edea batté sul tavolo: toc-toc… toc. Poi fischiò una nota breve e una lunga. Liora copiò il ritmo finché le mani non tremarono più.
Quando uscì, la pergamena non era più nel suo guanto: era nella sua mente. Edea la seguì sulla soglia. «Che la tua spada sia ferma e il tuo cuore morbido,» disse.
«E che la tua torre non prenda mai fuoco,» rispose Liora. «Sarebbe un disastro per la saggezza.»
Edea, incredibilmente, sorrise. «Vai.»
Capitolo 4 — La corsa contro l'alba
Il cielo a est cominciava a schiarire, come una ferita che diventa rosa. Liora rimontò su Fumo e si lanciò nel sentiero del ritorno. Ma il bosco sembrava diverso: più rumoroso, più vicino, come se avesse capito che il tempo stava finendo.
A un bivio, vide una sagoma seduta su un sasso. Era un ragazzo, poco più giovane di lei quando aveva iniziato l'addestramento, con un mantello troppo grande e una benda sporca al braccio.
«Ehi!» gridò lui. «Sei una chevaleressa, vero?»
Liora frenò. «Sì. Che ci fai qui?»
«Mi chiamo Nilo. Ho provato ad arrivare al castello per avvertire… ma mi hanno teso un agguato.» Indicò la benda. «Sono nascosti vicino al ponte. In tanti.»
Liora sentì una stretta al petto: avrebbe potuto ignorarlo e correre. La missione era cambiare la password all'alba. Però i codici non valgono nulla se le persone restano indietro come pacchi dimenticati.
Scese da cavallo. «Fammi vedere.» Controllò la ferita: un taglio superficiale. Strappò una fascia pulita dalla sua camicia e la legò con un nodo solido.
Nilo la guardò con occhi grandi. «Non hai paura di perdere tempo?»
«Ho paura di tante cose,» ammise Liora. «Ma non voglio che la paura decida al posto mio. Sali dietro di me. Se corri da solo, ti riprendono.»
«Io peso poco!» disse Nilo, tentando un sorriso.
«Perfetto. Io peso abbastanza per entrambi.» Liora lo aiutò a salire e spronò Fumo. Il cavallo partì come una freccia.
Quando arrivarono vicino al ponte, il vento sibilava più forte. Liora vide ombre muoversi tra gli alberi. Almeno sei uomini.
«Là!» gridò qualcuno. «È lei!»
Una freccia si piantò nel terreno, davanti agli zoccoli. Fumo nitrì, ma non si imbizzarrì: era un cavallo coraggioso, o forse solo orgoglioso.
Liora parlò a Nilo senza voltarsi. «Quando dico “giù”, ti lasci scivolare nel cespuglio a sinistra. Capito?»
«Capito… credo.»
«Non “credo”. “Capito”.»
«Capito!»
Liora non poteva attraversare il ponte con un ragazzo in groppa: troppo instabile. Doveva usare la mente. Notò che i briganti si erano distribuiti in modo da tagliarle la strada verso l'entrata del ponte, ma non guardavano l'estremità opposta della gola, dove crescevano salici sottili.
Vide una corda di servizio, usata dai manutentori, arrotolata su un palo. La afferrò al volo.
«Giù!» ordinò.
Nilo scivolò nel cespuglio e sparì con un fruscio. Liora spronò Fumo non verso il ponte… ma verso il bordo della gola, dove le rocce scendevano in una rampa naturale.
«È impazzita!» urlò un brigante.
«No,» ringhiò Liora tra i denti, «è sveglia.»
Scese lungo la rampa, facendo attenzione a non spezzare una zampa a Fumo. Arrivati più in basso, il vento era meno forte e si vedevano le assi del ponte da sotto, come costole.
Liora legò la corda a un salice, poi la lanciò verso l'altra sponda, puntando a un ramo basso. La corda si impigliò. Tirò: teneva.
«Fumo, adesso facciamo la cosa più assurda della notte,» sussurrò, «e non voglio commenti.»
Il cavallo la guardò come a dire: io commento con gli zoccoli.
Liora attraversò la gola usando la corda come corrimano, camminando su una cengia stretta che correva sotto il ponte. Non era un sentiero, era un'idea. Ma un'idea buona può diventare strada.
Dall'alto, sentiva i briganti correre e imprecare. Arrivò all'altra rampa e risalì. Quando riemerse vicino alla sponda opposta, vide Nilo che la aspettava, pallido ma intero.
«Pensavo fossi…» iniziò lui.
«…una leggenda?» Liora ansimò. «No. Sono una persona che non ha tempo di morire stanotte.»
Corsero verso il castello, con l'alba che ormai stava accendendo il bordo del mondo.
Capitolo 5 — La Grata del Nord
Le mura di Valdombra apparvero tra la nebbia mattutina come un gigante che si sveglia. La Grata del Nord era chiusa, nera e alta, con spuntoni che sembravano denti.
Sopra, sulle torri, le guardie puntavano le lance. Ma non aprivano. Senza la nuova Parola d'Alba, nessuno poteva farlo.
Liora arrivò al galoppo. «Sono Liora di Valdombra!» gridò. «Fate silenzio e ascoltate!»
Un capitano sporse la testa. «Che prova hai?»
«Una prova? Il fiato corto e il rischio di essere infilzata! Ma va bene.» Liora alzò la mano. «Spegnete l'allarme. Se sbaglio, bloccherete la grata. Se non provo, l'alba ci trova ciechi.»
Le guardie si guardarono. Il capitano annuì. Il cortile cadde in un silenzio teso.
Liora si avvicinò alla grata. Sentiva il cuore battere, ma ricordò le parole di suor Edea: la paura è un tamburo. Doveva ascoltare la musica sotto.
Pronunciò la prima parte con voce chiara. Poi batté col pugno: toc-toc… toc. Infine fischiò la nota breve e la lunga.
Per un istante, nulla.
Poi la grata tremò. I meccanismi interni cantarono, un suono di catene che scorrono come un fiume di ferro. Lentamente, la grata cominciò a sollevarsi.
Un sospiro collettivo attraversò le mura.
Ma fuori, oltre l'apertura, si mossero figure. I briganti. E dietro di loro, tra la foschia, una bandiera scura: il segno del Duca di Nerociglio.
«Troppo tardi!» urlò una voce. «Entriamo!»
Liora non esitò. Si piazzò sotto la grata che saliva, nel punto in cui poteva ancora bloccare il passaggio, e sguainò la spada. «Avete scelto il momento sbagliato per fare i furbi.»
Il capitano gridò ordini dall'alto. Le guardie lanciarono funi e calarono scudi.
Nilo, che era arrivato dietro Liora, la guardò. «Cosa faccio?»
Liora non distolse lo sguardo dalle ombre. «Sei veloce?»
«Sì.»
«Allora corri da Maestro Brann e digli che la Parola d'Alba è cambiata, ma la minaccia no. E digli anche che mi deve una fiaschetta nuova.»
Nilo scattò via.
I briganti tentarono di forzare l'ingresso prima che la grata salisse troppo. Liora usò la spada non per colpire a caso, ma per spostare, deviare, spezzare il coraggio degli aggressori senza spezzare le persone. Un colpo piatto sull'avambraccio. Un affondo controllato che fermava una gamba. Un passo indietro, poi uno di lato: come una danza severa.
Uno dei briganti, più grosso, ruggì e avanzò con una mazza. Liora fece finta di cedere, lo attirò sotto lo spuntone di ferro che stava salendo. Lui alzò la mazza… e si accorse troppo tardi che il suo stesso slancio lo inchiodava in una posizione scomoda. Cadde all'indietro, spaventato più dall'acciaio sopra la testa che dalla spada davanti.
«Non vi conviene,» disse Liora, ansimando. «La vostra forza è rumorosa. La nostra è organizzata.»
La grata salì ancora. I briganti, vedendo che l'apertura si restringeva, cominciarono a ritirarsi. La bandiera del Duca sparì nella nebbia, come un cattivo pensiero cacciato via.
Quando la grata si chiuse del tutto, un boato di ferraglia annunciò che Valdombra era salva, almeno per quel giorno.
Capitolo 6 — La saggezza dell'alba
Il sole spuntò finalmente, e le pietre del castello presero un colore caldo, come pane appena sfornato. Liora si appoggiò al muro, togliendosi l'elmo. Aveva i capelli umidi e il viso sporco, ma gli occhi erano limpidi.
Maestro Brann arrivò di corsa, seguito da Nilo. «Liora!» Brann la afferrò per le spalle, poi si trattenne, ricordandosi che era una chevaleressa e non un sacco di patate. «Hai cambiato la Parola?»
«Sì.» Liora inspirò lentamente. «E ho imparato che cambiare un codice è facile rispetto a cambiare una notte.»
Brann annuì. «Edea ti ha insegnato bene.»
Nilo intervenne: «Lei ha salvato me. E ha attraversato la gola sotto il ponte!»
Brann fissò Liora. «Sotto il ponte?»
Liora fece spallucce. «Avevo voglia di vedere il ponte da una prospettiva diversa.»
Brann scoppiò in una risata breve, incredulo. «Hai rischiato tutto.»
«No,» rispose Liora, più seria. «Ho scelto cosa rischiare. C'è differenza. La saggezza è capire che non tutte le battaglie meritano sangue, ma tutte meritano attenzione.»
Il capitano delle guardie si avvicinò e chinò il capo. «Valdombra ti deve l'alba, chevaleressa.»
Liora guardò il cielo. L'alba era davvero lì, intera, e sembrava promettere altri giorni. Posò una mano sulla spalla di Nilo. «Ricorda questo: il coraggio non è non tremare. È avanzare anche quando tremi, e farlo per qualcuno oltre te stesso.»
Nilo annuì forte, come se volesse fissare quelle parole dentro la testa.
Brann si schiarì la gola. «E adesso… riposa. Ti meriti una zuppa. Magari senza aceto.»
Liora sorrise, finalmente leggera. Poi guardò tutti: il capitano, Brann, Nilo, le guardie sulle mura. Non servivano discorsi lunghi. Il regno era salvo, la Parola d'Alba era nuova, e la saggezza aveva trovato posto tra spade e catene.
Liora fece un semplice segno della testa.