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Storia del Ramadan 11/12 anni Lettura 18 min.

Le stelle del silenzio condiviso

Amina e i suoi amici scoprono il valore del silenzio condiviso attraverso giochi, luci e piccole missioni durante le feste di famiglia, imparando a rispettare gli altri e a trovare calma insieme.

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Amina, 12 anni, viso rotondo, pelle olivastra, capelli neri in coda, sorride tenendo una ghirlanda di piccole stelle dorate; Leila, 12 anni, capelli castano chiaro in treccia e maglione colorato, la aiuta fissando una lucina con una molletta; Sami, 12 anni, capelli castani scompigliati e maglietta ampia, tiene un cacciavite troppo grande con una smorfia divertita sul balcone; la nonna di circa 70 anni, capelli grigi raccolti, siede vicino alla porta-finestra osservando con tenerezza; il signor Marco, circa 50 anni, appare alla finestra al terzo piano in pigiama con una tazza e saluta con un cenno; ambientazione: balcone di sera con piastrelle consumate, ringhiera scura, ghirlanda di luci ambrate, tenda che si muove al vento e cielo urbano viola; i bambini finiscono di installare la guirlanda, si fermano in silenzio a guardare le luci accendersi e scambiano un gesto di rispetto con il vicino, atmosfera calda e intima. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Ninna nanna dopo l'iftar

Le ultime briciole di sambusa erano sparite dal piatto e il tè alla menta lasciava nell'aria un profumo fresco, come una finestra aperta su un giardino. Amina, dodici anni e una passione sfrenata per i giochi di gruppo, si era già messa a contare mentalmente quanti cugini erano rimasti svegli: abbastanza per una partita, pensava. Sicuro. Almeno una.

Poi, dal telefono di zia Farah, partì una ninna nanna. Non una di quelle da neonati: una voce morbida, con parole che sembravano scivolare come seta. Tutti, senza che nessuno lo dicesse, rallentarono. Il salotto si fece più grande, come se i mobili avessero deciso di fare un passo indietro per ascoltare meglio.

Amina aprì la bocca per dire: “Chi gioca a…” ma la richiuse subito. La ninna nanna era una specie di coperta invisibile che cadeva sulle spalle di tutti. Anche Sami, che di solito faceva rumori da astronave con la bocca, restò zitto. Perfino il cucchiaino nel bicchiere smise di tintinnare.

“Strano,” sussurrò Amina a Leila, la sua migliore amica, seduta per terra con le ginocchia abbracciate.

Leila sorrise senza guardarla. “È bello.”

Amina non voleva ammetterlo, ma sentì qualcosa muoversi dentro di lei, come quando trovi un posto comodo su un divano che credevi scomodo. Un silenzio condiviso. Non quello imbarazzante, tipo quando la maestra chiede “Chi ha fatto i compiti?” e nessuno respira. Questo era… caldo.

La voce della ninna nanna finì con una nota lunga, come una lucciola che si spegne lentamente. Per un attimo nessuno parlò. E in quell'attimo Amina si accorse di sentire il frigo ronzare, il vento che spingeva piano contro le persiane, e il suo cuore che faceva “toc toc” come se bussasse a una porta gentile.

“Ok,” disse finalmente Sami, con il tono di chi rompe un biscotto. “Adesso posso tornare umano?”

Risero tutti. Amina rise più forte, e si sorprese: non aveva rovinato il silenzio. Era come se il silenzio avesse lasciato una risata uscire, per dire: tranquilli, ci sto anche io.

Capitolo 2: Il gioco delle luci e delle pause

Il giorno dopo, Amina trascinò il suo gruppo nel cortile del condominio, dove i muri chiari prendevano il sole e lo rimandavano come uno specchio caldo. Aveva in mente un gioco nuovo. Lei amava inventare regole, soprattutto quelle che facevano litigare solo un pochino—il giusto per ridere e fare pace subito.

“Si chiama ‘Semaforo stellare',” annunciò, con l'aria di una presentatrice. “Quando dico ‘verde', si corre. Quando dico ‘rosso', si resta immobili. Quando dico ‘stella', si fa… silenzio.”

Sami alzò un sopracciglio. “Silenzio tipo biblioteca? O silenzio tipo ‘non respiro più'?”

“Silenzio tipo… ascolto,” disse Amina, improvvisando. “Chi parla perde un punto.”

Leila batté le mani. “Mi piace!”

Partirono. “Verde!” Amina gridò, e una nuvola di passi e risate si alzò dal pavimento. “Rosso!” Tutti si bloccarono in posizioni ridicole: Yasmin con un piede in aria, Sami con le braccia spalancate come un gabbiano, Leila piegata in avanti come se stesse annusando una margherita invisibile.

“Stella.”

E lì successe una cosa strana. Non solo smettere di parlare: anche i corpi si rilassarono, come se il cortile fosse diventato una foto. Amina sentì un uccellino cantare da qualche parte, forse su un balcone. Sentì un'auto lontana, non fastidiosa, solo… presente. Sentì una risata trattenuta, che tremava in gola a qualcuno, come una bolla di sapone pronta a scoppiare.

Sami, ovviamente, non resistette. Sussurrò: “Mi prudono le orecchie quando sto fermo.”

Amina lo fissò con finta severità. “Punto in meno!”

“Ma era un sussurro!” protestò lui.

“Il silenzio non si imbroglia,” disse Leila, e gli fece l'occhiolino.

Quando il gioco finì, Amina si accorse che tutti erano più calmi, anche se avevano corso come matti. Era come se quelle pause avessero fatto spazio a qualcosa. Una specie di aria pulita.

Quella sera, dopo l'iftar, Amina si ritrovò a cercare spontaneamente un angolo tranquillo in salotto. La ninna nanna tornò, e lei non provò neanche a interromperla con un “chi gioca?”. Si limitò a guardare le mani della nonna che piegavano un tovagliolo, lente, come se anche la stoffa meritasse rispetto.

“Nonna,” sussurrò Amina quando la musica finì, “come si fa a stare zitti senza annoiarsi?”

La nonna la guardò come se la domanda fosse un regalo. “Si sta zitti insieme,” disse. “E si ascolta quello che di solito corre via.”

Capitolo 3: Il tesoro del silenzio condiviso

Qualche giorno dopo, la mamma di Amina tirò fuori una scatola dal ripostiglio. Dentro c'erano lucine, nastri, cartoncini colorati e una ghirlanda con piccole stelline dorate.

“Stasera la mettiamo sul balcone,” disse la mamma. “Così la vedono anche i vicini.”

Amina batté le mani. Le piaceva preparare cose in gruppo. “Posso invitare Leila e Sami? Facciamo una squadra!”

La mamma sorrise. “Una squadra va benissimo. Però niente gara a chi appende più veloce.”

Amina fece finta di essere offesa. “Io? Mai!”

Leila arrivò con una borsa piena di mollette. Sami arrivò con… un cacciavite troppo grande, come se stessero per costruire un ponte.

“Ho portato l'attrezzatura,” annunciò. “Sono un professionista.”

“Professionista del caos,” mormorò Leila, ma rideva.

Si misero al lavoro. Amina teneva la ghirlanda, Leila passava le mollette, Sami faceva finta di dare ordini. “Attenzione, operazione ‘Stella Cadente' in corso.”

A un certo punto, il filo delle lucine si attorcigliò in un nodo impossibile. Un nodo di quelli che sembrano avere un carattere: non si sciolgono, si convincono.

“Ok,” disse Amina, tirando piano. “Se tiriamo tutti insieme…”

“Come nel tiro alla fune!” esclamò Sami.

Tirarono. Il nodo si strinse, soddisfatto di sé.

“Ahi,” fece Leila, perché una molletta le era scappata e le aveva pizzicato il dito.

Amina si fermò. Guardò il groviglio. Sentì salire l'impazienza, quella che le faceva sempre accelerare. Poi ricordò il gioco: stella. Silenzio.

“Facciamo una cosa,” disse, più piano. “Un minuto senza parlare. Lo guardiamo e basta.”

Sami la fissò. “Un minuto? È una vita.”

“Se sopravvivi, ti do un punto bonus,” disse Amina.

Sami fece una faccia drammatica e si sedette. Leila si avvicinò al nodo come a un animale timido. Nessuno parlò.

Nel silenzio, Amina notò che il filo aveva un piccolo anello infilato sotto un altro. Notò anche che, se invece di tirare, doveva spingere un pezzetto indietro, il nodo avrebbe perso forza.

Indicò con un dito, senza parlare. Leila capì e fece un cenno. Sami, che stava per commentare, si morse la lingua e imitò il gesto.

In pochi secondi, il nodo si sciolse con un “plop” morbido, come una bollicina che esplode.

Sami spalancò gli occhi. “Ok,” disse, “questo silenzio… è tipo magia.”

Amina sorrise. “Non è magia. È… attenzione.”

Leila annuì. “E anche un po' di pazienza.”

Quando appesero la ghirlanda sul balcone, le stelline dorate dondolarono al vento. Le lucine si accesero e disegnarono un piccolo cielo domestico. Amina si appoggiò alla ringhiera e pensò che quel balcone sembrava dire: siete qui, insieme.

Dal balcone accanto, la signora Teresa—che non capiva mai bene cosa stessero festeggiando, ma salutava sempre—alzò la mano. “Che belle luci! Sembrate un cinema all'aperto!”

Sami sussurrò: “Stasera proiettiamo il film ‘Il Nodo Malefico'.”

Amina scoppiò a ridere, ma poi, senza accordarsi, restarono tutti e tre in silenzio a guardare le luci. Un silenzio leggero, pieno di cose che non serviva dire.

Capitolo 4: Il vicino e la finestra aperta

Il pomeriggio successivo, Amina sentì delle voci nel pianerottolo. Aprì la porta quel tanto che bastava per sbirciare. Il signor Marco, il vicino del terzo piano, stava parlando con la mamma. Aveva in mano un sacchetto della spesa e un'espressione un po' storta.

“Mi scusi,” diceva, “ieri sera c'erano molte risate sul balcone. Io lavoro presto…”

Amina sentì il caldo salirle alle guance. Le risate erano state loro. Sami, soprattutto. Sami rideva come se avesse un megafono incorporato.

La mamma annuì, calma. “Ha ragione. Abbiamo sistemato le luci e ci siamo lasciati prendere dall'entusiasmo. Cercheremo di essere più discreti.”

Amina aprì la porta del tutto. “Signor Marco,” disse, “mi dispiace. Non volevamo dare fastidio.”

Il signor Marco la guardò, sorpreso, come se non si aspettasse una scusa da una dodicenne. “Beh… grazie,” borbottò. Poi, più piano: “È che… il silenzio, per me, è importante. A volte ho bisogno di… staccare.”

Amina pensò al loro silenzio condiviso, quello della ninna nanna. “Anche per noi,” disse. “Stiamo imparando.”

Il signor Marco fece un mezzo sorriso, incerto ma reale. “Quelle luci però… sono davvero belle.”

Quella sera Amina propose una cosa al suo gruppo. “Dopo l'iftar, andiamo un attimo sul balcone. Guardiamo le luci. Senza fare casino. Tipo… un gioco al contrario.”

Sami sospirò teatralmente. “Un gioco senza rumore. Che paura.”

Leila lo punzecchiò. “Sei capace di stare zitto per due minuti, o ti si spegne la batteria?”

“Ho batterie infinite,” disse lui. “Ma posso provare.”

Dopo l'iftar, il salotto era pieno di profumi: pane caldo, spezie, dolci appiccicosi che ti incollavano la felicità alle dita. La ninna nanna partì di nuovo, e Amina la lasciò scorrere dentro di sé come acqua tiepida. Quando finì, fece un cenno a Leila e Sami.

Sul balcone l'aria era fresca. Le lucine facevano tremolare ombre sulle piastrelle. In lontananza, la città sembrava più morbida, come se anche lei avesse abbassato la voce.

Amina alzò un dito. “Stella.”

Restarono lì. In silenzio. Non per punteggio. Non per regola. Solo perché, in quel momento, sembrava la cosa più gentile da fare.

Amina notò una finestra al terzo piano: il signor Marco era lì, con una tazza in mano. Li guardava. Amina non salutò agitando le braccia—troppo rumoroso—ma appoggiò la mano al petto e fece un piccolo cenno con il capo. Un saluto silenzioso.

Il signor Marco rispose con lo stesso gesto. E, per un attimo, Amina ebbe la sensazione che tra balconi diversi ci fosse un ponte invisibile fatto di rispetto.

Sami, senza parlare, indicò le lucine e disegnò in aria una forma di cuore enorme. Era ridicolo. Amina e Leila si tappavano la bocca per non ridere forte. Le risate uscivano comunque, ma piccole, come campanelli lontani.

Quando rientrarono, la nonna li guardò e disse: “Avete gli occhi brillanti.”

“È colpa delle luci,” rispose Amina.

“E del silenzio,” aggiunse Leila, piano.

Capitolo 5: La notte della festa e le parole giuste

Arrivò la sera della festa. In casa c'era un'energia diversa: non frenetica, ma luminosa. Come quando sai che sta per succedere qualcosa di bello e non vuoi perderti nemmeno un dettaglio. I piatti passavano di mano in mano, le sedie cambiavano posto, le persone entravano e uscivano dalla cucina come in una danza.

Amina aveva organizzato un gioco di gruppo per i bambini e i ragazzi: “La Caccia ai Desideri Gentili”. Aveva nascosto bigliettini in giro per casa, ognuno con una piccola missione: “Fai un complimento sincero”, “Aiuta qualcuno senza dirlo”, “Ascolta una storia senza interrompere”, “Lascia l'ultimo dolce a chi ne ha più voglia”.

Sami lesse il suo biglietto e fece una faccia tragica. “Dice: ‘Stai in silenzio mentre qualcun altro parla'. Questo è un attacco personale.”

Leila gli diede una pacca sulla spalla. “È il destino che ti allena.”

Amina corse da una stanza all'altra, felice, a controllare che tutti partecipassero. Le piaceva vedere il gruppo muoversi, collaborare, litigare per finta e poi ridere. Eppure, ogni tanto, si fermava. Come se dentro di lei ci fosse un interruttore nuovo: rumore e pausa.

Quando toccò a lei leggere il suo biglietto, lo trovò sotto un cuscino. Diceva: “Condividi un minuto di silenzio con qualcuno.”

Amina guardò attorno. Vide la nonna seduta in un angolo, un po' stanca ma serena, con le mani intrecciate. Le si avvicinò e si sedette accanto a lei.

“Nonna,” disse, “possiamo fare una missione insieme?”

La nonna alzò un sopracciglio. “Se non è ‘salta sul divano', sì.”

Amina rise. “No. È… un minuto di silenzio.”

La nonna annuì come se fosse la cosa più naturale del mondo. Si sedettero vicine, spalla contro spalla. Attorno a loro la casa continuava a vivere: posate, voci, passi. Ma Amina si concentrò su quel piccolo spazio tra lei e la nonna, uno spazio pieno di calma.

In quel minuto, Amina pensò al signor Marco, alla signora Teresa, a Sami che provava a non esplodere in risate, a Leila che capiva i gesti senza parole. Pensò che il silenzio, quando è condiviso, non ti toglie qualcosa. Ti aggiunge.

Il minuto finì senza che qualcuno dicesse “tempo!”. Amina aprì gli occhi e la nonna le strinse la mano.

“Com'era?” chiese la nonna.

“Come una stanza segreta,” rispose Amina. “Ma senza porta.”

Più tardi, Sami arrivò correndo. “Amina! Ho fatto la missione del silenzio. Sono sopravvissuto. Voglio il premio.”

“Quale premio?” chiese Amina.

“Un applauso silenzioso,” disse Leila, e mosse le mani in aria, come fanno alcuni per applaudire senza rumore.

Tutti la imitarono, ridendo piano. Le mani danzavano nell'aria come farfalle. Amina sentì un calore nel petto: empatia, pensò, è anche questo. Fare spazio agli altri, anche quando dentro di te vorresti correre e parlare.

Capitolo 6: La ghirlanda riposta

La notte si era fatta più profonda, e la casa, piano piano, si stava svuotando. Restavano bicchieri da lavare, briciole da raccogliere, e quell'odore dolce di fine festa che si attacca alle tende.

Amina uscì sul balcone un'ultima volta. Le lucine erano ancora accese, ma più discrete, come se anche loro fossero stanche. La ghirlanda con le stelline dorate dondolava piano. Sotto, la strada era quasi silenziosa: qualche auto rara, un cane che abbaiava lontano, il fruscio delle foglie.

La mamma la raggiunse con una coperta sulle spalle. “Ti va di aiutarmi a rimettere via le decorazioni?” chiese.

Amina annuì. “Sì. Però… piano.”

La mamma la guardò, curiosa. “Piano va benissimo.”

Spenta la luce, le stelline persero il loro luccichio e diventarono semplici pezzi di cartoncino. Eppure, Amina le trovò ancora belle. Le prese con delicatezza, una per una, come se fossero fragili. Sami direbbe che stava maneggiando “reperti preziosi”, pensò, e sorrise da sola.

Mentre staccavano le mollette, Amina sentì un movimento al terzo piano. La finestra del signor Marco era socchiusa. Lui apparve, in pigiama, con la stessa tazza di sempre.

La mamma alzò una mano in un saluto piccolo. Amina fece il gesto della mano sul petto, come l'altra sera. Il signor Marco ricambiò, e poi indicò la ghirlanda e fece un segno di approvazione con il pollice.

Amina sussurrò alla mamma: “Vedi? Anche lui… fa parte del nostro balcone, un po'.”

La mamma annuì. “Quando pensi agli altri, il tuo mondo si allarga.”

Rientrarono. La ghirlanda era un serpentello di lucine e stelline tra le mani di Amina. La appoggiò sul tavolo e iniziò ad arrotolarla con calma, facendo attenzione a non creare nuovi nodi “con carattere”.

Leila e Sami, prima di andare via, avevano lasciato un biglietto sul frigorifero: “Missione completata: silenzio + amicizia. Domani: gioco nuovo?” Amina rise piano, come se non volesse svegliare la casa.

Quando la ghirlanda fu ben arrotolata, Amina la ripose nella scatola del ripostiglio. Chiuse il coperchio. Il suono fu morbido, definitivo e tranquillo.

Restò un attimo ferma, la mano sul cartone. Ascoltò. Non c'era la ninna nanna, non c'erano voci, non c'erano risate. Solo il silenzio della casa che riposava, pieno di ricordi recenti e gentili.

Amina spense la luce del corridoio e, prima di andare a letto, pensò che il silenzio condiviso non finiva quando finiva la festa. Si poteva piegare con cura e tenere da parte, proprio come una ghirlanda, pronta a essere riaperta quando serve.

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Sambusa
Piccolo fagottino di pasta ripieno, spesso fritto o cotto, mangiato come snack.
Iftar
Il pasto serale con cui si rompe il digiuno durante il Ramadan.
Tè alla menta
Bevanda calda o fredda preparata con tè e foglie di menta, profumata e rinfrescante.
Ninna nanna
Canzone dolce cantata per far addormentare i bambini.
Coperta invisibile
Immagine che descrive un senso di calore e protezione che non si vede.
Attorcigliò
Si avvolse su se stesso formando un nodo o una spirale stretta.
Groviglio
Insieme aggrovigliato e confuso di fili o cose intrecciate.
Mollette
Piccoli oggetti usati per tenere insieme stoffe o fogli, spesso a molla.
Ghirlanda
Decorazione fatta di fiori, foglie o lucine, spesso da appendere.
Ringhiera
Barriera di metallo o legno che delimita un balcone o una scala.
Pianerottolo
Spazio orizzontale davanti alle porte di un piano di un edificio.

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