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Storia di supereroi 11/12 anni Lettura 20 min.

Lampo di Brina e la spiaggia di vetro di Neonporto

A Neonporto, il supereroe Lampo di Brina indaga su un misterioso furto di energia legato a frammenti di vetro-prisma e affronta il Rifrangitore in una strana spiaggia di vetro sotterranea, mettendo alla prova prudenza, ingegno e compassione.

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Argo Lumen, uomo dal volto determinato e calmo, in abito grigio grafite con venature azzurro-luminescenti e emblema fulmine+fiocco sul petto, brassards di cristallo che emettono pulsazioni di luce fredda, sta su una piattaforma di vetro con le mani sollevate a modulare impulsi luminosi; il Rifrangitore (Dario Kelm), circa 40 anni, maschera prismatica che riflette i colori e mantello di pannelli riflettenti, è teso e furioso dietro una grande macchina anulare rotante; Miri, tecnichessa di circa 30 anni, appare come una piccola proiezione olografica blu sul polso di Argo, viso concentrato che comunica istruzioni; luogo: ex magazzino portuale trasformato in una "spiaggia di vetro" interna con pavimento coperto di milioni di schegge di vetro levigato multicolore, mare interno scuro, grande macchina anulare sospesa che aspira scintille, soffitto con cielo artificiale a stelle geometriche e muri di container arrugginiti; situazione: drammatica ma non violenta: Argo usa onde di luce fredda per rallentare e disattivare dolcemente un enorme Cerchio di Risonanza mentre il Rifrangitore lancia piccole sfere di luce riflesse, con schegge, riflessi, atmosfera elettrica e pioggia fine che crea lucenti riflessi sul vetro. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Il fischio dei tetti di Neonporto

Neonporto brillava come una scheda elettronica gigante: strade a griglia, lampioni azzurri, droni-taxi che passavano come lucciole ordinate. E sopra tutto, sui tetti, correva lui.

Si chiamava Argo Lumen, ma in città lo conoscevano come il supereroe “Lampo di Brina”. Non perché fosse freddo: anzi, era uno che scherzava persino con i semafori. Il suo costume era una tuta grafite con venature luminose color ghiaccio, come crepe di luce su un lago. Sul petto, un simbolo: una saetta dentro un fiocco di neve. Ai polsi portava due bracciali di cristallo sintetico che trasformavano l'energia cinetica in impulsi luminosi: scatti, salti, scivolate—e una scia chiara che faceva dire ai bambini: “Guarda! Una cometa!”

Quella sera, però, la città non guardava le comete. Guardava i cartelli: SCHERMATURE ANTI-TEMPORALI IN PANNE. E guardava il cielo: nuvole viola, pesanti come sacchi.

Dal suo auricolare arrivò la voce di Miri, la tecnica della centrale civica. “Argo, abbiamo un problema. Tre quartieri hanno avuto blackout nello stesso minuto. Non è un guasto normale.”

“Normale è noioso,” rispose Argo, atterrando su un'insegna al neon che tremava. “Dimmi dov'è il divertimento.”

“Nel sottosuolo. I sensori dicono che qualcuno sta ‘succhiando' energia dalle linee principali.”

Argo piegò il capo, gli occhi grigio chiaro che si accendevano quando pensava. “Sottosuolo… linea principale… Tre quartieri. Sembra un puzzle. E io adoro i puzzle.”

Scattò. I bracciali frullarono, un lampo azzurro e Argo si lanciò lungo una passerella metallica. Sotto, la gente camminava in fretta, cappucci alzati, ombrelli che si aprivano come fiori scuri. Qualcuno lo vide e gridò: “Lampo di Brina!”

Argo alzò una mano. “Tenetevi stretti i cappelli, Neonporto! Torno subito.”

E mentre la tempesta cominciava a tamburellare sui tetti, lui si infilò in una botola di servizio, giù, nel respiro caldo dei tunnel energetici.

Capitolo 2 — Indizi in fila, come tessere di domino

I tunnel sotto Neonporto erano un labirinto di cavi grossi come tronchi e pannelli che pulsavano. Argo camminava in silenzio, e il suo passo faceva “tic” sul metallo. Con due dita sfiorò un condotto: vibrava.

“Argo,” sussurrò Miri nell'auricolare, “le telecamere interne sono state accecate da un… filtro a prisma. È come se la luce si spezzasse.”

“Prisma,” ripeté Argo. “Interessante. Qualcuno ama i colori.”

Svoltò in una galleria laterale e vide il primo segno: una scia di minuscoli frammenti, trasparenti, come granelli di zucchero. Ne raccolse uno sul guanto. Brillava con riflessi verdi e rosa.

“Non è vetro comune,” mormorò. “È… vetro-tempo? No, aspetta.”

Il frammento aveva piccole incisioni, quasi micro-lettere. Argo strinse gli occhi e confrontò mentalmente: le stesse incisioni le aveva viste in un rapporto mesi prima, su una tecnologia sperimentale per “incapsulare” energia.

“Sto comparando indizi,” disse a Miri, quasi soddisfatto. “Frammenti prismatici, filtro che acceca, energia risucchiata… qualcuno sta costruendo un serbatoio.

“Chi?”

“Non lo so ancora. Ma so dove andrà a parare.” Argo indicò una mappa sul suo polso: le linee principali convergevano tutte verso un punto al porto vecchio.

“Il porto vecchio è chiuso da anni,” obiettò Miri.

“Appunto.” Argo sorrise. “I posti chiusi sono i preferiti dei guai.”

Procedette con prudenza, perché prudenza non significava paura: significava pensare prima di saltare. Ai bambini che lo seguivano in streaming clandestino—perché sì, qualcuno trovava sempre un modo—avrebbe detto: “La velocità è utile, ma il cervello è il vero turbo.”

In fondo al tunnel, trovò un pannello aperto. Dentro, un dispositivo a forma di medusa metallica, con filamenti che si attaccavano ai cavi. Pulsava.

Argo non lo toccò. Inspirò, guardò, ascoltò. “Trappola,” disse piano. “Se lo strappo, scarica un impulso e brucia il quartiere.”

“Quindi che fai?” chiese Miri.

Argo fece un mezzo inchino al dispositivo, come se fosse un avversario in un ring. “Lo invito a spegnersi.”

Dai bracciali sprizzò una luce fredda, controllata. Non un colpo: una carezza di energia calibrata. Il dispositivo tremò, poi si richiuse come un fiore notturno e cadde inerte.

“Prudenza: uno. Caos: zero,” commentò Argo.

Ma appena si raddrizzò, un rumore lontano: un “clac” secco, come una porta che si chiude. Una risata metallica riecheggiò nei tunnel.

“Troppo tardi, Lampo di Brina,” disse una voce amplificata. “Mi stai seguendo… come previsto.”

Argo alzò lo sguardo verso una telecamera spenta. “Allora smetti di parlare e fammi vedere la faccia,” rispose. “Così posso metterla nella categoria ‘problemi'.”

La voce ridacchiò. “Porto vecchio. Porta 7. Se sei abbastanza… brillante.”

Il segnale cadde. Argo chiuse il pugno, ma non per rabbia: per decisione. “Miri, sto arrivando. E questa volta porto anche l'ombrello.”

Capitolo 3 — La Porta 7 e la spiaggia di vetro

Il porto vecchio di Neonporto era un gigante addormentato: gru arrugginite, container impilati come blocchi, sirene silenziose. La pioggia scivolava sulle lamiere e faceva un suono da tamburo lontano.

Argo arrivò con un balzo, atterrando su un container blu. La sua scia luminosa si rifletté nelle pozzanghere.

“Porta 7,” ripeté, e scese, muovendosi con cautela. Ogni passo era pensato. “Se vogliono che corra, io cammino.”

Trovò il numero 7 dipinto su un cancello. Sotto, una fessura appena visibile. Si chinò e vide un bagliore interno: colori spezzati, come se il buio fosse diventato un caleidoscopio.

Spinse. Il cancello si aprì senza rumore.

Dietro non c'era un magazzino.

C'era una spiaggia.

Una spiaggia di vetro.

Non di sabbia: milioni di frammenti levigati, lucenti, di tutte le tonalità. A ogni onda—perché sì, c'era un mare interno, scuro ma calmo—il vetro cantava, un fruscio cristallino come campanelli. Sopra, un soffitto altissimo proiettava un cielo finto con stelle geometriche.

Argo rimase un secondo immobile. “Ok. Questo è… decisamente non noioso.”

Miri sussurrò nell'auricolare: “Argo, dove sei? I tuoi segnali impazziscono.”

“Credo in un posto che non dovrebbe esistere,” disse Argo. “Se sparisco, ricordati di innaffiare la pianta in ufficio.”

“Non abbiamo piante.”

“Allora inventane una. Porta fortuna.”

Argo scese sulla spiaggia. Il vetro sotto le sue suole scricchiolò delicatamente, come neve. L'aria sapeva di ozono e sale. In mezzo alla baia c'era una piattaforma, e sopra una macchina enorme, un anello sospeso che girava lentamente. Ogni giro risucchiava scintille dalle pareti—energia della città.

Sulla piattaforma lo aspettava un uomo alto, con un mantello fatto di pannelli riflettenti. Il volto era coperto da una maschera prismatica, senza occhi visibili, solo geometrie che cambiavano.

“Benvenuto,” disse. “Io sono il Rifrangitore.”

“Bel nome,” replicò Argo. “Sembra un attrezzo da cucina.”

“E tu sei un riflesso. Un lampo che crede di essere un sole.”

Argo si avvicinò di qualche passo, ma non troppo. Comparò mentalmente: frammenti incisi, filtro a prisma, spiaggia di vetro… tutto combaciava. “Hai raccolto il vetro-tempo dalle discariche industriali. L'hai levigato e inciso. È un materiale che trattiene energia e… forse anche impulsi di memoria.”

Il Rifrangitore inclinò la testa. “Intelligente. Quasi quanto veloce.”

“Grazie. È perché mangio a colazione cereali e sospetti.”

Il Rifrangitore aprì le braccia verso l'anello. “Questa macchina—il Cerchio di Risonanza—renderà Neonporto perfetta. Senza errori, senza imprevisti. Tutto ripetibile. Se qualcosa va male… si torna indietro.”

“Tu vuoi un tasto ‘annulla' per la vita,” disse Argo. “Ma la vita non è un messaggio da cancellare.”

“È responsabilità, Lampo di Brina. Controllo. Sicurezza.”

Argo guardò la spiaggia di vetro. Era bella, sì. Ma quella bellezza era una trappola: un luogo che scricchiolava di energia rubata.

“La prudenza non è controllo assoluto,” rispose. “È scegliere senza schiacciare gli altri.”

Il Rifrangitore fece un gesto. Dalla sabbia di vetro si sollevarono sfere lucide, come bolle solide. Vorticarono attorno ad Argo.

“Dimostrami quanto sei prudente,” sibilò.

Argo inspirò. “Volentieri.”

Capitolo 4 — Combattimento a luce spezzata

Le sfere si lanciarono. Argo scattò di lato, una scia azzurra che tagliò l'aria. Ma qui, sulla spiaggia di vetro, la luce rimbalzava ovunque: riflessi, falsi bersagli, ombre che correvano più veloci di lui.

“Ok, questo posto è un incubo per i selfie,” borbottò, mentre una sfera gli passava vicino e faceva esplodere una pioggia di scintille colorate.

Miri cercò di tenerlo agganciato: “Argo, il tuo segnale è frammentato. Ti sento a pezzi!”

“Tranquilla, sono sempre stato un tipo… sfaccettato.”

Argo si costrinse a rallentare. Prudenza. Se correva troppo, i riflessi lo avrebbero ingannato. Si abbassò, toccò il vetro con due dita e sentì la vibrazione delle sfere: un ritmo, come un battito.

“Stanno seguendo un'onda,” capì. “Non la vista. Il suono.”

Si alzò e batté il piede con precisione: tac—tac-tac—tac. Un pattern diverso. Le sfere oscillaronò, confuse, come cani che perdono la pista.

“Ehi, Rifrangitore!” gridò Argo. “Hai mai provato la musica? Fa miracoli.”

Il Rifrangitore scattò in avanti, il mantello che diventava un muro di specchi. Dalla maschera partì un raggio che spezzò la luce in mille lame luminose—non taglienti, ma accecanti. Argo strinse gli occhi e girò su se stesso, attivando i bracciali: un vortice di luce fredda lo avvolse come una bolla.

Le lame di luce rimbalzarono sul suo campo e si dispersero in arcobaleni.

“Non male,” commentò Argo. “Ma hai dimenticato che io sono… l'esperto di lampi.”

Saltò, atterrò su una roccia di vetro levigato e si lanciò verso la piattaforma. Tuttavia, a metà corsa, il vetro sotto di lui si illuminò con incisioni: simboli uguali a quelli del frammento trovato nel tunnel. Una rete. Una trappola a risonanza.

Argo frenò di colpo, le suole che stridettero. Il cuore gli fece un tonfo. Se avesse fatto un altro passo, la rete avrebbe scaricato energia nel Cerchio di Risonanza, accelerando l'assorbimento. Neonporto avrebbe perso le schermature anti-temporali. Tempesta sopra, blackout sotto: caos.

“Bravo,” disse il Rifrangitore. “Vedi? La tua prudenza ti rallenta. Io, invece, posso agire.”

Argo respirò. Guardò l'anello, poi la spiaggia, poi le sue mani. Comparò indizi ancora una volta: le incisioni, la vibrazione, il suono. Se la rete reagiva alla risonanza… allora poteva anche essere calmata.

Parlò piano, come a un animale spaventato. “Ok. Niente strappi, niente eroismi stupidi. Si fa pulito.”

Dal suo bracciale destro fece uscire un impulso regolare, un “battito” di luce a bassa intensità. Uno, due, tre—come un metronomo. Il vetro rispose, le incisioni diminuirono di luminosità.

Il Rifrangitore esitò. “Cosa stai facendo?”

“Sto ricordando alla tua rete come si respira,” disse Argo, con un mezzo sorriso. “E adesso… salto.”

Con un balzo calcolato, Argo passò oltre la zona attiva senza innescarla. Atterrò sulla piattaforma. Il Cerchio di Risonanza girava sopra di lui, enorme, e dentro si vedevano frammenti di immagini: strade di Neonporto, persone, lampioni—come se la macchina stesse “copiando” la città.

Argo alzò le mani. “Miri, se mi senti: devo spegnerlo senza farlo esplodere. Idee?”

La risposta arrivò graffiata ma chiara: “La macchina sta sincronizzando l'energia. Se interrompi la fase… lentamente. Graduale. Non di colpo!”

Argo annuì. “Graduale è il mio secondo nome.”

“Il tuo secondo nome è Lumen,” ribatté Miri.

“Appunto. Suona graduale.”

Il Rifrangitore avanzò, furioso, e la spiaggia di vetro si sollevò in piccole onde scintillanti. Argo, però, non arretrò. Si piazzò davanti al pannello di controllo e iniziò a modulare i suoi impulsi: luce fredda, costante, come neve che cade.

Il Cerchio rallentò di un soffio.

Il Rifrangitore lanciò un'altra raffica di sfere. Argo non le distrusse: le deviò con movimenti precisi, facendole rimbalzare nel mare interno, dove si spensero come stelle cadute.

“Non voglio farti male,” disse Argo. “Voglio fermarti.”

“Tu non capisci!” urlò il Rifrangitore. “Se posso tornare indietro, posso evitare ogni disastro!”

Argo strinse i denti, ma la voce rimase calma. “E se per evitare un disastro ne crei cento? Prudenza è accettare che non puoi controllare tutto. È proteggere, non imprigionare.”

Il Cerchio rallentò ancora. Le immagini dentro si sfilacciarono come nebbia.

Il Rifrangitore tremò. “Io… io non posso perdere.”

Argo guardò la maschera prismatica. In un riflesso vide qualcosa: un occhio vero, spaventato, dietro le geometrie.

“Non è una gara,” disse Argo. “È una scelta.”

Capitolo 5 — La città trattenuta per un soffio

Fuori, Neonporto era sul filo. Le schermature anti-temporali vacillavano, e la tempesta sopra sembrava un gigantesco animale che graffiava il cielo. Nel porto vecchio, dentro la spiaggia di vetro, il Cerchio di Risonanza era il cuore di quel rischio.

Argo continuò con pazienza. Ogni impulso dei bracciali era un passo indietro dall'orlo. Sudava sotto la tuta, ma la sua luce restava stabile.

Miri, più chiara adesso, disse: “Argo, i quartieri stanno riprendendo energia. Ma il Cerchio è ancora agganciato. Non mollare.”

“Non mollo,” rispose lui. “Sono adulto: ho imparato a finire le cose, anche quando mi va di scappare.”

Il Rifrangitore si fermò a pochi metri. Il mantello specchiante si abbassò un poco, come una vela che perde vento. “Tu credi di essere migliore di me.”

“No,” disse Argo. “Credo di essere responsabile. È diverso.”

“Responsabile… di cosa? Di una città che ti applaude?”

Argo fece un sorriso breve. “Di una città che vive qui sotto,” e batté un dito sul petto, “e qui,” e indicò la spiaggia di vetro, “e anche nella testa di chi sbaglia. Perché chi sbaglia può cambiare.”

Il Rifrangitore sembrò colpito. “Cambiare… è rischioso.”

“Esatto,” rispose Argo. “Per questo serve prudenza. Non per fermarsi. Per andare avanti senza travolgere.”

Il Cerchio emise un suono grave, come un gong lontano. Poi rallentò fino quasi a fermarsi. L'energia smise di essere risucchiata. Le pareti smetterono di scintillare.

Argo non spense di colpo. Un ultimo respiro lento, e poi chiuse la fase. Il Cerchio si arrestò. Le stelle geometriche sul soffitto si spensero, lasciando un buio morbido, attraversato solo dalla luce azzurra dei suoi bracciali.

Silenzio.

Dalla spiaggia di vetro arrivò un suono leggero: il mare interno che tornava semplice, senza risonanze.

Miri sospirò nell'auricolare. “Ci sei riuscito. Neonporto è stabile. E… Argo? Sei vivo?”

“Più o meno,” rispose lui. “Il mio cuore ha fatto parkour.”

Poi guardò il Rifrangitore. Era immobile. La maschera prismatica non brillava più come prima. Sembrava pesante.

Argo scese dalla piattaforma lentamente. Nessun salto spettacolare. Solo passi che scricchiolavano sul vetro.

“Adesso,” disse, “mi dici chi sei. E perché.”

Il Rifrangitore portò una mano alla maschera. Esitò, poi la sollevò. Sotto c'era un volto pallido, segnato da occhiaie e da una cicatrice sottile sulla guancia. Era un uomo non troppo più giovane di Argo, con occhi che avevano visto troppe notti.

“Mi chiamo Dario Kelm,” disse con voce spenta. “Ero un ingegnere delle schermature. Un errore mio… anni fa… causò un blackout. Nessuno morì, ma la paura… la paura mi rimase incollata addosso. Ho pensato: se avessi avuto un modo per tornare indietro…”

Argo annuì. “Capisco. Non giustifico. Ma capisco.”

Dario strinse la maschera tra le dita. “Credevo che controllare il tempo fosse prudenza.”

“È comprensibile confondere le cose,” disse Argo. “Soprattutto quando hai rimorsi. Ma la prudenza vera ti fa chiedere aiuto prima di costruire una spiaggia di vetro segreta sotto un porto.”

Dario fece un mezzo sorriso, triste. “Detta così sembra… folle.”

“Un po',” ammise Argo. “Però: hai ancora una scelta. Non scappare. Non riprovare. Vieni con me.”

Dario guardò il mare interno, poi i frammenti di vetro. “La città mi odierà.”

“Magari alcuni,” disse Argo. “Ma la città è anche fatta di persone che sanno ascoltare. E io posso iniziare.”

Capitolo 6 — Una mano tesa, e il vetro che diventa luce

Argo guidò Dario verso la Porta 7. Il percorso sulla spiaggia di vetro sembrava diverso adesso: meno minaccioso, più quieto. I frammenti non erano cambiati, ma l'aria sì—come dopo un temporale quando tutto profuma di pulito.

All'uscita, le luci del porto vecchio tremolarono e poi si stabilizzarono. In lontananza, Neonporto riprese a brillare con la sua geometria ordinata. La tempesta sopra si allontanava, come se qualcuno avesse abbassato il volume al cielo.

Miri arrivò con una squadra civica, non armata ma attrezzata: guanti isolanti, scanner, coperte termiche. Si fermò a vedere Argo accanto a Dario.

“È lui?” chiese.

“È lui,” rispose Argo. “E il Cerchio è spento. Senza botte, senza boom.”

Miri guardò Dario, poi Argo. “Hai fatto la cosa giusta.”

Dario abbassò lo sguardo. “Non merito…”

Argo lo interruppe con tono fermo, ma gentile: “Meritare non è il punto. Il punto è assumersi la responsabilità. E farlo in modo prudente.”

Dario deglutì. “E se… se ricado nell'idea di controllare tutto?”

“Allora fai una cosa rivoluzionaria,” disse Argo. “Parlane. Prima che diventi una macchina.”

Per un momento, il vento portò l'eco della spiaggia di vetro, quel fruscio di campanelli lontani. Argo guardò la città, poi tornò su Dario.

Fece un passo avanti.

E tese la mano.

Non era un gesto teatrale. Non c'era un riflettore. Era una mano reale, calda dentro un guanto tecnologico, offerta a un uomo tremante sotto la pioggia che smetteva.

Dario la fissò come se fosse una cosa impossibile. Poi la afferrò.

“Vieni,” disse Argo. “Neonporto è grande. Ci sta anche la seconda possibilità. Ma la si costruisce insieme, un passo alla volta.”

E mentre la squadra civica li accompagnava, le luci della città sembrarono un po' più luminose, come se persino i lampioni avessero capito che la prudenza può essere coraggiosa—e che, a volte, il gesto più eroico è semplicemente una mano tesa.

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SCHERMATURE ANTI-TEMPORALI IN PANNE
Strutture che proteggono dalla tempesta, ma qui non funzionano più.
Droni-taxi
Piccoli veicoli volanti automatici che trasportano persone come un taxi.
Cristallo sintetico
Materiale trasparente creato in laboratorio, simile al vetro ma artificiale.
Energia cinetica
Tipo di energia che un corpo possiede quando si muove.
Impulsi luminosi
Brevi segnali fatti di luce che trasmettono informazioni o forza.
Auricolare
Dispositivo piccolo che si mette all'orecchio per ascoltare voci o musica.
Vetro-tempo?
Idea di un vetro speciale che potrebbe conservare energia o ricordi.
Filtro a prisma
Oggetto che divide la luce in colori diversi come un prisma.
Incapsulare
Rinchiudere qualcosa dentro un involucro per proteggerlo o conservarlo.
Serbatoio
Contenitore che conserva liquidi o energia per usarli dopo.
Cerchio di Risonanza
Macchina che usa onde per amplificare o cambiare l'energia attorno.

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