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Fantasy umoristico 11/12 anni Lettura 22 min.

Il barattolo delle risate smarrite

Livia, armata di un barattolo, va in giro per la città a raccogliere risate smarrite, incontrando personaggi bizzarri, magie quotidiane e piccoli segreti nascosti tra mercato, biblioteca e cortile del condominio.

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Livia, 12 anni, determinata e gioiosa, capelli castano chiaro in coda disordinata, giacca di jeans con toppe e scarpe da ginnastica consumate, tiene sul petto un grande barattolo di vetro etichettato RISATE — NON APRIRE; lo apre e lascia uscire piccole bolle luminose. Una nonna di circa 70 anni, dolce e dagli occhi ridenti, capelli grigi raccolti in uno chignon e grembiule floreale, la osserva affettuosa dalla finestra del balcone con un canovaccio in mano. Il signor Arnaldo, portinaio di circa 60 anni, burbero ma tenero, con cappotto kaki e scopa appoggiata al muro, sorride timido dall’ingresso a sinistra. La signora Paola, venditrice di frutta di circa 45 anni, tiene una cassetta di arance sbucciate e sorride vicino a una bici appoggiata, con una pera sulla cassetta. Ambientazione: piccolo cortile interno italiano con selciato irregolare, bici appoggiate, porte colorate, stendini, vasi di gerani, cassette postali rigate, cielo parzialmente nuvoloso con un raggio di sole. Situazione: tregua calorosa in cui bolle dorate di risate escono dal barattolo e si posano come polvere luminosa sui residenti del palazzo; espressioni tenere, sorrisi socchiusi, atmosfera accogliente e magica, palette calda (ocra, terracotta, verde oliva) con tocchi di azzurro, linee morbide e dettagli doodle (stelline, note musicali, bolle). segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Il barattolo dei “ah-ah”

Livia aveva dodici anni e una convinzione testarda: le risate non spariscono, si distraggono. Cadono dietro al divano, si infilano nelle tasche dei cappotti, scivolano tra i righi dei quaderni. E poi si offendono se nessuno le va a riprendere.

Quella mattina, mentre la città sembrava masticare lunedì con la faccia storta, Livia decise che era il giorno giusto per raccogliere risate sparse.

In cucina, la nonna stava mescolando il sugo con l'aria di chi sta firmando un trattato di pace con i pomodori.

«Nonna, hai visto in giro qualche risata?» chiese Livia.

La nonna alzò un sopracciglio. «Ne ho vista una ieri sotto il tavolo. Ma era piccola. Forse era uno starnuto felice.»

Livia tirò fuori dal suo zaino un barattolo di vetro con l'etichetta scritta a pennarello: “RISATE — NON APRIRE IN CASA SE NON VUOI GUAI”.

«Oggi le raduno tutte. Mi serve un posto dove metterle.»

«Un barattolo?» la nonna assaggiò il sugo. «Spero che almeno tu abbia fatto i buchi per respirare.»

«Le risate respirano?»

«Se non respirano, fanno il muso. E una risata col muso è la cosa più inutile del mondo.»

Livia fece un micro-foro nel tappo con la punta di un compasso. Il barattolo fece “plink”, come se approvasse.

Poi infilò le scarpe da ginnastica e uscì.

Fuori, l'aria profumava di pane caldo e di pioggia che aveva cambiato idea. Livia attraversò il cortile del condominio e salutò il portiere, il signor Arnaldo, che stava lottando con una scopa ribelle: la scopa continuava a scappare in verticale, come un razzo timido.

«Buongiorno, signor Arnaldo!»

«Buongiorno un corno, questa scopa ha preso il diploma di stregoneria!» sbuffò lui.

Livia inclinò la testa. Sentì un suono minuscolo, come un “hi-hi” che si vergognava. Sotto il secchio, nascosta, c'era una risata. Era piccina, arricciata su se stessa come un ricciolo di carta.

«Ti ho trovata.» Livia svitò il barattolo e sussurrò: «Dai, dentro. È più sicuro.»

La risata entrò con un salto, lasciando nell'aria un pizzicore di allegria. Il barattolo fece un “tlin!” soddisfatto.

Il signor Arnaldo si fermò. «Perché mi viene voglia di… di…»

«Di sorridere?» suggerì Livia.

Lui provò a resistere, come se il sorriso fosse una tassa comunale. Ma gli scappò lo stesso.

«Accidenti.» Poi guardò la scopa, che smise di fare la spiritosa e cadde docile. «Questa sì che è magia utile.»

Livia si strinse il barattolo contro il petto. Prima risata raccolta. L'avventura era partita.

Capitolo 2 — Il mercato delle cose quasi normali

Il mercato del quartiere, il mercoledì, era un organismo vivente. Respirava odore di formaggio, arance e calzini nuovi. Gridava prezzi e pettegolezzi. E, se si faceva attenzione, sussurrava anche piccoli incantesimi.

Livia camminava tra le bancarelle con l'aria di un'esploratrice. Non portava spada né mantello. Portava un barattolo e un sorriso pronto all'uso.

Dal fruttivendolo, le mele rotolavano da sole in perfette piramidi, come se avessero studiato geometria.

«Buongiorno, Livia!» urlò la signora Paola, che vendeva frutta come se fosse un'opera d'arte. «Oggi sei in missione?»

«Sì. Raccolgo risate.»

«Ah, allora ti servo una pera che fa il solletico.»

«Le pere fanno il solletico?»

«Questa sì. Ma solo alle persone educate.»

La signora Paola le porse una pera. Livia la prese e sentì una vibrazione. La pera fece un “pff!” e le sfiorò le dita con un brivido, come una piuma.

Livia si mise a ridere. Non una risata da film comico. Una risata vera, corta e sonora.

Nel barattolo, la risata che aveva già raccolto si agitò come se avesse trovato un'amica.

«Aspetta…» Livia guardò la pera. «Tu rubi risate?»

La pera fece finta di essere solo una pera, che è l'espressione più sospetta che una pera possa avere.

Dietro la bilancia, Livia notò qualcosa: un piccolo nodo d'aria, come un fiocco invisibile, da cui usciva un “ah!” soffocato.

«Ecco dove le tieni.»

La signora Paola sbatté le palpebre. «Io? Ma figurati. Io al massimo tengo da parte i sacchetti biodegradabili.»

«Non ti accuso, eh. Però quella risata sembra intrappolata.»

Livia avvicinò il barattolo al nodo d'aria. «Vieni. Nel mio barattolo c'è posto. E buchi per respirare, giuro.»

La risata si sfilò dal nodo e scivolò nel barattolo come una biglia di luce.

La pera smise subito di vibrare, un po' delusa di non essere più l'attrazione.

«E adesso?» chiese la signora Paola, che stava chiaramente facendo finta di non capire. «Mi tocca vendere frutta normale?»

«Puoi sempre raccontare barzellette alle arance,» disse Livia. «Quelle arrossiscono facilmente.»

La signora Paola rise. Una risata grande, aperta. E quella, invece di scappare, rimase con lei, appoggiata sulle guance come due parentesi felici.

Livia proseguì. Tra una bancarella di libri usati (che sussurravano le frasi preferite ai lettori distratti) e un banco di cappelli (che si mettevano da soli sulle teste più adatte), il suo barattolo cominciò a tintinnare.

Ogni tanto, una risata cercava di uscire.

«Ehi!» protestò Livia. «Non fate le ginnaste. Siamo in viaggio. Disciplina.»

Dal barattolo arrivò un “hihihi” che pareva un coro di scolaretti.

«Ah, spiritose.»

Capitolo 3 — Il mago del condominio B e la calza oracolare

Per trovare risate davvero ben nascoste, serviva un esperto. O almeno qualcuno che si fingesse esperto con grande convinzione.

Livia salì al terzo piano del condominio B, dove abitava il signor Mirko. Lo chiamavano “il mago”, ma solo perché una volta aveva aggiustato un tostapane con un cucchiaino e una frase minacciosa.

Bussò.

La porta si aprì di uno spiraglio e comparve un occhio sospettoso.

«Se è per l'amministratore, non sono in casa.»

«Non è per l'amministratore. È per le risate.»

L'occhio diventò due occhi. Poi una faccia.

«Ah. Entra. Ma togliti le scarpe: il pavimento è sensibile.»

Livia entrò scalza. Il salotto era pieno di oggetti che facevano cose da soli, ma con un'aria educata: un cucchiaio che mescolava una tazza vuota per nostalgia, un cuscino che si gonfiava quando sentiva parlare di stanchezza, e una pianta che applaudiva piano con le foglie.

Il signor Mirko indossava un grembiule con scritto “STREGONE PART-TIME”.

«Allora, giovane raccoglitrice,» disse con voce teatrale. «Dove si sono nascoste oggi le risate?»

Livia sollevò il barattolo. Dentro, due risate facevano la lotta con il tappo, come pesci in un acquario curioso.

«Ne ho già due. Ma sento che ce ne sono altre… bloccate. Come se qualcuno avesse messo dei cartelli: Vietato ridere.»

Il signor Mirko fece un verso indignato. «Crimine gravissimo. La risata è un bene condominiale, come l'ascensore che non funziona.»

Prese da un cassetto una calza spaiata, lunga e grigia.

«Ti presento l'Oracolo. O meglio… l'Oracolo Calzino. Dice sempre la verità, ma solo in rima, perché ha un carattere complicato.»

Livia fissò la calza. «È… una calza.»

La calza si mosse da sola e fece un inchino rigido.

— Non sono calza, sono profezia, e se mi offendi ti faccio la bua in via.

Livia scoppiò a ridere. «Scusa, Oracolo. È che non ho mai parlato con un calzino poeta.»

Il signor Mirko schiarì la voce. «Oracolo, dove troviamo risate smarrite?»

La calza si arricciò come se stesse annusando l'aria.

— Cercale dove il broncio si allunga, dove la noia si sbranga e si unta.

«Cosa vuol dire “sbranga e si unta” chiese Livia.

— Vuol dire che non fate domande: le domande sono tremende.

Il signor Mirko annuì, come se fosse chiarissimo. «La biblioteca. La profezia parla della sala studio. Là la noia fa campeggio.»

«La biblioteca è silenziosa,» disse Livia.

«Appunto. Le risate lì si sentono in colpa e si nascondono dietro i dizionari.»

Livia strinse il barattolo. «Allora vado.»

Il signor Mirko le porse la calza-oracolo.

«Portala. In caso di pericolo, recita una rima e confondi il nemico.»

La calza tossì.

— Io confondo anche gli amici, se serve. Sono inclusiva.

Capitolo 4 — La biblioteca e il drago segnalibro

La biblioteca comunale aveva il profumo preciso della carta e delle idee. Appena entrata, Livia sentì il silenzio mettersi in piedi e fare un cenno: “Comportati bene”. Era un silenzio con la cravatta.

La bibliotecaria, la signora Elvira, vigilava dietro il bancone come una guardiana di tesori.

«Ciao, Livia,» sussurrò. «Ricorda: qui si cammina piano e si pensa forte.»

«Sì, signora Elvira.»

Livia avanzò tra gli scaffali. Nel reparto fantasy, i libri si allineavano con orgoglio, come cavalieri in armatura di copertina. Una mappa del mondo immaginario si srotolò da sola e si riavvolse subito, vergognosa.

Nella sala studio c'erano ragazzi più grandi con facce tese e penne che correvano come cavalli nervosi. Nessuno rideva. Nemmeno per sbaglio.

Livia appoggiò l'orecchio a un dizionario enorme. Sentì un suono smorzato: “mmh… ah…”

Una risata era incastrata tra “monotonia” e “monumento”. Non era un posto adatto a una risata. Troppa serietà, poche finestre.

«Ehi,» sussurrò Livia. «Vuoi venire via?»

La risata fece un “eh!” timido, ma non uscì.

Qualcosa frusciò sopra la sua testa. Un segnalibro lungo, rosso, con occhi dorati dipinti che però… si muovevano davvero. Il segnalibro si allungò e diventò un drago minuscolo di carta, con le ali di cartoncino e un muso appuntito come una graffetta.

— Zzzitt! sibilò senza voce, perché anche lui rispettava la biblioteca. — Qui le risate disturbano. Io le tengo ferme. È il mio lavoro.

Livia spalancò gli occhi. «Tu sei un drago segnalibro?»

Il drago gonfiò il petto di carta. — Sono il Custode del Silenzio. E anche un ottimo segnapagina. Nessuno perde mai il capitolo con me.

Livia indicò la risata incastrata. «Ma quella lì sta soffocando tra due definizioni. Non è giusto.»

Il drago inclinò la testa. — Le risate in biblioteca diventano… contagiose. Un “ha” e poi un “ha-ha”, poi qualcuno ride per un refuso e finisce che il direttore si mette a fare le smorfie con i microfilm. Caos.

«Un po' di caos può essere gentile,» disse Livia. «Non serve rovesciare scaffali. Basta una risata al momento giusto. Come una finestra aperta.»

Il drago sembrò indeciso. La sua coda di carta si arrotolò su se stessa, nervosa.

— E se il Silenzio si arrabbia?

Livia tirò fuori la calza-oracolo dallo zaino.

La calza si schiarì la gola. — Se il Silenzio fa il prepotente, gli facciamo una pernacchia competente.

Il drago tremò, scandalizzato e affascinato. — In rima…? Terribile.

«Efficace,» disse Livia.

Livia svitò il barattolo e lo avvicinò al dizionario. «Vieni. Ti prometto: non ti userò per prendere in giro nessuno. Solo per aggiustare la giornata.»

La risata, incoraggiata, scivolò fuori come una lucina liberata e saltò nel barattolo. Il barattolo tintinnò tre volte: tlin-tlin-tlin, come campanelli felici.

Nel silenzio, qualcuno al tavolo alzò la testa. Un ragazzo lesse una frase sul suo libro, fece una smorfia e— senza volerlo— sorrise. Poi si tappò la bocca, colpevole.

Livia gli fece l'occhiolino. Il ragazzo abbassò la mano e sorrise un po' di più. Non era un'esplosione. Era una crepa nel muro, e dalle crepe entra la luce.

Il drago segnalibro sospirò (un fruscio). — Forse… una risata fuori, e una risata dentro. Equilibrio.

«Affare fatto,» disse Livia. «Io raccolgo quelle imprigionate. Tu proteggi quelle che servono a leggere felici.»

Il drago annuì. — Trattato firmato. Ma senza inchiostro, rovina la carta.

Capitolo 5 — Il temporale che voleva essere comico

Quando Livia uscì dalla biblioteca, il cielo aveva cambiato umore. Nuvole scure si accumulavano come cuscini arrabbiati. L'aria era elettrica, piena di “sta per succedere”.

Un temporale scoppiò all'improvviso, ma non era un temporale normale. Tuonava in modo… stonato. Un “BROOOM” troppo lungo, seguito da un “prr” imbarazzato, come se il cielo avesse provato a raccontare una barzelletta e avesse dimenticato la fine.

La pioggia cadeva a gocce disordinate, alcune facevano “plin”, altre “plonk”, altre ancora “pling!” come triangoli musicali.

Una signora con l'ombrello lanciò un'occhiata al cielo. «Ma che ti prende oggi?»

Il temporale rispose con un altro tuono: “BRRR… ehm.”

Livia capì subito. «Hai perso le tue risate anche tu, eh?»

Il vento le scompigliò i capelli come una mano impaziente. Un lampo disegnò una faccia buffa tra le nuvole. Sembrava un sorriso trattenuto.

Livia si riparò sotto una pensilina. Aprì il barattolo appena un poco. Tre risate dentro saltarono come popcorn.

«Ehi, calme! Non è ancora il momento di fare la festa.»

Dal cielo scese una goccia enorme, diversa dalle altre. Cadde proprio davanti a lei e rimase… sospesa. Era una bolla d'acqua con dentro una risata minuscola, che tremava.

Livia allungò un dito. La bolla le sfiorò la pelle: fredda e solleticosa. La risata dentro faceva “heh… heh…”, come se avesse paura di essere punita per aver riso durante un temporale.

«Vieni qui,» disse Livia dolce. «Non è un crimine. È solo una scintilla.»

La bolla si avvicinò al barattolo. Ma prima che la risata entrasse, un tuono più grosso degli altri ruggì sopra di loro. Le persone si spaventarono. Qualcuno corse. Un bambino iniziò quasi a piangere.

Il temporale non voleva spaventare. Era solo goffo. Un gigante che inciampa.

Livia chiuse il barattolo e fece un passo avanti, sotto la pioggia, con le braccia aperte come se stesse parlando a un cane enorme.

«Ehi, Temporale! Se vuoi essere serio, va bene. Ma se vuoi essere comico… devi smettere di urlare le battute.»

Un lampo fece una smorfia di scuse.

Livia ebbe un'idea. Svito il barattolo e lo alzò verso il cielo. «Ti presto una risata. Solo una. Ma la usi bene. Con gentilezza.»

Il barattolo tremò. Una risata, la più rotonda, uscì come una bolla luminosa e salì verso le nuvole. Il tuono che seguì non fu un ruggito. Fu un “BO—” breve, seguito da un “oh!” quasi divertito.

La pioggia cambiò suono. Da disordinata diventò ritmica, come dita che tamburellano su un tavolo con pazienza. Le gocce non pungevano più. Sembravano carezze fresche.

Il bambino sotto un cappuccio guardò in su e disse: «Sembra che il cielo stia ridacchiando.»

La mamma, sorpresa, rise anche lei. «Sì, ma piano, che magari si monta la testa.»

Il temporale si calmò. Le nuvole si spostarono, lasciando una striscia azzurra. Prima di andare, una bolla d'acqua con dentro la risata timida entrò finalmente nel barattolo.

Il barattolo fece “tlin” e poi “tlin” ancora, come se dicesse grazie.

Capitolo 6 — La tregua nel cortile

A fine pomeriggio, Livia tornò nel cortile del suo condominio. Il sole usciva a sprazzi, come un attore che saluta dopo lo spettacolo.

Sedette sul gradino vicino alle biciclette e appoggiò il barattolo accanto a sé. Dentro, le risate si muovevano come lucciole impazienti. Quattro, forse cinque. Difficile contarle: le risate non stanno mai ferme.

Il signor Arnaldo passò con la scopa, che ora si comportava come una scopa normale. Sembrava quasi triste.

«Tutto bene?» chiese Livia.

«Se una scopa smette di essere magica, è… come un cane che smette di scodinzolare.»

«O come un adulto che smette di giocare,» aggiunse Livia.

La nonna comparve alla finestra. «Livia! Hai raccolto abbastanza da far respirare il condominio?»

«Forse sì!» rispose lei. «Ma devo sistemarle. Le risate non sono figurine: non si tengono solo per collezione.»

In quel momento arrivò anche la signora Paola, con una cassetta di frutta in braccio, e perfino il signor Mirko, che portava la calza-oracolo come se fosse un animale da compagnia. Qualcuno uscì sul balcone. Qualcun altro si affacciò dalla porta.

Livia guardò il cortile: un posto normale, con piante un po' stanche e un pallone sgonfio. Eppure, le sembrò un campo di battaglia minuscolo dove si combatteva la guerra più sciocca del mondo: Broncio contro Sorriso.

«Ok,» disse Livia, alzandosi. «Ho fatto un patto con un drago segnalibro e un temporale imbranato. Ora faccio un patto con voi.»

Le persone si guardarono, confuse. Il signor Mirko sussurrò: «Sta per iniziare la parte solenne.»

La calza-oracolo aggiunse: — Se è solenne, io mi addormento e poi russ… ehm, vado bene.

Livia svitò il barattolo. Le risate salirono nell'aria come bolle leggere. Ma invece di esplodere in una risata generale, si posavano piano: una sul signor Arnaldo, che guardò la scopa e le fece una piccola riverenza; una sulla signora Paola, che iniziò a raccontare alle arance: «Allora, un'arancia entra in biblioteca…»; una su un ragazzo del palazzo che di solito non salutava mai, e che stavolta disse: «Ciao» con un mezzo sorriso, come se gli fosse caduta addosso una cosa nuova.

Livia trattenne l'ultima risata nel barattolo. La più luminosa. La guardò come si guarda un'idea che fa paura e bene insieme.

«Questa,» disse, «è per fare una tregua.»

«Una tregua con chi?» chiese il signor Arnaldo.

Livia indicò il cielo, dove un'ultima nuvola grigia passava come un gatto offeso. «Con tutto ciò che ci rende spigolosi. Con la fretta. Con la voglia di rispondere male. Con i giorni storti.»

La nonna scese in cortile con un canovaccio in mano, come se fosse una bandiera. «Mi piace. Una tregua. Ma con regole chiare: niente prese in giro cattive.»

«Esatto,» disse Livia. «Le risate non devono pungere. Devono aprire.»

Il signor Mirko fece un gesto ampio. «Allora, per decreto del condominio B e mezzo…»

«E mezzo?» chiese qualcuno.

«Perché il condominio A non si è ancora espresso,» disse lui serio.

Livia liberò l'ultima risata. Non volò via. Si divise in tante scintille che si posarono come polvere d'oro sulle spalle di tutti. Per un momento, il cortile sembrò più grande. Come se avesse spazio per respirare.

Il signor Arnaldo disse: «Scusa se ieri ti ho sgridata per la bici nel corridoio.»

Livia alzò le spalle. «Scusa se ho finto di non sentire.»

La signora Paola porse una pera a un bambino e gli fece l'occhiolino. «Questa fa il solletico solo a chi dice per favore.»

Il bambino sussurrò: «Per favore.» E la pera fece “pff!” e lui rise, senza vergogna.

Perfino la nuvola grigia sembrò ammorbidire i bordi. Un tuono lontano fece un suono breve, quasi educato: “boh”.

«Ha imparato,» disse Livia.

La calza-oracolo sbadigliò. — Se la gentilezza vi prende, non vi lamentate: è contagiosa e non fa male.

«Questa è la prima profezia utile che sento,» commentò la nonna.

— Ne ho tante, replicò la calza. — Ma le tengo nel cassetto, perché sono timide.

Il cortile rimase pieno di chiacchiere leggere. Nessuno rise troppo forte, nessuno troppo poco. Era una risata da tregua: un ponte, non una catapulta.

Livia guardò il barattolo vuoto. Le sembrò più leggero, ma non triste. Aveva fatto il suo lavoro: non trattenere, ma restituire.

E mentre il sole calava, Livia pensò che il bello delle risate è che non finiscono mai davvero. Si distraggono soltanto.

E lei, quando serve, sa sempre dove andare a riprenderle.

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Vibrazione
Un movimento rapido e leggero che fa tremare qualcosa.
Sacchetti biodegradabili
Sacchetti che si rompono in pezzi naturali senza inquinare a lungo.
Segnalibro
Un oggetto sottile che si mette nei libri per ricordare la pagina letta.
Custode del Silenzio
Chi protegge il silenzio di un luogo, come una biblioteca molto attenta.
Monotonia
Quando tutto sembra sempre uguale e diventa noioso.
Pernacchia competente
Un rumore buffo fatto con la bocca usato per prendere in giro in modo leggero.
Inclusiva
Che accoglie e non esclude le persone diverse.
Tregua
Una pausa dalla lite o dalla discussione per calmarsi insieme.
Spigolosi
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