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Storia di cavaliere 11/12 anni Lettura 18 min.

La guardiana del granaio delle armi e il giuramento di Rocca Brumosa

Ser Altea, guardiana del granaio delle armi di Rocca Brumosa, scopre un passaggio segreto e deve affrontare i predoni del Corvo Nero per proteggere una spada e il mistero di un antico giuramento.

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Cavaliere donna dall'espressione determinata e calma, volto europeo, mantello cenere, armatura consumata opaca, capelli castani in treccia, punta di spada conficcata in una trave rivelando un piccolo scomparto segreto; ragazzo scudiero di circa 14 anni, capelli rossi arruffati, lanterna di rame in una mano e corda nell'altra, con tracce di farina sugli stivali, leggermente dietro a sinistra; capo dei predoni, uomo sui 30–35 anni con cappuccio nero e corvo ricamato, sguardo sorpreso mentre arretra vicino a una cassa con la mano su una daga; due predoni impigliati in reti cadute dalle travi, cuffie scure e stivali fangosi; granaio delle armi: ampia sala in legno scuro con travi a vista, scaffali di lance e spade, casse impilate e polvere sospesa, segni di farina a terra; situazione: imboscata nel granaio, reti che precipitano, farina e polvere in aria, la cavaliere attiva una botola segreta mentre il ragazzo accende la lanterna e immobilizza gli intrusi. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo I — La guardia del granaio delle armi

Nel castello di Rocca Brumosa, le torce tremolavano come lucciole intrappolate nel vento. Eppure, nella parte più alta della fortezza, dove le scale scricchiolavano e l'aria sapeva di legno stagionato e ferro, regnava un silenzio diverso: quello del granaio delle armi.

Lì vigilava Ser Altea di Valdombra, cavalieressa dal mantello color cenere e dallo sguardo che non cercava applausi. Era leale, discreta, e aveva un desiderio che pochi capivano: sorvegliare quel luogo, ascoltare il respiro delle armature appese, contare le lance come si contano le stelle quando non si riesce a dormire.

—Non preferiresti un torneo?— la punzecchiò una sera Miro, lo scudiero dai capelli arruffati, mentre le porgeva una lanterna.

Altea sorrise appena. —I tornei fanno rumore. Qui si sente la verità.

Il granaio era una lunga sala sotto il tetto, con travi scure come ossa di balena. Spade in fila, archi legati con corde di canapa, elmi lucidati che riflettevano occhi curiosi. Altea controllava ogni gancio, ogni cassa, ogni serratura. Non perché temesse i ladri: perché sapeva che la prima crepa in una porta può diventare una frana.

Quella notte, però, la crepa arrivò sotto forma di un soffio freddo, troppo freddo per essere solo corrente d'aria. La lanterna tremò. E nel buio, tra due rastrelliere, Altea vide un'ombra muoversi… non come un uomo, ma come una macchia d'inchiostro che strisciasse sul pavimento.

Miro sussurrò: —Ser Altea… l'hai visto anche tu?

—Sì.— La voce di Altea era calma, ma la mano era già sull'elsa.

L'ombra svanì dietro una cassa di punte di freccia. Altea avanzò senza fretta, passo dopo passo, come se stesse attraversando un ponte sospeso. Sollevò il coperchio della cassa.

Solo paglia.

Eppure, una paglia era bagnata. Non d'acqua. Di una sostanza scura, lucida, che odorava di ferro e bosco.

Altea richiuse piano. —Qualcuno entra qui senza chiavi.

—Un ladro?

—O qualcosa che non ha bisogno di chiavi.—

Sotto il tetto, fuori, ululò il vento. Dentro, Altea decise che quella sala non sarebbe stata tradita. Non sotto il suo sguardo.

Capitolo II — La lama che sussurra

All'alba, il castello si svegliò con il rumore delle pentole e dei passi. Altea, invece, non aveva chiuso occhio. Nel granaio delle armi aveva trovato altre tracce: un graffio sul legno, una corda tagliata senza che nessuno se ne accorgesse, e soprattutto un elmo spostato, come se qualcuno l'avesse indossato solo per provare a essere un'altra persona.

Andò dal castellano, Ser Ruggiero, un uomo massiccio con barba come stoppia.

—Sogni e spifferi— brontolò lui quando Altea raccontò. —Qui nessuno ruba. E se anche fosse, abbiamo mura spesse.

Altea non si offese. I muri, pensò, sono bravissimi a far credere che tutto sia al sicuro.

Miro la seguì nel cortile. —Allora?

—Se non vogliono ascoltare, ascolteremo noi.—

—Noi?— Miro spalancò gli occhi. —Io? Ma io sono… io sono un “noi” piccolo.

—Il coraggio non si misura in metri.— Altea gli posò una mano sulla spalla. —E tu hai orecchie buone. Servono.

Tornarono al granaio. Altea scelse un'arma diversa dal solito: non la spada lunga da cerimonia, ma una lama più semplice, con l'impugnatura consumata e il filo che pareva assetato di luce. Era una spada antica, senza stemma.

Quando la sollevò, un suono sottile, come un bisbiglio, le attraversò le dita. Non era magia da fuochi d'artificio; era piuttosto come quando un vecchio libro sembra voler parlare se lo apri nel punto giusto.

—Sembra… viva— mormorò Miro.

Altea annuì. —È stata in molte mani. Sa riconoscere la paura.

Cercarono dietro le casse, sotto i teli, tra i fasci di lance. E trovarono una tavola del pavimento leggermente rialzata.

—Qui— disse Altea.

Con la punta della spada fece leva. La tavola cedette con un gemito. Sotto, un buco nero e una scala stretta scendeva nel cuore della rocca, dove l'aria sapeva di terra e cose dimenticate.

Miro deglutì. —Sotto il granaio c'è… un'altra stanza?

—O un passaggio.— Altea si inginocchiò. —E chi passa di qui vuole evitare occhi e domande.

Si guardarono. Il granaio delle armi, che Altea voleva solo sorvegliare, ora chiedeva qualcosa di più: essere difeso anche dalle ombre sotto di lui.

—Resti dietro di me— ordinò.

—Sì, Ser Altea… e se incontro un'ombra, le dico “permesso”?—

Altea trattenne una risata. —Se le dici “permesso” con una torcia in faccia, potrebbe funzionare.

Scese per prima.

Capitolo III — Il cunicolo del Corvo Nero

La scala portava a un corridoio basso, dove le pietre erano umide e l'eco rimbalzava come una palla impazzita. La lanterna di Miro proiettava ombre lunghe che sembravano guerrieri piegati.

Dopo pochi passi, trovarono un simbolo inciso sul muro: un corvo con un occhio solo.

—Il Corvo Nero— sussurrò Miro. —Ne parlano i soldati… dicono che sia una compagnia di predoni, ma furbi. Non attaccano in campo aperto. Entrano dove nessuno guarda.

Altea passò un dito sul simbolo. —Furbizia senza onore.

Il cunicolo conduceva verso l'esterno. Altea lo capì dall'aria: più fresca, con odore di muschio. E poi lo vide: una grata arrugginita che dava su un fossato asciutto, nascosta dietro rovi.

—Ecco come entrano— disse.

Ma proprio mentre lo diceva, un rumore di passi arrivò dal buio alle loro spalle. Non uno, non due: tre. Poi quattro.

Altea spense la lanterna con un soffio secco e tirò Miro contro il muro. Rimasero immobili. Il buio li avvolse come un mantello.

—Hai sentito?— sibilò una voce maschile. —Ti dico che il granaio è pieno di ferro buono.

—Zitto— rispose un'altra. —Il capo vuole solo una cosa: la Spada delle Travi. Quella che apre la Sala del Giuramento.

Altea sentì il sangue farsi più freddo. “Spada delle Travi”… era quella che aveva in mano? O un'altra, ancora più nascosta?

I predoni passarono a pochi passi. Altea avrebbe potuto colpirli, ma erano in quattro e lei aveva uno scudiero con una lanterna spenta e un coraggio appena in crescita. Scegliere il momento giusto è una forma di saggezza, ricordò.

Li lasciò andare.

Quando il silenzio tornò, Miro respirò di nuovo. —Perché non li hai fermati?

—Perché la vittoria non è un colpo, è una strada.— Altea riaccese la lanterna, ma schermandola con la mano. —Ora sappiamo cosa vogliono. E dove entreranno.

Tornarono indietro, risalendo la scala. Il granaio li accolse con il suo odore di polvere e metallo, come se fosse un vecchio amico che finge di dormire.

Altea guardò le travi del soffitto. Se davvero esisteva una “Sala del Giuramento” nascosta, allora la rocca custodiva un segreto più grande di una rastrelliera di spade.

—Miro, ascoltami bene.—

—Sì.

—Se i predoni cercano una spada che apre una sala, non cercano solo un oggetto. Cercano un potere… o un simbolo. E i simboli fanno alzare eserciti.

Miro deglutì. —Allora… cosa facciamo?

Altea alzò la spada che aveva preso. Nel riflesso tremolante, la lama sembrò più chiara.

—La proteggiamo. E proteggiamo la rocca con la testa, non solo con il braccio.

Capitolo IV — Il consiglio che non ascolta

Ser Ruggiero convocò un piccolo consiglio nella sala grande. C'erano capitani, cuochi impiccioni e perfino il menestrello, che sosteneva di “sentire le notizie nelle corde del liuto”.

Altea parlò con precisione: il passaggio, il simbolo del Corvo, le parole udite.

—Quattro predoni?— rise un capitano. —Ne ho mangiati di più a colazione.

—E il tuo coraggio te lo spalmi sul pane?— mormorò Miro, troppo piano perché lo sentissero tutti. Altea gli lanciò uno sguardo che diceva: “Non ora”.

Ser Ruggiero batté il pugno. —Non posso svuotare il castello per inseguire ombre. Abbiamo messi da riscuotere e un ponte da riparare.

Altea mantenne la voce ferma. —Non chiedo di svuotarlo. Chiedo di rinforzare il granaio delle armi e bloccare il cunicolo.

—E se fosse solo un vecchio passaggio?— insistette il castellano.

—Anche i vecchi passaggi conducono a problemi nuovi.—

Non la ascoltarono davvero. E Altea capì che, a volte, la saggezza è agire senza essere applauditi.

Uscì dalla sala grande con Miro alle calcagna.

—Quindi… siamo soli?

—No.— Altea indicò la torre più alta. —Abbiamo il vento, le pietre e la nostra testardaggine. E, se siamo intelligenti, useremo ciò che i predoni si aspettano: che nessuno faccia nulla.

Quella sera, Altea preparò una trappola non fatta di denti o catene, ma di ingegno. Spostò alcune casse per creare un corridoio obbligato vicino alla botola. Stese sul pavimento un velo sottile di farina presa in cucina: ogni passo avrebbe lasciato impronte chiare. Sistemò campanelli minuscoli, quelli che i falconieri usavano per i rapaci, legandoli con filo invisibile tra due rastrelliere.

—E se suonano?— chiese Miro.

—Allora sapremo dove sono senza vederli.—

—E se non suonano?

—Allora non sono entrati… o sono più bravi di quanto sperassi.

Miro la guardò, serio. —Ser Altea… perché ti importa tanto del granaio?

Altea rimase un momento in silenzio. Poi parlò piano. —Perché le armi sono promesse. In mani giuste difendono. In mani sbagliate divorano. E io voglio che qui, a Rocca Brumosa, le promesse restino sagge.

Miro annuì, come se avesse capito qualcosa di più grande di lui.

Quella notte si appostarono dietro un paravento di scudi. Il granaio respirava. Le travi scricchiolavano, come vecchi che sanno troppe storie.

E poi… tin, tin.

Un campanello cantò, breve e tagliente.

Altea strinse l'elsa. —Sono qui.

Capitolo V — La prova delle travi

Tre figure sbucarono dalla botola, nere come carbone. Una quarta rimase sotto, pronta a passare oggetti. Si muovevano con sicurezza, come se il castello fosse già loro.

La farina sul pavimento segnò i passi: impronte di stivali, una più zoppicante. Altea osservò senza muoversi. Aspettò che fossero nel corridoio che lei aveva creato, tra le casse.

Poi uscì.

—Cercate qualcosa?— La sua voce tagliò il buio.

I predoni si voltarono di scatto. Uno alzò un pugnale, un altro una mazza. Il terzo, più alto, portava un cappuccio con un corvo cucito.

—Una cavalieressa— ringhiò. —Non mi avevano detto che al granaio c'era una guardia che pensa.

—È un servizio che faccio volentieri.— Altea avanzò di un passo, spada in guardia. —Tornate indietro. Nessuno si farà male.

Il predone col corvo rise. —Siamo venuti per la Spada delle Travi. Quella che apre ciò che il castello nasconde. Con quella, il Corvo Nero volerà sopra queste mura.

Miro, dietro Altea, fece un verso soffocato. —Io odio i corvi— borbottò.

Il predone più vicino scattò. Altea deviò il colpo con un movimento pulito e rapido. Il ferro cantò. Non era una danza da torneo: era una lotta tra casse, polvere e travi basse. Altea non cercava di ferire; cercava di disarmare, di spezzare la volontà senza spezzare le ossa.

—Ora!— sussurrò.

Miro tirò la cordicella legata ai campanelli: non per farli suonare, ma per far cadere un fascio di reti da pesca, prese dalla dispensa. Le reti scivolarono giù dalle travi e avvolsero due predoni come un abbraccio poco affettuoso.

—Ecco— disse Miro, soddisfatto. —Un abbraccio di corda.

Il capo con il corvo evitò la rete con un salto e si lanciò verso la rastrelliera dove Altea aveva rimesso la spada antica. Altea capì: la sua lama era l'esca, ma forse non era quella giusta. O forse lo era, e lui l'aveva riconosciuta.

Altea gli sbarrò la strada. Il predone le gettò addosso un sacchetto di polvere scura. Lei girò il viso, tossì, e per un istante perse la vista.

Fu in quell'istante che sentì un colpo sopra di loro: un'asse del soffitto si mosse.

Le travi.

Altea capì. La “Spada delle Travi” non era solo una spada: era una chiave che doveva toccare un punto preciso del soffitto. Un meccanismo antico, nascosto in alto, che nessuno guardava perché tutti guardavano a terra.

Con gli occhi che lacrimavano, alzò la lama e colpì con la punta una vite di ferro incastonata in una trave, proprio dove aveva visto un riflesso strano durante le sue ronde.

Clack.

Una sezione della trave scivolò, rivelando un vano. Non una sala intera, ma una nicchia segreta. Dentro, avvolto in panni cerati, c'era un oggetto: un rotolo sigillato con ceralacca e un piccolo medaglione con lo stemma della rocca.

Il capo del Corvo Nero si fermò, sorpreso. —È… tutto qui?

Altea, riprendendo fiato, capì anche lei. Il vero tesoro non era oro. Era un giuramento scritto, forse una prova di legittimità, forse un patto antico che poteva dare potere a chi lo mostrava.

—Non è per voi— disse, e con un colpo secco lo costrinse indietro.

Miro, vedendo il capo esitare, trovò il coraggio che gli mancava. Gli lanciò contro un secchio d'acqua preso lì vicino per spegnere eventuali incendi. Il predone scivolò, imprecò, e Altea gli puntò la spada alla gola.

—Basta— ordinò. —Lascia il castello. Ora.

I due intrappolati nelle reti si dimenarono come pesci in una botte. Il quarto, dalla botola, scappò giù, spaventato dai rumori.

Il capo del corvo guardò Altea. Nei suoi occhi non c'era onore, ma c'era un barlume di rispetto.

—Non sei solo una guardia. Sei un muro che pensa.

—E tu sei un ladro che parla troppo.— Altea fece un cenno. —Via.

Il predone sputò a terra e si ritirò, aiutando i compagni a liberarsi in fretta. Scomparvero nella botola come ombre che tornano nel buio.

Il granaio delle armi tornò silenzioso. Solo la farina mostrava la storia appena accaduta, come neve dopo una tempesta.

Capitolo VI — Il giuramento e la mano alzata

All'alba, Altea portò il rotolo al castellano. Ser Ruggiero lo aprì con mani meno sicure del solito. Lesse. Il suo viso cambiò colore, come una bandiera che smette di sventolare.

Il documento parlava della Sala del Giuramento, sì, ma non come luogo di ricchezze: era una promessa scritta dai fondatori della rocca. Diceva che le armi di Rocca Brumosa dovevano essere usate solo per difendere i deboli e fermare gli avidi, e che chi avesse tentato di impossessarsene per dominare avrebbe trovato “una guardia silenziosa” a impedirlo. Non un fantasma. Un dovere tramandato.

Ser Ruggiero alzò lo sguardo, più serio. —Avevi ragione. Ho lasciato che l'abitudine mi rendesse sordo.

Altea chinò il capo. —La forza senza ascolto diventa cieca.

Il castellano annuì. —Da oggi il granaio delle armi sarà sotto la tua custodia ufficiale. E il cunicolo sarà murato. Inoltre…— esitò, poi aggiunse: —Voglio che tu insegni ai miei uomini a vedere ciò che non fa rumore.

Miro si gonfiò come un otre. —E io? Io posso insegnare l'abbraccio di corda!

Altea lo guardò con un sorriso. —Tu insegnerai a non sottovalutare i “noi” piccoli.

Nei giorni seguenti, il passaggio segreto venne chiuso con pietre nuove. Il simbolo del corvo fu scalpellato via e al suo posto venne inciso un semplice segno: una mano aperta, promessa di difesa e non di presa.

Una sera, Altea tornò nel granaio delle armi. Camminò tra le rastrelliere, controllò le serrature, accarezzò con lo sguardo le armature appese. Il luogo era lo stesso, eppure diverso: non solo un deposito, ma un cuore protetto.

Miro la raggiunse sulla soglia. —Ser Altea… pensi che torneranno?

—Forse.— Altea spense la lanterna e guardò il cielo dalla finestra stretta, dove le stelle sembravano chiodi d'argento. —Ma noi saremo pronti. E ricorda: la saggezza è come una chiave. Non apre tutte le porte con la forza, ma con il momento giusto.

Miro annuì, in silenzio questa volta.

Altea si voltò verso il granaio, come a salutare un vecchio compagno d'armi, poi fece un ultimo gesto semplice e luminoso: alzò la mano e salutò con un cenno, discreto come lei, ma pieno di promessa.

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Granaio delle armi
Una stanza dove si conservano armi e armature del castello.
Cavalieressa
Una donna che combatte come un cavaliere, con coraggio e onore.
Elsa
La parte della spada che si tiene in mano per impugnarla.
Rastrelliere
Strutture dove si mettono in ordine le armi come spade e lance.
Corde di canapa
Corde fatte da una fibra naturale, robuste e usate per legare cose.
Paglia
Fusti secchi di erba usati per riempire, isolare o come lettiera.
Serratura
Meccanismo nella porta dove si mette la chiave per chiudere.
Travi
Grandi pezzi di legno che sostengono il tetto o i pavimenti.
Castellano
La persona che governa la vita quotidiana e la difesa del castello.
Scudiero
Aiutante giovane di un cavaliere, che cura armi e cavallo.
Lanterna
Contenitore con luce per vedere al buio, spesso a olio o candela.
Cunicolo
Passaggio stretto e lungo, spesso scavato sotto la terra o il castello.
Grata
Struttura di ferro con sbarre che chiude un'apertura per sicurezza.
Fossato
Canale profondo attorno al castello, spesso asciutto o pieno d'acqua.
Predoni
Gruppo di ladri o briganti che rubano attaccando di nascosto.
Sala del Giuramento
Stanza speciale dove si fanno promesse solenni o giuramenti.
Campanelli
Piccole campane che suonano per avvertire di movimenti o arrivi.
Falconieri
Persone che addestrano e curano i falchi per la caccia.

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