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Storia di cavaliere 11/12 anni Lettura 18 min.

La campana ritrovata e la fontana del leone di Valdombra

Serafina, una giovane cavalieressa, Milo e Rino affrontano la gola del Torrente Nero per recuperare la campana caduta e scoprono che per salvare il loro borgo serviranno più coraggio, cooperazione e cura reciproca che non la sola forza.

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Cavaliere donna Serafina, volto determinato e dolce, armatura leggera a maglia argentata, mantello blu scuro, cicatrice al mento: accovacciata su una sporgenza rocciosa tira con entrambe le mani una corda spessa per liberare una grande campana di bronzo; ragazzo Milo ~13 anni, capelli castani spettinati, teso ma deciso, in alto su un ponte di legno con la corda avvolta attorno a un tronco come freno, guarda Serafina; ragazzo Rino ~16 anni, pastore, capelli corti bagnati, ginocchio fasciato, seduto su una roccia vicina offre la mano per aiutare; donna anziana Lina ~70 anni, volto rugoso ma sorriso caldo, in cima al sentiero osserva sollevata tenendo una brocca di terracotta; luogo: gola stretta e umida, pareti scure con muschio, torrente schiumante sotto, massi scivolosi, corde annodate e attrezzi su pietre bagnate; scena principale: momento drammatico e collaborativo mentre la campana incastrata viene lentamente tirata fuori dall’acqua con spruzzi e raggi di luce che tagliano l’ombra, texture di metallo, legno e pietra; stile visivo: collage carta ritagliata, ritagli netti e strati sovrapposti, colori saturi e contrastati (blu profondo, verde muschio, bronzo caldo), ombre semplici e bordi leggermente irregolari per un effetto artigianale. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo I — Il rintocco spezzato

Quando il sole calava dietro le colline, Valdombra diventava color rame. Le bandiere sul mastio del castello si quietavano e l'aria profumava di fieno e di pane appena sfornato. Proprio allora, un rumore diverso dal solito tagliò la sera: non un rintocco pieno, ma un suono corto, come un singhiozzo di metallo.

La campana del borgo, quella che chiamava al mercato e avvertiva dei temporali, non suonava più.

Serafina di Roccaluce, cavalieressa del duca, era nel cortile ad asciugare il sudore del suo destriero, Brina, quando vide arrivare di corsa il piccolo scudiero Milo. Aveva tredici anni e un ciuffo ribelle che gli entrava sempre negli occhi.

— Serafina! — ansimò. — È successa una cosa… la campana!

La cavalieressa sollevò lo sguardo. Aveva una cotta di maglia leggera, il mantello blu scuro e una cicatrice sottile sul mento, ricordo di un addestramento troppo entusiasta. I suoi occhi, però, erano più attenti di qualsiasi spada.

— Respira, Milo. Racconta.

— La campana della torre… è caduta. Dicono che si sia staccata la trave. È finita nella gola del Torrente Nero, sotto il vecchio ponte. E senza di lei… la gente è come se avesse perso la voce del borgo.

Serafina sentì un nodo stringerle lo stomaco. Non era soltanto un pezzo di bronzo: era un segnale, una memoria comune.

— Andiamo a vedere.

Attraversarono le viuzze. Le case di pietra sembravano trattenere il fiato. Davanti alla torre campanaria, il priore Anselmo aveva le mani sporche di polvere e lo sguardo che implorava senza chiedere.

— Figlia della cavalleria — disse —, la campana è scivolata come un sasso. Nessuno osa scendere nella gola: l'acqua corre forte, e si dice che là sotto vivano… cose che preferiscono il silenzio.

Serafina non rise, ma neppure si spaventò. Sapeva che le leggende erano spesso paura travestita.

— La riporterò indietro — promise. — Non per gloria. Per voi.

Milo spalancò gli occhi. — Davvero?

— Davvero. Ma non da sola. La cavalleria non è un'impresa solitaria: è cura. E coraggio condiviso.

Capitolo II — La gola del Torrente Nero

All'alba partirono. Serafina portava una corda lunga, chiodi da roccia, un piccolo martello e un pugnale. La spada restò al fodero: in certi luoghi, la lama serve meno della testa.

Milo trascinava uno zaino troppo grande per lui, pieno di coperte e pane secco. — Ho preso anche il formaggio. La mamma dice che dà forza ai pensieri.

— Tua madre ha ragione — disse Serafina, e gli fece l'occhiolino. — Ma non mangiarlo tutto prima di averne bisogno.

Il vecchio ponte di legno scricchiolava. Sotto, il torrente schiumava tra le rocce, scuro come se portasse con sé ombre. Lì vicino, un sentiero scendeva nella gola, stretto e umido.

Più giù arrivavano, più l'aria diventava fredda. La luce si riduceva in lame sottili tra gli alberi. Milo stringeva la torcia con mani bianche.

— Se senti paura, dillo — disse Serafina. — La paura non è un'offesa. È un messaggero. Il punto è decidere se ascoltarla o guidarla.

— Io… la sento — ammise Milo. — Ma voglio venire. Perché senza campana, mia nonna non sa quando pregare. E poi… mi sembra ingiusto che una cosa importante resti là sotto, come se non valesse niente.

Serafina annuì. — Questa è una buona ragione. E l'empatia è una forma di forza: ti fa muovere non solo per te stesso.

Arrivarono a una sporgenza di pietra. Più in basso, tra spruzzi d'acqua, brillava qualcosa di tondo: la campana, mezzo sommersa, incastrata tra due massi.

Ma non era sola.

Su una roccia, tremante e bagnato, c'era un ragazzo. Un pastore, forse, con i capelli attaccati alla fronte e un ginocchio ferito. Non li aveva visti.

Milo si portò la mano alla bocca. — È vivo?

Serafina si inginocchiò e chiamò con voce ferma: — Ehi! Non muoverti. Siamo qui.

Il ragazzo sobbalzò. — Non… non avvicinatevi! La pietra cede. Io… sono scivolato cercando di recuperare la campana. Mio padre mi uccide se torno senza… ma non riesco più a salire.

Serafina osservò la sua posizione: un passo sbagliato e sarebbe finito nel torrente.

— Come ti chiami?

— Rino.

— Bene, Rino. Prima salvare te, poi la campana. È la regola.

Rino deglutì. — Ma la campana…

— La campana non soffre — disse Serafina. — Tu sì.

Milo abbassò lo sguardo, come se avesse capito una lezione senza parole.

Capitolo III — Il ponte di corde e la scelta

Serafina fissò un chiodo nella roccia più stabile e fece passare la corda, creando un ancoraggio. Poi si voltò verso Milo.

— Tu terrà qui la corda. Se senti che scivola, la blocchi e gridi. Capito?

Milo ingoiò. — Capito. Ma… se cado io?

— Non cadi. Perché io ho bisogno di te, e tu ne sei degno. E perché ti ho insegnato il nodo del guardiano, giusto?

Milo annuì, un po' più fiero. — Doppio giro e stretta finale.

Serafina scese lentamente, i piedi che cercavano appigli asciutti. Rino la guardava come si guarda una porta aperta.

Quando fu abbastanza vicina, Serafina parlò piano: — Ti metto un cappio sotto le braccia. Poi tu ti lasci andare verso di me, senza strattoni. Io ti guiderò. Respira.

— Io… non so se riesco.

— Allora lo facciamo in due. Io penso al prossimo passo, tu pensi al respiro.

Gli infilò la corda con delicatezza, evitando di toccare la ferita. Rino strinse i denti. Serafina lo sostenne, poi fece un cenno a Milo.

— Tira… piano!

La corda si tese. La roccia sotto Rino scricchiolò. Per un istante, tutto sembrò fermarsi: l'acqua, l'aria, perfino il cuore.

Rino scivolò, ma Serafina lo afferrò al mantello e lo avvicinò a sé. — Bravissimo! — sussurrò. — Ancora un respiro.

Con un lavoro paziente, lo portarono sulla sporgenza. Milo tirò l'ultimo tratto e crollò seduto, tremando.

Rino si mise a piangere senza vergogna. — Pensavo di morire.

Serafina gli porse la borraccia. — Hai avuto coraggio. Non perché non avevi paura, ma perché non ti sei arreso.

Milo guardò giù, verso la campana incastrata. — E adesso?

Serafina si alzò. L'acqua batteva contro il bronzo e produceva un suono sordo, quasi una nota trattenuta.

— Adesso recuperiamo ciò che unisce il borgo — disse. — Ma non rischieremo inutilmente.

Rino sollevò gli occhi rossi. — Posso aiutare?

Serafina esitò. Poi vide in lui non l'incoscienza, ma il desiderio di riparare al proprio azzardo.

— Puoi, se ascolti. Milo, tu resti qui. Rino, mi aiuti a legare la campana. Nessuno fa l'eroe da solo.

Milo sbuffò. — Sempre io quello che resta su.

— È un compito difficile anche quello — ribatté Serafina con un sorriso. — Tenere la corda significa tenere la vita degli altri.

Milo arrossì, ma strinse la corda con più decisione.

Capitolo IV — La campana che pesa come una promessa

Scendere fino alla campana era come entrare in una gola di drago: umida, rumorosa, piena di pietre lisce. Serafina e Rino arrivarono al masso dove il bronzo era bloccato.

La campana era enorme, graffiata e sporca di alghe. Sul bordo, ancora visibile, c'era l'incisione: “A chi ascolta”.

Rino passò le dita sulle lettere. — Non pensavo fosse così… bella.

— Le cose che servono a tutti spesso sono belle in modo semplice — disse Serafina. — Ora, niente improvvisazioni. Leghiamo qui e qui. Nodo a otto.

Rino annuì, concentrato. Le mani gli tremavano, ma seguì le istruzioni. Serafina lo guidò senza rimproveri, correggendo con calma.

Quando tutto fu pronto, Serafina fece segno a Milo in alto. — Tira! Ma non di colpo!

La campana si mosse di un dito. Poi di due. L'acqua la risucchiava come se volesse tenerla con sé. Serafina infilò un palo tra campana e roccia, facendo leva.

— Uno, due, tre… adesso!

Il bronzo scivolò, liberandosi con un suono cupo che rimbombò nella gola. Per un attimo sembrò un ruggito.

Milo gridò: — Ce l'ho! Ma pesa come un… come un castello!

— Perché è una promessa — rispose Serafina tra i denti, spingendo. — E le promesse pesano, se sono vere.

Salire con la campana era un'impresa. Serafina non la trascinò da sola: guidò l'attrito, mise pietre come cunei, scelse il percorso meno ripido. Rino, con il ginocchio fasciato alla meglio, aiutava spostando le coperte sotto il bronzo per farlo scivolare senza incastrarsi.

A metà, la corda gemette.

Milo sbiancò. — Sta per spezzarsi!

Serafina guardò l'ancoraggio. Se si fosse rotto, la campana sarebbe precipitata, e con lei forse qualcuno.

— Milo, ascolta bene — gridò. — Fai passare la corda attorno al tronco dietro di te. Così avrai un freno.

— Ma… non ci arrivo!

— Ci arrivi. Non correre: muoviti come se fossi una risposta.

Milo si girò, afferrò il tronco, avvolse la corda con mani febbrili. Si impigliò, inciampò, ma non mollò. Quando finalmente la corda strinse il legno, il peso si distribuì e il gemito si fece più basso.

— Fatto! — urlò, con una risata nervosa. — Io… io sono un freno umano!

— Un freno intelligente — disse Serafina. — E molto utile.

Poco alla volta, trascinarono la campana fino alla sporgenza. Quando finalmente fu al sicuro, tutti e tre rimasero immobili, come se il mondo dovesse ancora convincersi.

Rino lasciò uscire un fiato lungo. — L'abbiamo… salvata.

Serafina posò una mano sul bronzo freddo. — E abbiamo salvato anche qualcosa di più: il coraggio di tornare indietro e rifare bene le cose.

Capitolo V — La strada del ritorno e l'acqua che tace

Il ritorno verso Valdombra fu lento. La campana venne caricata su un carro preso in prestito da un boscaiolo, che li aiutò scuotendo la testa.

— Se il duca sapesse che fate i muli da soma… — borbottò, ma nei suoi occhi brillava rispetto.

Rino, seduto sul bordo del carro, teneva il ginocchio fasciato. Milo gli porse un pezzo di formaggio.

— Tua madre aveva ragione — disse Rino, mordendo. — Mi fa forza ai pensieri.

Milo rise. — Attento, però. Troppa forza e ti vengono pensieri che sfondano le porte.

Serafina li ascoltava con un mezzo sorriso. Vedeva due ragazzi diversi, ma uniti dalla stessa prova. E la prova, come una fucina, aveva tolto qualcosa di inutile e lasciato metallo più resistente.

Quando arrivarono al borgo, la gente uscì dalle case. Alcuni applaudirono, altri si fecero il segno della croce. Il priore Anselmo quasi inciampò nella tonaca per la fretta.

— Avete compiuto un miracolo!

— Un lavoro — corresse Serafina. — E un lavoro di comunità.

La campana venne portata nel cortile della torre. Però, quando il fabbro iniziò a esaminare il supporto, aggrottò la fronte.

— Il braccio che la reggeva è marcio. Se la rimontiamo così, cade di nuovo. E non solo: l'acqua della fontana in piazza… scorre male da giorni. Se la campana è caduta per colpa delle vibrazioni e dell'umidità, significa che il legno e le pietre stanno cedendo ovunque.

La fontana della piazza era il cuore di Valdombra. Lì si riempivano le brocche, lì si raccontavano notizie, lì i bambini si spruzzavano ridendo finché una madre non gridava “Basta!” con voce che diceva il contrario.

Serafina sentì la stanchezza pesare sulle spalle, ma anche una nuova urgenza. Salvare la campana non bastava, se il borgo restava assetato.

— Portatemi alla fontana — disse.

In piazza, l'acqua usciva a singhiozzi dal muso di pietra del leone scolpito. Faceva un rumore triste, come un ruscello malato. Intorno, le persone aspettavano con secchi mezzi vuoti.

Una donna anziana si avvicinò, il volto scavato ma gli occhi vivi. — Cavalieressa, io non ho più forza per portare acqua da lontano. E senza fontana… è come se la piazza non fosse più piazza.

Serafina si chinò, prendendo la mano dell'anziana. — Come vi chiamate?

— Lina.

— Lina, grazie per avermelo detto. Nessuno dovrebbe vergognarsi di aver bisogno.

Milo sussurrò: — Ripareremo anche questa, vero?

Serafina guardò il leone di pietra. — Sì. Una campana chiama, una fontana sostiene. Valdombra ha bisogno di entrambe per vivere.

Capitolo VI — La fontana del leone e il rintocco nuovo

Il giorno seguente, Serafina convocò chi poteva aiutare: il fabbro, il muratore, due apprendisti e perfino il boscaiolo brontolone. Rino insistette per esserci, zoppicando.

— Se mi mandate via, torno nella gola a discutere con le rocce — disse.

— Nessuno discute con le rocce e vince — ribatté Milo. — Ma puoi passarmi i chiodi.

Serafina organizzò il lavoro come una piccola spedizione. Prima, capirono il problema: una crepa nella vasca della fontana faceva disperdere l'acqua sotto la piazza, e un condotto di terracotta era ostruito da fango e radici.

— Non serve forza cieca — disse Serafina. — Serve ordine.

Divisero i compiti. Il muratore sollevò le pietre, il fabbro preparò graffe di ferro, gli apprendisti portarono calce e sabbia. Milo, con un bastone, ripuliva il condotto con pazienza, come se stesse pescando un segreto.

Rino, seduto, teneva un secchio e distribuiva strumenti. Ogni tanto chiudeva gli occhi dal dolore, ma non si lamentava.

Serafina lo notò. — Se vuoi, riposa.

— No — rispose Rino. — Ho imparato una cosa nella gola: non si rimedia a una sciocchezza scappando. Si rimedia restando.

Serafina annuì, soddisfatta. — E restare con gentilezza è un atto da cavaliere, anche senza armatura.

Quando la crepa fu pulita, Serafina aiutò a stendere la calce. Le sue mani, abituate all'elsa, imparavano il linguaggio delle pietre. La piazza odorava di terra bagnata e lavoro nuovo.

Alla fine, Milo tirò fuori dal condotto un groviglio di radici e fango. — Guardate che mostro! Se avesse avuto denti, ci avrebbe mangiati i secchi.

Il boscaiolo rise come se gli fosse scappato. — Un mostro senza denti è solo un cespuglio testardo.

— E noi siamo più testardi — disse Milo, gonfiando il petto.

Aprirono la chiusa. Per un istante nulla accadde. Poi l'acqua cominciò a scorrere, prima timida, poi limpida e piena, cantando nel bacino della fontana. Il leone di pietra sembrò sorridere.

La gente esplose in un mormorio di sollievo. Lina, l'anziana, riempì la brocca e la alzò come un trofeo.

— Che Dio vi benedica!

Serafina scosse il capo. — Beneditevi tra voi. È il borgo che si è rialzato.

Restava la campana. Il fabbro e il carpentiere avevano costruito un nuovo braccio di quercia, rinforzato con ferro. Quando la issarono di nuovo nella torre, Serafina salì fino alla cella campanaria. Da lì si vedeva tutta Valdombra: tetti, campi, strade come fili.

Milo era accanto a lei, con gli occhi che brillavano. Rino li raggiunse lentamente, appoggiandosi al corrimano.

— Posso… — chiese — posso essere qui quando suona?

— Certo — disse Serafina. — Anche tu fai parte di questo suono.

Serafina prese la corda della campana. Non tirò subito. Si fermò un momento, ascoltando il silenzio pieno che precede le cose importanti.

Pensò alla gola, alla paura, al peso, alle mani di Milo che tenevano, al respiro di Rino che non cedeva. Pensò a Lina e alla sua brocca finalmente piena. E capì che la cavalleria non era solo andare contro un drago: era anche impedire che un borgo si spegnesse piano.

Tirò.

La campana cantò. Un rintocco largo, rotondo, che attraversò l'aria come una promessa mantenuta. La piazza rispose con voci, risate, passi. L'acqua della fontana continuò a scorrere, come se il suono la rendesse ancora più viva.

Milo si tappò un orecchio e rise. — È più forte di prima!

Rino sorrise, e per la prima volta sembrò leggero. — Forse perché adesso non suona solo per chiamare. Suona per dire: “Siamo qui”.

Serafina guardò il borgo e posò una mano sulla campana, sentendo la vibrazione che le attraversava il palmo.

— E suona anche per ricordare — disse — che il coraggio migliore è quello che ascolta gli altri. Sempre.

Sotto di loro, la fontana riparata scintillava al sole, e Valdombra, finalmente, aveva di nuovo voce e acqua.

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Il quiz: hai capito bene la storia?

Rintocco
Suono singolo e profondo che fa la campana quando viene colpita.
Mastio
Torre più alta e forte di un castello, punto di guardia.
Cotta di maglia
Armatura fatta di anelli di metallo intrecciati tra loro.
Scudiero
Giovane che aiuta e serve un cavaliere durante gli allenamenti.
Ancoraggio
Punto o sistema usato per fissare bene una corda o un oggetto.
Sporgenza
Parte di roccia o muro che sporge e dove ci si può appoggiare.
Gola
Stretta profonda tra le rocce dove scorre un torrente.
Elsa
Parte della spada che si impugna con la mano per tenerla.
Cunei
Pezzetti di legno o pietra usati per fermare o sollevare qualcosa.
Calce
Materiale bianco fatto di pietra, usato per unire le pietre nei muri.
Chiusa
Meccanismo che controlla il passaggio dell'acqua in un canale.
Cella campanaria
Stanza in cima alla torre dove è collocata la campana.
Graffe
Pezzi di ferro piegati usati per tenere fermi materiali pesanti.

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