Capitolo 1 — Il foglietto sparito
Arianna aveva dodici anni, due trecce sempre un po' storte e un'abitudine: notare cose che gli altri lasciavano scivolare via. Come il modo in cui la signora Piera, la proprietaria della cartoleria sotto casa, sistemava le matite tutte con la punta verso la vetrina. O come il signor Lupo, il barista, fischiettava sempre la stessa melodia quando era nervoso.
Quel sabato mattina Arianna entrò nella cartoleria per comprare un quaderno a quadretti. La signora Piera le sorrise, ma lo sguardo le tremò come una gelatina.
—Arianna… per caso hai visto un ricevuto?— chiese, e si corresse subito: —Una ricevuta. Un foglietto bianco, con il timbro blu. Mi serve per il rimborso. Senza, perdo un sacco di soldi.
—Quando l'hai visto l'ultima volta?— domandò Arianna, già con il cervello che si metteva in moto come una ruota di bicicletta.
—Ieri sera. L'avevo qui, sul bancone, insieme alla busta con le foto sviluppate per la scuola.— Piera indicò una pila di cataloghi. —Poi è arrivato un po' di caos: clienti, cambi, la consegna dei pennarelli… e stamattina… puff.
Arianna guardò il bancone. C'erano briciole di gomma da cancellare, una graffetta aperta come una zampa e un segno di caffè secco.
—Posso aiutarti a cercarla?— chiese.
La signora Piera sospirò, sollevata. —Se la trovi, ti regalo un quaderno con copertina fluorescente. E… grazie. Mi vergogno a chiedere.
—Non c'è niente di cui vergognarsi.— Arianna si infilò la lente d'ingrandimento giocattolo che teneva nello zaino “per emergenze investigative”. —Dimmi chi è passato ieri.
Piera contò sulle dita. —Il signor Lupo è venuto a prendere i gratta e vinci. La maestra Rina ha ritirato le foto. Poi quel ragazzo in monopattino, Nico, ha comprato delle pile. Ah, e il signor Orfeo del laboratorio fotografico mi ha portato una busta con altre stampe.
“Una busta di foto.” Arianna drizzò le orecchie. Se la ricevuta era finita lì dentro, poteva essere già lontana. E lei avrebbe dovuto seguirla.
Capitolo 2 — Tre piste e un timbro blu
Arianna si mise al lavoro con metodo. Tre piste, tre persone, tre possibilità.
Prima pista: il bar. Il signor Lupo la salutò da dietro la macchina del caffè.
—Arianna! Il solito succo?—
—Oggi no. Ho una missione.— Lei abbassò la voce. —Ieri sei stato in cartoleria. Hai visto una ricevuta? Un foglietto con timbro blu.
Il barista si grattò il mento, lasciando una striscia di schiuma sul dito. —Io guardo solo i numeri dei gratta e vinci, non i foglietti. Però… ricordo che la signora Piera aveva un mucchio di carta sul bancone. E qualcuno ha rovesciato il caffè.
Arianna pensò alla macchia secca. —Chi?
—La maestra Rina. È inciampata con la borsa delle foto. Niente di grave, eh! Ha fatto una risata e ha detto “almeno non è chimica!”— Lupo rise anche lui, poi abbassò la voce: —Ma sembrava di fretta.
Seconda pista: Nico, il ragazzo col monopattino. Arianna lo trovò nel cortile, intento a fare slalom tra i bidoni.
—Ehi, Nico!— chiamò.
—Se sei qui per rimproverarmi, non ho colpito nessuno.—
—Non è un rimprovero. È un'indagine. Hai visto una ricevuta ieri in cartoleria?
Nico fece una smorfia. —Ricevuta? Io ho solo visto un foglio volare via quando ho aperto la porta. C'era una corrente fortissima. Il foglio è finito… non so… verso lo scaffale dei quaderni, forse.
Terza pista: la maestra Rina. Arianna la raggiunse davanti alla scuola, con una busta gialla sottobraccio.
—Maestra, posso chiederle una cosa?— Arianna cercò di non sembrare accusatoria. Aveva imparato che gli adulti si chiudono come ricci quando li punti.
—Certo, Arianna. Cos'è quella faccia da detective?
—Una ricevuta è sparita in cartoleria. Lei ieri ha ritirato delle foto, giusto?
La maestra alzò la busta. —Sì. Foto per il giornalino della classe. Ho pagato e ho preso la busta. Ma… ricevuta della signora Piera? No, non l'ho vista. Però…— si fermò, come se un pensiero le pizzicasse la mente. —Quando ho aperto la borsa, a casa, ho trovato un pezzetto di carta attaccato al nastro della busta. Ho pensato fosse un promemoria e l'ho buttato… spero non fosse importante.
Arianna sentì un brivido, ma non di paura: di possibilità.
—Che colore aveva?— chiese.
—Bianco. Forse… un segnetto blu. Ma non ricordo bene.—
Un timbro blu. Arianna strinse le labbra. Se la maestra aveva buttato la ricevuta, poteva ancora esserci nel cestino della carta della scuola. Oppure… magari non era la ricevuta, ma un altro foglietto qualunque. Servivano prove.
—Posso vedere la busta delle foto?— domandò.
—Volentieri. Ma non la aprire qui o i ragazzi mi assaltano.— La maestra sorrise. —Passa dopo pranzo. Sto andando al laboratorio fotografico: il signor Orfeo deve ristampare due immagini venute troppo scure.
Il laboratorio fotografico. Arianna aveva la prossima tappa.
Capitolo 3 — Luci rosse e ombre gentili
Il laboratorio fotografico del signor Orfeo era in una traversa silenziosa. La vetrina mostrava cornici, rullini e una vecchia macchina fotografica che sembrava un occhio di ciclope.
Dentro profumava di carta e di qualcosa di metallico. Orfeo, con i capelli grigi spettinati e le mani macchiate d'inchiostro, salutò Arianna come se l'aspettasse.
—Sei qui per le foto o per un mistero?— chiese, con un mezzo sorriso.
Arianna si stupì. —Come lo sa?
—Chi entra con quello sguardo, non cerca un portafoto.— Orfeo indicò una porta. —Vieni, ma attenzione: in camera oscura non si corre. È un posto dove anche le ombre hanno le regole.
La camera oscura era illuminata da una luce rossa, morbida come un tramonto. Sembrava di essere dentro una marmellata di fragole. Su una corda pendevano strisce di pellicola come serpenti trasparenti.
—Sto ristampando per la maestra Rina— spiegò Orfeo. —Ieri ho consegnato una busta alla signora Piera. Con la ricevuta di pagamento, certo. Gliela faccio sempre trovare pinzata sopra.
Arianna sgranò gli occhi. —Pinzata?
—Sì, con una graffetta.— Orfeo prese un blocco di ricevute e ne staccò una copia. —Timbro blu, data, importo. Precisa come una foto a fuoco.
Arianna ripensò alla graffetta aperta sul bancone. Era una zampa. Una zampa che aveva perso la preda.
—Quindi la ricevuta della signora Piera era attaccata alla busta delle foto?— chiese.
—Esatto. Ma se la signora ha staccato la ricevuta, dovrebbe averla messa da parte. A meno che…— Orfeo si strinse nelle spalle. —A meno che qualcuno non l'abbia scambiata per altro.
Arianna guardò le buste impilate. Ognuna aveva un'etichetta. Alcune erano uguali, solo con nomi diversi. Una distrazione era possibile.
—Posso fare una domanda un po' strana?— disse Arianna.
—Le domande strane sono le migliori.—
—Ieri qualcuno ha portato via una busta che non era sua?
Orfeo ci pensò. —C'è stato un momento di confusione. La signora Piera è venuta a prendere la busta, poi è arrivata la maestra Rina quasi insieme, e anche un ragazzino con il monopattino che cercava “pile per la torcia”, ma qui non ne vendo. Ha aspettato fuori.
Nico di nuovo. Arianna annotò mentalmente.
Orfeo aggiunse: —La maestra aveva fretta. Ha preso la busta dal banco. Io le ho detto “Quella è per Piera”, ma forse non mi ha sentito: in quel momento la stampante ha fatto un rumore tremendo.
Arianna sentì che i pezzi iniziavano a incastrarsi, ma mancava ancora una cosa: la prova concreta. Il foglietto con timbro blu.
—Posso vedere le buste rimaste di ieri?— chiese.
Orfeo le porse un paio. Arianna controllò le etichette. Una aveva scritto “Piera — Cartoleria”. Un'altra “Rina — Scuola”. Ma le graffette erano sparite entrambe.
—Qualcuno ha staccato le ricevute.— Arianna guardò Orfeo. —Le tenete voi, a volte?
—No. Le ricevute sono per chi paga. Però…— Orfeo si illuminò. —Se una ricevuta si stacca, può finire dove finiscono tutti i piccoli disastri di carta.
—Dove?— chiese Arianna.
Orfeo indicò un cesto pieno di strisce tagliate, etichette sbagliate e fotografie di prova venute male. —Il cestino degli scarti. Il mio “mare dei fogli perduti”.
Arianna si avvicinò. Il cuore le batteva come un tamburo piccolo. E lì, tra una foto troppo scura e un'etichetta strappata, spuntò un angolo bianco. Un bordo con… blu.
Capitolo 4 — Il gioco delle deduzioni
Arianna non afferrò subito il foglio. Si fermò. Respirò. In un'indagine, anche quando vedi la risposta, devi controllare che non sia una trappola.
Guardò il cestino: sopra c'era una foto di prova, quasi nera, ma con un dettaglio visibile: un monopattino vicino alla porta del laboratorio. Nico era davvero passato di lì.
Arianna si voltò verso Orfeo. —Posso prenderlo?
—Se è nel cestino, è già un naufrago. Salvalo pure.—
Arianna estrasse con delicatezza il foglietto. Era stropicciato, ma leggibile. C'era un timbro blu. C'era scritto “Cartoleria Piera”, e sotto l'importo del rimborso.
—Eccola.— Arianna sorrise. —Ma come è finita qui?
Orfeo si grattò la testa. —Se la ricevuta era pinzata alla busta, qualcuno l'ha staccata qui. Forse mentre controllava le foto.
Arianna pensò ai tre elementi che aveva: la fretta della maestra, la corrente d'aria della porta, e Nico che aspettava fuori. Poi collegò un dettaglio: la maestra aveva detto di aver trovato un pezzetto di carta attaccato al nastro della busta, a casa. Quindi aveva aperto la busta e qualcosa si era incollato.
Arianna si rivolse al lettore, come se parlasse a un compagno accanto a lei: se tu fossi Arianna, chi sospetteresti davvero? La maestra che sembra distratta ma onesta? Nico che corre e fa pasticci? O una semplice confusione senza cattiveria?
Arianna fece la sua scelta: non serviva un colpevole, serviva capire la catena.
—Orfeo, ieri la maestra Rina ha preso la busta sbagliata, vero?— chiese.
Orfeo annuì lentamente. —Possibile. Le buste erano vicine. Se ha preso quella di Piera, la ricevuta era sopra. Poi, in cartoleria, Piera ha ricevuto la busta della maestra e non se n'è accorta. E la ricevuta… non era più lì.
—Perché qualcuno l'ha staccata qui, al laboratorio, prima che la busta uscisse.— Arianna indicò la foto di prova. —Nico era fuori con il monopattino. Forse ha spinto la porta, è entrata aria, e un foglietto è volato nel cestino. Lui poi ha detto di aver visto un foglio volare in cartoleria, ma magari era un altro.
Orfeo rise piano. —Stai costruendo un castello di fogli. Ma non è male.
Arianna controllò la ricevuta: c'era un piccolo segno a matita sul retro, una specie di stellina. La stessa stellina che Piera disegnava a volte sulle buste “per portafortuna”. Quello era il dettaglio che mancava.
—È la sua.— disse Arianna, sicura. —Ora dobbiamo solo restituirla. E magari sistemare lo scambio di buste.
Capitolo 5 — Una verità senza rimproveri
Arianna corse alla scuola. Trovò la maestra Rina in aula, circondata da ragazzi che litigavano su quale foto mettere in copertina.
—Maestra, posso parlarle un minuto?— chiese Arianna.
Rina la seguì in corridoio. Arianna mostrò la ricevuta. —È questa che cercava la signora Piera. L'ho trovata nel cestino degli scarti del laboratorio.
La maestra spalancò gli occhi, poi si portò una mano alla fronte. —Oh no. Quindi… ieri ho preso la busta sbagliata?
—Credo di sì.— Arianna parlò con calma. —Non l'ha fatto apposta. C'era confusione, rumore, fretta. Succede.
Rina si morsicò il labbro. —Mi dispiace. Piera è sempre gentile con me. Io… mi vergogno.
—La cosa migliore è dirglielo subito.— Arianna sorrise. —E portarle la ricevuta. E magari controllare se le foto che ha lei sono davvero quelle della scuola.
La maestra annuì, sollevata dal fatto che Arianna non la stesse accusando. —Hai ragione. Grazie per… per non farmi sentire un disastro.
—Non è un disastro chi sbaglia.— rispose Arianna. —È un disastro chi non prova a rimediare.
Andarono insieme alla cartoleria. Piera le vide entrare e si irrigidì.
—Piera, devo dirti una cosa.— iniziò la maestra.
Arianna intervenne con un tono leggero, quasi da presentatrice di un trucco di magia: —Prima, una sorpresa. Ho trovato questo.
Piera afferrò la ricevuta con due dita, come se fosse una foglia rara. Lesse il timbro blu e l'importo, poi lasciò uscire un respiro lungo. Le spalle le scesero.
—È lei!— disse, e per poco non piangeva. Poi guardò la maestra. —E tu…?
Rina spiegò lo scambio. Piera ascoltò, e invece di arrabbiarsi, fece una risata breve, incredula.
—Io ieri ho dato a una cliente la busta “sbagliata” senza guardare. E pensavo di essere la regina dell'ordine!— Scosse la testa. —Va bene. Rimediamo.
Arianna chiese: —Possiamo controllare le buste?
Aprirono la busta che Piera aveva in negozio. Dentro c'erano foto di bambini che tenevano in mano un cartellone con scritto “Giornalino di Classe”. Perfette per la scuola.
—Ecco.— disse Arianna. —Questa era della maestra.
La maestra aprì la sua busta: dentro c'erano foto di vetrine di cartoleria e un primo piano di matite, come soldatini colorati. Piera arrossì.
—Quella è la mia campagna “matite in fila”.— sospirò. —Le avevo fatte per un concorso.
Rina rise. —Sono bellissime. Quasi mi dispiace restituirle.
—Te ne stampo una per la classe.— disse Piera, ritrovando il buonumore. —Così i ragazzi imparano che anche le matite amano l'ordine.
Arianna, tra una risata e l'altra, sentì una piccola soddisfazione calda nello stomaco: il caso era quasi chiuso.
Capitolo 6 — Il clin d'occhio della detective
Il pomeriggio, la signora Piera mise la ricevuta in una cartellina rossa con scritto “IMPORTANTISSIMO” in stampatello. Poi consegnò ad Arianna un quaderno con copertina fluorescente, come promesso.
—Te lo sei meritato.— disse Piera. —E grazie per come hai parlato con Rina. Hai risolto il problema senza far sentire nessuno… piccolo.
Arianna strinse il quaderno. —I misteri si risolvono meglio quando le persone non si chiudono. Se le spaventi, nascondono tutto. Se le capisci, tirano fuori la verità.
In quel momento entrò Nico con il monopattino, trascinandolo come un cane stanco.
—Ho sentito che cercavate una ricevuta.— disse, un po' impacciato. —Io… ieri al laboratorio ho visto un foglietto cadere. Pensavo fosse spazzatura. L'ho… spinto nel cestino con la scarpa. Non volevo fare guai.
Piera lo fissò, poi scoppiò a ridere. —Quindi è stato un piede assassino!
Nico arrossì. —Scusa.
Arianna gli fece un cenno. —Hai fatto bene a dirlo. La prossima volta, se vedi un foglio con un timbro blu, trattalo come un indizio.
Nico annuì, serio come se avesse ricevuto una medaglia invisibile.
Quando Arianna uscì, il sole stava scendendo tra i palazzi. Nel vetro della cartoleria vide il suo riflesso: trecce storte, zaino, lente d'ingrandimento che spuntava.
Si voltò verso il lettore, come se fosse ancora lì accanto a lei, e sussurrò in segreto:
—Se un giorno sparisce qualcosa… guarda dove finiscono gli “scarti”. A volte, la verità aspetta proprio nel cestino.
Poi strizzò l'occhio, e se ne andò con il quaderno fluorescente sotto braccio.