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Storia di piccoli investigatori 11/12 anni Lettura 21 min.

Il mistero del taccuino verde sul ponticello

Tommaso, soprannominato “il detective”, perde il suo taccuino verde e, insieme all’amico Riccardo, segue indizi tra fiume, biblioteca e parco fino a incrociare una ragazza dal cappellino blu coinvolta nel mistero.

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Tre ragazzi di circa 11 anni: Tommaso, ragazzo capelli castani corti e occhiali rotondi, giacca azzurro chiaro, seduto a sinistra con un piccolo taccuino verde aperto in mano che guarda la ragazza; Riccardo, ragazzo capelli castano scompigliati, felpa rossa con cappuccio, in piedi a destra di Tommaso con la mano sulla panchina e sorriso rassicurante; Lina, ragazza capelli neri legati in coda, berretto blu e felpa verde, seduta al centro con il taccuino consumato sulle ginocchia che guarda Tommaso con timidezza e sollievo. Scena: riva di un piccolo fiume al tramonto, panchina di legno consumata, salici che sfiorano l’acqua, palette calde per il cielo e verdi terrosi per la vegetazione; situazione: tre giovani investigatori si incontrano sulla panchina, atmosfera di riconciliazione, curiosità e nascente amicizia. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il quaderno sparito

Tommaso aveva un modo tutto suo di guardare le cose: come se ogni dettaglio potesse diventare una pista. A scuola lo chiamavano “il detective”, anche se lui preferiva “osservatore organizzato”. Nel suo astuccio c'erano due penne, una matita, una gomma e—sempre nello stesso posto—un piccolo taccuino a quadretti dove annotava idee e… misteri.

Quella mattina, però, il taccuino non c'era.

Tommaso frugò nello zaino una, due, tre volte. Tirò fuori l'astuccio, i quaderni, una merendina un po' schiacciata. Niente.

Accanto a lui, Riccardo lo osservava con le sopracciglia alzate. Era il suo migliore amico: più impulsivo, più rumoroso, ma con un talento speciale nel notare le cose “fuori posto”.

—Hai la faccia da “è successo qualcosa di grave”— disse Riccardo, sussurrando, come se fosse già in corso un interrogatorio.

—È sparito il mio taccuino.— Tommaso parlò piano, ma ogni parola era precisa. —Quello con la copertina verde.

Riccardo spalancò gli occhi. —Quello dove scrivi pure quante volte la prof tossisce?

—Sette ieri. Oggi non lo so, perché… non ho il taccuino.

Riccardo soffocò una risata. —Ok, detective. Ricostruiamo. Quando l'hai visto l'ultima volta?

Tommaso chiuse per un secondo gli occhi. Era il suo metodo: “ripasso mentale della routine”.

—Ieri pomeriggio. Dopo allenamento, sono passato dalla biblioteca. Poi sono andato al fiume, al ponticello, e ho scritto due appunti. Poi… casa.

—Al fiume?— Riccardo si raddrizzò. —Storia interessante. E chi ti ha visto?

—Nessuno, credo.

In quel momento la campanella suonò. La prof entrò, appoggiò i libri e—come sempre—si sistemò gli occhiali. Tommaso, per abitudine, contò mentalmente: uno. Tossì: due. Non poté scriverlo, e quella piccola mancanza lo irritò più del previsto.

Durante l'intervallo, Tommaso e Riccardo si sedettero su una panchina del cortile. Il sole faceva brillare le pozzanghere rimaste dalla pioggia.

Tommaso parlò come se stesse leggendo un manuale: —Abbiamo tre possibilità. Uno: l'ho perso. Due: l'ho dimenticato in un posto. Tre: qualcuno l'ha preso.

Riccardo fece schioccare le dita. —Quattro: il taccuino ha deciso di vivere una vita propria. Magari ora sta scrivendo “Come scappare dai detective”.

Tommaso lo guardò. —Riccardo.

—Va bene, va bene. Niente battute. Ma ascolta: se l'hai usato al fiume, partiamo da lì. Le migliori indagini cominciano sempre con un posto vero, non con un'idea.

Tommaso annuì. Aveva già notato una cosa importante: la sua routine di ieri aveva un punto preciso, e il mistero si agganciava lì.

—Dopo scuola, andiamo al ponticello.— disse. —E stavolta osserviamo davvero.

Capitolo 2: Il ponticello e le impronte

Dopo le lezioni, i due ragazzi uscirono dal cancello e presero la strada che portava al fiume. Era un percorso familiare: dieci minuti a piedi, una salita breve, poi il sentiero di ghiaia che costeggiava l'acqua.

Il fiume non era enorme, ma aveva una presenza forte. Scorreva con un rumore continuo, come un discorso che non finisce mai. L'acqua era color tè, perché la pioggia aveva smosso la terra. Sulla riva crescevano salici con rami lunghi che sembravano braccia curiose.

Il ponticello di legno era lì, un po' storto ma resistente, con due pali laterali e una tavola che scricchiolava se ci saltavi sopra.

—Non saltare— disse Tommaso subito.

—Non stavo per saltare.— Riccardo mise un piede e la tavola scricchiolò. —Ok, forse un po'.

Tommaso si accucciò vicino alla riva, proprio dove ricordava di essersi seduto. Tirò fuori dalla tasca una matita e il suo quaderno di scuola: non era il taccuino verde, ma serviva per appunti.

—Routine— mormorò. —Ieri ho fatto così: mi sono seduto qui, ho appoggiato lo zaino a destra, ho bevuto un sorso dalla borraccia, ho scritto.

Riccardo gironzolava, guardando a terra. —Qui ci sono impronte.

—Di cosa?

—Di scarpe. Genio.— Riccardo indicò il fango vicino all'acqua. —Guarda. Una suola con il disegno a zig-zag. E qui… una più piccola con dei pallini.

Tommaso osservò attentamente. Le impronte si intrecciavano come una piccola danza confusa, ma due cose erano chiare: qualcuno era stato lì dopo la pioggia, e non era solo una persona.

—Io ho queste.— Tommaso sollevò un piede: le sue scarpe avevano proprio lo zig-zag. —Quindi una serie è mia.

Riccardo guardò le proprie: pallini. —E l'altra è mia. Siamo venuti anche l'altro ieri insieme.

Tommaso strinse gli occhi. —Sì, ma ieri io ero da solo.

Riccardo si bloccò. Il suo sorriso sparì. —Quindi… qualcuno ha scarpe come le mie.

Tommaso annuì. —Oppure tu sei venuto senza dirmelo.

Riccardo si mise una mano sul petto in modo teatrale. —Io? Tradire il codice segreto dei detective? Mai! Ieri sono stato a casa. Mia madre mi ha fatto pulire la cantina. Ho ancora l'odore di cartone addosso, se vuoi controllare.

Tommaso sospirò. Riccardo poteva essere una calamita per guai, ma mentire non era il suo stile.

—Ok.— Tommaso tornò a guardare intorno. Sulla tavola del ponticello, vicino a un chiodo arrugginito, c'era un pezzetto di carta verde, bagnato, attaccato al legno come una foglia.

Tommaso lo staccò piano. Era un frammento di copertina, con la plastica verde e—si vedeva bene—un angolo di adesivo argentato.

—Il mio taccuino aveva un adesivo a stella.— disse.

Riccardo fischiò piano. —Quindi è stato qui. E si è… strappato?

Tommaso guardò il fiume. L'acqua portava via rametti e foglie, e lui immaginò pagine bianche che scivolavano lontano come barchette.

—Se fosse finito in acqua, troveremmo fogli in giro.— disse. —Ma non vedo niente.

Riccardo indicò l'altra riva. —E se qualcuno l'ha preso e ha lasciato qui solo un pezzo? Guarda là: c'è un sentierino che sale verso il parco. Ci sono anche… briciole?

Tommaso seguì la direzione. Sul sentiero c'erano davvero delle briciole di biscotto, e un incarto di merendina, giallo, mezzo schiacciato.

Tommaso scrisse sul quaderno di scuola:

1) frammento di copertina verde sul ponticello

2) impronte “a pallini” dopo la pioggia

3) briciole + incarto giallo sul sentiero verso il parco

—Domanda per te, lettore— disse Riccardo, guardando Tommaso come se parlasse a un pubblico invisibile. —Che tipo di persona lascia briciole come pista? Un ladro… o uno che mangia mentre cammina?

Tommaso si alzò. —Seguiamo la pista. Ma con ordine.

Capitolo 3: Tre testimoni e una routine strana

Il parco sopra il fiume era un rettangolo di erba con due panchine, un'altalena e un campo da basket con la rete strappata. A quell'ora c'era poca gente: un signore con il cane, una bambina che spingeva un monopattino e Marta, la bibliotecaria, che chiudeva la piccola biblioteca di quartiere. Marta era giovane, portava sempre una sciarpa colorata e aveva l'abitudine di salutare tutti come se fossero personaggi di un libro.

—Ciao, investigatori!— disse, vedendoli. —State cercando un tesoro?

Riccardo si illuminò. —Quasi! Un taccuino verde. Sparito.

Marta si portò una mano al mento. —Un taccuino verde… ieri qualcuno ha chiesto di me? O di voi?

Tommaso fece un passo avanti. —Ieri sono venuto in biblioteca dopo allenamento. Ho preso in prestito “I misteri del faro”. Poi sono andato al fiume. Il mio taccuino è sparito tra quei momenti.

Marta annuì. —Ricordo che eri qui. E ricordo anche… una ragazza con un cappellino blu che cercava un libro di enigmi. È stata seduta al tavolo vicino alla finestra, con una merenda gialla in mano. Forse la stessa marca dell'incarto che hai trovato.

Tommaso si voltò verso Riccardo. Gli occhi di Riccardo dicevano: “Abbiamo un indizio!”

—Cappellino blu, merenda gialla.— Tommaso scrisse. —Hai visto se aveva un taccuino verde?

Marta alzò le spalle. —Non lo so. Ma ho visto una cosa: quando è uscita, ha guardato verso il fiume come se avesse un appuntamento.

Riccardo si mise in posa da detective, con la mano sotto il mento. —Appuntamento segreto. Al fiume. Con un taccuino.

Tommaso lo ignorò con gentilezza. —Grazie, Marta. Un'ultima domanda: ieri, quando sono uscito, ho lasciato qualcosa qui?

Marta sorrise. —No. Sei uno di quelli ordinati. Chi entra qui come te non dimentica. Eppure…— si fermò un secondo. —Aspetta. Ho trovato sotto una sedia un elastico per capelli. Verde.

Tommaso lo prese. Era un elastico semplice, non suo, ovviamente. Ma era dello stesso colore del taccuino.

—Potrebbe non c'entrare nulla— disse Tommaso. —Ma lo teniamo.

Si allontanarono verso il campo da basket. Il signore col cane era vicino alla recinzione.

Riccardo gli fece un cenno. —Scusi, ha visto qualcuno sul ponticello ieri pomeriggio?

Il signore strinse il guinzaglio. —Io passo sempre alle cinque e mezza. Routine, capito? Il cane fa i bisogni sempre nello stesso cespuglio. Non fate quella faccia, è la verità.

Tommaso drizzò le orecchie. —Alle cinque e mezza ieri… ero al fiume verso le sei.

—E allora ho visto una ragazzina poco prima. Cappellino blu, zainetto viola. Era sul ponticello e… guardava giù nell'acqua. Poi è corsa via verso il parco, mangiando qualcosa. Il cane voleva seguirla, ma io no.

Riccardo si voltò verso Tommaso, trionfante. —Cappellino blu confermato!

Tommaso però non sorrise. —C'è una cosa che non torna.

—Cosa?

—La mia routine. Io ieri al fiume ho scritto due appunti. Me lo ricordo. Significa che il taccuino era con me almeno fino a quel momento. Quindi la ragazzina non poteva averlo già prima, a meno che…— Tommaso si fermò e indicò il ponticello. —A meno che io l'abbia lasciato lì dopo aver scritto, e lei l'abbia trovato.

Riccardo fece un mezzo inchino. —Bravissimo. Il detective ha appena inventato l'opzione due: “dimenticato in un posto”.

Tommaso annuì. —Sì, ma perché strappare la copertina? E perché non riportarlo?

Riccardo si strinse nelle spalle. —Magari non sapeva di chi fosse. Oppure… ha avuto paura.

Tommaso guardò l'elastico verde nella mano. Una routine, un cappellino blu, briciole sul sentiero. Il mistero stava diventando una mappa.

—Andiamo a cercare la ragazza.— disse. —E facciamolo senza accusare. In un'indagine conta anche la fiducia.

Capitolo 4: La pista del cappellino blu

Il quartiere non era grande, ma aveva angoli che sembravano labirinti: vicoli con muri dipinti, cortili con biciclette, negozietti con campanelli che trillavano.

Tommaso e Riccardo decisero di cercare in modo intelligente. Tommaso propose:

—Dividiamo la ricerca in tre luoghi probabili: la biblioteca, il parco e la pista ciclabile lungo il fiume. Se il signore l'ha vista correre verso il parco, potrebbe aver preso la pista.

Riccardo annuì. —E le briciole erano sul sentiero. Quindi ha mangiato mentre scappava. Che è una cosa che farei anch'io, lo ammetto.

Scelsero di seguire la pista ciclabile. Lungo il fiume, le ruote delle bici avevano lasciato linee sottili nel fango. Ogni tanto c'erano impronte più piccole, e tra i sassi brillavano pezzetti di vetro come caramelle pericolose.

A metà percorso, vicino a un cespuglio di rovi, Riccardo si fermò di colpo.

—Ehi. Guarda!

Tra i rami, incastrata come un segreto, c'era una pagina a quadretti. Bagnata ai bordi, ma leggibile. Tommaso la prese con delicatezza.

Era scritta con la sua grafia.

“Routine: se metto sempre il taccuino nella tasca grande, non lo perdo.”

Riccardo scoppiò a ridere. —Ironico.

Tommaso non rise, ma i suoi occhi si addolcirono. Era una prova: il taccuino era passato di lì. Qualcuno l'aveva sfogliato, e una pagina era volata via.

Sul foglio c'era anche una macchiolina gialla, come crema di biscotto.

—Merenda gialla— mormorò Tommaso. —Ecco la routine della nostra sconosciuta: corre, mangia, e… perde pezzi di prove.

Riccardo si chinò e trovò un altro segno: un piccolo filo blu, impigliato in un ramo. Sembrava venire da un cappellino o da una felpa.

—Ok— disse Riccardo, improvvisamente serio. —È vicina.

Proseguirono e arrivarono a una zona dove il sentiero si allargava, con una panchina che guardava l'acqua. Sulla panchina c'era una ragazzina con un cappellino blu. Stava tenendo qualcosa sulle ginocchia, coperto da un quaderno di scuola, come se volesse nasconderlo.

Tommaso fece un respiro. Questo era il momento delicato. Nelle storie poliziesche gli adulti urlano e accusano. Ma Tommaso non voleva una vittoria: voleva una soluzione.

Si avvicinarono lentamente.

—Ciao— disse Riccardo, con un sorriso che cercava di essere amichevole e non troppo “da detective”. —Bel posto, vero?

La ragazzina alzò gli occhi. Aveva un'espressione tesa, come se aspettasse una sgridata.

—Sì— rispose.

Tommaso parlò con calma. —Mi chiamo Tommaso. Lui è Riccardo. Stiamo cercando un taccuino verde. Ieri l'ho usato qui vicino al ponticello e poi… è sparito.

La ragazzina strinse le labbra. Il suo sguardo scivolò verso il fiume.

—Non vogliamo problemi— aggiunse Riccardo. —Solo capire.

Tommaso fece un passo indietro, lasciandole spazio. —Se l'hai trovato tu, basta dirlo. Possiamo risolvere senza litigare.

La ragazzina esitò. Poi, con un gesto rapido, sollevò il quaderno che aveva sulle ginocchia.

Sotto c'era il taccuino verde. Un po' rovinato. La copertina aveva uno strappo, e mancava una pagina.

Tommaso sentì un piccolo sollievo, come quando ritrovi una cosa che ti mancava più di quanto pensassi.

—Io… l'ho preso— disse la ragazzina, con voce sottile. —Ma non per rubarlo.

Capitolo 5: Il mistero si scioglie come zucchero

Tommaso non allungò subito la mano. Aspettò.

—Come ti chiami?— chiese.

—Lina.

Riccardo si sedette sul bordo della panchina, senza invadere. —Ok, Lina. Racconta dall'inizio. Versione completa, senza salti. È un'indagine, mica una gara di velocità.

Lina si tolse il cappellino blu e lo strinse tra le dita. —Ieri ero in biblioteca. Volevo un libro di enigmi. Ho visto te…— indicò Tommaso —…che scrivevi su un taccuino verde. Poi sei uscito e… io sono uscita dopo un po'. Avevo litigato con una mia amica. Mi sentivo stupida. Sono andata al fiume perché lì mi calmo.

Tommaso annuì. Il fiume aveva quel potere: portarsi via il rumore.

—Ho visto il taccuino sul ponticello— continuò Lina. —Era appoggiato vicino al palo. C'era un adesivo a stella. Ho pensato… che fosse un diario segreto.

Riccardo aprì la bocca per dire qualcosa, ma Tommaso gli fece un cenno: lascia parlare.

—L'ho preso— disse Lina. —Volevo solo guardare la prima pagina. Lo so, non si fa. Però… dentro c'erano elenchi, regole, routine. Cose… ordinate. E io in quel momento mi sentivo tutto tranne che ordinata.

Tommaso sentì un brivido di comprensione. Non era una giustificazione, ma era un pezzo di verità.

—Poi cosa è successo?— chiese lui.

—Mi sono spaventata— disse Lina. —Ho sentito un rumore. Forse un cane, forse il vento. Ho infilato il taccuino nello zaino di corsa. La copertina si è impigliata nel chiodo del ponticello e si è strappata. Io ho… tirato. E sono scappata.

Riccardo si grattò la nuca. —E le briciole?

Lina arrossì. —Stavo mangiando dei biscotti. Quando sono nervosa mangio. E corro. È… la mia routine brutta.

Tommaso quasi sorrise. Anche Riccardo aveva routine strane, come parlare con la palla da basket prima di tirare.

—E la pagina sul sentiero?— chiese Tommaso.

—Ho aperto il taccuino qui, più tardi. Una pagina era già allentata e… è volata via. Ho provato a prenderla, ma è finita tra i rovi. Non riuscivo a tornare indietro. Avevo paura che mi vedessero.

Riccardo fece una faccia finta severa. —Già. Perché quando fai una cosa sbagliata, la paura si attacca come chewing gum sotto la scarpa.

Lina lo guardò, confusa, poi fece un mezzo sorriso.

Tommaso indicò l'elastico verde. —Questo era tuo?

Lina si toccò i capelli. —Sì… l'ho perso in biblioteca. Che disastro.

Tommaso prese il taccuino, ma lo tenne tra loro tre, non come un trofeo.

—Lina, grazie per averlo detto. So che non è facile. La cosa importante, ora, è sistemare.

Lina tirò su col naso. —Io posso… incollare la copertina. Mio padre ha la colla forte.

Riccardo annuì, sorprendentemente gentile. —E possiamo recuperare la pagina nei rovi. Se è ancora lì.

Tommaso guardò Lina. —Una domanda: perché non me l'hai riportato subito? Potevi chiedere in biblioteca.

Lina abbassò lo sguardo. —Perché pensavo che mi avresti odiata. E io… ho già abbastanza persone che mi guardano male ultimamente. Ho bisogno che qualcuno… si fidi.

Tommaso sentì la frase come un nodo che si scioglie. Il mistero non era solo “dove è finito il taccuino”. Era “come si esce da una paura”.

—Allora facciamo così— disse Tommaso. —Io mi fido che non lo farai più. E tu ti fidi che possiamo aggiustare l'errore senza trasformarlo in un disastro.

Lina annuì lentamente.

Riccardo alzò un dito. —E regola numero uno del club: niente furti di taccuini. Regola numero due: se trovi qualcosa, chiedi. Regola numero tre: biscotti solo se offerti.

Lina rise, una risata piccola ma vera.

Capitolo 6: La pagina perduta e la confusione risolta

Tornarono insieme verso il punto dove Riccardo aveva visto la pagina. Il cielo si stava colorando di arancio, e il fiume sembrava una striscia di metallo in movimento.

—Ok— disse Tommaso. —Metodo: io tengo i rami, Riccardo cerca con gli occhi, Lina indica dove pensa sia volata.

Riccardo fece un saluto militare. —Agli ordini, capo.

Lina indicò il cespuglio di rovi, un groviglio spinoso che sembrava difendere un tesoro.

—È lì dentro. Ho visto il foglio incastrarsi.

Tommaso prese un ramo con cautela, usando la manica della felpa come protezione. Riccardo si infilò con le mani, facendo attenzione alle spine.

—Se torno a casa con un rovo in testa, dirò che è un nuovo stile— borbottò.

—E che è colpa mia— aggiunse Tommaso, serio.

Riccardo sbuffò. —No, è colpa della natura che non sa fare siepi educatamente tonde.

Dopo qualche secondo, Riccardo tirò fuori il foglio come se fosse una prova da tribunale.

—Trovato!

Tommaso lo prese. Era un'altra pagina del taccuino, con una lista.

“Routine del mercoledì:

- allenamento

- biblioteca

- fiume

- merenda

- casa

Nota: ricordarsi di fidarsi quando qualcuno dice la verità.”

Tommaso si bloccò.

Lina lo guardò. —L'hai scritto tu?

Tommaso annuì, stupito di se stesso. —Sì. Ma non ricordavo l'ultima frase.

Riccardo gli diede una pacca sulla spalla. —Il tuo taccuino ti conosce meglio di te.

Si sedettero sulla panchina, tutti e tre, con il taccuino verde tra loro. Tommaso tirò fuori una graffetta dal portafoglio di Riccardo—che, stranamente, conteneva di tutto tranne soldi—e fermò temporaneamente la copertina strappata.

—Domani— disse Tommaso —possiamo passare da Marta e dirle che è stato un malinteso. Nessuno deve inventare storie strane.

Lina fece un cenno rapido. —Sì. E… posso scusarmi anche con la mia amica. Forse ho bisogno di una routine migliore.

Riccardo fece finta di pensare. —Routine ideale: uno, respirare. Due, non rubare. Tre, biscotti. Quattro, scuse. Cinque, risate.

Tommaso guardò il fiume. L'acqua continuava a scorrere, uguale e diversa, come una giornata che passa. Il mistero era risolto, e la confusione—quella paura appiccicosa—si era staccata.

Tommaso infilò il taccuino nello zaino, nella tasca grande. Poi controllò: chiuse la zip. Una volta. Due volte. Routine.

Lina si alzò. —Grazie per non avermi urlato contro.

Tommaso rispose con semplicità. —La verità è più utile delle urla.

Riccardo sorrise. —E poi urlare attira zanzare.

Camminarono insieme verso il quartiere. Il ponticello alle loro spalle scricchiolò nel vento, come se anche lui fosse contento che tutto fosse tornato al suo posto.

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Osservatore organizzato
Persona che guarda con attenzione e mette ordine nelle idee e negli appunti.
Taccuino
Piccolo quaderno dove si scrivono appunti o disegni giorno per giorno.
Astuccio
Custodia dove si tengono penne, matite e gomma per la scuola.
Copertina
Parte esterna che protegge e copre le pagine di un quaderno o libro.
Adesivo
Piccola etichetta o figura che si attacca su oggetti per decorarli.
Scricchiolava
Suono secco e leggero che fanno legno o materiali quando si muovono.
Frammento
Pezzo piccolo staccato da qualcosa più grande.
Riva
Bordo del fiume, dove l'acqua incontra la terra.
Cespuglio
Pianta bassa e folta fatta di molti rami e foglie.
Recinzione
Struttura che delimita uno spazio, come una barriera o rete.
Incarto
Carta o materiale che avvolge un alimento o un oggetto.
Merendina
Piccolo snack dolce o salato che si mangia a merenda.
Impronte
Segni lasciati da piedi o mani su terra, fango o sabbia.
Altalena
Gioco fatto di una tavola appesa che si muove avanti e indietro.
Bibliotecaria
Persona che lavora in biblioteca e aiuta a trovare i libri.
Elastico
Anello di gomma che si usa per tenere insieme fogli o capelli.

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