Parte 1
Leo era un giovane uomo. Aveva un casco rosso e un grande sorriso. Era un pompiere.
Quella sera, in caserma, tutto era tranquillo. La luce era morbida. Il camion rosso riposava come un gatto grande.
Leo prese una mappa grande. Era piena di strade, alberi e puntini colorati. La appoggiò sul tavolo.
“Questa è la nostra città,” disse Leo piano.
Accanto a lui c'era Mia, una bimba che stava facendo una piccola visita con la sua maestra. Mia aveva occhi curiosi e una giacca blu.
“Che cos'è quel quadrato verde?” chiese Mia.
“È un parco,” disse Leo. “Nel parco ci sono altalene e scivoli. E ci sono tanti bambini che ridono.”
Mia rise anche lei. “E quello con il tetto giallo?”
“Quella è la scuola,” disse Leo. “La scuola è importante. Lì si impara. Anche io ho imparato tante cose, poi sono diventato pompiere.”
Mia guardò Leo come se fosse un supereroe gentile. “Tu non hai paura?”
Leo fece una faccia buffa. “Ho paura solo delle zuppe troppo calde!” Poi sorrise. “Ma quando lavoro, respiro e penso: ‘Posso farlo.' E lo faccio.”
Mia provò anche lei: “Posso farlo.”
“Brava,” disse Leo. “La fiducia in sé è come una torcia. Ti aiuta a vedere bene.”
Leo indicò un edificio con una croce rossa. “E questo è l'ospedale. Qui i dottori aiutano le persone. Noi pompieri li aiutiamo a lavorare in sicurezza.”
Mia annuì. “Tu conosci tutto sulla mappa!”
Leo alzò le spalle. “La mappa è la nostra amica. Ci dice dove andare. Così arriviamo presto.”
In quel momento, il campanello fece “Dlin! Dlin!” Ma non era un suono spaventoso. Era solo un suono di lavoro.
Una voce calma disse: “C'è un piccolo problema al parco. C'è fumo vicino al cestino.”
Leo guardò Mia. “Vieni con me? Resti vicino alla maestra, va bene?”
“Va bene,” disse Mia.
Leo salì sul camion. La maestra e Mia salirono dietro, con le cinture. Il camion fece “Brum brum,” come un tamburo gentile.
Parte 2
Leo guardò ancora la mappa. “Parco… eccolo. Andiamo qui. Poi passiamo vicino alla scuola. E l'ospedale è più in là, lo vedo.”
Mia seguiva il dito di Leo. “Parco, scuola, ospedale,” ripeté. Le piaceva ripetere. Era come una canzoncina.
Il camion arrivò al parco. C'erano alberi alti e una panchina. Vicino a un cestino, un signore agitava le mani.
“Tranquilli!” disse Leo con voce dolce. “Arriviamo noi.”
Non c'era un grande incendio. C'era solo un po' di fumo. Qualcuno aveva buttato un tovagliolo caldo. Il cestino tossiva fumo, come se fosse raffreddato.
Leo scese. Indossò i guanti. Fece un cenno al suo collega, Marco.
“Marco, acqua piccola, per favore,” disse Leo.
Marco portò il tubo. Leo aprì piano l'acqua: “Psssh.” Un getto leggero, come una doccia per un uccellino.
Il fumo sparì subito. Il cestino smise di tossire.
“Fatto,” disse Leo. “Tutto a posto.”
Il signore sospirò. “Grazie, grazie! Io mi sono spaventato un pochino.”
Leo annuì. “È normale. Ma hai fatto bene a chiamare. Quando vediamo fumo, chiediamo aiuto. Non si gioca con il fuoco.”
Mia si avvicinò con la maestra. “Leo, tu sei stato calmo.”
“Essere calmi aiuta a pensare,” disse Leo. “Io guardo, ascolto, e poi faccio un passo alla volta.”
Mia guardò il camion. “E le sirene?”
Leo sorrise. “Le sirene dicono: ‘Permesso, arriviamo!' Ma oggi non servivano forti. Oggi bastava la gentilezza.”
Marco fece una battuta: “E un po' di acqua fresca!”
Mia rise. La risata era piccola e allegra.
Leo raccolse un cartello caduto vicino al cestino e lo rimise dritto. C'era scritto: “Qui si butta la carta. Il fuoco no.”
“Bravo,” disse Mia.
Leo si toccò il casco. “Grazie. Anche tu sei brava. Hai osservato e hai imparato.”
Mia si dondolò sui piedi. “Posso farlo anche io. Posso imparare.”
“Certo,” disse Leo. “Un giorno farai un lavoro che aiuta gli altri. E sarai fiera.”
Parte 3
Il camion tornò alla caserma lentamente. La città era quieta. Le finestre erano lucine.
Leo riprese la mappa per un momento. “Oggi abbiamo visto il parco,” disse. “Abbiamo passato la scuola. E sappiamo dov'è l'ospedale.”
Mia ripeté piano: “Parco, scuola, ospedale.” Poi sbadigliò.
La maestra ringraziò Leo. “È stata una bella visita.”
Leo salutò con la mano. “Buona notte, Mia.”
“Buona notte, Leo,” disse Mia.
Leo restò in caserma. Si tolse i guanti. Mise a posto il casco. Controllò che il tubo fosse ordinato, arrotolato bene, come una lunga coda.
Poi si sedette. Sentiva il cuore tranquillo. Aveva aiutato. Aveva lavorato bene. E dentro di sé disse: “Posso farlo.” E sorrise, perché era vero.
Era tardi. Leo andò nella sua stanzetta. Il letto era semplice. Il lenzuolo era pulito.
Marco passò e disse sottovoce: “Ehi, eroe della zuppa calda, è ora di dormire.”
Leo fece una risatina. “Sì, capo!”
Leo si sdraiò. Marco prese una coperta morbida e la sistemò sulle spalle di Leo, proprio bene, senza stringere.
“Così,” disse Marco. “Caldo e tranquillo.”
Leo sospirò felice. “Grazie.”
Chiuse gli occhi. Pensò alla mappa, ai puntini verdi del parco, al giallo della scuola, alla croce dell'ospedale. Tutto al suo posto.
E mentre la coperta restava dolce sulle sue spalle, Leo si addormentò con un pensiero leggero: domani, con calma e coraggio, poteva farlo di nuovo.