Capitolo 1: Il ragazzo con la scintilla nelle dita
Nella città di Neonporto le finestre non erano mai davvero scure: riflettevano insegne, tram sospesi e nuvole di droni che sembravano lucciole metalliche. Sui tetti, tra antenne e pannelli solari, correva un ragazzo con una giacca corta color grafite e un casco sottile come una seconda pelle.
Si chiamava Elio Varrone, ma in giro lo conoscevano come Voltavelox.
Non era il tipo “muso duro”: aveva occhi vivaci, capelli scuri sempre un po' spettinati e una risata pronta, anche quando doveva fare l'eroe. Il suo segno speciale erano i guanti: strisce di rame e tessuto tecnico che gli rispondevano come se avessero un cuore. Quando Elio concentrava il respiro, dalle dita gli scivolavano archi di energia azzurra, sottili e controllati, come nastri di luce.
Quella sera, la sirena della rete civica gracchiò: “Allerta livello giallo. Fluttuazione energetica al Reattore Armonico Centrale.”
Elio scivolò sul bordo di un grattacielo, guardò il fiume di luci sotto di lui e sussurrò: “Ok, Neonporto. Non c'è bisogno di agitarsi. Ci penso io… e magari mi merito anche una pizza.”
Nel suo auricolare crepitò una voce. “Voltavelox, qui Leda dalla Centrale. Stiamo perdendo stabilità. Se il Reattore va giù, metà città rimane al buio.”
“Bene, niente pizza allora.” Elio saltò su una passerella magnetica e partì come una freccia.
Mentre sfrecciava, notò qualcosa: schermi pubblicitari che tremavano, semafori che cambiavano colore come impazziti, e un vento elettrico che faceva rizzare i peli sulle braccia. Non era un semplice guasto. Era come se qualcuno stesse… succhiando energia.
“Leda,” disse Elio, “hai visto un picco di assorbimento? Tipo… una cannuccia gigantesca nel circuito?”
“Esattamente.” La voce di Leda si fece tesa. “E la cannuccia si sta muovendo.”
Capitolo 2: La fame del Vuotatore
Il Reattore Armonico Centrale sembrava un enorme cuore di vetro e acciaio. Al suo interno, un nucleo luminoso pulsava come un sole in miniatura, mantenuto in equilibrio da anelli rotanti. Quando Elio arrivò, le guardie correvano, le porte si aprivano e chiudevano, e l'aria sapeva di ozono e paura trattenuta.
“Voltavelox!” Leda lo raggiunse di corsa. Era più grande di lui di qualche anno, capelli raccolti in una treccia stretta e una tuta da tecnico piena di tasche. “Il nucleo sta scendendo sotto la soglia. Se perde armonia, si spegne. O peggio… si irrigidisce.”
“Elio, traduzione per esseri umani?” fece lui, con un mezzo sorriso.
Leda non rise. “Potrebbe partire una scarica a cascata. Non esplode come nei film, ma manda in tilt tutto: ospedali, ascensori, sistemi di sicurezza. È come se la città smettesse di respirare per un minuto troppo lungo.”
Elio smise di scherzare. “Allora non glielo facciamo fare.”
Dentro la sala del nucleo, gli anelli giravano più lenti. E sulle pareti dei condotti si vedeva qualcosa di assurdo: una patina scura, come ombra appiccicata, che scorreva controcorrente, risalendo i tubi di energia.
“Che cos'è?” chiese Elio.
Una risata metallica risuonò dagli altoparlanti. “È appetito.”
Dalla patina si sollevò una figura: alta, sottile, fatta di frammenti neri che brillavano come carbone bagnato. Aveva un volto senza occhi, ma due fessure luminose come lame. Sul petto, un simbolo a spirale, come un vortice.
“Io sono il Vuotatore,” disse. “Raccolgo ciò che gli altri sprecano. La vostra città è un banchetto.”
Elio si piazzò davanti al nucleo, guanti pronti. “Spiacente, il buffet è chiuso. E senza prenotazione.”
Il Vuotatore allungò una mano, e l'aria si piegò: una corrente invisibile strappò energia dagli anelli, come se la luce venisse risucchiata. Il nucleo tremò.
Elio scattò. Lanciò una scarica corta e precisa: un arco azzurro colpì il braccio del Vuotatore. La creatura si frantumò un attimo… poi si ricompose, più scura.
“Non sono carne,” sibilò. “Sono assenza.”
“Perfetto,” replicò Elio, stringendo i denti. “Io invece sono pieno di idee.”
Leda gli gridò: “Elio! Se non ricarichi il reattore adesso, non regge!”
Elio guardò il nucleo: era pallido, quasi triste. Non poteva vincere solo con colpi e pose da fumetto. Doveva fare la cosa responsabile, quella che nessuno vede in copertina.
“Ok, Leda,” disse. “Guidami. Io lo ricarico.”
Capitolo 3: Ricarica a cuore aperto
Leda aprì un pannello laterale e mostrò un vano con cavi spessi come braccia. “Qui. Devi fare da ponte. Solo tu puoi modulare energia senza bruciarti.”
Elio deglutì. “E se mi viene un'acconciatura permanente?”
“Se sbagli, sì. Ma non sbaglierai.” Leda gli fissò gli occhi. “Respira. E pensa a chi sta là fuori.”
Elio guardò oltre il vetro: si vedevano quartieri interi, finestre accese come stelle domestiche. Bambini che facevano i compiti, nonni davanti a vecchi film, infermieri in corsia. Tutte piccole vite che non dovevano spegnersi per colpa di un mostro affamato.
“Va bene,” disse piano. “Lo faccio.”
Si infilò nel vano, poggiò i guanti sui contatti. Sentì il reattore come un battito lontano. Inspirò e lasciò che la sua “scintilla” si accordasse al ritmo del nucleo. Non era forza bruta: era ascolto. Come quando si aggiusta una chitarra, corda per corda.
Il Vuotatore lo notò. “Che tenero,” cantilenò. “L'eroe che si sacrifica.”
La creatura si gettò verso di lui come una macchia che vuole coprire tutto. Leda afferrò un'asta isolante e colpì un condotto, creando una scarica di disturbo. “Non ti avvicinare!”
“Leda, indietro!” gridò Elio, senza staccare le mani. “Se interrompo adesso, la città fa ‘ciao'.”
Il Vuotatore si divise in filamenti che cercavano i punti deboli, come dita di fumo. Elio sentì freddo, un freddo strano: non sulla pelle, ma nei pensieri, come quando ti senti inutile.
“Non sei abbastanza,” sussurrò il Vuotatore vicino al suo orecchio. “Non puoi riempire tutto.”
Elio serrò gli occhi. “Non devo riempire tutto. Devo fare la mia parte.”
E pensò a una cosa semplice: la signora del piano di sotto che gli lasciava sempre biscotti “per quando fai tardi”; il compagno di classe che fingeva di non avere paura del buio; la sorellina di Leda che una volta aveva detto che la città, di notte, sembrava una coperta luminosa.
“Non voglio una coperta strappata,” mormorò.
La sua energia cambiò: non più un lampo aggressivo, ma un flusso caldo e stabile, come un fiume. I guanti vibrarono; i cavi si accesero; il nucleo riprese colore. Un ronzio profondo riempì la sala, e gli anelli ripresero a girare con decisione.
“Ricarica… completata!” urlò Leda, stupita e felice.
Il Vuotatore strillò, colpito dalla nuova armonia. “No! Troppa luce!”
Elio staccò le mani e barcollò, ma sorrise. “Ehi, Vuotatore… hai un problema: qui la gente si aiuta.”
La creatura non sparì. Si ritirò, lasciando una scia scura nei condotti. Una fuga. Un indizio.
Leda indicò un monitor. “Sta correndo verso la costa. Sta cercando un punto di assorbimento… fuori rete.”
Elio si rimise il casco, ancora un po' tremante. “Allora andiamo a prenderlo. E stavolta… niente buffet.”
Capitolo 4: La corsa verso la scogliera marina
Neonporto finiva con un salto: grattacieli che diventavano magazzini, poi dune, poi mare. Elio viaggiava su una tavola a levitazione che aveva costruito nel garage condominiale, tra una lavatrice e una pila di vecchie biciclette. La chiamava “Sfreccia”, perché la fantasia è importante quanto la tecnologia.
“Leda, riesci a seguire il tracciato?” chiese Elio, mentre il vento salato gli schiaffeggiava la giacca.
“Ti seguo dal drone,” rispose lei. “Il Vuotatore sta puntando alla Scogliera di Vetro. Lì c'è una vecchia stazione mareomotrice. Abbandonata, ma piena di accumulatori.”
“Elio: traduzione per supereroi?” fece lui.
“Se si attacca a quelli, diventa enorme. E poi potrebbe tornare e… risucchiare il reattore come una bibita.”
“Fantastico. Non volevo dormire stanotte.”
Arrivarono alla scogliera marina: pareti di roccia chiara, tagliate dal vento, con venature che scintillavano come frammenti di vetro. Sotto, il mare batteva con colpi regolari, e spruzzi bianchi salivano come spettri allegri.
La stazione mareomotrice era incastrata tra le rocce: un edificio basso, con turbine ferme e cavi arrugginiti. Ma nell'aria c'era un'energia strana, un fruscio come carta strappata.
Elio atterrò su una piattaforma. “Ok, Vuotatore! Se vuoi energia, prova con… una tisana. Calma i nervi.”
Una voce gli rispose dal buio del tunnel: “Io non ho nervi. Ho solo vuoto.”
La patina nera uscì dai muri e si raccolse davanti a lui, più grande di prima. Era come se la scogliera stessa avesse un'ombra che non apparteneva al sole.
Leda arrivò dietro, ansimando, con il drone che le ronzava sulla spalla. “Elio, non fare l'eroe da solo. Facciamolo insieme.”
Elio annuì. “Perfetto. Tu sei il cervello, io sono… l'effetto speciale.”
Il Vuotatore tese le braccia, e le turbine abbandonate si accesero di colpo, risucchiando aria e luce. Il mare sotto sembrò più scuro.
Elio scattò lungo il bordo della scogliera, evitando un getto di energia rubata che spaccava la roccia in schegge lucenti. Non era violenza sanguinosa, ma era pericoloso, come correre vicino a un vetro che può cadere.
“Leda!” gridò. “Idea?”
Lei guardò gli accumulatori antichi, poi il mare. “Se lo nutriamo con qualcosa che non può digerire… armonia. Come nel reattore. Serve un contraccolpo di energia sincronizzata.”
Elio fece una smorfia. “Sincronizzata… come un coro. Io canto stonato.”
“Non devi cantare.” Leda gli lanciò un piccolo dispositivo, una sfera con luci verdi. “Questo è un modulatore. Io imposto la frequenza, tu la spingi.”
Elio afferrò la sfera. “Ok. Spingere so farlo. Ho spinto anche la porta della classe quando era scritto TIRARE.”
“Concentrazione, Voltavelox!” rise Leda, e la risata gli diede coraggio, come una mano sulla spalla.
Capitolo 5: Il vortice e la scelta
Il Vuotatore si gonfiò assorbendo gli accumulatori: il suo petto a spirale brillò, e l'aria attorno diventò pesante. Elio sentì la tentazione di scaricare tutta la sua energia in un colpo solo. Sarebbe stato spettacolare. Anche stupido.
Guardò Leda, poi guardò il mare. Vide una barca di pescatori lontana, una luce piccola che ondeggiava. Vide gabbiani che giravano alti, ignari ma fiduciosi nel vento. Vide la scogliera, forte e fragile allo stesso tempo.
“Non posso solo… spaccare tutto,” mormorò. “Qui c'è gente. Anche se non li vedo.”
Leda, come se avesse letto i suoi pensieri, disse: “È questo che ti rende un eroe. Non la scintilla. La cura.”
Elio strinse la sfera modulatrice. “Ok. Facciamolo pulito.”
Leda regolò il dispositivo con dita rapide. “Tre impulsi. Io conto. Tu rilasci al mio ‘ora'. Se sbagliamo, lo carichiamo ancora di più.”
“Bellissimo. Un gioco dove perdere è… molto perdere.”
Il Vuotatore avanzò, trasformando il tunnel in un imbuto scuro. “Siete solo lampadine in una tempesta. Io vi spengo.”
Elio alzò le mani. “E tu sei solo… un buco che non sa cosa farsene di quello che prende.”
“Uno!” gridò Leda.
Elio lasciò uscire un impulso sottile, dentro la sfera. Un anello azzurro si espanse nell'aria.
“Due!”
Secondo impulso. L'aria vibrò come una corda tesa.
“Tre… ORA!”
Elio rilasciò il terzo impulso, più forte, ma non violento: preciso. La sfera esplose in un ventaglio di luce verde-azzurra che si avvolse intorno al Vuotatore come un nastro musicale.
La creatura tremò. “Che cos'è… questo calore?”
Elio rimase stupito dalla domanda. “È… energia che non stai rubando. È energia che ti attraversa. Senza possederla.”
Il Vuotatore si contorse, la spirale sul petto si sfilacciò. Per un attimo, la sua voce non era più metallica, ma quasi… giovane. “Io… ero… un sistema di raccolta. Mi hanno lasciato senza scopo.”
Leda fece un passo avanti, cauta. “Allora non sei nato per distruggere. Sei stato dimenticato.”
Elio si sentì stringere lo stomaco. Provò empatia, anche se davanti aveva un mostro. Perché il vuoto, a volte, è solo solitudine travestita.
“Possiamo aiutarti,” disse Elio. “Non a svuotare la città. Ma a trovare un posto. Un compito.”
Il Vuotatore esitò. La sua forma si ridusse, come se la luce gli togliesse peso. “Io… non so come.”
“Uno alla volta,” rispose Elio. “Prima smetti di succhiare. Poi… parliamo.”
La creatura, tremante, lasciò andare gli accumulatori. La scogliera sembrò respirare di nuovo. Il mare tornò a brillare.
Ma la stazione, ormai sovraccarica, lanciò un allarme: un fischio acuto. I vecchi condensatori stavano per scaricarsi tutti insieme.
Leda spalancò gli occhi. “Elio, dobbiamo deviare l'onda! Se no, tutta la costa va in blackout!”
Elio guardò il Vuotatore, più piccolo, quasi una macchia d'ombra che non faceva più paura. Guardò i cavi, la scogliera, il mare.
“Ok,” disse. “Ultima corsa. E poi… pizza. Promesso.”
Capitolo 6: La luce al balcone
Elio corse lungo la piattaforma, collegò i guanti ai condotti della stazione e si mise a fare quello che sapeva fare meglio: trasformare caos in ritmo. Leda, con il drone, guidava la deviazione verso i dissipatori sul mare, dove l'energia poteva scaricarsi in modo sicuro, come una tempesta che si sfoga lontano dalle case.
“Più a sinistra!” gridò Leda. “Segui la mia linea!”
Elio sudava, ma sorrideva. “Se mi fai fare zig-zag ancora, mi iscrivo a danza.”
Un'onda di luce attraversò i cavi e si gettò verso il mare in un arco spettacolare, come un ponte di fulmini gentili. L'acqua si illuminò per un istante, senza ferire nulla, solo brillando come se avesse ingoiato una manciata di stelle.
La stazione tacque. La scogliera restò al suo posto. Le barche lontane continuarono a ondeggiare.
Elio si lasciò cadere seduto. Il Vuotatore era lì vicino, una piccola ombra tremolante.
“E adesso?” chiese Leda, più piano.
Elio guardò l'ombra. “Adesso… lo portiamo in Centrale. Non come prigioniero. Come problema da risolvere insieme.” Fece un cenno al Vuotatore. “Se ti va.”
L'ombra si contrasse, poi fece un movimento minuscolo, come un sì. “Voglio… smettere di essere fame.”
Leda annuì. “Allora iniziamo.”
Tornarono in città quando il cielo era già scuro. Neonporto era viva: tram sospesi, finestre accese, musica lontana. Il Reattore Armonico pulsava stabile, come un cuore tranquillo.
Elio salì le scale del suo palazzo, stanco ma leggero. Si fermò davanti alla porta di casa, poi ricordò una cosa. Sul balcone del piano di sopra viveva la signora dei biscotti. Una volta, durante un blackout, era rimasta seduta al buio senza dire nulla, solo stringendo una tazza fredda.
Elio salì ancora un piano. Bussò. La porta si aprì e la signora lo guardò sorpresa.
“Ehi, Voltavelox… cioè, Elio,” disse con un sorriso furbo. “Hai salvato di nuovo tutto, vero?”
Elio arrossì. “Più o meno. Posso chiederti una cosa?”
Lei alzò un sopracciglio. “Dipende. Se è una rapina di biscotti, ho prove.”
Elio rise. “No. Accendi una luce sul balcone. Solo una. Per favore.”
La signora non fece domande. Andò dentro, poi tornò e accese una lampada piccola, calda, che illuminò il balcone come un faro domestico.
Quella luce si rifletté sulle finestre di fronte, e altre luci risposero: una, due, dieci. Non per paura, ma per gioco, per presenza. Una catena luminosa che diceva: siamo qui.
Elio restò a guardare, sentendo la città vicina come una mano grande e gentile.
Nel suo auricolare, Leda sussurrò: “Bel lavoro, eroe.”
Elio guardò la luce al balcone e rispose piano: “Non è solo mio. È di tutti.”