Capitolo 1: Il sipario pesa più di una torta gigante
Nel Circo Zampalesta la musica profumava di zucchero filato e segatura, e le luci facevano l'occhiolino come lucciole educate. Dietro le quinte, però, c'era il vero eroe della serata: Orso Arturo, un orso bruno con un papillon a pois gialli e un compito importantissimo.
Reggeva il sipario.
Non “stare vicino al sipario” o “guardare il sipario”. Proprio reggerlo, con due zampone piantate a terra e le unghie infilate nel tessuto rosso come se fosse una tenda testarda.
— Arturo! — sussurrò la direttrice, la Signora Lillà, con la voce sottile ma con gli occhi che comandavano come trombe. — Quando senti tre “PAM” dell'accordéon, apri. Quando ne senti due, chiudi. È semplice.
Arturo annuì. Il sipario, invece, non annuì: si limitò a tirargli contro come un drago in pigiama.
Accanto a lui, seduto su una cassa di palline colorate, c'era Nino, il musicista con l'accordéon. Aveva baffetti a manubrio e dita velocissime.
— Tre PAM apri, due PAM chiudi — ripeté Nino. — E se sbagli, almeno fai finta che fosse una scelta artistica.
Arturo deglutì. L'ultima volta che aveva “scelto artisticamente” qualcosa, aveva dipinto il carro delle gabbie di blu… con la vernice che non asciugava mai. Per una settimana, tutti avevano avuto le chiappe celesti.
La Signora Lillà si chinò verso Arturo: — E ricordati la regola del circo: responsabilità. Se reggi il sipario, reggi anche il ritmo dello spettacolo.
Arturo strinse il tessuto. — Responsabilità… ok.
Poi, proprio mentre la pista esplodeva in applausi, Arturo ebbe un'idea improvvisa, luminosa e un po' pericolosa: voleva fare il “sorriso fino agli occhi”.
Non il sorriso normale da fotografia. Quello che ti fa brillare gli occhi come due caramelle.
— Da oggi ci provo — bisbigliò a se stesso. — Sorridere fino agli occhi. Sempre. Anche se il sipario mi fa i dispetti.
Il sipario, come se avesse sentito, lo strattonò ancora.
— Ah! — fece Arturo, ma cercò di sorridere lo stesso. Gli uscì una faccia strana, tipo “orso felice che ha pestato un Lego”.
Nino lo guardò. — Se stai provando a sorridere, sembra che tu stia trattando con una zanzara gigante.
— È un sorriso evoluto — disse Arturo, offeso e concentratissimo. — Arriverà fino agli occhi.
— Speriamo che non arrivi prima al sipario, o lo spaventi — mormorò Nino, e iniziò a scaldare l'accordéon con un “PAM” che fece vibrare anche i bottoni.
Capitolo 2: Tre PAM e una zampa di troppo
La prima parte dello spettacolo filò liscia come una ciambella appena glassata: clownerie, giocolieri, una capra che faceva finta di essere un'attrice drammatica.
Dietro le quinte, Arturo era un pilastro. Un pilastro peloso, certo, ma sempre un pilastro.
Poi arrivò il momento della “Grande Entrata delle Colombe Illusioniste”. Le colombe erano in realtà… molto permalose.
Nino si posizionò. Arturo drizzò le orecchie. “Sorriso fino agli occhi”, pensò, e strinse le labbra in una smorfia che voleva essere gioiosa.
— Pronto? — sussurrò Nino.
— Prontissimo — disse Arturo, e per dimostrare responsabilità si raddrizzò così tanto che il papillon quasi gli saltò sul naso.
PAM.
PAM.
PAM!
Arturo aprì il sipario con un gesto ampio e teatrale. Solo che… lo aprì un po' troppo.
Il sipario scivolò come una valanga elegante e lasciò intravedere, per mezzo secondo, il “segreto” delle colombe illusioniste: tre colombe stavano litigando con un cappello a cilindro.
— È mio! — beccò la prima.
— Io sono la protagonista! — beccò la seconda.
— Io ho le piume più lucide! — beccò la terza.
In pista, il pubblico vide solo tre macchie bianche e un cilindro che sembrava mordicchiato. I bambini scoppiarono a ridere.
— Che trovata! — gridò qualcuno.
Il mago, che non aveva previsto la lite, fece un inchino improvvisato come se tutto fosse voluto.
Arturo richiuse il sipario di scatto, con due PAM mentali che si era inventato da solo, e cercò di sorridere fino agli occhi per non farsi prendere dal panico.
— Tutto bene? — chiese Nino, con un sopracciglio alzato come una tenda piccola.
— Benissimo — mentì Arturo. Il suo sorriso era così tirato che sembrava stesse trattenendo una risata… o uno starnuto.
La Signora Lillà passò come un fulmine profumato. — Arturo! Hai fatto vedere le colombe!
— Ma… il pubblico ha riso! — provò a difendersi lui.
— Sì, ma per caso — sibilò lei. — Responsabilità, Arturo. Non “casualità”.
Arturo si sentì arrossire sotto il pelo, cosa complicata da notare, ma lui la sentì lo stesso. — Promesso. Sarò preciso come un orologio.
Nino gli diede una pacca sulla spalla. — E magari il sorriso… un filo meno da zanzara.
Capitolo 3: Il numero della tigre… che era un gatto grande
Nel capitolo successivo dello spettacolo arrivava il “Numero della Tigre Terribile”. Solo che la tigre, quel giorno, aveva mal di pancia per colpa di troppa panna montata (non chiedete perché una tigre mangi panna: al circo succede).
Al suo posto, c'era Gelsomina, una gatta enorme e pigra, arancione come un tramonto. Doveva entrare con aria feroce, ruggire (in playback) e saltare attraverso un cerchio.
Dietro il sipario, Arturo ascoltava Nino che faceva le prove: PAM… PAM… PAM… e poi una specie di “PAM-PAM!” per l'effetto sorpresa.
— Ricordati: tre PAM apri — ripeté Nino.
— Lo so — disse Arturo. — Stavolta sarò responsabile. E sorriderò fino agli occhi, per mantenere la calma.
— Funziona?
— Non lo so. Ma mi fa sentire… come se stessi facendo qualcosa di importante.
Arturo provò il sorriso. Questa volta riuscì meglio: gli occhi gli si strinsero un poco e per un attimo sembrò davvero contento. Nino annuì, impressionato suo malgrado.
PAM.
PAM.
PAM!
Arturo aprì il sipario con precisione. In pista, Gelsomina entrò… si fermò… guardò il pubblico… e si sdraiò.
Silenzio.
Poi, con una calma regale, iniziò a leccarsi una zampa, come se fosse in salotto.
Il domatore, un ragazzo con la frusta che non frustava mai niente (perché era una frusta scenica fatta di stoffa), sussurrò: — Gelsomina, feroce!
Gelsomina sbadigliò. Si sentì perfino un “miao” minuscolo, che era l'opposto di un ruggito.
Il pubblico scoppiò a ridere. Alcuni bambini imitarono il suo sbadiglio come se fosse un nuovo trend.
Arturo, dietro le quinte, si irrigidì. “Se chiudo il sipario adesso, salvo il numero… o rovino tutto?” pensò. Responsabilità gli ronzava in testa come un'ape con il cappello.
Nino bisbigliò: — Due PAM per chiudere… se vuoi.
Arturo guardò la pista attraverso uno spiraglio. Il domatore stava provando a convincere Gelsomina con un biscotto. Gelsomina lo stava annusando con una lentezza comica.
Arturo fece la scelta: aspettò. Il pubblico rideva, ma non con cattiveria. Rideva con affetto, come quando un amico fa una figuraccia e tu lo aiuti a rialzarsi ridendo.
Finalmente Gelsomina, attratta dal biscotto, si alzò e fece un saltino minuscolo nel cerchio, che era enorme. Sembrò un “hop” da divano, non un salto da tigre.
Applausi.
Arturo tirò un sospiro e lasciò che il sorriso gli arrivasse davvero fino agli occhi.
La Signora Lillà comparve e, per la prima volta, non sibilò. — Hai tenuto il sipario aperto con giudizio. Responsabilità.
Arturo si sentì gonfio d'orgoglio. Quasi come una mongolfiera… ma con il papillon.
Capitolo 4: Il disastro del cannone di coriandoli
Il problema arrivò con il cannone di coriandoli, che era la cosa più imprevedibile del circo dopo le colombe permalose.
Era un tubo gigantesco puntato verso la pista. Doveva sparare coriandoli a fine numero, quando Nino faceva: PAM… PAM… PAM-PAM-PAAAAAM!
Arturo aveva il compito di aprire il sipario per la “Parata Finale” e poi chiuderlo subito dopo l'esplosione festosa.
— Arturo — disse Nino, serio. — Questo è il momento. Se sbagli, i coriandoli finiscono nelle quinte. E indovina chi li spazza?
— Io — disse Arturo, con una faccia coraggiosa.
— E indovina chi ci starnutisce per tre giorni?
— Anche io — ammise Arturo. Poi si impose il sorriso fino agli occhi. — Ma oggi no. Oggi sono responsabile.
In pista la parata iniziò: clown, giocolieri, acrobati, la capra attrice che recitava “Oh destino!” a caso. Tutti ridevano e salutavano.
Arturo teneva il sipario pronto, le zampe tese.
Nino iniziò la fanfara sull'accordéon. PAM… PAM… PAM…
Arturo aprì, perfetto.
Poi… dal pubblico arrivò un “ATCHOO!” fortissimo. Un bambino aveva starnutito con l'energia di un fuoco d'artificio.
Arturo sobbalzò.
E in quel sobbalzo, tirò il cordone del cannone di coriandoli. Non doveva toccarlo. Non doveva nemmeno guardarlo.
BAM!
Un'esplosione di coriandoli partì… ma non verso la pista.
Verso le quinte.
Coriandoli ovunque: nei cappelli, nelle scarpe, nel papillon di Arturo, dentro l'accordéon di Nino (che fece un suono triste: “plof”).
Arturo rimase immobile, coperto come una pizza ai quattro colori.
Silenzio dietro le quinte.
Poi, Nino provò a suonare. Dall'accordéon uscì un “PAM… cric… PAM… frrr…”, come se avesse ingoiato un pappagallo.
— Il mio strumento! — gemette Nino.
La Signora Lillà arrivò, vide il disastro e… non urlò. Questo era ancora peggio.
— Arturo — disse piano. — Cosa è successo?
Arturo sentì il sorriso crollare. Ma si ricordò della sfida: “sorridere fino agli occhi”, non per far finta che vada tutto bene, ma per non scappare.
Inspirò. Fece un sorriso piccolo, tremolante, ma sincero. Gli occhi gli luccicarono, non di allegria… di coraggio.
— Ho tirato il cordone. Per sbaglio. Mi sono spaventato per lo starnuto. È colpa mia.
Nino lo guardò, ancora disperato, ma anche sorpreso. — Non stai dando la colpa… al sipario?
— Stavolta no — disse Arturo. — Il sipario è antipatico, ma non ha dita.
La capra attrice, passando, commentò: — Tragedia di coriandoli! — e se ne andò fiera della battuta.
La Signora Lillà annuì. — Responsabilità significa anche questo: ammettere. Ora però bisogna rimediare. Lo spettacolo non aspetta.
Capitolo 5: Il piano dell'orso e l'accordéon pieno di stelle
Dietro le quinte era iniziata una missione segreta: “Operazione Spazza e Salva”.
Arturo prese una scopa grande quanto lui e iniziò a spingere coriandoli in mucchi ordinati. Ogni mucchio sembrava una piccola galassia.
— Nino, fammi vedere l'accordéon — disse Arturo.
Nino lo aprì un poco. Ne uscì una cascata di coriandoli, come se lo strumento piangesse brillantini.
— È pieno — disse Nino, sconsolato. — Sembra un panino con troppo ripieno.
Arturo si concentrò. — Ok. Io tengo il sipario e spazzo. Tu fai una cosa: suona lo stesso, ma… con meno aria. Piano.
— E se fa “plof”?
— Allora lo trasformiamo in gag — disse Arturo. — “Il misterioso accordéon starnutito dai coriandoli”.
Nino lo fissò. Poi, controvoglia, sorrise. Un sorriso vero, che gli arricciò i baffi. — Sei un orso strano.
— Sto facendo il sorriso fino agli occhi — disse Arturo. — Mi aiuta a non farmi schiacciare dalla vergogna.
La Signora Lillà intervenne: — Arturo, per rimediare devi anche proteggere la prossima entrata. Ci sarà il numero delle bolle giganti. Se il sipario si impiastra di coriandoli, le bolle scoppiano.
Arturo salì su uno sgabello e cominciò a scrollare il tessuto con cura. Coriandoli scesero come neve colorata.
— Piano, piano — mormorava. — Io reggo, io sistemo, io rispondo.
Quando arrivò il momento delle bolle, Nino fece un PAM timido. Arturo aprì con delicatezza. Le bolle entrarono in pista, enormi e scintillanti, e per fortuna non scoppiarono.
Dietro le quinte, un clown passò e disse: — Arturo, sembri un portiere di castello!
— Sono il portiere del sipario — rispose lui. — E oggi ho quasi fatto entrare un uragano di coriandoli.
Il clown rise e gli lasciò un fazzoletto. — Per gli occhi, così il sorriso ci arriva meglio.
Arturo lo prese, commosso. Il fazzoletto aveva disegnate piccole facce buffe che facevano l'occhiolino.
Capitolo 6: Due PAM, tre PAM, e un accordo tra amici
Arrivò la fine dello spettacolo. Il pubblico era ancora felice: aveva visto colombe litigiose, una “tigre” pigra e una tempesta di coriandoli che, dalla loro parte, era sembrata solo più festa.
Dietro le quinte, però, Arturo sapeva la verità: la festa era stata salvata con fatica.
La Signora Lillà radunò tutti. — Abbiamo tenuto in piedi lo show. Ma voglio parlare con Arturo e Nino.
Arturo si fece avanti, tenendo il sipario con una zampa e il fazzoletto con l'altra. Nino portò l'accordéon, che ora suonava quasi normale, anche se ogni tanto faceva un “fru-fru” come un uccellino.
— Arturo — disse la Signora Lillà — hai sbagliato. E poi hai sistemato. Hai detto la verità. Hai lavorato. Questo è essere responsabili.
Arturo sentì il petto scaldarsi. — Mi dispiace per l'accordéon.
Nino sospirò. — Mi arrabbiavo perché è il mio strumento. Ma… quando ti ho visto ammettere subito, mi è passata metà della rabbia. L'altra metà si è trasformata in coriandoli nelle tasche.
Arturo rise, e questa volta il sorriso arrivò davvero fino agli occhi, senza sforzo.
— Posso aiutarti a pulirlo anche domani — propose. — E… per farmi perdonare, quando suoni i tre PAM, io farò l'apertura più elegante del mondo.
— E quando suono due PAM, tu chiudi senza schiacciare nessuno — ribatté Nino.
— Affare fatto.
La Signora Lillà li guardò, soddisfatta. — Ecco la comprensione mutua: tu capisci il suo lavoro, lui capisce il tuo. Il circo è una squadra.
In pista, il pubblico chiedeva il bis con applausi ritmati. Nino si mise in posizione.
— Pronto, portiere del castello? — sussurrò.
— Pronto, musicista stellato — rispose Arturo.
PAM.
PAM.
PAM!
Arturo aprì il sipario con un gesto perfetto, morbido e preciso. In pista tutti salutarono. Un ultimo colpo di cannone (questa volta puntato bene) sparò coriandoli verso l'alto come una fontana allegra.
Arturo li guardò cadere senza panico. Responsabilità, pensò, non è non sbagliare mai. È restare, sistemare, e imparare.
Nino gli strizzò l'occhio. — Ti è arrivato fino agli occhi?
Arturo annuì. — Sì. E oggi è arrivato anche fino al cuore.