Capitolo 1: La bambina che salutava le sedie
Lina aveva nove anni e una certezza: il mondo era pieno di facce. Facce dappertutto. Sul tostapane (due fessure come occhi e una levetta che sembrava un naso timido), sulla lavatrice (un oblò rotondo che pareva dire “Ooooh!”), perfino sulla patata più storta del sacchetto.
Quella sera, dopo cena, Lina camminava in corridoio trascinando le ciabatte come due lumache pigre. La luce era morbida, color miele. E proprio lì, sulla sedia vicino alla porta, Lina vide un volto chiarissimo: due bottoni della giacca appoggiata come occhi e una piega della stoffa come un sorriso.
“Buonasera, Signora Sedia,” sussurrò.
La sedia non rispose. Però, nella testa di Lina, fece un inchino elegantissimo.
Mamma, dal divano, alzò un sopracciglio. “Con chi parli?”
“Con la sedia,” disse Lina, come se fosse la cosa più normale del mondo. “È molto educata.”
Mamma scoppiò a ridere piano, senza fare troppo rumore, come una risata in pantofole. “Allora salutami anche il tavolo.”
Lina obbedì subito. Il tavolo aveva quattro gambe serissime e un nodo del legno che sembrava un occhio furbo. Lina gli fece un cenno. “Buonasera anche a te, Tavolo Investigatore.”
E fin qui, tutto bene. Solo che, quando arrivò davanti alla porta della sua camera, Lina vide sul muro… una faccia nuova.
Era fatta da un'ombra e da un gancio dell'accappatoio. Due buchi scuri come occhi e una curva che pareva una bocca sorpresa.
La faccia sembrava dire: “Ehi!”
Lina si fermò. Non aveva paura. Però era curiosa come un gatto davanti a una scatola.
“Tu chi sei?” domandò.
L'ombra, ovviamente, non rispose. Ma Lina sentì lo stesso un certo “Ehi!” nell'aria. E questo, per lei, era quasi una conversazione.
Capitolo 2: Il grande equivoco del “Mostro Appendiabiti”
Lina entrò in camera con passo da esploratrice. La lampada sul comodino, spenta, sembrava una testa rotonda che dormiva in piedi. Il peluche a forma di coniglio, appoggiato al cuscino, aveva due orecchie come antenne pronte a captare segreti.
“Stasera c'è un ospite,” annunciò Lina al coniglio. “Sul muro del corridoio.”
Il coniglio la fissava con i suoi occhi di plastica, che facevano sempre la stessa faccia: una faccia da “Sono d'accordo, ma non posso muovere la bocca”.
Lina tornò a sbirciare fuori dalla porta. La faccia d'ombra era ancora lì, identica, come se stesse aspettando.
Allora Lina fece una cosa molto seria: chiamò rinforzi.
“Papà!” gridò, ma con voce bassa, perché il silenzio della sera era delicato come una bolla di sapone. “Puoi venire un secondo?”
Papà arrivò con la calma di chi sa che le grandi emergenze di casa spesso sono… un calzino scomparso. Guardò il muro. Guardò Lina. Guardò di nuovo il muro.
“Dov'è il… ehm… signore?” chiese.
“Lì!” Lina indicò. “Ha due occhi e una bocca. È un mostro apposta per appendere la paura!”
Papà si avvicinò e inclinò la testa, come un cane confuso. Poi accese la luce del corridoio.
La faccia sparì all'istante.
“Ah!” fece Lina, sorpresa. “È timido!”
Papà spense la luce. La faccia tornò.
Papà accese. Sparì.
Papà spense. Tornò.
Sembrava un gioco di magia, ma senza cappello.
Mamma arrivò anche lei, incuriosita. “Che succede? State facendo discoteca al muro?”
Lina, seria seria, spiegò: “C'è un mostro che appare quando la luce è spenta. È un mostro educato, però un po'… appeso.”
Mamma guardò il gancio dell'accappatoio e la giacca appesa, poi l'ombra che si formava. Capì subito.
“Lina,” disse con voce dolce, “quello non è un mostro. È l'ombra del gancio e della giacca.”
Lina fece una faccia pensierosa, con le sopracciglia che quasi si toccavano. “Quindi… è una faccia di vestiti?”
Papà annuì. “Una faccia molto alla moda.”
Mamma aggiunse: “E anche molto innocua.”
Lina sospirò di sollievo, ma non voleva perdere il divertimento. “Allora posso chiamarlo Signor Appendiabiti?”
“Certo,” disse papà. “Ma senza invitarlo a cena, che poi mangia tutti i cappotti.”
Lina rise. La risata le fece il solletico in pancia, come quando una piuma ti rincorre.
Capitolo 3: Il consiglio degli oggetti sorridenti
Prima di andare a letto, Lina fece il giro della casa come una piccola sindaca delle facce.
In cucina, il rubinetto sembrava un cigno con il becco lungo. “Buonanotte, Signor Cigno,” sussurrò. Il rubinetto gocciolò una volta, come per dire “Ciao”.
Nel salotto, i cuscini sul divano formavano due occhioni e un naso schiacciato. “Non fate tardi,” li avvertì Lina. “Domani c'è scuola.”
I cuscini, molto seri, restarono immobili. Però Lina era sicura che stessero trattenendo una risata.
Quando tornò verso la sua stanza, Lina notò che il Signor Appendiabiti, cioè l'ombra, sembrava ancora più buffo. Con la luce del corridoio un po' più bassa, la “bocca” pareva un sorriso storto.
Lina lo guardò e si venne a creare un nuovo equivoco, morbido come una coperta: e se quella faccia non fosse solo un'ombra, ma un messaggio?
Lina si avvicinò. “Hai bisogno di qualcosa, Signor Appendiabiti? Ti manca un braccio? Un cappello? Un complimento?”
Papà, che passava dietro con un bicchiere d'acqua, sentì e intervenne sottovoce: “Forse gli manca… un amico.”
Lina sgranò gli occhi. “Un amico? Ma io sono già sua amica!”
Mamma arrivò con la coperta piegata. “Lo sei, infatti. E quando qualcuno è amico, lo aiuti a sembrare meno strano.”
Lina guardò il gancio e la giacca. Capì che la faccia nasceva da come erano appesi.
“Allora possiamo… aggiustargli il sorriso?” chiese.
Papà posò il bicchiere. “Operazione ‘Sorriso Appeso'!”
Insieme, con gesti lenti per non svegliare la casa, sistemarono la giacca: un bottone più in alto, una manica piegata. Mamma spostò l'accappatoio. Papà girò leggermente il gancio.
Lina spense la luce un attimo per controllare.
L'ombra riapparve… ma diversa: gli “occhi” erano più simmetrici e la “bocca” sembrava proprio una mezzaluna allegra.
Lina applaudì piano. “È diventato un volto contento!”
Papà fece un inchino esagerato. “Siamo truccatori di ombre.”
Mamma accarezzò i capelli di Lina. “Vedi? Quando ci aiutiamo, anche le facce sul muro diventano più gentili.”
Lina annuì. E dentro di sé sentì che la casa intera stava sorridendo, come se avesse una bocca enorme fatta di stanze.
Capitolo 4: La notte zuccherata
In camera, Lina si infilò sotto le coperte. Il lenzuolo profumava di pulito e di sole, anche se fuori era buio. Il coniglio di peluche si sistemò sotto il suo braccio, serio come una guardia del corpo minuscola.
Mamma spense la lampada e lasciò la porta socchiusa. Dal corridoio arrivava una striscia di luce, sottile come una matita.
Lina guardò verso il muro del corridoio. Il Signor Appendiabiti, ora, aveva davvero una faccia simpatica. Sembrava dire: “Tutto a posto.”
“Buonanotte,” mormorò Lina.
Dal soggiorno, papà fece un finto colpo di tosse che sembrava una parola. “Buona… notte.”
Mamma rispose con voce bassa e morbida. “Buona notte, esploratrice di facce.”
Lina chiuse gli occhi. Nella sua mente, le facce degli oggetti si misero in fila come in una piccola parata: il tostapane con i baffi immaginari di briciole, la lavatrice con la bocca rotonda che cantava “Ooooh”, la sedia inchinata, il tavolo investigatore che prendeva appunti.
E poi lui, il Signor Appendiabiti, che ora sorrideva come un biscotto.
Lina pensò che anche le ombre, se le guardi bene e se qualcuno ti aiuta, possono diventare buffe e tranquille. Il suo respiro si fece più lento, come una barchetta che si avvicina piano alla riva.
Prima di scivolare nel sonno, Lina immaginò una notte tutta zucchero e morbidezza: nuvole di zucchero filato sopra il letto, stelle come confetti, e una luna a forma di caramella che non appiccicava.
La casa rimase silenziosa. Un silenzio pieno di sorrisi invisibili.
E Lina, sostenuta da quella piccola squadra di famiglia e oggetti gentili, dormì una notte dolce, dolcissima.