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Fantasy umoristico 11/12 anni Lettura 21 min.

Il giorno in cui volevamo dipingere il sole

Tommi e i suoi amici decidono di dipingere il sole con strisce colorate usando un antico libro di incantesimi, ma quando il sole inizia a imitare il loro stile e il clima impazzisce, devono trovare un modo per rimediare al disastro e ripristinare l'armonia.

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Ci sono 4 bambini: - Tommi: un ragazzo di 12 anni con capelli ricci e una maglietta verde brillante con un drago. Tiene un grande pennello e guarda il cielo con un sorriso furbo, in piedi al centro dell'immagine. - Riki: un ragazzo di 12 anni con lentiggini, che indossa una camicia a righe e occhiali leggermente storti. È accovacciato a sinistra, con un barattolo di vernice viola e un'espressione divertita. - Sami: un ragazzo di 12 anni, calmo e riflessivo, con capelli lisci e un cappellino blu. È a destra, tiene un taccuino e osserva attentamente il riflesso nell'acqua. - Leo: un ragazzo di 12 anni, alto e magro, con occhiali e un quaderno pieno di formule. È dietro Tommi, mentre legge un libro antico con simboli strani, concentrato. Il luogo è uno stagno tranquillo, circondato da erbe verdi e fiori colorati, con farfalle che volano. Il cielo è blu chiaro e il sole brilla, proiettando riflessi scintillanti sulla superficie dell'acqua, dove compaiono striature colorate. I bambini stanno realizzando un incantesimo per dipingere il sole con striature colorate, creando un'atmosfera gioiosa e magica. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 – Il piano più luminoso dell'estate

Tommi decise che quella sarebbe stata la giornata perfetta per dipingere delle strisce al sole.

Non era una decisione normale, ma Tommi non era un ragazzo normale. Aveva dodici anni, una testa piena di ricci e idee ancora più arruffate. E soprattutto, non sopportava che il sole fosse sempre uguale: un cerchio giallo, monotono, senza fantasia.

«È pigro,» borbottò guardando il cielo dalla finestra della sua camera. «Tutto il giorno lì, a splendere, e manco una striscia. Che noia.»

Fu allora che gli venne il lampo di genio: se il sole era pigro, allora qualcuno doveva occuparsi del suo look.

Scese le scale a due a due, infilando al volo una maglietta con un drago che starnutiva fuoco.

In cortile lo aspettavano gli altri tre: Leo, il più alto, con gli occhiali storti e un quaderno pieno di formule assurde; Riki, tutto lentiggini e battute; e Sami, il più tranquillo, ma con una precisione da orologio svizzero.

«Finalmente!» sbuffò Riki, che stava cercando di insegnare a un gatto randagio a dare la zampa. «Oggi che facciamo? Un castello volante? Un drago gonfiabile gigante? Rubiamo la luna?»

«Meglio,» dichiarò Tommi, gonfiando il petto. «Oggi dipingiamo delle strisce al sole.»

Silenzio.

Persino il gatto smise di leccarsi la zampa.

Leo si aggiustò gli occhiali. «Tecnicamente, il sole è una sfera di plasma incandescente…»

«Traduci,» fece Sami.

«Traduzione: non si può toccare, ti sciogli, fine,» concluse Leo.

«Dettagli,» disse Tommi con un sorriso spavaldo. «Non ho detto che andiamo lì con una scala.»

Riki lo fissò come se stesse guardando un televisore rotto. «Allora? Cosa fai, gli mandi una lettera colorata?»

«Quasi.» Tommi schioccò le dita. «Useremo la magia.»

Gli altri tre scoppiarono a ridere. Riki quasi cadde seduto per terra.

«La magia?» rise. «Tipo “abracadabra, sole a righe, grazie, prego, arrivederci”

«Più o meno sì,» replicò Tommi. «Ma con stile.»

Sami incrociò le braccia. «E dove la troviamo, la magia? Al supermercato? Reparto offerte?»

Leo, invece di ridere, stava già sfogliando il suo quaderno. «In teoria… c'è quel vecchio libro che ho trovato in cantina. Quello con la copertina nera e i disegni d'argento. Con formule strane. Mia nonna dice che è “roba di famiglia di cui è meglio non parlare a tavola”

«E tu lo tieni in cantina?» sbottò Riki. «Io in cantina tengo solo le biciclette.»

«E le ragnatele,» aggiunse Sami.

«Portaci quel libro,» disse Tommi, gli occhi che brillavano. «Oggi il sole cambia look. E noi pure.»

Capitolo 2 – Il libro che starnutiva polvere

La cantina di Leo puzzava di umido, cipolle vecchie e misteri dimenticati.

«Attenti al gradino rotto,» avvertì Leo. «Mio zio ci è finito di faccia l'anno scorso.»

«E da allora?» chiese Riki.

«Da allora dice che il gradino ce l'ha con lui,» rispose serio.

Arrivarono a uno scaffale vecchissimo. Sopra, in mezzo a barattoli di marmellata sospette e una radio senza antenne, c'era il libro.

Era grosso, con la copertina nera e rigida, coperta da uno strato compatto di polvere.

«Sembra che non lo aprano da secoli,» mormorò Sami.

Tommi allungò una mano. «Meglio così. È vintage.»

Lo tirò giù. Una nube di polvere esplose nell'aria, costringendoli a tossire come motori rotti.

«Caspita,» disse Riki, lacrimando. «Il libro è allergico a noi.»

Leo lo aprì con delicatezza. Le pagine erano piene di disegni strani: cerchi, simboli, facce di creature con troppi denti.

«Oh-oh,» commentò Riki. «Questa roba non sembra per bambini.»

«Non lo è,» disse Leo con un mezzo sorriso. «Ma noi non siamo bambini. Siamo apprendisti maghi del sole.»

«Parla per te,» sussurrò Sami.

Sfogliarono finché Tommi non indicò una pagina con un grande disegno circolare, diviso in spicchi colorati.

C'era scritto: “INCANTO DI COLORAZIONE A DISTANZA (USARE CON CAUTELA, NON IN DIREZIONE DI CAPELLI, GATTI O ASTRI TESTARDI).”

«Perfetto,» esclamò Tommi. «Colora a distanza. Il sole è distante. Facile.»

Leo strinse gli occhi dietro le lenti. «Qui dice che serve una superficie riflettente grande, tipo… acqua calma.»

«Lo stagno dietro al campo da calcio!» propose Sami. «Quando non ci tira dentro nessuno, è calmissimo.»

«E servono dei pigmenti molto forti,» continuò Leo. «Colori che non sbiadiscono. Tipo…»

«La tempera indelebile di mio zio pittore!» disse Riki. «Quella con cui ha dipinto il suo furgone come una tigre psichedelica.»

«Fantastico,» disse Tommi. «Andiamo dallo stagno. Oggi il sole diventa a righe. E sceglieremo noi i colori.»

«Posso mettere il viola?» chiese Riki. «Voglio un sole che faccia venire fame di gelato all'uva.»

Capitolo 3 – Lo stagno, le papere e il quasi disastro

Lo stagno dietro al campo da calcio era uno di quei posti che gli adulti fingevano di non conoscere. Ufficialmente, era “pericoloso, pieno di zanzare e fango”. In pratica, era il luogo perfetto per tutte le missioni epiche.

Quel pomeriggio, lo stagno era liscio come uno specchio. Qualche papera nuotava pigramente, ignara del fatto che stava per diventare, forse, parte di un incantesimo cosmico.

I quattro arrivarono carichi come muli: Leo con il libro e una bussola «che non si sa mai»; Tommi con quattro pennelli enormi; Riki con una scatola di barattoli di tempera dal viola all'oro; Sami con un metro, un blocco appunti e un sacchetto di panini «di emergenza».

«Allora,» iniziò Leo, sedendosi sull'erba. «Il rituale dice: disegnare un grande cerchio a terra, rivolto verso il sole che si riflette nell'acqua. Poi… ehm… recitare la formula.»

«Che formula?» chiese Riki.

Leo tossì. «È in una lingua strana, ma posso… più o meno… interpretarla.»

«Più o meno?» ripeté Sami. «Più o meno quanto? Tipo “forse facciamo il sole a righe” oppure “forse facciamo esplodere lo stagno”

«Dettagli tecnici,» tagliò corto Tommi. «Siamo pronti. Forza.»

Tracciarono un grande cerchio sulla terra con un bastone. Leo copiò i simboli dal libro. Sembravano scarabocchi fatti da un polpo con la calligrafia pessima.

«Mettiamo qui i colori,» disse Riki, allineando i barattoli. «Allora: giallo brillante, arancio fuoco, rosso ciliegia, blu notte, viola magico…»

«Niente marrone,» decise Tommi. «Un sole marrone è triste.»

«E niente nero,» aggiunse Sami. «Se no finiamo per fare un'eclissi per sbaglio.»

Si disposero intorno al cerchio, guardando il riflesso del sole sull'acqua.

«Pronti?» chiese Leo.

«Nato pronto,» rispose Tommi.

Leo alzò le braccia e iniziò a leggere la formula.

Le parole suonavano come qualcuno che si fosse masticato una manciata di lettere e le stesse sputando in ordine casuale. Il vento iniziò a soffiare leggermente. L'acqua dello stagno tremò.

Il riflesso del sole parve allungarsi verso di loro, come se fosse curioso.

«Funziona?» sussurrò Riki.

«Zitti,» disse Leo. «Manca l'ultima parte…»

Proprio in quel momento, una papera decise che il libro sembrava interessante da beccare. Si avvicinò, starnazzando, inciampò sul piede di Leo e gli fece perdere l'equilibrio.

Leo saltò in avanti, inciampò nel cerchio, e invece di leggere con calma l'ultima frase, sbraitò:

«SOLARIUS STRIARIUS… STAI BUONO!»

Il vento esplose. L'acqua si increspò in onde strane. Tutti e quattro furono investiti da un lampo di luce colorata.

Quando riaprirono gli occhi, erano per terra, coperti di schizzi di tempera.

«Sto bene,» disse Riki, «più o meno. Credo di avere il viola nell'orecchio sinistro.»

«Io ho il blu sulla scarpa nuova,» gemette Sami.

«Guardate il sole!» gridò Tommi.

Alzarono tutti la testa.

Il sole era… uguale.

Giallo. Tondo. Luminoso.

«Beh,» sospirò Riki. «Non ha funzionato.»

«Aspettate,» disse Leo, strofinandosi gli occhiali. «Guardate meglio. Non il sole. Noi.»

Tommi si guardò le braccia. Erano coperte di… strisce.

Strisce arancio, rosse e dorate. Leo aveva grandi strisce gialle che gli attraversavano le guance, come baffi solari. Riki era pieno di righe viola e blu, sembrava un gelato gusto “incubo del pittore”. Sami aveva strisce sottili e ordinate, tutte della stessa larghezza, come se qualcuno lo avesse messo sotto un righello cosmico.

«Uhm,» fece Tommi. «Piccolo errore di mira?»

Capitolo 4 – Quando il sole risponde

Per il resto del pomeriggio, scoprirono che le strisce non erano solo decorative.

Quando Riki fece una battuta particolarmente stupida, le sue strisce viola si illuminarono per un secondo con una luce tremolante.

«Ehi!» esclamò. «Avete visto? Le mie battute hanno l'effetto speciale.»

Quando Leo cercò di contare quante formule diverse avrebbero potuto usare, le sue strisce gialle iniziarono a pulsare, e il suo quaderno si sfogliò da solo fino all'ultima pagina bianca.

«Interessante,» mormorò. «Le strisce potenziano… quello che facciamo di più.»

Tommi, incuriosito, prese il pennello più grande e lo agitò in aria, come se stesse dipingendo nuvole invisibili. Le sue strisce arancio si accesero. In cielo, una piccola nuvola cirrosa sopra il campo da calcio cambiò forma, diventando per un istante una specie di drago panciuto.

«Avete visto?!» gridò. «Posso pitturare il cielo!»

Sami, un po' preoccupato, tirò fuori il suo blocco appunti. Le sue strisce si illuminarono in modo regolare, tic-tac, e le righe del quaderno si allinearono da sole, dritte, perfette.

«Utile,» disse. «Ma non è proprio pitturare il sole…»

Quando il tramonto iniziò a tingere il cielo, i quattro si sdraiarono sull'erba, guardando il sole abbassarsi.

«Scusate,» borbottò Tommi. «Ho rovinato tutto. Dovevamo dipingere il sole, e invece sembriamo quattro evidenziatori umani.»

«Non è poi così male,» disse Riki. «Se ci perdiamo di notte, almeno ci troviamo a vicenda.»

Leo osservava il sole in silenzio. Poi sospirò.

«Aspettate. Non è finita. Qui nel libro c'è una nota. Piccola. In fondo alla pagina.» Fece scorrere il dito su un rigo minuscolo. «Dice: “L'astro principale del pianeta potrebbe risentirsi dei tentativi maldestri di decorazione. In tal caso… cercherà di imitare da sé lo stile osservato.”»

Sami si sollevò sui gomiti. «Vuoi dire che… il sole… ci imiterà?»

«Forse,» rispose Leo. «Se gli piacciamo.»

In quel momento, una cosa stranissima accadde.

Il bordo del sole sembrò incresparsi, come se avesse la pelle d'oca. Una sottile striscia arancio si allungò da un lato verso il centro. Poi un'altra, rossa. Poi una dorata.

«N-no,» balbettò Riki. «Ragazzi… Lo state vedendo anche voi, vero? Non è il panino di Sami che mi sta dando allucinazioni?»

Il sole, lentamente, si stava decorando.

Non in modo perfetto, eh. Più come se un gigante avesse provato a pitturarlo usando un mocio. Ma, senza dubbio, stavano comparendo strisce.

«Ci sta copiando,» sussurrò Tommi, a metà tra l'orgoglio e il terrore. «Al sole piacciamo. Siamo… moda solare.»

«Il problema,» disse Sami, «è che se il sole continua a cambiare colore così, gli adulti se ne accorgeranno.»

«Già,» fece Leo, masticando l'unghia. «E questo libro dice anche un'altra cosa. Se l'astro cambia troppo aspetto all'improvviso… il clima impazzisce.»

Tutti e quattro si guardarono.

In quel momento, un soffio di aria calda li investì. Non aria normale: era come stare troppo vicini a un phon gigante che aveva deciso di essere meteorologicamente confuso.

Dal paese, in lontananza, si sentì la voce di qualcuno: «Ma che caldo è? E perché il cielo sembra un maglione a righe?!»

Capitolo 5 – Missione: dis-fare il sole a righe

«Ok,» disse Riki, con un tono che usava solo quando ammetteva che la situazione era davvero seria. «Panico adesso o dopo la cena?»

«Dopo,» rispose Sami. «Prima salviamo il mondo. Poi panico con calma.»

Tommi era già in piedi. «Dobbiamo correggere il tiro. Il sole si sta decorando da solo copiando noi. Se riusciamo a cambiare le nostre strisce in qualcosa di meno… vistoso, magari si calma.»

«Tipo tinta unita?» propose Riki. «Sole in tinta unita, la grande rivoluzione che nessuno noterà.»

Leo sfogliò freneticamente il libro. «C'è un controincanto. Però… uhm… richiede collaborazione. Di tutte le entità coinvolte.»

«Tutte le che?» fece Riki.

«Noi. Il sole. E lo stagno.»

Silenzio.

«Come fai a far collaborare uno stagno?» chiese Sami. «Gli mandi una mail?»

«Dice che lo stagno è lo specchio del cielo. Senza il suo riflesso, l'incantesimo non passa,» spiegò Leo.

Tommi inspirò a fondo. «Allora andiamo. Lo stagno, di nuovo. Prima che il sole decida che le righe a pois sarebbero ancora meglio.»

Corsero di nuovo dietro al campo da calcio. Il caldo era aumentato. L'aria tremava sopra l'erba, e qualche uccellino li guardava perplesso, come se volesse dire: “Io volo, ma questo è troppo.”

Lo stagno, invece, era stranamente immobile. Il riflesso del sole a righe brillava sulla superficie, più acceso che mai.

«Bene,» disse Leo, cercando di non far tremare la voce. «Dobbiamo stare in cerchio, come prima. Solo che adesso… dobbiamo parlare. Al sole.»

«Parlare?» ripeté Riki. «“Ciao, sole, scusa, abbiamo sbagliato vernice”

«Più o meno così,» rispose Leo. «Il controincanto è di scuse. Funziona solo se… siamo sinceri. E se lavoriamo insieme.»

Si disposero in cerchio, mani tese verso lo stagno.

Tommi iniziò. «Ehm… sole. Ciao. Io… io volevo solo che fossi un po' diverso. Più… divertente. Ma non ho pensato che potesse darti fastidio. O incasinare il tempo. Quindi… scusa.»

Le sue strisce arancio parvero ammorbidirsi, come se sfumassero.

Sami prese fiato. «Io ho lasciato fare. Non ho fermato Tommi anche se sapevo che l'incantesimo non era chiarissimo. Perché… mi piaceva l'idea di fare qualcosa di grande. Scusa anche da parte mia.»

Le sue strisce si allinearono ancora di più, diventando sottili, quasi trasparenti.

Riki sospirò. «Io… ho riso. E ho pensato che sarebbe stata solo una grande barzelletta. Non ho pensato alle papere, allo stagno, al caldo, alla gente in paese. Sole, scusa se ti ho usato come punchline.»

Le sue strisce viola e blu si spensero piano, come lucine che vanno in standby.

Leo abbassò gli occhi. «Io… dovevo leggere meglio. Dovevo studiare prima. Ma l'idea di riuscire a fare un incantesimo così grande mi piaceva troppo. Ho fatto il furbo. Scusa, astro principale… cioè… sole.»

Le sue strisce gialle si ridussero a piccoli bagliori, come appunti di luce.

Il vento cambiò. Smise di essere caldo e confuso, tornò normale, con l'odore dell'erba e un vago profumo di fango e papere.

Nello stagno, il riflesso del sole tremò.

Per un istante, le righe sul sole sembrarono più forti, come se non volessero andarsene. Poi, lentamente, iniziarono a scolorire, a sfumare.

Tommi trattenne il respiro.

Una voce minuscola sembrò vibrare nell'aria. Non era davvero una voce, più una sensazione, come quando ti scaldi al primo raggio di sole dopo la pioggia.

Niente parole, solo un'impressione: “Ho capito. Mi avete notato. Mi avete preso sul serio. Non serve che mi pitturiate. Ci penso io a brillare.”

Il sole tornò piano piano come prima. Giallo, uniforme, tranquillo. Forse, però, un pochino più dorato del solito. O forse era solo che i quattro lo guardavano in modo diverso.

Le loro strisce quasi svanirono. Restò solo un leggero alone colorato, come un'abbronzatura fatta da un arcobaleno timido.

«Mi manca già il viola fluorescente,» sospirò Riki. «Ma preferisco un mondo non arrosto.»

«Non sono svanite del tutto,» notò Sami. «Guardate. Se ci mettiamo alla luce…»

Si misero sotto il sole ormai calmo. Le loro strisce si intravedevano appena, piccole scintille quasi invisibili.

«Tipo promemoria,» disse Tommi. «Per ricordarci che abbiamo quasi combinato un disastro… insieme.»

«E che insieme l'abbiamo sistemato,» aggiunse Leo.

Capitolo 6 – La luce piccola che resta

La sera scese lenta, portando con sé il canto dei grilli e il profumo di cena che si alzava dalle case.

I quattro si salutarono all'angolo della via.

«Domani niente incantesimi su corpi celesti, ok?» disse Sami. «Magari ci limitiamo a far levitare i compiti di matematica.»

«Niente corpi celesti per una settimana,» concesse Tommi. «Massimo… qualche nuvoletta.»

«Io scriverò tutto sul mio quaderno,» disse Leo. «“Esperimento n.1: non pitturare il sole senza consenso.”»

«Io scriverò una barzelletta su questa storia,» aggiunse Riki. «Ma la capiranno solo quelli con le strisce.»

Si misero a ridere. Ognuno prese la sua strada.

A casa, Tommi salì in camera sua. Si guardò allo specchio. Le strisce erano quasi scomparse, ma bastava muovere un po' il braccio verso la lampada per vedere un riflesso arancio-dorato.

«Non male,» mormorò. «Non sei diventato a righe, sole. Ma io sì, un pochino. Dentro.»

Si affacciò alla finestra.

Il cielo era scuro, punteggiato di stelle tranquille. Il sole era andato dall'altra parte del mondo, forse a raccontare a qualche altro pianeta la storia di quattro ragazzi che avevano provato a fargli il restyling.

Tommi si infilò nel letto. La stanza era quasi buia, tranne una piccola lampada sul comodino: la sua vecchia luce notturna a forma di luna.

La accese.

La lampada diffondeva un chiarore morbido, bianco-giallo. Non aveva strisce, non cambiava colore, non faceva magie spettacolari. Ma faceva una cosa importantissima: cacciava via le ombre troppo scure e rendeva la camera un posto dove i pensieri si mettevano in fila, calmi.

Tommi la guardò, socchiudendo gli occhi.

«Basta questa,» sussurrò. «Non serve sempre un sole a righe. A volte… la magia è una piccola luce che resta.»

Pensò a Leo, a Riki, a Sami. Alle mani unite intorno allo stagno. Al modo in cui avevano rimesso le cose a posto, tutti insieme.

Sorrise, tirò su le coperte, lasciando che la luce morbida della piccola lampada facesse il suo lavoro.

Nella casa silenziosa, la veilleuse rimase accesa, tonda e calma, come un minuscolo sole che non aveva bisogno di strisce per illuminare la notte.

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