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Storia divertente del regno incantato 5/6 anni Lettura 12 min.

Leoneletto e la boccia di luce

Nel regno di Piumaluna, il giovane principe Leoneletto accende piccole candele magiche per raccontare storie e aiutare gli abitanti a riconciliarsi; insieme a una ninfa e a piante capricciose, parte alla ricerca della misteriosa Boccia di Luce.

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Il principe (ragazzo) è piccolo, sorridente e curioso, con cappotto a pois rosso e giallo e capelli biondo miele; tiene delicatamente una grande sfera di vetro luminosa che dona alla serra per riconciliare gli abitanti; Brina la ninfa (ragazza ~8 anni), minuta, capelli corti verde-azzurri, ride tenendo un sacchetto di gocce di rugiada e guarda la sfera con occhi brillanti; la Pianta-Riccio (pianta-personaggio) è un cespuglio a forma di riccio con foglie punteggiate e morbide che apre una cavità dove riposa la sfera, petali cadono intorno e sta dietro il principe come amica protettiva; la serra è una grande casa di vetro con vetrate arrotondate piena di piante colorate — rose che arrossiscono, cactus buffi, liane a spirale, pavimento a motivo di caramella e ghirlande di lucine; scena principale calda e giocosa, luce morbida, colori vivaci, petali che fluttuano e piccole note musicali disegnate come doodle. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo primo: Il principe delle piccole luci

Nel regno di Piumaluna, dove i sentieri profumavano di zucchero e le nuvole sembravano coperte di panna montata, viveva un giovane principe chiamato Leoneletto. Aveva i capelli come fili d'oro arruffati dal vento e un sorriso che faceva ridere persino le statue. Era piccolo per il suo titolo, ma grande di idee: amava accendere candele. Non per paura del buio — il regno era sempre tiepido di luce — ma perché ogni candela, detta Leoneletto, raccontava una storia diversa quando la si guardava attentamente.

Ogni mattina il principe infilava il suo mantello a pois, prendeva un portacandele piccolo come un biscotto e si metteva a passeggiare. Accendeva una candela per la vicina che aveva perso il sorriso, accendeva una candela per il vecchio libraio che aveva perso una parola, e accendeva una candela per le stelle che giocavano a rincorrersi. La fiamma di Leoneletto non bruciava forte: tremolava come una risata sottovoce e, appena accesa, faceva succedere cose buffe e buone.

Un giorno, mentre percorreva la strada dei Pipistrelli Dormienti, sentì un brusio insolito. Era la voce di una fata, o forse di un fiore, e diceva: “Chi cerca la luce della Verità, non la troverà senza... una serra capricciosa!” Leoneletto, curioso come una scimmietta con una lente d'ingrandimento, decise di seguire quella metafora squillante. Prese con sé la sua lanterna più tenera, infilò nello zaino una coppa di miele e si avviò verso la Serretta delle Meraviglie: una grande casa di vetro dove le piante facevano le bizze e ridevano.

Capitolo secondo: La serra che fa le smorfie

La serra era un soffio di vetro tra alberi di caramelle. Sulle ante di legno c'era scritto: Attenzione: Piante Capricciose! Entrare a proprio rischio… di meraviglia. Appena Leoneletto aprì la porta, una raffica di profumi gli fece il solletico al naso e una margherita lo guardò come se avesse visto una celebrità.

“Benvenuto, Principe delle Piccole Luci,” mormorò una felce con la voce di un coro di campanelle. “Se vuoi la Verità, devi trovare la Boccia di Luce, nascosta tra le radici della Pianta-Riccio.”

Le piante della serra erano tutte diverse: rose che tossivano petali come coriandoli, cactus che facevano battute spinose, viti che si arrampicavano fingendo di voler diventare scultori. Alcune, per gioco, cambiavano colore e iniziavano a cantare filastrocche che facevano rimbombare le foglie come tamburi. Leoneletto rideva di cuore: ogni passo era una sorpresa, ogni ruga di foglia una faccia buffa.

Mentre cercava la Pianta-Riccio, Leoneletto incontrò una giovane ninfa di nome Brina, che abitava tra i muschi e raccoglieva bolle di rugiada in piccoli saccocce. Brina aveva un sopracciglio birichino e una risata che faceva danzare le gocce. Ma era un po' arrabbiata con la serra: una rosa le aveva rubato il nastrino preferito e un papavero aveva raccontato storielle imbarazzanti su di lei. “Non voglio litigare,” disse lementa, “ma voglio ritrovare il mio nastrino.”

Leoneletto capì che l'avventura non era solo trovare la Boccia di Luce. Doveva anche mettere insieme i fili dei piccoli dispetti. Decise così di accendere una candela speciale: la candela “Riconcilia”. La fiamma era azzurra e faceva tintinnare piccole campanelle sospese nel portacandele. Quando Leoneletto la avvicinò alla rosa e al papavero, successe qualcosa di buffo: i petali si sentirono timidi, le spine si raddrizzarono e i fiori arrossirono come se avessero preso un gelato troppo caldo.

La rosa confessò di aver preso il nastrino per far ridere Brina, pensando che fosse solo uno scherzo. Il papavero scoprì che aveva esagerato con le storielle perché voleva fare amicizia e non sapeva come dirlo. Le parole scivolarono leggere come farfalle e, prima che Leoneletto potesse finire la sua frase, Brina scoppiò a ridere. Si abbracciarono in mezzo a una pioggia di petali che profumava di menta e ciambelle.

Con un piccolo passo di danza, la serra si aprì come un sipario. La Pianta-Riccio, una grande pianta che sembrava un riccio con foglie a spillo morbide come cuscini, rivelò una cavità nascosta. Dentro, adagiata su funghi di panna, c'era la Boccia di Luce: una sfera di vetro che non era altro che una candela liquida, che brillava di tutte le luci del mondo, ma con gli occhi di chi guarda sembrava raccontare storie diverse.

Leoneletto la prese con mani tremolanti e prese a raccontare la prima storia che la Boccia suggeriva: un ricordo di quando la luna aveva fatto il solletico al mare. Ogni parola faceva comparire un bagliore nuovo, e la serra si riempì di risa, sbadigli e qualche piccolo starnuto di polline comico. La Boccia, però, tremolava anche di malinconia: mostrava scene di due amici che non si parlavano più, e il principe capì che la vera magia non era solo vedere, ma aggiustare.

Capitolo terzo: Il lume della riconciliazione

Leoneletto pensò che la Boccia di Luce potesse aiutare a ricucire cuori strappati. Così tornò nel villaggio con Brina e la rosa che cantava a bassa voce. Ogni casa ebbe una scintilla: la Boccia raccontava, la gente ascoltava, e le parole perdonate facevano fiorire nuovi sorrisi come tappi di sughero che sbucano dall'acqua frizzante.

Arrivarono al cortile del vecchio mugnaio, dove vivevano due fratelli, Tommino e Tontino, che non si parlavano da quando il primo aveva preso l'ultimo biscotto di zucca anni prima. La Boccia proiettò davanti a loro l'immagine di un biscotto grande come una luna piena che rotolava via ridendo. I fratelli si guardarono e scoppiarono a ridere anche loro. Ridere insieme è come sciogliere il burro: tutto diventa più morbido. Presero una candela ciascuno e, insieme a Leoneletto, accesero il lumicino della Pace. La fiamma fece tintinnare piccoli campanelli e, in un istante, i ricordi amari si disciolsero come neve in limonata calda.

Il principe non si accontentò dei gesti grandi. Andò anche a visitare la statua del re antico, che ogni tanto si metteva a piangere marmellata se qualcuno dimenticava il compleanno. Con una candela sottile come una baguette, Leoneletto accese una luce nel cuore della statua. La statua, sorpresa e arrossita, versò lacrime dolci che profumavano di ciliegie. Tutto il villaggio assaggiò quella marmellata la sera, e mentre mangiavano si raccontarono storie buffe che cominciavano con: “Ti ricordi quando...?” e finivano sempre con un abbraccio.

Ogni sera il principe passava per le strade con la sua lanterna. La Boccia di Luce si era trasformata in una sorta di mappa della gentilezza: dove c'era buio, metteva una candela; dove c'era sbadataggine, metteva un sorriso; dove c'era orgoglio, metteva una carezza sottovoce. Le persone impararono a scambiarsi le candele come biglietti da visita: “Ti presto un pezzetto della mia luce, tienilo finché la tua notte non diventa giorno.”

Un piccolo ostacolo rimase: la strega del monte Zuccheroso, chiamata Mormora, era triste perché nessuno la visitava. Si diceva che fosse burbera e che mettese un po' di pepe nelle torte per far scappare gli ospiti. Leoneletto, che non aveva paura della solitudine altrui, decise di portarle la Boccia. Salì su per il sentiero che odorava di cannella e si presentò da Mormora con un cesto di pane caldo e una candela tutta sua.

La strega, sorpresa, cercò di fare una di quelle smorfie che fanno fuggire i bambini, ma non ci riuscì perché la luce della Boccia le mostrò il suo riflesso: una donna che, quando era piccola, aveva perso il suo orsacchiotto. Piangeva un pochino, in un modo che suonava come un carillon arrugginito. Leoneletto non disse parole grandi: gli bastò mettere la candela vicino alla sua mano e rimanere. Il silenzio fu come una coperta calda. Mormora abbassò la voce e, per la prima volta in anni, invitò qualcuno a sedersi al rovescio della sua tavola. Offrì una tazza di tè che faceva le bolle a forma di cuore. Anche lei aveva bisogno di una candela.

La riconciliazione si diffuse come marmellata su pane caldo: tra vicini, tra fiori e ninfe, tra fratelli e streghe. Anche le nuvole si rilassarono e cominciarono a fare figure divertenti nel cielo per rallegrare chi guardava. Leoneletto capì che il suo compito non era spegnere i litigi con una soluzione veloce, ma accendere piccole luci che lasciassero spazio alle parole, al perdono e alla risata.

Quando tutto sembrava calmo come un lago che aspetta una poesia, Leoneletto portò la Boccia in cima alla collina delle Coccole. Lì, tutte le candele del regno si riunirono in cerchio: le luci tremolavano come una banda di fuochi fatati. Il principe posò la Boccia al centro e la guardò. La Boccia proiettò un ultimo, dolce racconto: una luna che sorrideva così tanto che decise di scendere per fare l'albero di Natale alle stelline. Tutti nel regno osservarono quel bagliore e si sentirono più vicini, come i chicchi di una collana.

Leoneletto alzò la testa e, come avesse ricevuto un segreto dal cielo, fece un piccolo gesto: soffiò leggermente sulla Boccia. La fiamma si piegò verso la luna, come volesse darle la buonanotte. La luna, capendo il saluto, mandò un filo d'argento che fece il giro del regno e rimbalzò nelle finestre, accarezzando le guance addormentate dei bambini.

La gente del regno, raccolta intorno, sentì che qualcosa dentro era cambiato: non erano più soli nei loro piccoli rancori. Avevano imparato che una luce, un gesto, un sorriso, potevano chiedere scusa senza parole ingombranti. E così il mondo tornò a essere un posto dove le sorprese finivano bene, dove la magia faceva ridere e dove anche i capricci, messi in fila, potevano essere trasformati in una danza.

La serra di vetro chiuse piano il suo sipario di rugiada, la rosa cantò una ninnananna, la Pianta-Riccio si rannicchiò come un gattino e la boccia, ormai saggia, fece un piccolo luccichio d'orgoglio. Leoneletto spense la sua ultima candela, ma non completamente: lasciò appena un bagliore, così che qualcuno potesse sempre ritrovare la strada.

La notte scese morbida, e la luna, che aveva ricevuto il saluto del principe, fece un ultimo, caro occhiolino. Sembrava dire: “Bravi, avete aggiustato i fili.” E nel regno di Piumaluna, tra risate e filastrocche, gli abitanti si addormentarono con un pensiero leggero: domani accenderanno un'altra candela, e il mondo continuerà a ricucirsi, punto dopo punto, come un abbraccio che non ha fretta.

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Serra capricciosa
Una casa di vetro per piante che si comportano in modo buffo e imprevedibile.
Boccia di Luce
Una sfera di vetro che brilla e mostra immagini o storie luminose.
Riconciliazione
Fare pace con qualcuno dopo un litigio o un disaccordo.
Cavità
Uno spazio vuoto dentro qualcosa, come una grotta piccola o un buco.
Tremolava
Muoversi piano e leggero, come una fiammella che non sta ferma.
Coriandoli
Pezzetti colorati che si lanciano alle feste per giocare e ridere.
Rannicchiò
Acciambellarsi, stringersi su sé stessi come un gattino che dorme.
Sospese
Tenute ferme in alto senza cadere, come cose appese nell'aria.
Arruffati
Capelli o piume disordinati e tutti in su, come dopo il vento.
Smorfie
Faccine buffe fatte con la bocca o gli occhi per far ridere.

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