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Storia di piccoli investigatori 11/12 anni Lettura 20 min.

Il mistero delle figurine scomparse all’esplanada

Nico e i suoi amici indagano sulla scomparsa di una scatola di figurine dalla cartoleria, seguendo indizi che li portano in piazza e nel giardino bagnato per scoprire chi c’è dietro al gesto.

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Un ragazzo di 12 anni, Nico, concentrato e occhi brillanti, in ginocchio nella terra umida tiene con mano tremante una piccola scatola di figurine rare e sorride sollevato; dietro di lui la coetanea Sara, 12 anni, sguardo franco e preoccupato, mani sui fianchi, osserva la scatola; accanto a lei Matteo, circa 14 anni, timido ma sollevato, braccia incrociate, e Leo, circa 11 anni, malizioso e curioso, accucciato vicino a una griglia d'evacuazione e indica una chiave arrugginita e un braccialetto di perle verdi nella fanghiglia; Lina, 9 anni, vergognosa con gli occhi lucidi, tiene il monopattino e un braccialetto verde rotto; sullo sfondo Dario, il custode di circa 50 anni, apre un piccolo cancello; luogo: un giardino comunale dietro il centro civico, terra scura e bagnata, griglia in ferro, piante basse, tubo dell'acqua arrotolato, fontana e panchine in pietra, luce calda di fine pomeriggio; situazione: momento di scoperta e indagine amichevole, volti espressivi, colori vivaci e vestiti sporchi. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: La vetrina vuota

Nico aveva undici anni e una regola personale: prima di accusare qualcuno, guardare meglio. Era un tipo curioso, ma non invadente. E soprattutto era equo: se c'era un dubbio, lo trattava come un nodo da sciogliere, non come una colpa da appiccicare.

Quel pomeriggio la via del quartiere profumava di pane caldo e asfalto tiepido. Nico stava tornando da scuola con lo zaino che gli batteva contro la schiena, quando vide un capannello davanti alla cartoleria “La Ghirlanda”.

La signora Ada, la proprietaria, aveva le guance rosse come due timbri e gesticolava verso la vetrina. Dietro il vetro, dove di solito brillavano penne colorate e quaderni con draghi, c'era uno spazio vuoto.

—È sparita! —sbottò lei. —La scatola delle figurine rare! Era qui stamattina!

—Magari l'hai spostata —provò a dire qualcuno.

—No, no, no. Io non sposto mai le cose rare. Le tengo in vista. E poi… —indicò il lucchetto del cassetto sotto la vetrina— questo era chiuso. Adesso è aperto.

Nico si fece avanti, con la calma di chi ha visto abbastanza litigi al campetto da sapere che urlare non aiuta. Accanto a lui arrivò Sara, dodici anni, capelli raccolti e occhi da falco.

—Nico, lo so già —sussurrò lei—: tutti sospettano di Matteo. È entrato per ultimo.

Matteo, un ragazzo più grande, era lì vicino. Teneva le mani in tasca e fissava i lacci delle scarpe. Sembrava offeso e un po' spaventato.

Nico guardò la vetrina. Notò tre cose: una briciola di terra scura sul bordo del cassetto, un riflesso strano sul vetro come una ditata, e una striscia di nastro adesivo trasparente che pendeva da una scatola di quaderni.

—Signora Ada —disse Nico—, posso fare una domanda? C'era qualcuno con lei stamattina, quando ha messo la scatola?

—Solo io. E più tardi sono entrati dei clienti. Normale.

—E il lucchetto… è rotto?

—No. È… è come se qualcuno avesse trovato la chiave.

Sara incrociò le braccia. —O come se qualcuno l'avesse copiata.

Matteo alzò la testa. —Io non ho preso niente.

Nico annuì. —Allora aiutaci. Chi è entrato prima di te?

Matteo esitò, poi indicò verso la porta. —Un signore con un cappello chiaro. Ha chiesto una busta. E una bambina con un monopattino, tutta di corsa.

La signora Ada sospirò. —E io che volevo fare una sorpresa al quartiere… dovevo regalare quelle figurine alla festa di domenica.

Nico guardò Sara. —Facciamo un'indagine. Ma con una regola: niente accuse senza prove.

Sara sorrise appena. —Mi piace. E partiamo da quel nastro.

Capitolo 2: Tre indizi e una regola

Nico e Sara entrarono nella cartoleria. L'aria sapeva di carta nuova e colla. La signora Ada, ancora agitata, li lasciò avvicinare alla vetrina.

—Non toccate troppo —disse—, poi mi fate venire le paranoie.

—Promesso —rispose Nico. —Guardiamo soltanto.

Sara indicò la striscia di nastro adesivo. —Vedi? Qualcuno ha staccato qualcosa in fretta e l'ha riattaccato male. Come quando chiudi un pacco e ti restano le dita appiccicose.

Nico seguì il nastro fino a una pila di quaderni. Tra due copertine lucide c'era un bigliettino piegato in quattro. Nico lo prese con due dita, come se fosse un biscotto appena uscito dal forno.

Sul biglietto c'era scritto, con una penna blu:

“CI VEDIAMO ALL'ESPLANADA. ORE 17. PORTA LA SCATOLA.”

Sara fischiò piano. —Esplanada… la piazza grande dietro la fontana. Quella con le panchine lunghe.

—Sì —disse Nico—. Ma chi l'ha scritto? E a chi?

La signora Ada si portò una mano al petto. —Io non ho scritto niente del genere!

Nico osservò ancora. La terra scura sul cassetto sembrava umida, come quella dei vasi o dei giardini. E la ditata sul vetro era all'altezza del gomito di un adulto, non di un bambino.

—Quindi —riassunse Nico, parlando a bassa voce con Sara— abbiamo: un messaggio per l'esplanada, terra umida e una ditata alta. E un lucchetto aperto senza essere rotto.

Sara fece un elenco con le dita. —Possibili spiegazioni: qualcuno aveva la chiave. Oppure l'ha presa quando la signora Ada era distratta. Oppure… qualcuno ha lasciato il cassetto aperto e lei non se n'è accorta.

—Lei è precisa —disse Nico. —Non credo.

Matteo, rimasto sulla porta, intervenne con un filo di voce: —Il signore col cappello… aveva le mani sporche. Come se avesse toccato terra.

Sara lo fulminò con lo sguardo. —E te ne ricordi solo adesso?

Matteo arrossì. —Ho detto… ho detto che non ho preso niente. Volevo che mi credeste.

Nico annuì. —Ok. Non è un tribunale. È un'indagine. Matteo, ci aiuti: che cappello era?

—Beige. E aveva… una toppa sulla borsa. Una specie di stella.

Una stella sulla borsa. Nico si appuntò tutto nella testa. Poi sentì vibrare il telefono nella tasca. Non era un numero salvato. “Sconosciuto”.

—Pronto? —disse Nico, con il cuore che fece un salto.

Dall'altra parte, una voce bassa, come se parlasse dietro una sciarpa: —Non guardare solo la vetrina. Guarda chi vuole che tu guardi.

—Chi sei? —chiese Nico.

La linea frusciò. —Alle diciassette. Esplanada. E… portate un amico. È più sicuro.

La chiamata si interruppe.

Sara lo fissò. —Dimmi che non era tua nonna che ha sbagliato numero.

Nico deglutì. —No. Era… qualcuno che sa.

Sara si mise lo zaino meglio sulle spalle. —Allora andiamo all'esplanada. Ma con un piano. E con un amico.

Nico guardò Matteo. —Vuoi venire? Così smettiamo di sospettarti senza motivo.

Matteo annuì forte. —Sì. E porto anche Leo. Lui è bravo a notare le cose. E corre veloce.

Nico sorrise. —Perfetto. Squadra.

Capitolo 3: L'esplanada e la fontana che ascolta

Alle 16:50 l'esplanada era piena di rumori familiari: palloni che rimbalzavano, ruote di skateboard che grattavano, bambini piccoli che inseguivano piccioni convinti di essere leoni.

La fontana al centro spruzzava acqua fresca in archi sottili. Le panchine lunghe, di pietra chiara, erano calde al sole. Nico, Sara, Matteo e Leo si posizionarono come in una partita a scacchi: Nico vicino alla fontana, Sara dietro un albero, Matteo e Leo vicino al chiosco dei gelati.

—Non facciamo gli agenti segreti —borbottò Leo, che aveva una frangia troppo lunga e un sorriso ironico. —Sembro uno che aspetta che gli passi la voglia di studiare.

—È perfetto —sussurrò Sara. —Nessuno sospetta di uno che sembra già sconfitto dalla vita.

Leo fece un inchino. —Grazie, davvero.

Nico guardò l'orologio. 16:59. Il telefono gli pesava in tasca come una pietra.

Alle 17:01 apparve un uomo con un cappello beige. Camminava lento, come se avesse tutto il tempo del mondo. A tracolla portava una borsa con una toppa a forma di stella.

Matteo fece un cenno a Nico. “È lui.”

L'uomo si fermò vicino alla bacheca degli avvisi. Finse di leggere un volantino. Poi guardò attorno, rapido, e si avvicinò a un cestino. Si chinò e infilò qualcosa dietro.

Sara uscì da dietro l'albero, come se stesse facendo solo una passeggiata. Nico le andò incontro, cercando di sembrare normale. Normale, cioè con il cuore che batteva come un tamburo.

L'uomo si voltò. Aveva un viso stanco ma non cattivo. Gli occhi chiari si strinsero, come se stesse valutando una distanza.

—Siete in quattro —disse. —Bravi. La cooperazione è sempre più intelligente della paura.

Nico alzò il mento. —Lei ha preso la scatola delle figurine?

L'uomo sospirò. —Io non rubo ai bambini. Ma qualcuno l'ha presa. E qualcuno vuole che la colpa ricada su un ragazzo facile da accusare.

Sara fece un passo avanti. —Matteo?

L'uomo annuì piano. —Ho visto come lo guardavano. È la cosa più comoda del mondo: scegliere un colpevole perché è a portata di mano.

Leo incrociò le braccia. —E lei chi sarebbe? Il filosofo della fontana?

L'uomo sorrise appena. —Mi chiamo Dario. Sono il custode del centro civico. E ho visto una persona entrare in cartoleria quando la signora Ada era nel retro. Una persona con un monopattino. Ha infilato la mano in una tasca… e poi ha usato una chiave.

Nico sentì un brivido. —Una bambina col monopattino.

—Non saprei l'età precisa —disse Dario—, ma era piccola. E aveva un braccialetto con perline verdi.

Sara si morse il labbro. —Verdi… come quelli che vende la signora Mirta al mercatino.

Dario indicò il cestino. —Dietro c'è un biglietto. L'ho lasciato lì perché non volevo spaventare nessuno. Ma voi sembrate più svegli dei grandi.

Nico andò al cestino e trovò un foglietto arrotolato. Lo aprì.

“SE VOLETE LA SCATOLA, CERCATE DOVE LA TERRA È SEMPRE BAGNATA.”

Matteo guardò la fontana. —Qui la terra è bagnata.

—Ma è troppo ovvio —disse Sara. —E poi la scatola non può essere dentro la fontana.

Leo indicò le aiuole vicino alle panchine. —Lì si annaffia ogni sera. E c'è il giardinetto del centro civico, dietro.

Nico alzò lo sguardo verso Dario. —Lei ci aiuta?

Dario fece un mezzo sorriso. —Io non corro più come voi. Ma posso aprire cancelli.

Nico annuì. —Allora andiamo dove la terra è sempre bagnata. E niente eroi solitari. Restiamo insieme.

Capitolo 4: Il giardino bagnato e la chiave impossibile

Dietro il centro civico c'era un piccolo giardino con un rubinetto che perdeva. Il terreno, vicino al muro, era scuro e lucido, come cioccolato fuso. Un tubo dell'acqua era arrotolato male, e ogni tanto faceva “ploc” come se ridacchiasse.

—Ecco la terra umida —mormorò Nico. —Come quella sul cassetto.

Sara si inginocchiò senza paura di sporcarsi. —Se qualcuno ha nascosto una scatola qui, non l'ha sotterrata troppo. È pieno di radici.

Leo fece il giro, osservando i dettagli. —Guardate quella grata. Quella per lo scolo. Se piove, tutto finisce lì.

Matteo indicò qualcosa vicino al rubinetto: un braccialetto di perline verdi, spezzato.

—Questo è… —disse, e la voce gli tremò.

Sara lo raccolse. —È l'indizio migliore finora.

Nico si chinò vicino alla grata. L'odore era di terra e ferro bagnato. Infilò due dita e sentì qualcosa di rigido. Tirò piano. Era un sacchetto di plastica chiuso con un nodo.

Lo aprì. Dentro c'era la scatola delle figurine rare, intatta, e accanto una chiave piccola con un'etichetta: “Ada - cassetto”.

—Quindi —disse Nico— la chiave è stata rubata, usata e poi nascosta con la scatola. Per far sembrare tutto… un furto perfetto.

Sara si passò una mano tra i capelli. —Ma perché una bambina farebbe una cosa così?

Leo alzò un dito. —Perché qualcuno gliel'ha chiesto. O perché voleva impressionare qualcuno. O perché pensava fosse uno scherzo.

Matteo guardò il braccialetto. —Io… io l'ho visto. La bambina col monopattino viene spesso al campetto. Si chiama Lina. Ha nove anni.

Nico respirò a fondo. —Non la spaventiamo. Le parliamo. Con calma. E con la scatola al sicuro.

Dario, il custode, prese la scatola con delicatezza. —La porto subito alla signora Ada. Voi trovate Lina. E ricordate: non è una caccia al mostro. È una ricerca di verità.

Sara annuì. —E di una spiegazione.

Nico guardò i suoi amici. —Andiamo al campetto. Se Lina è lì, la vedremo. E se non è lì… ragioniamo.

Mentre correvano, Nico sentì di nuovo vibrare il telefono. Numero sconosciuto.

—Pronto? —disse, ansimando.

La stessa voce bassa: —State andando bene. Non dimenticate: chi fa un errore spesso ha paura, non cattiveria.

—Dario? —provò Nico.

Silenzio. Poi un click.

Leo lo guardò di traverso. —Il tuo telefono ha più segreti del mio armadietto.

Nico strinse le labbra. —E io ho più domande di matematica.

Sara sbuffò. —Peggio di così non può andare.

Nico indicò il campetto. —Non dirlo mai. È una sfida all'universo.

Capitolo 5: Lina e lo scherzo che non fa ridere

Lina era seduta su una panchina vicino al campetto, con il monopattino appoggiato al ginocchio. Masticava una gomma con aria da persona che finge di essere tranquilla e invece sta contando i battiti del cuore.

Quando vide Nico, Sara, Matteo e Leo, spalancò gli occhi. Provò a scendere dalla panchina, ma il monopattino le scivolò e fece un rumore secco.

—Ciao, Lina —disse Nico con voce gentile. —Possiamo parlarti un minuto?

—Io… devo andare —balbettò lei.

Sara si sedette sulla panchina, lasciandole spazio. —Non ti blocchiamo. Ti ascoltiamo. È diverso.

Matteo fece un passo indietro, per non metterle pressione. —Non siamo qui per darti addosso.

Lina guardò il braccialetto verde che Sara teneva in mano. Le spalle le crollarono.

—È mio —sussurrò. —L'ho perso.

Nico annuì. —Lo abbiamo trovato vicino a una grata. In un giardino dove la terra è sempre bagnata.

Lina deglutì. La gomma smise di muoversi.

—Non volevo rubare —disse in fretta. —Giuro. È stato… è stato un gioco. Uno stupido.

—Di chi? —chiese Nico.

Lina strinse le mani. —Di mio cugino. Si chiama Riky. Ha quindici anni. Dice sempre che noi piccoli siamo “facili”. Mi ha detto: “Se fai questa cosa, sei coraggiosa. E poi le figurine tornano, non muore nessuno.” Mi ha dato una chiave.

Sara aggrottò la fronte. —La chiave della signora Ada?

Lina annuì, con le lacrime che le riempivano gli occhi. —Lui lavora ogni tanto al bar accanto. La signora Ada lascia le chiavi nel grembiule quando scarica i pacchi. Lui le ha… prese per un attimo. Ha fatto una copia. Io dovevo solo aprire, prendere la scatola e portarla all'esplanada. Ma poi mi sono spaventata. C'era gente. Ho nascosto tutto nel giardino.

Leo fischiò. —Quindi Riky voleva… cosa? Vendere le figurine?

Lina scosse la testa. —No. Voleva fare un video. Uno “scherzo” per i suoi amici. Tipo: “Guardate come si incastra il quartiere”. Io non capivo. Pensavo… pensavo fosse una cosa da ridere.

Matteo strinse i pugni. —E invece hanno guardato me come se fossi un ladro.

Lina lo guardò, disperata. —Mi dispiace. Non volevo.

Nico respirò piano. Il mistero aveva un volto: non un mostro, ma un ragazzo grande che si divertiva a tirare fili.

—Dove possiamo trovare Riky? —chiese Nico.

Lina si asciugò le lacrime con la manica. —All'esplanada. Sempre. Sta vicino al chiosco e fa finta di non fare niente.

Sara si alzò. —Allora si torna lì. Ma insieme. E con un adulto.

Nico guardò Dario, che stava arrivando da lontano, a passo svelto. —Eccolo. Il custode.

Lina lo vide e tremò. —Mi metterà nei guai?

Nico scosse la testa. —Dirai la verità. E noi con te. È così che si ripara.

Capitolo 6: La verità in piazza e il grazie del quartiere

All'esplanada il cielo cominciava a colorarsi di arancio. Le ombre delle panchine si allungavano come righelli. Dario camminava accanto a Nico e agli altri, con la scatola delle figurine in una busta di carta ben chiusa.

Lina teneva il monopattino per il manubrio, come se fosse un'ancora.

Vicino al chiosco dei gelati c'era un ragazzo alto con un giubbotto leggero. Guardava il telefono e rideva da solo. Quando vide Lina, alzò un sopracciglio.

—Oh, eccoti —disse Riky. —Hai fatto la missione?

Dario si avvicinò, senza urlare. La sua voce era calma ma ferma. —Riky, giusto? Parliamo.

Riky fece un sorriso finto. —Io non so niente.

Nico si mise accanto a Lina. —Lo sappiamo che hai fatto copiare la chiave. E sappiamo del biglietto. “Porta la scatola”. Era per qui.

Sara aggiunse: —E sappiamo anche che volevi far incolpare qualcun altro. È una cosa seria.

Leo, con la sua ironia, concluse: —E ti è venuta male. Come quando provi a fare un trucco con le carte e ti cadono tutte.

Riky smise di sorridere. Guardò attorno. La gente in piazza, incuriosita, rallentava. Non c'era un clima di linciaggio, solo attenzione.

Dario tirò fuori la chiave con l'etichetta. —Questa è la prova. E Lina ha raccontato tutto.

Lina parlò, con voce piccola ma chiara. —È colpa mia che ti ho ascoltato. Ma tu mi hai usata.

Riky abbassò lo sguardo. Per un attimo sembrò meno grande. —Era solo un video.

—Un video che fa male —disse Nico. —E fa passare per colpevole chi non c'entra.

La signora Ada arrivò quasi di corsa, con il grembiule ancora addosso. Quando vide la busta di carta, si fermò.

—È… è lì? —chiese.

Dario le consegnò la busta. —Sì. È tornata. Intatta.

La signora Ada la aprì con mani tremanti. Quando vide la scatola, sospirò come se avesse recuperato un pezzo di domenica.

—Grazie —disse, e poi guardò Lina. —E tu, piccola?

Lina abbassò la testa. —Mi dispiace, signora Ada.

La signora Ada la osservò. Poi guardò Riky, che si agitava come uno che cerca una scusa sotto una pietra.

—La cosa giusta —disse Ada— è riparare. Riky, domani vieni in cartoleria. Aiuti a sistemare gli scaffali e a pulire. E Lina… mi aiuterai a preparare i pacchetti per la festa. Così trasformiamo questo pasticcio in qualcosa di buono.

Riky sbuffò, ma Dario posò una mano sulla sua spalla. —È meglio di una punizione senza senso. È responsabilità.

Matteo tirò un respiro lungo, come se finalmente gli si sciogliesse un nodo. —E io posso smettere di essere “quello sospetto”?

Sara gli diede una gomitata leggera. —Sì. Ma resta “quello che ricorda i dettagli”.

Leo indicò Nico. —E lui resta “quello che riceve telefonate da fantasmi”.

Nico arrossì. Guardò Dario. Dario alzò le sopracciglia, innocente come una porta chiusa.

La signora Ada alzò la voce, e anche i vicini che si erano fermati annuirono. Qualcuno batté le mani.

—Grazie, ragazzi —disse Ada. —Grazie al quartiere che sa stare insieme. Senza urla. Senza fretta di giudicare.

Una signora con la spesa aggiunse: —Bravi! Avete fatto squadra!

Nico sentì il petto scaldarsi, come quando trovi finalmente la soluzione di un enigma. Guardò i suoi amici. Non avevano superpoteri. Solo occhi attenti, domande giuste e la voglia di non lasciare indietro nessuno.

La fontana continuava a spruzzare, tranquilla, come se avesse ascoltato tutto e approvato in silenzio.

E per quella sera, l'esplanada non era solo una piazza: era il posto dove un quartiere aveva detto “grazie” alla cooperazione.

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Capannello
Gruppo di persone raccolte insieme in un punto, spesso per parlare.
Vetrina
Grande finestra di un negozio dove si mostrano gli oggetti in vendita.
Lucchetto
Piccolo lucchetto di metallo usato per chiudere cassetti o scatole.
Cassetto
Parte di un mobile che si tira fuori per mettere oggetti dentro.
Gesticolava
Muovere le mani mentre si parla per spiegare o chiedere attenzione.
Briciola di terra
Piccola particella di terra, come una granella di suolo.
Riflesso
Immagine che si vede sul vetro o sull'acqua quando la luce rimbalza.
Nastro adesivo trasparente
Striscia di plastica con colla che si usa per attaccare cose.
Ditata
Segno lasciato da un dito appoggiato su una superficie sporca o unta.
Bigliettino
Piccolo pezzo di carta con un messaggio scritto.
Esplanada
Ampia piazza o spazio all'aperto dove possono radunarsi persone.
Custode
Persona che si occupa della cura e della sorveglianza di un edificio.
Aiuole
Piccole zone di terreno dove si coltivano fiori o piante.
Frusciò
Suono leggero e continuo, come di carta o foglie che si muovono.

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