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Storia di supereroi 11/12 anni Lettura 27 min.

La città che suonava il silenzio

Luca, un tecnico del suono con la speciale capacità di percepire le vibrazioni, si trova a dover affrontare un misterioso silenzio che assorbe i suoni della sua amata città di Lumina, mentre cerca di salvare la musica e l'armonia della sua comunità. Con l'aiuto della nipote Giulia e di amici, scoprirà l'origine di questo silenzio e lotterà per ripristinare la voce della città.

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Un uomo, Luca, si trova al centro della scena, con un'espressione determinata e sicura sul volto. Indossa una giacca brillante, decorata con fili luminosi, e i suoi capelli castani sono leggermente arruffati. Alza una mano, come se emettesse una nota musicale, circondato da un'aura vibrante di colori caldi. Accanto a lui, una giovane ragazza, Giulia, di circa 10 anni, con lunghi capelli ricci e un sorriso radioso, tiene un piccolo altoparlante, pronta a suonare la sua esperienza sonora. Guarda suo zio con ammirazione, i suoi occhi brillano di eccitazione. Sullo sfondo, un uomo elegante, il Direttore dei Sussurri, si erge con un atteggiamento arrogante, vestito con un abito nero e un cilindro, fissando Luca con uno sguardo penetrante, come se fosse pronto a ostacolare i suoi piani. La scena si svolge in una grande sala sotterranea, piena di tubi di metallo e cavi, con luci soffuse che creano un'atmosfera misteriosa. Cristalli scintillanti sono sparsi sul pavimento, emettendo un bagliore delicato. Luca si prepara a liberare una melodia potente per contrastare il silenzio opprimente che minaccia la città, mentre Giulia e il Direttore osservano la scena con emozioni contrastanti: speranza e determinazione da una parte, arroganza e sfida dall'altra. segnalare un problema con questa immagine

La nota che mancava

Lumina era una città che sembrava avere un cuore. Di sera i lampioni cambiavano colore seguendo il vento, e i tram scivolavano su fili di luce sospesi, cantando un “ding” gentile ad ogni curva. Le piazze avevano alberi che d'inverno sussurravano melodie leggere, e le biciclette brillavano appena quando frenavano, come se salutassero.

Luca Ferri conosceva a memoria quel ritmo. Di giorno lavorava al Teatro Orione, sistemando microfoni e cavi, controllando che ogni voce, ogni violino, avesse il posto giusto nello spazio. Ma c'era qualcosa che nessuno sapeva, tranne sua sorella e la nipote Giulia: Luca sentiva le vibrazioni delle cose. Il mondo per lui non era solo suono, era colore che ribolliva nell'aria. Se un metallo stava per spezzarsi, gli arrivava un brivido azzurro. Se una corda era stonata, vedeva un filo verde tremare. Con un gesto, un fischio, un tocco, poteva accordare.

Quella sera, mentre l'orchestra provava, il teatro si riempì di un silenzio insolito. Non il silenzio normale, pieno di piccoli rumorini che fanno compagnia. No: un silenzio che mordicchiava i suoni, spegnendoli uno a uno come candeline. Il direttore agitò la bacchetta invano. I violini sembravano muovere l'arco sull'aria, muti come pesci.

“Che succede?” sussurrò la prima violinista.

Luca alzò la testa. Nell'aria vide strisce grigie, come fumo che assorbiva il colore delle note. Si mosse rapido come quando il temporale ti sorprende in bicicletta. Con due dita disegnò un cerchio nel vuoto. Il suo fischio salì di tono e, per lui soltanto, l'aria si illuminò: un filo arancione si tese intorno al palcoscenico, una cintura che respingeva quel grigio vorace.

Il suono tornò di colpo, troppo forte. Un piatto cadde e rimbalzò, un trombone starnutì. Qualcuno rise, nervoso.

“Okay, tranquilli,” disse Luca, asciugandosi il sudore. “Fate una pausa. Ci penso io.”

Mentre risistemava il campo invisibile, gli vibra il telefono. Messaggio di Giulia: Zio, domani la fiera di scienze! Non mancare! Ho fatto un esperimento sulle onde sonore. Ho bisogno del tuo commento da esperto.

Luca sorrise. “Ci sarò,” promise al telefono. Guardò la sala ancora un po' tremante, il suo campo arancione che sbiadiva piano. Quel silenzio non era stato un caso. Era come se qualcuno avesse svitato il tappo del mondo per far uscire tutti i suoni. Perché?

Uscì dal teatro. Per le strade, i tram facevano “ding”, le fontane parlavano con schiume allegre. Ma nell'aria restava un retrogusto, come quando assaggi un cibo e senti che manca un pizzico di sale. La nota che mancava lo seguì fino a casa.

Quando il silenzio morde

La mattina dopo, Lumina si svegliò con il mare lucido e i mercati pieni. Luca prese il caffè, salutò il vicino che accordava la chitarra al balcone, e si infilò la giacca con i filamenti sottili cuciti dentro. A prima vista era una giacca normale. In verità, era la sua armatura: i fili vibravano con le sue dita, amplificavano i suoi accordi.

Stava per pedalare verso la fiera di scienze quando un urlo tagliò la strada. Poi, niente. L'urlo si spense a metà, come strozzato. Luca frenò. Una corriera era rimasta sospesa all'incrocio, i freni muti. L'autista premeva, ma i pedali non suonavano quel rumore familiare di attrito. Tutto era ovattato, tranne il respiro delle persone.

Luca sentì le strisce grigie di nuovo, più spesse. Si tolse la giacca, la indossò bene, si avvicinò a passo rapido. Nessuno lo guardò con sospetto: a Lumina i tipi strani erano all'ordine del giorno. Ma lui sapeva di dover scegliere ogni volta: rimanere Luca o diventare la cosa che era. Prese fiato e lo lasciò uscire come un soffio preciso, un “fuu” che si trasformò in un do. Le sue dita tracciarono linee invisibili attorno alle ruote della corriera.

Il silenzio e il suono si incontrarono come acqua e olio. La corriera scivolò di lato lentamente, come se un gigante l'avesse presa con due dita, e si fermò senza schiantarsi. Dentro, i passeggeri fecero un applauso incredulo, smorzato dalla stessa assenza di rumore che aveva quasi causato l'incidente.

“Chi... chi sei tu?” chiese l'autista, pallido.

Luca sorrise di sbieco. “Un tecnico del suono che lavora anche in strada. Chiamami Risonante.”

“Risonante?” ripeté una signora con un cappello piumato. “Tipo... il signore dei rumorini?”

“Tipo il signore degli accordi,” rispose lui, e per alleggerire tese un dito verso il cappello. La piuma vibrò e suonò un sol, come una risata. La signora strinse il cappello, poi ridacchiò. La tensione scese un poco.

Dalle radio delle pattuglie, ronzanti e confuse, arrivarono segnalazioni: aree di silenzio tagliavano la città, spegnendo allarmi, campanelli, clacson. L'ufficiale dei Vigili Civici lo fissò. “Se sei quello che penso, abbiamo bisogno di te.”

Luca si girò un attimo verso la strada che portava al palazzetto dove Giulia lo aspettava. Inspirò, guardando il mare che scintillava. Poi annuì. “Andiamo.”

Mentre correvano, l'ufficiale parlò veloce. “I tecnici dicono che non è normale. Non è un blackout. È come se qualcosa mangiasse il suono.”

“Morde,” disse Luca. “Lo sento.” Si fermò accanto a un tombino e posò la mano sul ferro. Il metallo gli raccontò una storia di vibrazioni spezzate. C'era una sorgente sotterranea, un meccanismo che succhiava onde da ogni direzione. “Sotto,” indicò Luca. “La prima tana è sotto la Rete Tram.”

“Possiamo chiamare i tecnici della Metropolitana Lumina,” propose l'ufficiale.

“Chiamali,” disse Luca, “ma serve anche qualcos'altro.” Si accigliò. Ogni supereroe ha una decisione che pesa come un mattone nella tasca giusta dei pantaloni. “Chiamate anche Tarek. Lavora con me al teatro. Sa più di me di circuiti strani.”

“Non capiamo cosa farai.”

“Cercherò la nota giusta. E cercherò di non perdermi la fiera,” mormorò, più per se stesso.

Eco negli ingranaggi

La centrale di controllo della Rete Tram sembrava una nave, con pareti curve e luci blu che scorrevano come plancton. Tarek arrivò correndo, con il caschetto di lavoro storto e un sorriso preoccupato. Aveva gli occhi gentili e le mani sempre sporche di grafite.

“Mi hai chiamato e ho pensato: se c'è di mezzo un silenzio che mangia, c'è di mezzo Luca,” scherzò, cercando di fare il brillante. Poi abbassò la voce. “Ho visto qualcosa di simile in un progetto su cui ho lavorato, tanto tempo fa. Laboratori ECO. Volevano creare dispositivi per abbattere l'inquinamento acustico.”

“E questo cos'è? Una versione arrabbiata del loro progetto?” chiese Luca, tenendo le dita appoggiate a una consolle. Cercava la frequenza giusta come si cerca una stella in una fetta di cielo.

Tarek tirò fuori una scatolina colma di cristalli opachi, grandi come semi. “Nullite. Così la chiamavano. Assorbe frequenze. Un paio di campioni sono spariti dai magazzini. Potevano usarli per costruire assorbitori... o per far scomparire il rumore di una città intera.”

“Chi dirigeva il laboratorio?”

“Un tizio che amava mettere tappeti ovunque: Dottor Sileo Marrow. Si faceva chiamare il Direttore dei Sussurri. Un genio. Convinto che il rumore fosse la radice di ogni male.”

Luca strinse la mascella. La città non era solo rumore. Era vita, errori, risate. “Se ha costruito questi assorbitori,” disse, “avrà bisogno di un pattern, una rete, come una partitura. Non puoi far tacere una città a caso.”

Le dita di Luca scivolarono sulle consolle, e con un fischio dolce svelò, ai suoi occhi, una mappa di linee grigie che si incontravano in nodi. La Rete Tram era una chitarra gigante e qualcuno stava strozzando le corde. “Guardate. I nodi... si allineano come note.”

“Sei serio?” Tarek si chinò, incantato e un po' spaventato. “Stai vedendo... musica nelle mappe?”

“Vedo vibrazioni.” Luca indicò un punto che pulsava più degli altri. “La prossima ondata verrà da qui. Stazione Metro Centrale.”

L'ufficiale alzò la radio. “Tutti alla Metro Centrale!”

“E tu,” disse Tarek, mettendo una mano sulla spalla di Luca, “ricordati che non sei solo. Se sei il Risonante, io posso essere il tuo... ehi, non so, il tuo Tecnico del Silenzio?”

“Ti preferivo come Tarek,” sorrise Luca. Poi pensò al messaggio di Giulia. “E ricordami di chiamare mia nipote. Gli devo una promessa.”

Due promesse

La Metro Centrale era un ventre enorme di metallo e pietra. Di solito risuonava di passi, richiami, lamenti delle rotaie. Quando Luca scese le scale, sentì invece il silenzio che graffiava le pareti. Era così pieno di niente che faceva quasi male alle orecchie.

I passeggeri, bloccati sui binari, parlavano con gli occhi. Un bambino teneva la mano alla madre e piangeva in muto. Un cane cercava di abbaiare e pareva dispiaciuto con se stesso per non riuscire.

Luca si accoccolò accanto a un macchinario. Appoggiò l'orecchio e chiuse gli occhi. La vibrazione che cercava era lì, nascosta sotto il pavimento, una pancia di macchina che ingoiava tutto. Fece un gesto con la mano, come a spostare una tenda invisibile. La giacca vibrò, i fili delicati si accesero come lucciole sotto il tessuto. Un “mmm” di basso cominciò a riempire la sala, tanto lieve da essere come una carezza.

Il cane girò la testa, stupito. Il bambino smise di piangere, curiosissimo. Il suono, quello vero, tornò un pochino, come una goccia che scivola da un rubinetto che credevi rotto.

“Ehi!” gridò qualcuno, stavolta udibile. “Sta tornando!”

“Piano,” mormorò Luca. “Se spingo troppo, il meccanismo si arrabbia.” Guardava la mappa invisibile sopra di lui. La Nullite era come una foresta di aghi che bevevano. Doveva trovare la frequenza per farla… ballare.

Intanto, il telefono vibrò. Un messaggio di Giulia: Sono pronta! 10 minuti al mio turno. Ci sei?

Luca sentì lo stomaco contorcersi come una corda mal tesa. Guardò le persone attorno a lui, gli occhi pieni di “per favore” non detto. Guardò l'orologio. Fece quello che un eroe con la giacca e un uomo con una nipote fanno entrambi quando la vita li mette all'angolo: chiamò.

“Giulia,” disse, appena lei rispose, “arrivo in ritardo.”

Silenzio. Poi la sua voce limpida: “Quanto in ritardo?”

“Non so. Qui sotto c'è un problema grosso.”

“Quello del silenzio alla TV?”

“Sì. Sto cercando di...”

“Zio,” gli tagliò corto lei, con un tono che non aveva mai sentito così adulto, “vai. Io so che torni. E, ehi, faccio registrare tutto da Sara. Così mi dici dopo cosa ne pensi. Ma promettimi che non ti farai male.”

“Promesso,” disse Luca. “E promettimi tu una cosa.”

“Cosa?”

“Che mi terrai il posto in prima fila per la premiazione. Anche se arrivo con la giacca spiegazzata.”

Giulia rise. “Affare fatto.”

Chiuse la chiamata e si asciugò un occhio. Poi si rialzò. “D'accordo,” disse alle rotaie, “balliamo.” Batté leggermente le mani, una, due, tre volte. La terza fu un colpetto con il palmo contro il petto, un bum che risuonò. Gli rispose il suo stomaco, traditore, con un borbottio forte.

Un ragazzino vicino si mise a ridere. “Ehi, signore, il tuo stomaco fa eco!”

“È la prova che sono umano,” rispose Luca, trattenendo la risata. Quella piccola crepa nell'ansia fu sufficiente: il tono giusto gli cadde addosso come una pioggia d'estate. Fece correre una nota lunga attraverso la galleria, a bassa frequenza, lasciando che baciasse i cristalli sotto i piedi. Sentì la Nullite vibrare, incertezza, quasi un brivido.

“Ti ho presa,” mormorò. Ruotò il polso. La vibrazione cambiò e, come un tappo che si toglie, il suono tornò a fiotti. Urla di gioia, fischi, il cane che finalmente abbaiava come se recitasse un poema.

Ma la rete non era finita. Nel rumore tornato, Luca colse un filo sottile di buon senso: questo era solo un nodo. Uno dei tanti.

Partitura nascosta

Nel centro di coordinamento, Tarek aveva collegato monitor, mappe e un vecchio giradischi perché diceva che “il rumore caldo del vinile aiuta il cervello”. Accanto a lui c'era Capitana Piuma, una ragazza che pilotava droni come se fossero rondini. Si chiamava così perché infilava sempre una penna bianca tra i capelli e non aveva paura delle altezze.

“Ho fatto volare i droni sopra ogni quartiere,” disse Capitana Piuma, indicandogli le immagini. “Ci sono piattaforme nascoste sui tetti, pieni di quei cristalli. Catturano il suono e lo mandano giù, negli assorbitori come quello della Metro.”

“Tarek?” chiamò Luca, collegandosi. “Ho bisogno di capire il pattern. Le posizioni sembrano note.”

La voce di Giulia arrivò di colpo dalla videochiamata, a sorpresa. “Zio, posso aiutare? Ho appena presentato il mio esperimento. Balene di sabbia in una cassa di risonanza.”

“Balene di sabbia?” ripeté Tarek, confuso e divertito.

“È un nome cool per spiegare le figure di Chladni,” spiegò lei. “Metti della sabbia su una piastra, fai passare un suono e la sabbia si dispone in disegni. Le onde fanno disegni. Se manderai la città al suono giusto, vedrai la...”

“...partitura nascosta,” completò Luca, gli occhi accesi. “Giulia, magica come sempre.”

“Fate attenzione,” intervenne Capitana Piuma, zoomando. “C'è un segnale forte sotto il Teatro Orione.”

Luca si fermò come se qualcuno avesse tirato il freno a mano nei suoi pensieri. “Il mio teatro?”

“Non è colpa tua,” disse Tarek. “Qualcuno si è infilato nelle fondamenta. L'Orione è al centro di molti percorsi acustici, è perfetto per...”

“Per orchestrare il silenzio,” concluse Luca, stringendo la giacca. Sentì un brivido non di freddo: quando un posto che ami è usato per fare del male, la rabbia suona grave come un timpano.

“Possiamo chiamare rinforzi,” disse Capitana Piuma.

“Chiamateli,” rispose Luca. “Ma non attaccate finché ci sono civili. Nel teatro ci sono prove e tecnici, e più tardi... la fiera di scienze ha la premiazione proprio lì.”

Giulia deglutì. “Zio, non voglio che il mio posto preferito diventi muto.”

“Neanche io,” disse Luca. “E non lo sarà.” Si guardò attorno. C'era più da fare di quanto un singolo eroe potesse. Il pensiero lo fece respirare più piano. “Capitana, guida i droni a disabilitare le piattaforme sui tetti. Tarek, prepara una contro-onda. Giulia...”

“Sono pronta,” disse lei senza esitare. “Metto insieme la mia classe. Il prof ci lascia usare gli altoparlanti. Possiamo suonare la città, se tu ci dici come.”

Luca si trovò a ridere con un nodo in gola. “Sei il mio capo d'orchestra.”

“E tu sei il mio zio con la giacca da supereroe,” replicò lei. “Funziona.”

Il Direttore dei Sussurri

Le catacombe sotto l'Orione erano corridoi di pietra che amplificavano il rumore dei passi in modo dolce. Quel giorno però, ogni passo di Luca sembrava inghiottito da una spugna. Più scendeva, più sentiva il silenzio diventare un liquido denso.

Arrivò a una sala dove il soffitto curvo era pieno di tubi e cavi. Al centro, un dispositivo grande come una fontana girava lento, brillando di grigio, alimentato da cristalli di Nullite che tremavano in modo quasi... felice. Davanti alla macchina, con un sopravvito impeccabile e guanti sottili, c'era un uomo alto, il volto tagliente come un profilo scolpito.

“Luca Ferri,” disse l'uomo senza voltarsi. La sua voce era lieve, ma riempì lo spazio come una carezza fredda. “O devo chiamarti Risonante?”

“Chi sei,” chiese Luca, “quando non rovini le prove in teatro?”

L'uomo fece un passo avanti. “Io sono il Direttore dei Sussurri. E questa città ha bisogno di me.”

“Per farla tacere?”

“Per darle pace.” Gli occhi del Direttore si illuminarono appena. “Hai idea di quante persone non dormono per colpa dei clacson, dei vicini, dei cantieri? Quante litigate nascono dal rumore? Io posso togliere tutto. Lasciare solo il sussurro. Con il sussurro non c'è conflitto.”

“Con il sussurro non c'è scelta,” ribatté Luca. “La pace non è l'assenza di suono. È un accordo.”

“Bella parola,” disse l'altro, quasi divertito. “Ma la gente non sa accordarsi. Allora ci penso io.” Indicò con eleganza la macchina. “Hai una città che canta. Io ne farò una che ascolta.”

“Tu vuoi una città che obbedisce,” disse Luca, sentendo la propria voce salire di tono, pronta a fare a botte. Si fermò. Non doveva arrabbiarsi troppo: la rabbia stona. “Hai preso una buona idea e l'hai fatta diventare un ordine.”

“Sai una cosa?” Il Direttore inclinò la testa. “Mi piaci. Sei un professionista del suono. Capisci cosa è giusto. Potresti aiutarmi. Ti darei una stanza con tappeti spessi come mare di velluto.”

“Ho una nipote che aspetta di suonare il suo esperimento,” rispose Luca, “e una città che vuole la sua voce. Quindi no.”

Il Direttore alzò la mano. La macchina aumentò di giri. Il silenzio divenne una colata. Luca sentì le proprie orecchie pizzicare. Fece un passo, poi un altro, pesanti come se camminasse nella melassa. Tese la mano. La sua giacca tremò, i fili cercarono una frequenza a cui aggrapparsi.

Sopra, in superficie, Capitana Piuma guidò i droni. “Uno giù!” annunciò, mentre un quadratino grigio si spegneva nel monitor. “Due giù!” Tarek, sudato, regolava manopole. “Sto costruendo una contro-onda, ma serve un ingresso perfetto, una nota d'attacco impeccabile.”

La voce di Giulia arrivò da una sala gremita. “Classe, pronti! Sì, Marco, anche i pentoli. Sì, Emma, suona pure la tua ocarina. Prof, può contare?”

“Tre, due, uno...” disse il professor Galeazzi, con la gravità di uno che si diverte a fare il direttore per un giorno.

Nelle catacombe, Luca vide, sopra la macchina, un tremolio come un'ombra di luce. Era la città che cercava di ridere, tossire, gridare. Fece un gesto, come ad abbracciare. “Lumina,” disse piano, “dammi una mano.”

Un suono salì, all'inizio incerto. Campane. Pentole. Fischietti. Una trombetta. Un violino dal teatro accanto che provava una scala. Il mare che sfregava contro la diga. L'insieme fu una risata stonata ma bellissima. Il Direttore strinse le labbra. “Che maleducazione,” sibilò.

“È cooperazione,” rispose Luca. Le sue dita trovarono un punto sul pannello del macchinario. Era un nodo. Se l'avesse colpito con la frequenza giusta, la Nullite avrebbe perso l'equilibrio. Ma se sbagliava, avrebbe fatto saltare tutto, ferendo chi stava sopra.

Chiuse gli occhi e ricordò Giulia con la sabbia che si disponeva in figure armoniose. Inspirò a fondo. Il suo fischio partì morbido e diventò una nota lunga, come un filo che scivola tra le mani. La giacca vibrò, e una piccola scintilla azzurra si accese tra le cuciture, correndo come una lucertola.

Il Direttore fece un gesto brusco. “Spegnilo.”

La macchina si irrigidì. Il silenzio cercò di mangiare la nota, ma questa si allungò, oltre la bocca del mostro. Luca la seguì con il braccio, modulando appena. Quando sentì il petto vibrare nello stesso modo della pietra sotto i piedi, capì che c'era. Spostò il peso, come un surfista che prende l'onda giusta.

“Adesso,” sussurrò. Picchiettò due volte sul pannello. La Nullite, tutta insieme, fece un suono che non era un suono: una vibrazione che aprì un varco. I cristalli si incrinarono come ghiaccio al sole. Il silenzio si ruppe in pezzi invisibili, e il suono della città irruppe nella sala con la forza di un'ondata calda.

Il Direttore si portò le mani alle orecchie. “No!”

Non fu il rumore a vincere. Furono le voci insieme: i bambini, i droni che frusciavano, Tarek che urlava “Sì!” come se avesse segnato un gol, Capitana Piuma che rideva, e le campane che suonavano non in guerra ma in festa.

Luca si mosse. Con un gesto accordò i tubi della macchina verso la quiete, disattivandoli. Premette l'interruttore generale. Il gracchiare di sistemi in spegnimento fu musica dolce.

“È finita,” disse, ansimando.

“Non è finita niente,” ribatté il Direttore, tremante. “Il rumore vi distruggerà. Tornerò.”

“Porteremo tappi per le orecchie,” disse Luca, e si accorse di quanto fosse sciocca e giusta quella frase. L'ufficiale dei Vigili Civici e due agenti scesero e ammanettarono il Direttore dei Sussurri, con delicatezza e rispetto. Anche la giustizia, pensò Luca, è un suono che va suonato bene.

Prima fila

Quando risalì, con la giacca accartocciata e i capelli spettinati, il sole inciampava già nelle finestre del Teatro Orione. La premiazione della fiera di scienze stava iniziando. Gli studenti avevano le mani impolverate di sabbia, i capelli pieni di glitter, e occhi luminosi come lampade nuove.

Luca entrò in punta di piedi. Una figura saltò su e gli corse incontro. “Zio!”

“Giulia!” La abbracciò forte. “Come è andata? Mi dispiace non esserci stato all'esperimento.”

Lei arricciò le labbra, fingendo di essere severa. “Mi devi una recensione di dieci righe. Ma ho una sorpresa.”

Lo trascinò verso il palco. Il professor Galeazzi, sorridente, tenne il microfono. “E ora, un premio speciale per l'ingegno e la cooperazione. Per aver trasformato la città in un laboratorio musicale, il riconoscimento va a... la classe di Giulia! E, lasciatemelo dire, a un tecnico del suono che suona la città tutta. Non farò nomi, ma se vede una giacca con fili luccicanti...”

Luca arrossì. Giulia lo guardò, sussurrando: “So tenere un segreto. Ma sono fiera di te.”

“Anch'io di te,” disse lui. “E di tutti.” Alzò lo sguardo verso la platea. Vedeva volti, vedeva vibrazioni leggere: sollievo, allegria, stanchezza. Tutto insieme. Tutto vivo.

Più tardi, seduti sui gradini esterni, mangiarono focaccia calda. Tarek arrivò con Capitana Piuma, che gli batté il cinque. L'ufficiale passò per un saluto, e promise che la città avrebbe istituito un “Servizio di Ascolto”: squadre di tecnici, musicisti, e cittadini per segnalare in anticipo quando i suoni fanno male e quando fanno bene.

“È bello essere eroi,” disse Capitana Piuma, “ma è meglio essere una squadra.”

“Sì,” annuì Luca. “Io da solo oggi avrei fatto danno.” Si strinse la giacca. Era solo un vestito, dopo tutto. Lui era l'orecchio e la mano.

Giulia gli diede un foglietto. “Questo era il finale del mio discorso, caso mai ti interessi: ‘Il coraggio è un eco. Se lo mandi fuori, torna indietro più grande.'”

Luca lo lessi piano. “Ti rubo la frase,” disse.

“Te l'ho data io,” ribatté lei con un'alzata di spalle. “Non è rubare.”

Risero.

Nei giorni che seguirono, Lumina imparò una cosa importante. Non spegni un problema con un interruttore. Lo ascolti. Lo sistemi pezzo a pezzo, insieme. Il Teatro Orione riprese a suonare. Le piazze organizzarono concerti in cui, tra una canzone e l'altra, c'erano minuti di ascolto silenzioso del vento e del mare. Non era un silenzio che mordeva. Era un silenzio che riposava.

Luca, che di giorno continuava a sistemare microfoni e a punzecchiare cavi, di notte a volte indossava la sua giacca. Ma lo faceva con nuove regole: mai promettere due cose insieme senza dire la verità. Mai credersi l'unico. Sempre cercare la nota giusta che unisce.

Una sera, mentre tornava a casa, passò davanti al murales nuovo di zecca sul muro del mercato. C'era disegnato un uomo che tendeva una mano a una città fatta di strumenti. Non aveva maschera. Aveva occhi normali e gentili. Sotto, qualcuno aveva scritto: “Grazie, Risonante. Non perché fai tacere i mostri, ma perché fai parlare noi.”

Luca si fermò, ridendo e sospirando. Prendendo fiato come prima di un fischio, pensò a tutti i suoni che ancora avrebbe sentito, ai problemi futuri, alle mattine con la focaccia, alle promesse da mantenere.

Poi alzò le dita, diede un colpetto al muro. Il murales vibrò piano, come fosse vero, e rispose con un sol chiarissimo che s'innalzò sopra i tetti, salutando il tram che passava. E la città, come sempre, rispose.

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Vibrazioni
Movimenti oscillatori di un corpo che producono suoni.
Sussurrava
Parlare a bassa voce, quasi in modo segreto.
Accordare
Regolare uno strumento musicale affinché produca il suono giusto.
Tappeto
Un pezzo di stoffa grande e spesso che si stende sul pavimento.
Silenzio
L'assenza di suoni o rumori.
Melodia
Una sequenza di suoni che forma una musica piacevole.

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