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Storia di supereroi 11/12 anni Lettura 24 min.

Saetta armonica e il temporale col joystick a Luminara

Naira Voltini, ingegnera di giorno e Saetta Armonica di notte, affronta un temporale manipolato dal misterioso Dottor Nimbus per proteggere la Cupola Solare e la città di Luminara, contando sull'astuzia e sull'amicizia di Milo.

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Una donna eroina, Naira Voltini, ~25 anni, espressione determinata, capelli in treccia con ciocca ramata, costume grigio con linee arancioni luminose, guanto e bracciale cristallini arancioni; tiene le braccia alzate dirigendo fulmini gialli e bianchi che si arrotolano come nastri verso un tunnel di evacuazione energetica; al suo polso appare olograficamente Milo (~28 anni), sorriso preoccupato, capelli arruffati e occhiali sottili, che mostra grafici e indica una mappa; sullo sfondo a destra un drone nemico nero e lucido con antenna riflettente e pulsazioni violette; ambientazione: piattaforma superiore di una grande Cupola Solare con piastrelle metalliche grigie, pannelli fotovoltaici inclinati, passerelle e cavi, pioggia diagonale e nuvole turbinanti, gocce che brillano e vapore che sale dal canale sottostante. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La ragazza che ascoltava i fulmini

Nella città di Luminara le notti non erano mai davvero scure: i grattacieli portavano fasce di luce blu e i tram sospesi filavano come lucciole su binari magnetici. Sui tetti, antenne eoliche giravano lente, come se stessero annusando il vento.

Naira Voltini correva sul bordo di un terrazzo con passi sicuri. Aveva vent'anni, una tuta color grafite attraversata da linee arancioni che pulsavano a ritmo del suo respiro, e un mantello corto che non svolazzava a caso: era cucito con un tessuto “intelligente” che si irrigidiva quando serviva. I capelli, raccolti in una treccia alta, avevano una ciocca color rame che brillava sempre, come se avesse catturato un pezzo di tramonto. Sul polso sinistro portava un bracciale di cristallo opaco: il suo regolatore.

Per tutti, di giorno, era una giovane ingegnera della Centrale Meteo. Di notte era Saetta Armonica, la supereroina che non “sparava” fulmini: li ascoltava, li piegava, li guidava.

Naira chiuse gli occhi. L'aria aveva un sapore metallico, e quella era una cattiva notizia. Sopra le nuvole, qualcosa stava caricando.

Dal bracciale arrivò un bip e poi una voce frizzante: — Naira? Se non rispondi, giuro che mando un drone a farti il solletico. —

Era Milo, il suo amico tecnico, campione mondiale di battute fuori tempo.

— Sto bene, Milo. — Naira aprì gli occhi. — Ma il cielo… è troppo teso. —

— Confermo. Il Radar Sismonembi dice che arriva un temporale “con carattere”. E quando il radar usa le virgolette, io mi preoccupo. —

Naira guardò verso il centro: la Cupola Solare che alimentava mezza città luccicava come un'enorme lente. Se un fulmine la colpiva male, la rete elettrica avrebbe fatto “ciao ciao” e poi “aiuto”.

— Hai visto da dove nasce? — chiese Naira.

— Da nord-est, sopra il vecchio distretto industriale. Ma c'è una cosa strana… — Milo abbassò la voce, come se il cielo potesse ascoltarlo. — Il temporale è… guidato. Le scariche fanno disegni troppo ordinati. —

Naira serrò la mascella. Un temporale guidato significava una sola parola: qualcuno.

— Allarme giallo, — disse. — Io vado. Tu tienimi la città in mano. E non stringerla troppo. —

— Ah! Ho capito: vuoi che non la stropicci. Vai, Saetta Armonica. E… ehi, fai la cosa giusta, come sempre. —

Naira scattò. Le linee arancioni della tuta si accesero; il bracciale ronzò. Con un salto agile raggiunse un cavo di servizio, lo usò come trampolino e atterrò su un drone-taxi che passava basso. Il pilota automatico protestò con un “BEEP” indignato.

— Promesso, solo un passaggio! — disse lei, e corse sul tetto del drone come se fosse un marciapiede volante.

Sopra Luminara, il vento iniziò a ululare. E tra le nuvole, un lampo si piegò come un serpente.

Capitolo 2: Il temporale con il joystick

Naira lasciò il drone e planò su un edificio vicino al distretto industriale. Qui le luci erano più spente, le strade più larghe e i vecchi capannoni avevano finestre rotte che sembravano occhi stanchi. Il cielo, invece, era sveglissimo: nubi gonfie e scure giravano su se stesse come una gigantesca giostra.

Il bracciale vibrò. Naira sentì la corrente nell'aria come un ronzio sotto la pelle. Fece un gesto con la mano e una scintilla le saltò sul palmo, docile.

— Non sei un temporale normale, — sussurrò. — Ti sento. Ti stanno tirando i fili. —

Tra due capannoni vide una torretta metallica nuova di zecca, troppo lucida per quel quartiere. In cima c'era un anello di antenne e, sotto, una cabina con vetri scuri. Un filo di luce viola pulsava dentro, come un cuore nervoso.

Dal bracciale, Milo: — Naira, ho un aggiornamento: quella zona è “muta” per i sensori. Come se qualcuno avesse messo un cappuccio al radar. —

— Ho trovato il cappuccio, — rispose Naira. — Ed è bruttissimo.

Saltò giù e corse verso la torre. Il vento tentò di spingerla indietro, ma la tuta si irrigidì sulle gambe e lei restò stabile. Quando fu abbastanza vicina, un fulmine scese dritto su di lei.

Naira alzò le braccia e lo “prese” come si prende una corda al volo. La scarica le attraversò il bracciale, che diventò incandescente. Lei non urlò: respirò, contando. Uno, due, tre. Poi ruotò i polsi e il fulmine cambiò direzione, schiantandosi in un terreno vuoto lontano dai palazzi.

— Devi imparare le buone maniere, — disse al cielo.

La porta della cabina si aprì con un sibilo. Ne uscì una figura alta con un impermeabile argentato e un casco a specchio. La voce era filtrata e teatrale:

— Ah! La famosa Saetta Armonica. Arrivi sempre quando i miei esperimenti diventano… spettacolari.

— E tu sei? — chiese Naira, mantenendo le mani pronte.

— Dottor Nimbus, per gli amici. Per i nemici… “ultimo avviso”. — Nimbus fece un inchino. — Questa città vive di energia e di regole. Io voglio vedere cosa succede quando si spezzano entrambe.

Naira strinse i denti. — Le regole non sono catene. Sono promesse. E le promesse tengono in piedi le persone, non solo i palazzi. —

Nimbus ridacchiò. — Che discorso pulito. Peccato che la pioggia non ascolti la morale.

Premette un comando sul polso. Le antenne sull'anello si accesero. Il temporale rispose come un animale addestrato: un vortice si formò e un lampo colpì la Cupola Solare lontana, ma non la toccò: si fermò a metà strada, sospeso, tremante, come se aspettasse un “via”.

Naira sentì un brivido. Nimbus stava “parcheggiando” i fulmini nell'aria. Un colpo sbagliato e la città avrebbe avuto un blackout, e nel buio le cose peggiori non erano i mostri: erano i panici.

— Milo, — disse nel bracciale. — Mi serve la mappa dei condotti elettrici e… una via rapida per la Cupola. Nimbus sta per colpire.

— Una via rapida? — Milo sospirò. — Ti posso offrire una strada sospesa di servizio, ma è… diciamo… “scenografica”.

— Scenografica va bene. Purché non cada.

— Non cade! Credo. Ti mando le coordinate. E Naira… stai attenta. —

Naira fece un passo avanti. — Nimbus, stoppa la tua torre. La tempesta non è un giocattolo.

— Oh, ma io adoro i giocattoli, — rispose lui. — Specialmente quelli che fanno “boom” senza lasciare segni sulle mie scarpe.

Un muro d'aria la colpì: Nimbus aveva aumentato la pressione con i suoi campi. Naira scivolò indietro di mezzo metro, le scarpe stridettero.

Lei sorrise appena. — Va bene. Allora giochiamo. Ma con le mie regole.

Si lanciò di lato, attirò una scarica minore e la fece scorrere lungo il terreno, spegnendo per un attimo i sensori della torre. Nimbus imprecò. Naira approfittò del battito di silenzio e scattò via, verso la strada sospesa.

Capitolo 3: La strada sospesa sopra il vuoto

La strada sospesa era un vecchio collegamento di manutenzione: un nastro metallico largo quanto un autobus, appeso tra due piloni altissimi. Sotto c'era il Canale delle Turbine, un taglio profondo che inghiottiva l'acqua di raffreddamento della città. Il vento, lì, non soffiava: fischiava.

Naira salì sulla rampa di accesso. Il metallo vibrava sotto i suoi piedi, come una corda di chitarra. Lontano, le luci della Cupola Solare tremolavano dietro una parete di pioggia.

— Milo, sono sulla strada sospesa. — La voce di Naira era ferma, ma il cuore le martellava. — Se mi vedi volare, sappi che non è una nuova abilità.

— Ti vedo sul tracciato! Ehi, secondo i miei calcoli, il vento lì sopra è abbastanza forte da portare via un cartellone pubblicitario… o un tecnico magro come me. Per fortuna tu hai più carattere. —

— Il carattere pesa, vero?

— Solo quando devi portarlo in giro, — rispose Milo. — Nimbus sta spostando i fulmini: li sta “accodando” sopra la Cupola. Hai… tre minuti, forse meno.

Naira corse. La pioggia la frustava, ma la tuta deviava le gocce. Ogni tanto un lampo illuminava la strada sospesa, mostrando bulloni grandi come pugni e cavi tesi come nervi.

A metà percorso, un boato. Un fulmine cadde vicino a uno dei piloni e il metallo tremò. Naira si fermò per un secondo, abbassò il baricentro.

— Non oggi, — disse al vento.

Poi la vide: una famiglia su un piccolo mezzo di servizio bloccato più avanti, una specie di navetta a ruote. Il parabrezza era appannato, e dentro c'erano due adulti e un ragazzino che agitava le braccia.

Naira accelerò e raggiunse il veicolo. Il padre aprì lo sportello con difficoltà.

— Signorina! La navetta si è spenta! — gridò, quasi coperto dal vento. — Il sistema di guida non risponde!

— Restate dentro, — ordinò Naira. — Niente panico. Il panico è scivoloso.

Il ragazzino la fissò con occhi enormi. — Sei… sei Saetta Armonica?

— Dipende, — disse Naira, piegandosi al pannello laterale. — Hai fatto i compiti?

— Quasi!

— Allora sì. — Lei sorrise e collegò il bracciale al circuito del mezzo. Un impulso arancione passò come una scintilla gentile. La navetta tossì e le luci si riaccesero.

Un'altra vibrazione sotto i piedi: il pilone gemette. Nimbus stava aumentando la tempesta. Naira sentì l'energia come un mare in salita.

— Milo, ho civili bloccati sulla strada sospesa. Li mando indietro. —

— Ricevuto. Ti apro una corsia verde ai droni di soccorso. E Naira… grazie. —

Naira guardò la famiglia. — Tornate indietro piano. E ascoltate: non fermatevi a guardare i lampi. Sono belli, ma sono distratti.

— Grazie! — disse la madre, la voce tremante.

Naira diede una spinta al veicolo, poi lo vide ripartire verso la rampa. Il ragazzino le fece un saluto militare esagerato, quasi comico, e lei glielo restituì con due dita alla fronte.

Ora era sola sul ponte. Davanti, la Cupola Solare. Sopra, il cielo carico e “in fila” come un gruppo di bulli che aspettano il momento di spingere.

Naira riprese a correre. Ogni passo era una scelta: avanti, sempre avanti. L'integrità, pensò, non è una parola da dizionario. È quando fai la cosa giusta anche se nessuno ti applaude. E soprattutto quando il vento ti urla di fermarti.

Arrivò alla fine della strada sospesa e saltò sul terrapieno che portava alla Cupola. Il terreno era zuppo, ma il bracciale stabilizzò i suoi muscoli con micro-scariche. Il cielo, intanto, aprì la bocca.

Capitolo 4: Dentro la Cupola Solare

La Cupola Solare era enorme, una semisfera di vetro rinforzato e pannelli fotovoltaici orientabili, come petali. Al centro c'era il Nucleo: un cilindro di energia che trasformava luce e vento in corrente per tutta Luminara.

Naira entrò da un accesso di manutenzione. L'interno era caldo, pieno di odore di ozono e plastica pulita. Le luci d'emergenza lampeggiavano già: rosso e bianco, come un battito preoccupato.

— Milo, sono dentro. Vedo il Nucleo. — Naira parlava mentre correva lungo una passerella. — Se Nimbus colpisce qui, fa un disastro.

— Sto vedendo anche io! Nimbus ha agganciato un “cavo” temporalesco direttamente sopra la Cupola. Sembra che voglia scaricare tutta la tempesta in un colpo.

Naira arrivò alla console principale. Le mani si muovevano veloci: non era solo supereroina, era ingegnera. Aprì i pannelli di deviazione, controllò i livelli, cercò un modo per “scaricare” la tempesta senza ferire la città.

Sul monitor comparve un messaggio lampeggiante: ANOMALIA CAMPO ATMOSFERICO — CONTROLLO ESTERNO.

— Nimbus, — sussurrò Naira. — Ecco il tuo joystick.

Si attivò l'interfono, gracchiante. La voce filtrata di Nimbus riempì la Cupola.

— Naira! Sei entrata nella mia sala da ballo. Mi piace. Sai, la tua città è così… ordinata. Io voglio un momento di caos. Solo uno. Per ricordare a tutti che sono fragili.

Naira premette un pulsante e rispose nell'interfono, calma. — La fragilità non è vergogna. È il motivo per cui ci aiutiamo. Tu invece vuoi solo sentirti grande.

Nimbus rise. — E tu vuoi sentirti giusta. Vediamo chi vince.

Un colpo di tuono fece vibrare le pareti. Sul display, la carica sopra la Cupola salì a livelli assurdi.

Naira fissò il Nucleo. Aveva un'idea rischiosa: usare se stessa come conduttore temporaneo, attirare l'energia e deviarla verso il Canale delle Turbine, dove l'acqua avrebbe dissipato la scarica. Ma avrebbe dovuto farlo con precisione. E avrebbe dovuto farlo adesso.

Milo, nel bracciale, come se le leggesse il pensiero: — Non mi piace il tuo silenzio. Quando stai zitta, inventi cose pericolose.

— Tranquillo, — disse Naira. — Invento cose pericolose ma con senso.

— È la definizione di “paura”, quella.

Naira sorrise. — Milo, mi serve che tu apra i deflettori inferiori verso il Canale delle Turbine. Tutti.

— Naira, sono bloccati dal protocollo di sicurezza. — Pausa. — Che… è stato scritto proprio per evitare che qualcuno faccia una cosa pazza.

— Io non sono “qualcuno”. Sono responsabile. Aprili. Mi prendo io la colpa.

Silenzio, poi un respiro. — Va bene. Ma mi devi una promessa: finisci viva e poi mi spieghi come fai a non tremare mai.

— Promesso. E per la cronaca… io tremo. Solo che non lascio guidare il tremore.

I deflettori si aprirono con un suono basso, come grandi petali che si schiudono verso il basso. Un tunnel d'aria e umidità si formò, collegando la Cupola al Canale.

Naira corse verso una piattaforma esterna di servizio, aprì il portello e uscì sotto la tempesta.

Capitolo 5: Deviare l'ira del cielo

Fuori, la pioggia era una parete. Il vento la spinse di lato, ma Naira agganciò un cavo di sicurezza e si stabilizzò. Sopra di lei, i fulmini “in fila” tremavano come frecce pronte.

Il bracciale ronzò più forte. Naira alzò le braccia e sentì l'energia scendere, attratta. Era come tenere in mano una valanga fatta di luce.

— Nimbus! — gridò nel vento. — Se vuoi dimostrare qualcosa, dimostra di saper fermarti!

La risposta arrivò non con parole, ma con un comando: la prima scarica partì.

Il fulmine scese e colpì Naira. La tuta assorbì parte dell'urto, il bracciale urlò di luce, e Naira strinse i denti finché le guance le fecero male. Il mondo diventò bianco per un istante.

Lei non lasciò andare.

Con un movimento ampio, come un direttore d'orchestra, Naira “girò” la scarica e la spedì verso l'apertura dei deflettori. Il fulmine entrò nel tunnel e scomparve giù, verso il Canale delle Turbine. Un boato lontano, poi un vapore bianco che salì.

— Uno! — disse lei, ansimando. — Avanti il prossimo!

Un secondo fulmine. Poi un terzo. Ogni volta era più difficile: l'energia le faceva tremare le braccia, i muscoli protestavano. Ma Naira contava, respirava, e soprattutto rimaneva lucida.

Milo: — Stai facendo da parafulmine umano! Naira, questa è… questa è da fumetto!

— Sì, — ribatté lei tra un colpo e l'altro. — E nei fumetti il personaggio secondario mi incoraggia. Forza, Milo!

— Ehm… okay! Naira, sei… sei la cosa più testarda e luminosa che abbia mai conosciuto! E una volta hai litigato con una porta automatica, quindi è un complimento enorme!

Naira rise, una risata breve che si spezzò in un respiro. Un fulmine più grosso degli altri stava arrivando: quello “finale”, quello che Nimbus aveva conservato come colpo di scena.

— Questo no, — mormorò.

Il lampo scese come una lancia. Il bracciale raggiunse il limite: le linee arancioni della tuta lampeggiarono impazzite, e Naira sentì l'energia cercare una via d'uscita sbagliata, verso la Cupola.

Per un attimo vide la città sotto: case, ponti, gente minuscola. Tutti affidati a un equilibrio che sembrava fragile.

Naira fece la scelta più difficile: non la scelta più forte, ma la più giusta. Ridusse la potenza del bracciale, lasciando che una parte dell'energia scorresse su di lei invece di rimbalzare sui pannelli. Le bruciò la pelle sotto il tessuto, come un calore feroce, ma controllato. Il dolore non diventò rabbia. Diventò direzione.

— Giù, — ordinò, e guidò la scarica nel tunnel verso il Canale.

Il colpo esplose in basso con un rombo profondo. Le nuvole sopra, improvvisamente, parvero svuotarsi. La tempesta, privata del suo “pacchetto” principale, iniziò a disperdersi. La pioggia diminuì, il vento si calmò come un cane che smette di abbaiare.

Naira restò appesa al cavo, tremante. Il bracciale fumava leggermente.

— Milo… — sussurrò. — L'abbiamo… fatto?

— Sì, — disse Milo, la voce rotta dalla gioia. — La carica è crollata. La rete è stabile. Luminara è… accesa.

Naira chiuse gli occhi. — Bene.

Ma un'ombra si mosse tra le nuvole: un drone di Nimbus, nero e lucido, si avvicinò ronzando. Proiettò un ologramma del suo casco a specchio.

— Bravo, — disse Nimbus con ironia. — Hai salvato la Cupola. Ma la mia torretta è ancora in piedi. E io non ho ancora finito di giocare.

Naira aprì gli occhi, stanca ma determinata. — Io sì. — Con un gesto rapido, richiamò una piccola scarica residua, non abbastanza per fare danni, ma sufficiente per un compito preciso. La guidò come un filo e la infilò nel canale di controllo del drone.

Il drone fece “BEEP” come un'anatra sorpresa e cadde in picchiata, spegnendosi.

— Giochi finiti, Nimbus, — disse Naira. — E domani… ti troveranno. Perché io non nascondo la verità sotto un casco.

Rientrò nella Cupola, lasciandosi alle spalle il cielo che finalmente respirava.

Capitolo 6: Una promessa tenuta

L'alba arrivò con una luce pulita, lavata dalla pioggia. Luminara brillava come se qualcuno avesse lucidato ogni finestra. I droni di soccorso sorvolavano la strada sospesa per controllarla; la famiglia bloccata era già al sicuro, e la navetta di servizio era stata rimessa in marcia.

Naira, seduta su un gradino all'interno della Centrale Meteo, teneva una tazza di cioccolata calda che Milo le aveva praticamente infilato tra le mani.

— Bevi, — ordinò lui, con i capelli ancora arruffati dalla notte insonne. — È un farmaco ufficiale contro il “sono una supereroina e non lo ammetto”.

— Non sapevo esistesse una ricetta, — disse Naira, sorseggiando. Le tremavano ancora un po' le dita.

— Me la sono inventata. Come fai tu, ma meno esplosiva.

Sul monitor dietro di loro scorrevano le notizie: “TEMPORALE DEVIATO, NESSUN BLACKOUT”, “SUPEREROE MISTERIOSO SALVA LA CUPOLA”. Un'altra finestra mostrava la torretta di Nimbus circondata dalla sicurezza cittadina: qualcuno aveva seguito le tracce energetiche lasciate dal bracciale di Naira e aveva localizzato il dispositivo.

Milo la guardò di sbieco. — Sai che adesso ti chiederanno come hai fatto.

Naira annuì. — Glielo dirò. Tutto. Anche la parte in cui ho bypassato un protocollo.

Milo sgranò gli occhi. — Ti metterai nei guai!

— Forse. — Naira posò la tazza. — Ma l'integrità è questo: non prendi il merito e lasci le conseguenze a qualcun altro. Io ho chiesto di aprire i deflettori. Io ho deciso. È giusto che io risponda.

Milo sospirò, poi sorrise. — Ti odio un pochino quando sei così corretta. Ma anche… ti ammiro tantissimo.

Un messaggio arrivò sul bracciale: una chiamata video. Sullo schermo comparve il ragazzino della strada sospesa, con una faccia seria e i capelli ancora umidi.

— Ehi! — disse lui. — Mia mamma dice che devo ringraziarti meglio. Io… io ti ho fatto un disegno. Sei tu che tieni un fulmine come una corda e lo lanci in un fiume. E sotto ho scritto: “Le promesse tengono il cielo lontano”. È giusto?

Naira sentì un nodo in gola, ma lo sciolse con un sorriso. — È giustissimo. E sai una cosa? Tu hai fatto una promessa ieri: i compiti.

Il ragazzo arrossì. — Sì… li finisco oggi.

— Allora siamo pari, — disse Naira. — Io ho promesso a Milo che tornavo viva. L'ho fatto. E ho promesso alla città che avrei protetto la sua luce. Anche quello l'ho fatto.

Milo si intromise nell'inquadratura. — E io prometto che non dirò a nessuno la storia della porta automatica. Per ora.

— BUGIARDO! — protestò Naira, ridendo.

Il ragazzo rise anche lui e salutò con la mano. La chiamata finì.

Fuori, il sole colpì le antenne e le fece scintillare. La tempesta era lontana, deviata, domata senza distruggere niente. Naira si alzò, agganciò il bracciale al polso con un clic deciso.

— Andiamo, — disse. — C'è da sistemare i rapporti, controllare i danni e… trovare Nimbus prima che inventi un'altra “giostra”.

Milo si rimise gli occhiali, fiero come se avesse appena comandato un'astronave. — Agli ordini, Saetta Armonica. Però prima… posso fare una domanda?

— Spara.

— Quando hai detto “promesso” ieri… tu lo intendevi davvero?

Naira lo guardò dritto negli occhi. — Sempre. Le promesse non sono parole. Sono scelte. E io scelgo di tenerle.

E mentre Luminara si svegliava, luminosa e al sicuro, Naira Voltini uscì nel giorno nuovo con passo leggero, come se anche il cielo le avesse fatto spazio.

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Antenne eoliche
Dispositivi che raccolgono l'energia del vento per trasformarla in elettricità.
Regolatore
Uno strumento che controlla e mantiene stabile qualcosa, come l'energia o la velocità.
Bracciale di cristallo opaco
Un bracciale fatto con un cristallo che non è trasparente, sembra solido e lucente.
Drone-taxi
Un veicolo volante senza pilota che trasporta persone o cose come un taxi.
Scarica
Un flusso veloce di elettricità che si muove nell'aria o in un oggetto.
Cabina
Una piccola stanza o spazio chiuso dove si trovano strumenti o persone al lavoro.
Nastro metallico
Una lunga striscia di metallo usata come passaggio o collegamento strutturale.
Piloni
Grossi colonne o sostegni che tengono in alto ponti o strutture pesanti.
Sensori
Dispositivi che percepiscono informazioni come suono, luce, movimento o energia.
Temporale guidato
Un temporale controllato o diretto da qualcuno, come se seguisse ordini.

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