Caricamento in corso...
Storia di cavaliere 11/12 anni Lettura 23 min.

Il cavaliere delle nuvole e la frontiera ritrovata

Ser Elio, cavaliere che parla alle nuvole, e la scudiera Mira affrontano intrighi, paludi e bande misteriose per ritrovare i cippi della frontiera e impedire che la confusione trasformi la pace in guerra.

Scarica questa storia in PDF

Ideale per condividere o stampare questa storia!

Scarica l'e-book (.epub)

Legga questa storia sul suo e-reader.

Un giovane cavaliere di nome Elio, volto rotondo e occhi grandi e luminosi, armatura semplice argento sporca di fango, espressione determinata e dolce, sta su una roccia al bordo del Ruscello Rosso tenendo il casco sotto un braccio e alzando l'altra mano per calmare la folla; accanto a lui, leggermente avanti a destra, Mira, giovane scudiera di circa 16 anni con i capelli castani intrecciati, armatura leggera e mantello porpora, è inginocchiata vicino a un pagliaio spegnendo le fiamme con un secchio d'acqua; sullo sfondo a sinistra un duca di circa 50 anni in abiti blu e oro con barba grigia e una baronessa di circa 40 anni in una veste verde ricamata osservano sollevati; al centro adolescenti soldati di entrambi gli schieramenti formano una linea di scudi, alcuni mantelli scuri catturati sono legati seduti a destra; la scena è in una prateria verde sul ruscello dai riflessi rame, con salici, polvere di fango, pietre di confine ripiantate e fumo leggero, atmosfera di riconciliazione eroica e pacifica al tramonto, stile carino chibi, contorni netti e palette pastello vivaci. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il cavaliere che parlava alle nuvole

Nel castello di RoccaLuna, dove le bandiere frusciavano come ali e le armature brillavano come pesci d'argento, viveva Ser Elio, un cavaliere… un po' diverso dagli altri. Sapeva montare a cavallo, certo, e sapeva anche brandire la spada. Ma soprattutto sapeva fissare il cielo per ore, come se le nuvole gli raccontassero segreti.

«Stai sognando di nuovo?» lo punzecchiò Mira, la giovane scudiera, mentre gli porgeva l'elmo.

Elio sorrise. «Sto ascoltando. Le nuvole oggi parlano di confini smarriti e di strade che chiedono di essere ritrovate.»

Mira sbuffò, ma i suoi occhi ridevano. «Le nuvole non marcano i confini. Lo fanno i pali, le pietre e le persone che ci credono.»

Proprio allora, nella sala grande, il Duca Alarico batté il bastone sul pavimento. Il suono rimbombò come un tamburo.

«Cavalieri di RoccaLuna!» disse con voce grave. «La Frontiera del Ruscello Rosso è stata spezzata. I vecchi cippi sono stati rovesciati, i sentieri deviati, e i pastori non sanno più dove termina la nostra terra e dove comincia quella dei Baroni di SelvaCupra.»

Un mormorio attraversò la sala. Un confine nel Medioevo non era solo una linea: era pace o guerra, pane o fame.

Il Duca posò lo sguardo su Elio. «Ser Elio, tu sei conosciuto per… la tua testa tra le stelle. Ma forse è proprio ciò che serve. Ti affido una missione: ristabilire la frontiera, ritrovare i cippi perduti e piantarne di nuovi. Senza provocare una guerra. Torna con la linea chiara come una lama.»

Elio si inchinò. «Farò del mio meglio, mio signore. E chiederò consiglio non solo alle nuvole, ma anche alle pietre e alla gente.»

Mira, che era stata scelta per accompagnarlo, sussurrò: «Ottimo. E magari chiedilo anche al tuo stomaco, prima che svenga.»

Elio rise piano. «Promesso.»

All'alba partirono: un cavallo grigio per Elio, una giumenta morella per Mira, e una piccola mula carica di corde, picchetti, mappe e pane secco. Davanti a loro si stendevano colline, boschi e il Ruscello Rosso, chiamato così perché al tramonto l'acqua si accendeva come rame fuso. Là, la frontiera doveva tornare a vivere.

Capitolo 2: Il ponte che non voleva scegliere

Il primo ostacolo arrivò presto: il Ponte dei Due Salici, l'unico passaggio sicuro sul ruscello. Era stretto, vecchio e umido di muschio. Ma il problema non era il legno: erano gli uomini.

Da una parte c'erano tre soldati di RoccaLuna; dall'altra, tre di SelvaCupra. Ognuno sosteneva che il ponte fosse “dalla propria parte”.

«Un piede qui è già un'invasione!» gridò un soldato con un naso così lungo da sembrare una freccia.

«E voi avete spostato i pali stanotte!» ribatté un altro, con la voce impastata di rabbia.

Mira mise mano alla cintura, dove teneva un pugnale da lavoro. Elio alzò una mano, aperta, come si fa per fermare un cavallo spaventato.

«Non siamo qui per combattere,» disse. «Siamo qui per capire. Il ponte non può scegliere da solo. Siamo noi che dobbiamo farlo con onore.»

«Con onore?» ringhiò uno dei soldati di SelvaCupra. «L'onore non riporta indietro i cippi.»

Elio guardò le travi. Notò segni di corde tagliate e chiodi recenti. Qualcuno aveva lavorato di notte, e non per riparare.

«Il ponte è stato manomesso,» disse. «Vedete questi graffi? Non sono del tempo. Sono freschi.»

Mira annusò l'aria. «E sento pece. Qualcuno ha cercato di rendere il legno scivoloso, così che qualcuno cadesse e… boom, guerra.»

I soldati si guardarono, incerti. La rabbia, improvvisamente, sembrò un mantello troppo pesante.

Elio si inginocchiò, umile davanti a tutti, persino davanti a quelli che lo insultavano. «Non vi chiedo di fidarvi di me perché porto un'armatura. Vi chiedo di fidarvi dei vostri occhi. Se qualcuno vuole la guerra, non siamo obbligati a regalargliela.»

Poi prese un gessetto dalla sacca—un semplice pezzo di calcare—e tracciò una linea al centro del ponte.

«Fino a quando non avremo ristabilito la frontiera, questo ponte sarà neutrale. Due guardie per parte, e nessuno oltrepassa la linea armato. Chi vuole passare, passa con le mani visibili.»

Il soldato dal naso-freccia sputò di lato, ma annuì. «Va bene. Per ora.»

Mira sussurrò a Elio: «Sognatore, hai appena disinnescato sei spade con un sassolino.»

Elio le strizzò l'occhio. «Non era un sassolino. Era buon senso.»

Attraversarono il ponte con cautela. Sotto di loro l'acqua correva, rossa come se portasse notizie urgenti. E nel bosco, da qualche parte, qualcuno osservava.

Capitolo 3: Le impronte nel fango e l'uomo che rideva troppo

Nel pomeriggio raggiunsero un tratto di confine dove, secondo le mappe del Duca, dovevano esserci tre cippi di pietra. Trovarono solo buche vuote e terreno rivoltato.

Mira si chinò. «Hanno scavato in fretta. Guarda i grumi: non si sono nemmeno presi il tempo di coprire bene.»

Elio passò una mano sul fango. C'erano impronte: stivali pesanti, ma anche scarpe più leggere. E segni di una carretta.

«Non è stato un solo gruppo,» disse. «Uno ha tirato, l'altro ha guidato. E hanno portato via le pietre.»

«Perché rubare dei cippi?» chiese Mira. «Non sono oro.»

Elio guardò verso la linea degli alberi. «Perché l'oro, a volte, è la confusione. Se il confine svanisce, chiunque può dire: “Questo campo è mio”. E se qualcuno protesta… ecco la guerra.»

Mentre parlavano, apparve un mercante con un carro pieno di barili. Aveva un cappello a punta e un sorriso così largo da sembrare incollato.

«Oh! Che sorpresa vedere due viandanti così… lucenti!» disse. «Cercate forse pietre smarrite? Io vendo di tutto: sale, corde, persino… consigli.»

Mira strinse gli occhi. «E vendi anche bugie?»

Il mercante rise troppo forte. «Le bugie? No, no… quelle le regalo.»

Elio non si offese; fece un inchino. «Siamo alla ricerca dei cippi della frontiera. Hai visto qualcuno trasportare pietre grandi, con simboli incisi?»

Il mercante si grattò il mento. «Forse. O forse era un sogno. Io vedo tante cose…»

Elio lo fissò, calmo. «Allora sognami una risposta utile.»

Il mercante esitò. Per un attimo, il sorriso tremò. «Ho visto uomini in mantelli scuri dirigersi verso le Paludi di Bruma. Avevano una carretta. Non mi hanno salutato, che maleducati.»

Mira fece un passo avanti. «E tu li hai lasciati passare?»

«Io vendo barili, non coraggio.» Il mercante alzò le mani. «E poi, non tutti possono fare gli eroi.»

Elio annuì, senza superbia. «Hai ragione. L'eroismo non si vende. Si sceglie.»

Il mercante, forse colpito da quella frase, frugò nel carro e porse una piccola fiala. «Prendete. È olio di pino. Se finirete nelle paludi, vi aiuterà contro le sanguisughe. Non è un regalo: è… un modo per dormire meglio.»

Mira lo prese. «Vedi? Un mercante con un briciolo di cuore.»

L'uomo tossì. «Non esageriamo. Mi prudono solo i sensi di colpa.»

Quando ripartirono, Elio guardò il cielo. Le nuvole si addensavano come un consiglio severo. «Le paludi ci aspettano,» disse.

Mira sospirò. «E io che speravo in un picnic.»

«Nelle leggende, i picnic sono trappole,» rispose Elio serio.

«Allora siamo salvi: il nostro pane è duro come una pietra. Nessuno lo ruberà.»

Risero entrambi, ma tennero la mano vicina alla spada. Perché il fango, a volte, nasconde più di quanto mostra.

Capitolo 4: Le Paludi di Bruma e il coraggio che si impasta

Le Paludi di Bruma non erano solo un luogo: erano un'umore. L'aria sapeva di acqua ferma e foglie marce. La nebbia si attaccava ai capelli come una ragnatela fredda. Ogni passo faceva “ciac”, come se il terreno volesse trattenerti.

Mira legò una corda tra loro. «Se uno affonda, l'altro tira. Semplice.»

Elio annuì. «E se affondiamo entrambi?»

«Allora almeno affondiamo in compagnia,» rispose lei.

Trovarono tracce di ruote, semisommerse. Seguendole, arrivarono a un isolotto di terra più solida. Lì, tra canne alte e cespugli, spuntavano… i cippi. Erano stati ammucchiati come legna.

«Eccoli!» sussurrò Mira. «Quei ladri li hanno nascosti qui.»

Elio si chinò vicino a una pietra. Il simbolo di RoccaLuna era graffiato via. Al suo posto, qualcuno aveva iniziato a incidere un altro segno.

«Non vogliono solo spostare la frontiera,» disse. «Vogliono riscriverla.»

Un fruscio. Poi una voce roca: «Lasciate perdere quelle pietre.»

Dalla nebbia emerse un gruppo di uomini armati di lance e coltelli. Indossavano mantelli scuri, ma non portavano insegne. Il loro capo aveva una cicatrice sul labbro e occhi troppo tranquilli.

«Chi siete?» chiese Mira, tenendo il respiro corto.

«Quelli che mettono fine alle discussioni,» disse l'uomo. «Se non c'è confine, c'è caos. E nel caos, chi è forte prende tutto.»

Elio fece un passo avanti, ma non alzò la spada. «La forza senza giustizia è solo paura ben vestita. Restituite i cippi. Eviterete spargimenti inutili.»

Il capo sorrise. «Sei un cavaliere… educato. Ma qui l'educazione affonda.»

Uno degli uomini lanciò una rete, cercando di intrappolare Elio. Mira reagì subito: tagliò la rete con un colpo secco. Elio, invece di attaccare, afferrò una canna robusta e la piantò nel fango come un palo.

«Mira, la corda!» gridò.

Lei capì: legò la corda al palo. Elio trascinò la corda attorno a due uomini che avanzavano, facendoli inciampare nel terreno molle. Non era una vittoria elegante, ma era intelligente: nelle paludi, chi perde l'equilibrio perde tutto.

Il capo provò a colpire Elio con la lancia. Elio parò con lo scudo, ma lo scudo scivolò, bagnato. La lancia lo sfiorò.

Mira lanciò l'olio di pino sul terreno davanti al capo. Il fango diventò scivoloso come sapone. L'uomo fece un passo sicuro… e finì seduto, con un “splash” poco dignitoso.

«Scusami!» disse Mira. «È che la dignità non galleggia.»

Elio, con un guizzo, si avvicinò e puntò la spada non alla gola, ma al terreno davanti all'uomo. «Basta. Non voglio ferirti. Voglio fermarti.»

Il capo, imbarazzato e furioso, alzò una mano. I suoi uomini esitarono. La palude li stava già stancando.

«Ritirata!» sputò. «Ma la frontiera non tornerà mai com'era. Non in tempo.»

Svanirono nella nebbia, lasciando dietro di sé l'odore di guai.

Mira ansimò. «Hai visto? Sei riuscito a combattere… senza fare il gradasso.»

Elio guardò le pietre. «Non sono io. È la missione. Un confine serve a proteggere, non a gonfiare il petto.»

Si misero al lavoro. Con corde e leva, trascinarono i cippi su terreno più stabile. Ci volle tutta la loro resilienza: braccia tremanti, scarpe inghiottite dal fango, freddo nelle ossa. Ma uno a uno, i cippi tornarono a essere “pietre con un compito”.

Capitolo 5: La linea delle stelle e l'inganno della valle

Usciti dalle paludi, raggiunsero la Valle delle Due Querce, dove la frontiera doveva piegare seguendo una vecchia strada romana. Era un luogo maestoso: colline verdi, pietre antiche, vento che sapeva di erba nuova. Eppure, qualcosa stonava.

La vecchia strada era stata coperta da terra e sassi, come se qualcuno avesse voluto farla sparire. Al suo posto, un sentiero recente tagliava la valle più a nord.

Mira fissò il sentiero nuovo. «Sembra comodo. Troppo comodo.»

Elio tirò fuori la mappa e la confrontò con l'orizzonte. Poi guardò il cielo: era sera, e le prime stelle pungevano il blu.

«Quando ero piccolo,» disse, «mio padre mi insegnò che alcune stelle indicano il nord meglio di qualsiasi freccia dipinta. E che un confine ben fatto non deve dipendere dai capricci degli uomini.»

Mira lo guardò. «Adesso le nuvole sono diventate stelle?»

«Quando le nuvole tacciono, le stelle parlano.»

Con calma, Elio misurò l'ombra delle querce, contò passi, cercò pietre segnate dal tempo. Sotto una zolla smossa trovò un frammento di lastra romana, con una linea incisa.

«Ecco la prova,» disse. «La strada vera è qui. Il nuovo sentiero è un inganno: sposta la frontiera verso sud e ruba terre ai contadini di RoccaLuna.»

Mira strinse i pugni. «Quei mantelli scuri vogliono che i due signori si accusino a vicenda, così loro si prendono tutto nel caos.»

Elio annuì. «Allora dobbiamo fare più che rimettere i cippi. Dobbiamo rendere la frontiera così chiara da spezzare l'inganno.»

Lavorarono tutta la notte con due contadini incontrati lungo la valle, gente semplice ma coraggiosa. Elio non comandò come un principe: chiese, ascoltò, ringraziò.

«Non siete obbligati ad aiutarci,» disse ai contadini.

Uno di loro, con mani grandi come badili, rispose: «Se il confine sparisce, spariscono anche i nostri campi. E la fame non chiede permesso.»

Mira, mentre spostava pietre, mormorò: «Ecco cos'è la cavalleria, a volte: schiena piegata e mani sporche.»

Elio sorrise. «La spada è solo una parte. Il resto è servire.»

All'alba, avevano liberato un tratto della strada antica e piantato due nuovi cippi, ben visibili. Elio incise su uno una frase semplice, perché fosse capibile a chiunque: “QUI FINISCE E QUI INIZIA, PERCHÉ LA PACE ABBIA UN POSTO DOVE STARE.”

Capitolo 6: La battaglia del Ruscello Rosso

La notizia della frontiera che tornava a emergere corse veloce. Troppo veloce. Quando Elio e Mira giunsero di nuovo al Ruscello Rosso, trovarono un esercito in miniatura da entrambe le parti: soldati di RoccaLuna e di SelvaCupra, schierati, nervosi, pronti a un errore.

In mezzo, sul prato, comparvero i mantelli scuri. Non più nascosti. Erano in molti, con archi e torce.

Il capo dalla cicatrice gridò: «Guardate! Mentre discutete, noi bruciamo i vostri granai! E quando avrete fame, vi sbranerete tra voi!»

Una freccia infuocata volò e si conficcò in un pagliaio vicino. Le fiamme presero, veloci come pettegolezzi.

Mira sbiancò. «Se il fuoco si allarga…»

Elio salì su un masso, alto e visibile. Si tolse l'elmo, così che tutti vedessero il suo volto stanco, sporco di fango, ma fermo.

«Soldati di RoccaLuna! Soldati di SelvaCupra!» gridò. «I veri nemici sono davanti a voi, non di lato! Guardate i loro mantelli: non portano insegne perché non servono nessuno se non la loro avidità!»

Un ufficiale di SelvaCupra urlò: «E perché dovremmo crederti?»

Elio alzò la mano, mostrando la mappa con i segni, e indicò i cippi riportati, le pietre incise, la strada romana liberata.

«Perché non vi sto chiedendo un favore. Vi sto mostrando prove. E perché oggi io non sono “di qua” o “di là”. Oggi sono dalla parte del confine che protegge i bambini che dormono, i campi che crescono, i vecchi che raccontano storie.»

Mira corse verso il pagliaio in fiamme e, con altri due soldati di entrambe le fazioni, iniziò a gettare secchi d'acqua. Un ragazzo di SelvaCupra e uno di RoccaLuna si passarono i secchi senza guardarsi in cagnesco: per la prima volta, avevano un compito comune.

Il capo dei mantelli scuri ringhiò e ordinò l'attacco. Frecce e sassi volarono.

Elio non aveva un esercito. Aveva una scelta. E la fece.

«Formate una linea al ponte!» gridò. «Scudi avanti! Non per invadere: per proteggere!»

Le due fazioni, esitanti, si mossero. Un muro di scudi si alzò, sorprendentemente misto. Elio si mise al centro, non davanti. Non voleva essere un eroe da statua; voleva che tutti fossero parte della difesa.

Mira, con il viso annerito dal fumo, gli urlò: «Sognatore! Questa è la tua nuvola più grossa!»

«Allora la attraverseremo!» rispose lui.

I mantelli scuri caricarono, ma il terreno vicino al ruscello era scivoloso. Elio aveva notato il punto dove l'acqua aveva creato fango sottile. Ordinò: «Indietreggiate di tre passi! Lasciateli entrare nel tratto molle!»

Gli uomini obbedirono. I nemici, presi dall'impeto, avanzarono… e molti scivolarono. Non fu una vittoria “pulita”, ma fu efficace. Le lance dei soldati li disarmarono, non li trafissero. Elio gridava: «A terra le armi! Nessuno uccida chi si arrende!»

Il capo dalla cicatrice, più agile, riuscì a restare in piedi e puntò la spada contro Elio. «Tu rovini tutto, cavaliere delle nuvole!»

Elio lo guardò negli occhi. «No. Tu rovini tutto perché credi di meritare più degli altri.»

Si scontrarono. Il capo era forte, e ogni colpo era rabbia. Elio parava, arretrava, respirava. Non cercava di umiliarlo; cercava l'apertura giusta.

Mira gridò: «Elio, dietro!»

Una freccia arrivava. Elio si abbassò e la freccia colpì l'elsa del capo, facendogli perdere la presa per un attimo. Elio sfruttò quell'istante: con un movimento rapido, disarmò l'uomo e gli puntò la spada al petto.

Silenzio. Anche il ruscello sembrò rallentare.

Elio disse piano, udibile solo a lui e a chi era vicino: «Se ti uccidessi, diventerei solo un'altra storia di sangue. Io voglio una storia diversa.»

Poi abbassò la spada. «Arrenditi.»

Il capo, con il volto contorto dall'orgoglio, guardò i suoi uomini: erano circondati, disarmati, molti già con le mani alzate. Il suo orgoglio, finalmente, cedette.

«Mi arrendo,» sputò.

Un boato di sollievo si sparse tra le due schiere. Il fuoco era quasi spento. E la guerra, per un soffio, era stata evitata.

Capitolo 7: La grande vittoria e la lezione della pietra

Pochi giorni dopo, sul prato della frontiera, si tenne un incontro che sembrava una pagina di leggenda: il Duca Alarico di RoccaLuna e la Baronessa Ysara di SelvaCupra, fianco a fianco, davanti ai cippi rimessi e alla strada romana liberata.

I mantelli scuri, legati e sorvegliati, stavano in ginocchio. Il capo dalla cicatrice non rideva più.

Il Duca guardò Elio. «Hai fatto ciò che ti ho chiesto. Hai ristabilito la frontiera… e hai impedito una guerra. Oggi RoccaLuna vince.»

La Baronessa annuì. «E SelvaCupra vince con voi. Perché la pace è una vittoria che non umilia nessuno.»

I soldati delle due parti piantarono insieme un grande cippo centrale, più alto degli altri, con le due insegne affiancate. Non per mescolare i regni, ma per ricordare che un confine giusto non è un muro di odio: è un patto.

Mira sussurrò a Elio: «Ti rendi conto? Hai convinto nobili e soldati senza fare il pavone.»

Elio si grattò la nuca, imbarazzato. «Non ho convinto da solo. Tu hai salvato il pagliaio, i contadini hanno lavorato, i soldati hanno ascoltato. Io ho solo… tenuto insieme i pezzi.»

Il Duca fece un gesto a un araldo. «Ser Elio, inginocchiati. Voglio concederti un'onorificenza.»

Elio esitò, poi si inginocchiò. Ma quando il Duca alzò la spada cerimoniale, Elio disse: «Mio signore… se posso chiedere una cosa: che l'onore non sia solo mio. Che si ricordi anche Mira, e i contadini della valle, e i soldati che hanno alzato scudi insieme.»

Un mormorio stupito. Il Duca rimase immobile un istante, poi sorrise come chi riconosce una verità semplice.

«Così parla un vero cavaliere,» disse. «L'umiltà è la corazza più rara.»

E così fece: Mira ricevette una fibbia d'argento da scudiera d'onore, i contadini ebbero esenzioni e sementi, e i soldati furono celebrati non per aver colpito, ma per aver protetto.

Quando la cerimonia finì, Elio e Mira rimasero un momento soli vicino al Ruscello Rosso. Il sole del tramonto trasformava l'acqua in una striscia di rame vivo.

Mira tirò una pietruzza nell'acqua. «Allora, cavaliere delle nuvole. Che cosa ti dicono oggi?»

Elio guardò il cielo, dove una nuvola solitaria sembrava una vela. «Dicono che i confini possono essere spostati dai furbi, ma non possono resistere al coraggio di chi cerca la verità. E che la più grande vittoria è quella che lascia spazio a tutti di tornare a casa.»

Mira sorrise. «E dicono anche che hai bisogno di un bagno. Seriamente.»

Elio rise, forte, come un campanile in festa. «Quello non me lo devono dire le nuvole. Me lo dice il mio odore.»

Si incamminarono verso il castello, mentre alle loro spalle i cippi stavano dritti, come sentinelle di pietra. La frontiera era tornata, chiara e giusta. E la leggenda che sarebbe nata da quel giorno non parlava solo di spade e battaglie, ma di intelligenza, resilienza e di un cavaliere sognatore che aveva scelto l'umiltà per vincere davvero.

Senza pubblicità 3€ al mese

Desidera una lettura senza interruzioni? Sostenga Oh My Tales, rimuova tutte le pubblicità e usufruisca di altri vantaggi inclusi a partire da 3€ al mese.

Vedi i piani e le tariffe
Condividere

segnalare un problema con questa storia

Cosa ne pensi di questa storia?

Esprimi la tua opinione assegnando un voto a questa storia in base a ciò che tu e/o tuo figlio hanno pensato. Grazie in anticipo!

Grazie! Il tuo voto è stato preso in considerazione!

Il quiz: hai capito bene la storia?

Crea una storia magica e unica per suo figlio!

Create un'avventura personalizzata in pochi minuti dove vostro figlio diventa l'eroe. Con il nostro strumento esclusivo, è facile, gratuito e divertente!

Creare una storia

Scaricate questa storia:

Scarica questa storia in PDF Scarica l'e-book (.epub)

Ricevi nuove storie ogni domenica sera!

Ricevete 7 storie emozionanti e coinvolgenti, adatte all'età e ai gusti di vostro figlio, ogni domenica alle 17:00*. È gratuito e garantito senza spam!
*Email inviato alle 17:00, ora dell'Europa Centrale (CET).
Non amiamo neanche lo spam. Pertanto, ti invieremo solo storie. Potrai disiscriverti quando lo desideri.