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Storia di supereroi 11/12 anni Lettura 22 min.

VoltAstra e il ladro di luce di Lumen City

VoltAstra, una giovane eroina capace di «sentire» l’energia, affronta il Maestro Spento che risucchia la luce di Lumen City e, con l’aiuto di amici del Campus Medico, mette in atto un piano creativo per fermarlo.

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Eroina VoltAstra, volto determinato e sorridente, capelli corti e ricci neri, giacca urbana argentata scintillante e guanti metallici; tira con forza controllata una grande leva rossa, postura dinamica inclinata in avanti. Antagonista Maestro Spento, ~35 anni, figura magra, cappotto di pannelli riflettenti opacizzati e maschera con sorriso dipinto eccessivo; è inginocchiato in primo piano a destra, mani aggrappate a un piccolo dispositivo conico traslucido, sguardo sorpreso e mortificato. Ambientazione: sala circolare interna della Torre Prisma con pavimento metallico lucido, pareti di vetro scanalato, pilastri cromati, al centro un grande cristallo artificiale opalescente sospeso e un cilindro trasparente che pulsa luce compressa; cavi spessi blu e gialli a terra. Situazione: flusso luminoso vortica dal cilindro a un condotto secondario, linee di energia azzurre e dorate; VoltAstra devia l'energia fermando la minaccia mentre il Maestro Spento si arrende, atmosfera tesa ma luminosa, colori saturi e contrastati, illuminazione drammatica. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — La ragazza che ascoltava i tetti

Astra Nyx aveva diciassette anni, un casco di ricci neri tagliati corti ai lati, una giacca con inserti lucidi come squame e uno zaino pieno di cavi, nastro isolante e merendine sbriciolate. Di giorno sembrava una studentessa qualsiasi che correva per arrivare in tempo a scuola. Di notte, invece, diventava la supereroina di Lumen City.

Non volava. Non sparava raggi dagli occhi. Il suo potere era più strano e, secondo lei, molto più utile: riusciva a “sentire” l'energia delle cose. Le luci, le batterie, i motori, perfino il ronzio timido dei semafori. Era come avere un'orecchia interna che captava melodie elettriche.

Il suo nome da eroina era VoltAstra.

Quella sera Lumen City brillava sotto un cielo viola scuro, tagliato da droni pubblicitari come lucciole robotiche. VoltAstra correva sui tetti, leggera, con stivaletti magnetici che facevano “tac-tac” sulle lamiere. L'aria sapeva di pioggia lontana e di pizza appena sfornata da qualche balcone.

A un tratto, un lampione sotto di lei tremò e poi si spense. Uno, due, dieci: un'intera strada cadde nel buio, come se qualcuno avesse tirato giù una tenda.

VoltAstra si fermò. Inspirò. Ascoltò.

Nel buio non c'era silenzio: c'era una nota stonata, un risucchio. Un'energia che non si limitava a spegnere, ma… divorava.

“Ok, questa è nuova,” mormorò. “E di solito le cose nuove cercano di far saltare in aria qualcosa.”

Dal suo polso proiettò un ologramma blu. Un piccolo visore le mostrò il tracciato energetico della zona: una scia sottile che correva verso il centro, verso la Torre Prisma, il grattacielo più alto della città.

VoltAstra sorrise, un sorriso che era metà entusiasmo e metà “ma perché proprio stasera?”.

“Va bene, Lumen City. Tienimi il posto caldo.”

Si lanciò in avanti, le braccia aperte, pronta a saltare sul tetto successivo. La città sotto sembrava una mappa viva: finestre gialle, strade come fiumi, e al centro la Torre Prisma che brillava… finché non tremò, come se qualcuno l'avesse afferrata da dentro.

Capitolo 2 — Il ladro di corrente e la caduta perfetta

Quando arrivò nei pressi della Torre Prisma, l'aria era piena di scintille. Non quelle belle da fuochi d'artificio: scintille nervose, come zanzare luminose.

Sul piazzale, una figura alta e sottile muoveva le braccia come un direttore d'orchestra. Indossava un mantello fatto di pannelli riflettenti, e una maschera con un sorriso troppo grande.

Ai suoi piedi, un dispositivo a forma di imbuto risucchiava la luce dai lampioni e perfino dai cartelloni. Il mondo intorno sbiadiva.

“Ecco il nostro artista,” sussurrò VoltAstra.

Atterrò su un'insegna al neon e gridò: “Ehi! La città paga la bolletta, sai? Non si ruba la corrente così!”

La figura alzò la testa, lenta e teatrale.

“VoltAstra… finalmente. Io sono il Maestro Spento. E questa città… è troppo rumorosa di luce.”

“Rumorosa? La luce non fa rumore.”

“Tu sì,” ribatté lui, e fece un gesto secco.

Il dispositivo sputò un'onda nera, un'ombra densa che non era buio normale. Era una specie di gomma energetica che si appiccicava alle superfici e inghiottiva la luminosità.

VoltAstra scattò, ma l'onda colpì l'insegna su cui era appoggiata. Il neon morì in un attimo. Senza l'appoggio, lei scivolò.

E cadde.

Per un secondo, tutto fu aria e vuoto. Il piazzale si avvicinava, troppo in fretta. Il vento le strappò un “Oh-oh” poco eroico.

Ma VoltAstra non era una che si lasciava prendere dal panico. Il suo potere le sussurrò le vibrazioni dei cavi sotto il marciapiede, il battito elettrico dei tram, il tremolio delle linee ad alta tensione. Era una sinfonia nascosta.

“Se posso sentirti,” disse tra i denti, “posso guidarti.”

Attivò i suoi guanti a induzione: due cerchi metallici sui palmi che potevano attirare o respingere campi magnetici per brevi istanti. Li usava per arrampicarsi, non per volare. Ma una caduta era solo un'arrampicata al contrario… se ci metti abbastanza creatività.

VoltAstra puntò una mano verso una grata metallica del palazzo, dall'altra parte del piazzale. Il guanto “agganciò” il metallo con un colpo secco di magnetismo. Il suo corpo deviò di lato, come una cometa che cambia rotta.

Poi agganciò un lampione, poi un cartello, poi un'antenna. Ogni volta il magnetismo tirava e mollava, tirava e mollava, come un elastico gigantesco. Lei si piegò, ruotò, tese le gambe, e alla fine atterrò in ginocchio su un'aiuola, spruzzando terra e foglie.

“Dieci su dieci per la ginnastica artistica,” ansimò, alzandosi.

Il Maestro Spento applaudì piano.

“Carina. Ma la tua luce finirà comunque.”

VoltAstra strinse i denti, ma non perse il sorriso.

“Prima devi prendermi. E guarda che corro forte quando qualcuno cerca di spegnere la mia città.”

Capitolo 3 — Nel campus medico: luci, cerotti e un segreto

La battaglia sul piazzale fu rapida e confusa: VoltAstra saltava tra ringhiere e colonne, lanciando piccoli impulsi che riaccendevano lampade per un secondo, giusto il tempo di vedere. Il Maestro Spento rispondeva con ondate scure che inghiottivano tutto.

Non era violenza sanguinosa, ma era pericoloso: se la città restava senza energia, i treni si fermavano, gli ascensori si bloccavano, gli ospedali dovevano passare ai generatori. E Lumen City aveva troppe persone per permettersi il buio.

Quando VoltAstra cercò di colpire l'imbuto con un impulso più forte, il Maestro Spento fece un gesto e l'ombra le scivolò addosso come una coperta pesante. Per un attimo lei non sentì più niente: niente vibrazioni, niente ronzio, niente energia. Come se le avessero tappato le orecchie dell'anima.

“Ecco,” sussurrò lui. “Silenzio.”

VoltAstra barcollò e finì contro una colonna. Non si fece male sul serio, ma la testa le girava e il guanto destro lampeggiava in rosso.

Non poteva continuare così. Doveva ritirarsi, riparare, pensare.

Con un salto, si infilò in un vicolo e corse tra le strade secondarie, seguendo il poco suono che riusciva ancora a percepire: una radio accesa, un vecchio scooter, un distributore automatico testardo.

Il posto più vicino con strumenti e persone sveglie a quell'ora era il Campus Medico Aurora, un complesso moderno con passerelle di vetro e luci morbide, sempre acceso come una costellazione.

Entrò da una porta laterale che conosceva bene. Aveva salvato quel campus due mesi prima, quando un drone da consegna impazzito aveva deciso di “operare” le panchine del giardino.

Nel corridoio incontrò il dottor Rami, un giovane medico con occhiaie eroiche e un camice pieno di penne.

Si bloccò vedendola: “VoltAstra? Sei… coperta di terra.”

“È il mio nuovo look: ‘insalata urbana',” disse lei, cercando di scherzare mentre si sedeva su una panca. “Mi serve una mano. E magari un caricatore.”

Rami abbassò la voce: “C'è stato un blackout parziale. I generatori reggono, ma qualcosa sta… risucchiando la rete. Lo sentiamo perfino qui.”

VoltAstra annuì. “È lui. Maestro Spento. Mi ha… zittita. Non riesco a sentire bene l'energia.”

Il medico la portò in una piccola sala tecnica collegata al reparto di ingegneria biomedica. C'erano schermi, batterie d'emergenza, e un armadietto con attrezzi. Sulla parete, un modello olografico del cuore umano pulsava, quasi a ricordare che anche le città hanno un cuore.

“Ok,” disse VoltAstra, aprendo il suo zaino. “Ho bisogno di un'idea nuova. Una di quelle che fanno dire alla gente: ‘Ma come ti è venuto in mente?'”

Rami sorrise appena. “A proposito… abbiamo un prototipo. Un sensore di microcorrenti usato per mappare i nervi durante le operazioni. È delicato, ma potresti adattarlo al tuo visore. Se il tuo ‘sentire' è disturbato, magari la tecnologia può aiutarti a… vedere il buio.”

VoltAstra fissò il sensore, un piccolo arco flessibile con filamenti sottili come capelli.

“Questa sì che è creatività chirurgica,” disse. “Mi piace.”

Mentre lavoravano, una ragazza poco più giovane spuntò dalla porta: capelli biondi raccolti in una treccia e un tablet in mano.

“Dottore! Il laboratorio di analisi segnala fluttuazioni strane. E… oh. Sei lei.”

VoltAstra fece un mezzo inchino. “In persona. O in tuta. Dipende dai punti di vista.”

“La mia amica ti adora,” disse la ragazza. “Io sono Ilenia. Sono tirocinante. E so usare stampanti 3D meglio di chiunque qui.”

VoltAstra le indicò il guanto lampeggiante. “Allora sei la mia nuova migliore amica temporanea. Mi serve un pezzo di ricambio. E magari… un'idea per battere un tizio che mangia la luce.”

Ilenia strinse gli occhi, concentrata. “Se risucchia la luce, deve accumularla da qualche parte. Nessuno può ingoiare un sole senza scoppiare. Dovresti fargli… il singhiozzo.”

“Il singhiozzo?” VoltAstra rise. “Questa è la spiegazione scientifica più bella che abbia mai sentito.”

Rami aggiunse: “Un sovraccarico controllato. Ma senza far danni.”

VoltAstra prese un pennarello e disegnò sul tavolo una mappa improvvisata della Torre Prisma e delle strade intorno.

“Ok. Non posso batterlo con la forza. Quindi lo batterò con ritmo. Lo farò credere di avere tutta la luce… e poi gli farò perdere l'equilibrio.”

Ilenia alzò il tablet. “Possiamo sincronizzare i pannelli pubblicitari della città. Se li fai lampeggiare a intermittenza, crei un'onda. Un'onda di energia che lo confonde, lo costringe a modulare l'imbuto.”

VoltAstra si toccò il mento. “Una coreografia urbana. Lumen City che balla.”

Rami la guardò serio. “Promettimi solo che torni intera.”

Lei fece l'occhiolino. “Prometto che torno almeno al… novantaquattro per cento.”

Capitolo 4 — La coreografia delle insegne

Con il sensore biomedico adattato al visore, VoltAstra uscì dal Campus Medico Aurora come una scintilla appena accesa. Ora, anche se il Maestro Spento provava a “zittirla”, lei poteva vedere le microcorrenti: fili sottili di luce azzurra che scorrevano nelle pareti, nei cavi sotterranei, nei telefoni nelle tasche delle persone.

La città, anche nel buio, era viva.

Sul tetto di un parcheggio, VoltAstra aprì una connessione criptata alla rete dei cartelloni pubblicitari. Non era proprio legale, ma lo faceva per salvare la città. E comunque, si disse, i cartelloni vendevano bibite con slogan imbarazzanti: un po' di giustizia poetica non faceva male.

“Ok, Lumen City,” mormorò. “Seguimi. Tre, due, uno…”

Fece partire la sequenza: le insegne in vari quartieri iniziarono a lampeggiare con un ritmo preciso, come un battito cardiaco gigante. Non tutte insieme: a onde, dal porto fino al centro. Rosso, blu, bianco, verde. Un'onda luminosa che correva sopra le strade.

Le persone alzarono lo sguardo, confuse ma affascinate. Qualcuno applaudì, qualcuno filmò, qualcuno disse: “È un evento?” e qualcuno rispose: “Forse è la città che si sta aggiornando.”

VoltAstra corse verso la Torre Prisma, saltando tra tetti e balconi. Ogni lampo della coreografia le dava energia: il visore mostrava che il risucchio del Maestro Spento si agitava, come una bocca che non riesce a seguire un cucchiaio troppo veloce.

Sul piazzale, il Maestro Spento era ancora lì, il mantello riflettente più opaco, la maschera inclinata.

“Cosa stai facendo?” ringhiò, e la sua voce non era più teatrale. Era irritata. Perfetto.

“Una festa,” rispose VoltAstra, atterrando con un salto morbido. “Se vuoi entrare, devi seguire il ritmo.”

L'imbuto iniziò a succhiare più forte, ma l'onda di luce arrivava a pulsazioni. Ogni volta che lui provava ad assorbire, l'energia cambiava intensità e colore. L'imbuto vibrava, instabile.

VoltAstra scattò in avanti e lanciò un piccolo disco magnetico sul bordo del dispositivo.

“E questo è il mio regalo: un metronomo.”

Il disco iniziò a emettere microimpulsi che interferivano con la frequenza dell'imbuto. Non lo rompevano, non esplodeva niente: semplicemente… faceva starnutire l'energia.

Il Maestro Spento barcollò. “Smettila!”

VoltAstra lo guardò negli occhi attraverso la maschera.

“Tu hai scelto di spegnere una città piena di persone che studiano, lavorano, cucinano, sognano. Io scelgo di accenderla. E sai qual è la differenza? Accendere richiede immaginazione.”

Lui alzò un braccio e scagliò un'ombra più densa, come una coperta che cade dall'alto. VoltAstra si tuffò di lato, rotolò, e per un attimo fu di nuovo vicina al bordo del piazzale, dove il vuoto si apriva verso una rampa sottostante.

La coperta d'ombra le sfiorò la spalla e lei perse l'equilibrio.

Cadde ancora.

Ma questa volta non fu sorpresa. Era pronta. Con una risata breve, quasi sfidante, VoltAstra agganciò con i guanti una trave metallica e trasformò la caduta in un arco elegante, come una virgola nel cielo. Atterrò sulla rampa con un colpo secco ma controllato.

“Due cadute in una notte,” disse, rialzandosi. “Sto facendo un record personale.”

Dal piazzale arrivò un ronzio strano: l'imbuto stava accumulando energia troppo velocemente e troppo a scatti. Era il momento di concludere.

Capitolo 5 — Il cuore della Torre Prisma

VoltAstra risalì usando una scala antincendio e sbucò dietro il Maestro Spento. Il suo visore mostrava una cosa inquietante: l'energia risucchiata non spariva. Scorreva in un tubo nascosto che entrava nella Torre Prisma.

“Ecco dove la stai mettendo,” sussurrò.

Il Maestro Spento si voltò di scatto. “Non capisci! La luce è potere. E il potere deve essere… conservato.”

VoltAstra indicò la Torre. “Lì dentro? Stai caricando qualcosa.”

Lui non rispose, ma il suo silenzio era una risposta gigante.

VoltAstra scattò verso l'ingresso della Torre Prisma. Le porte automatiche erano spente, ma lei inserì un impulso nel pannello di emergenza e le fece aprire con un sospiro.

Dentro, la Torre era un mondo di vetro e metallo. Corridoi lucidi, scale che sembravano fluttuare, e al centro un ascensore panoramico fermo come un pesce in un acquario senza acqua.

Il Maestro Spento la seguì, e l'ombra dietro di lui si allungava sulle pareti come fumo.

VoltAstra corse verso il nucleo energetico della Torre: una sala circolare con un enorme cristallo artificiale sospeso, il Prisma, che di solito distribuiva energia pulita alla città. Ora era opaco, come se qualcuno ci avesse versato sopra inchiostro.

Accanto al cristallo c'era un cilindro trasparente che pulsava. Dentro, una massa di luce compressa si agitava come un temporale in barattolo.

“Stai costruendo una batteria illegale,” disse VoltAstra. “Una super-batteria. E quando sarà piena… cosa farai? Spegnerai tutto e ti porterai via la città in tasca?”

Il Maestro Spento si irrigidì. “La città mi ha dimenticato. Io ero un ingegnere della Torre. Ho chiesto di migliorare la rete, di renderla più sicura. Mi hanno riso in faccia. Ora vedranno quanto vale il buio.”

VoltAstra si avvicinò lentamente, parlando con calma ma con fuoco nella voce.

“Capisco la rabbia. Ma non hai il diritto di far pagare agli altri. La responsabilità è questo: quando puoi fare qualcosa, devi scegliere di farla bene.”

Lui tremò. “Tu non capisci.”

“Capisco abbastanza da sapere che stai per far saltare i fusibili di metà città,” disse VoltAstra, indicando il cilindro. “Quella cosa è instabile.”

Il Maestro Spento cercò di bloccarla con un'ombra, ma la coreografia delle insegne fuori continuava a pulsare. L'energia arrivava a ondate, e il cilindro faceva “vuuum” come una pentola a pressione.

VoltAstra guardò i pannelli di controllo. Le serviva una soluzione che non distruggesse il Prisma, che non ferisse nessuno, e che fermasse il Maestro Spento.

Creatività, le disse la sua mente. Non forza.

Allora vide una leva di emergenza: “Scarico controllato nel circuito secondario”.

Circuito secondario… che alimentava gli impianti non essenziali, come le fontane luminose del parco, le decorazioni, le luci artistiche. Una rete separata, fatta per assorbire picchi senza rischiare gli ospedali o i trasporti.

“Perfetto,” sussurrò VoltAstra. “La città ha un paracadute.”

Afferrò il suo disco-metronomo e lo collegò al pannello. Poi parlò al visore e aprì un canale con Ilenia e Rami.

“Rami, Ilenia, mi sentite? Sono nel nucleo della Torre Prisma. Ho bisogno che manteniate la sequenza di lampeggio per altri trenta secondi.”

La voce di Ilenia gracchiò nel comunicatore: “Trenta? Ci stiamo. Ho appena convinto un cartellone di crema solare a collaborare. Non chiedermi come.”

Rami: “VoltAstra, fai attenzione.”

VoltAstra inspirò. Poi guardò il Maestro Spento.

“Ultima possibilità. Spegni tu l'imbuto.”

Lui strinse i pugni. “No.”

“Ok,” disse lei, e tirò la leva.

Il circuito secondario si aprì come un canale. L'energia compressa nel cilindro iniziò a scorrere via, non esplodendo, ma riversandosi in una rete pronta ad assorbirla. Fu come liberare un fiume dentro mille piccoli ruscelli.

Fuori, in tutta Lumen City, le fontane luminose si accesero. I lampioni tornarono a brillare. Le insegne si trasformarono in un'onda finale, un flash armonioso che attraversò la città come un respiro.

Il cilindro si svuotò. Il Prisma riprese a pulsare, limpido.

Il Maestro Spento cadde in ginocchio, la maschera inclinata, il mantello senza riflessi.

“Mi hai… rubato il buio.”

VoltAstra si avvicinò e gli tolse delicatamente il dispositivo dalle mani, come si toglie un oggetto pericoloso a un bambino testardo.

“Non ti ho rubato niente,” disse. “Ho restituito.”

Capitolo 6 — Una città che respira tranquilla

Quando la polizia speciale arrivò, VoltAstra rimase a distanza. Non voleva fare la star. Voleva solo assicurarsi che nessuno fosse rimasto bloccato in ascensori o al buio nei reparti.

Tornò al Campus Medico Aurora, dove Rami e Ilenia l'aspettavano nel cortile interno. Le luci del campus erano tornate morbide e costanti, come una coperta calda.

Ilenia le corse incontro. “Hai fatto ballare la città! Ho visto le fontane dal tetto. Sembrava… una galassia.”

VoltAstra si tolse il visore e si massaggiò la fronte. “Ammetto che per un momento ho pensato che mi sarei schiantata di nuovo. Ma la città aveva un paracadute. E voi mi avete dato gli strumenti.”

Rami le porse una bottiglietta d'acqua. “E tu hai scelto la soluzione più difficile: quella che non distrugge niente.”

VoltAstra bevve e fece una smorfia. “L'acqua è tragicamente priva di zucchero.”

Ilenia ridacchiò. “E il Maestro Spento?”

“Lo porteranno in un centro di valutazione,” disse VoltAstra. “Era un ingegnere. Aveva talento. Ma ha confuso ‘essere ignorato' con ‘avere il permesso di fare male'. Magari un giorno userà la sua testa per costruire invece che per spegnere.”

Rami annuì. “Gli ospedali non hanno perso un secondo di corrente. La tua idea del circuito secondario… brillante.”

VoltAstra fece un mezzo saluto militare. “La creatività salva più vite di quanto si creda.”

Più tardi, quando tornò sui tetti, Lumen City era di nuovo accesa. Non abbagliante, non rumorosa: semplicemente viva. Le persone camminavano tranquille, i tram scorrevano, le finestre brillavano come piccoli mondi privati.

VoltAstra si fermò sul bordo di un grattacielo e guardò la città.

Sentiva di nuovo tutto: il ronzio felice dei cavi, i battiti dei semafori, il canto elettrico delle case. Un'orchestra.

“Ok,” disse a bassa voce, come se parlasse a Lumen City stessa. “Per stasera sei al sicuro.”

Da qualche parte, una fontana luminosa cambiò colore, passando al blu. Sembrava quasi un cenno.

VoltAstra sorrise. Poi fece un passo indietro, prese la rincorsa e saltò verso il tetto successivo, leggera e decisa, con il vento che le pettinava i ricci.

Non perché non avesse paura di cadere.

Ma perché aveva imparato a trasformare anche una caduta in un modo per rialzarsi meglio. E questa, pensò, era la vera superforza.

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Orecchia interna
Una sensazione dentro di sé che percepisce suoni o vibrazioni non normali.
Ologramma
Un'immagine proiettata nello spazio che sembra reale ma è fatta di luce.
Tracciato energetico
Il percorso immaginario dove scorre l'energia elettrica nella città.
Imbuto
Un oggetto a forma conica che serve a convogliare o raccogliere qualcosa.
Onda nera
Nel racconto, una barriera scura che copre e toglie luce alle cose.
Magnetismo
Una forza che attira o respinge oggetti di metallo, come calamite.
Guanti a induzione
Guanti speciali che usano campi elettrici o magnetici per muoversi.
Sovraccarico controllato
Un aumento di energia gestito apposta per creare un effetto preciso.
Microcorrenti
Piccoli flussi di elettricità che si usano per misurare o sentire segnali.
Prototipo
Un primo modello di un oggetto creato per provarlo e migliorarlo.
Generatori
Macchine che producono elettricità quando serve durante i blackout.
Sinfonia nascosta
Un insieme di suoni o segnali che si sentono solo se si ascolta bene.

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