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Storia del Ramadan 11/12 anni Lettura 18 min.

Il tifo senza podio e la scatola delle piccole luci

Franc impara ad ascoltare e rispettare i ritmi dei suoi amici durante il Ramadan, scoprendo che incoraggiare può significare stare vicino senza confronti.

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Ci sono 4 bambini: Franc, 11 anni, capelli castani scompigliati, giacca rossa con cappuccio e jeans, seduto a sinistra del tavolino, tiene un piccolo dattero nella mano destra e sorride timidamente; Amina, 11 anni, capelli neri a trecce, vestito a pois pastello, seduta di fronte alla camera leggermente a destra rispetto a Franc, tiene un vassoio con biscotti e guarda Franc con dolcezza; Yusuf, 12 anni, pelle olivastra e capelli corti neri, maglione blu scuro, seduto a destra del tavolino, tiene una caraffa d'acqua e guarda il tramonto dalla finestra; Leo, 11 anni, capelli biondi corti, in una sedia a rotelle moderna con una fascia argentata, davanti al tavolo tra Franc e Amina, ride mostrando un piccolo disegno di luna. Ambientazione: interno accogliente di un salotto familiare al crepuscolo, pavimento in parquet chiaro, tappeto colorato sotto il tavolino, balcone aperto con ghirlanda di lucine calde; sul tavolo ci sono ciotola di datteri lucenti, piatti di riso fumante, pane rotondo, una zuppa nella pentola, posate semplici e tovaglioli colorati. Situazione: iftar tranquillo e caloroso dopo il tramonto, i quattro condividono il pasto serale con sorrisi e gesti affettuosi, luce dorata del crepuscolo mescolata alle lucine calde, atmosfera intima, composizione centrata sul tavolo e sui volti dei bambini. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1 — Il campanello della ricreazione

Franc aveva una qualità rara: diceva sempre quello che pensava. Il problema era che lo diceva anche quando il suo pensiero correva più veloce degli altri.

Quel lunedì, nel cortile della scuola, la ricreazione sembrava una partita di ping-pong: voci che rimbalzavano, palloni che scappavano, risate che facevano capriole. Franc masticava una merendina al cioccolato e guardava i suoi amici seduti sulla panchina vicino al platano.

C'erano Amina, con le trecce e un quaderno pieno di adesivi; Yusuf, che sapeva fischiare come un merlo; e Leo, che aveva una sedia a rotelle leggera e velocissima, decorata con una striscia argentata che sembrava una cometa.

Amina teneva una bottiglietta d'acqua in mano, ma non la apriva. Yusuf fissava la merendina di Franc come se fosse un film d'azione. Leo invece contava i giri di una formica attorno a una briciola, serio come uno scienziato.

Franc sbottò, senza cattiveria, ma con la sua solita sincerità a scatto:

— Ma perché non mangiate? Avete perso una scommessa?

Yusuf sorrise, un po' stanco e un po' divertito:

— È Ramadan. Digiuniamo fino al tramonto.

Franc si fermò a metà morso. L'aria, per un secondo, sembrò più lenta.

— Tutto il giorno? Ma… come fate a non pensare al cibo?

Amina alzò le spalle, dolce:

— Ci pensiamo. Poi pensiamo anche ad altro.

Franc avrebbe potuto dire: “Io non ce la farei mai”, e quasi lo disse. Però vide Yusuf che si massaggiava la pancia con discrezione e Leo che, per non farlo sentire osservato, iniziò a raccontare:

— Io una volta ho provato a non mangiare per due ore. E ho sognato una pizza che mi inseguiva. Una pizza cattiva.

Amina rise piano. Franc si sentì improvvisamente troppo rumoroso con la sua merendina.

— Scusate… — disse, e infilò il resto in tasca come se fosse un segreto. — Non ci avevo pensato.

Yusuf gli diede una gomitata leggera:

— Tranquillo. Basta che non fai sventolare croissant sotto il mio naso come una bandiera.

Franc fece una smorfia teatrale:

— Promesso. Niente bandiere di croissant. Però… se vi manca l'energia, ditemelo. Posso… non so… fare il tifo.

Amina lo guardò, sorpresa e contenta:

— Il tifo va benissimo. Ma senza gare.

Franc annuì. Non capì subito cosa intendesse, ma il suono di quelle parole gli rimase addosso come una sciarpa: “senza gare”.

Capitolo 2 — Il ritmo degli altri

Quel pomeriggio, Franc camminò con loro verso casa. Era uno di quei giorni in cui il sole sembrava tenero, come se non volesse abbagliare nessuno.

Di solito Franc parlava a raffica: una battuta, un'idea, un commento su una nuvola che sembrava un dinosauro. Ma stavolta notò che Yusuf camminava più piano, e Amina faceva pause piccole, come virgole, tra una frase e l'altra. Leo, invece, spingeva le ruote con calma, senza le sue solite accelerate da pilota.

Franc si accorse che stava per dire: “Dai, muovetevi!”, e si morse la lingua. Invece chiese:

— Volete fare una strada più corta? O ci fermiamo un attimo al parco?

Yusuf espirò come se qualcuno gli avesse tolto uno zaino invisibile:

— Il parco va bene. Solo… niente corse oggi.

— Niente corse — ripeté Franc, e si sentì strano a essere… lento. Ma non era una lentezza noiosa. Era come abbassare il volume del mondo.

Al parco si sedettero sotto una pergola di glicine. L'aria profumava di zucchero, anche se nessuno stava cucinando. O forse era solo la fantasia di Franc, che aveva il cervello ancora pieno di merendina.

Amina tirò fuori un piccolo calendario, con una luna disegnata in alto.

— Mia nonna segna i giorni così. Ogni sera una stellina. Dice che il Ramadan è come un viaggio: non serve correre, serve guardare.

Franc osservò il calendario. Le stelline erano minuscole e precise.

— Io a casa segno le cose con le X enormi — confessò. — Tipo: “compiti finiti!” X grande così.

Leo sorrise:

— Le tue X fanno paura. Una volta ho visto il tuo quaderno: sembrava un campo di battaglia.

Risero tutti. Franc sentì che ridere senza stancare gli altri era una specie di abilità nuova.

Poi Yusuf indicò il cielo:

— Quando arriva il tramonto… è come se il giorno facesse “ok, adesso potete respirare”.

Franc provò a immaginare il giorno che parla. Un giorno con la voce di un professore gentile.

— E voi cosa fate a quell'ora? — chiese.

Amina si illuminò:

— Iftar. Si rompe il digiuno. Si mangia insieme. Si ringrazia, si parla, si ride… e a volte si litiga su chi prende l'ultimo dattero.

— L'ultimo dattero è sempre una trappola — aggiunse Leo. — Se lo prendi, qualcuno ti guarda come se avessi rubato un tesoro.

Franc pensò che “mangiare insieme” suonava come una festa semplice, con le luci basse e le voci morbide. E gli venne un'idea, scattante come lui:

— Posso venire? Cioè… se si può. Non per… insomma. Per stare con voi.

Amina lo guardò con un sorriso che sembrava una candela accesa:

— Se i miei sono d'accordo, sì. E ti avverto: mia madre cucina come se dovessimo sfamare un esercito felice.

Yusuf annuì:

— E mio padre racconta storie lunghissime. Se non stai attento, arrivi all'alba.

Franc rise:

— Io adoro le storie. Anche quelle infinite.

Capitolo 3 — Il tifo senza confronto

Il giorno dopo, a scuola, Franc si mise in modalità “amico attento”. Che per lui era quasi un superpotere, ma senza mantello.

In mensa, quando altri compagni facevano domande un po' troppo curiose, Franc intervenne prima che la situazione diventasse fastidiosa.

— Ragazzi, non è un reality show. Se Yusuf dice che sta bene, sta bene. E se non sta bene, non gli serve un interrogatorio.

Yusuf lo guardò come si guarda una porta che si apre quando hai le mani piene:

— Grazie.

Franc arrossì, e per coprire l'imbarazzo disse:

— Comunque, se vi serve qualcuno che vi descriva i panini… sono disponibile. Scherzo! Scherzo totale.

Amina gli lanciò una pallina di carta:

— Scherzo a rischio.

Nel pomeriggio avevano educazione fisica. Il professore propose una corsa a squadre. Franc stava per dire: “Facile!”, ma notò Yusuf che si sistemava i lacci con lentezza, e Amina che si passava una mano sulla fronte. Leo, intanto, parlava col professore, tranquillo.

Franc si avvicinò al professore e disse, sincero:

— Possiamo fare un gioco meno… “sprint”? Tipo una staffetta con indovinelli. Così contano anche la testa e non solo le gambe.

Il professore lo osservò, sorpreso. Poi sorrise:

— Staffetta con indovinelli. Mi piace. Oggi vincono anche i pensatori.

Il gioco cambiò subito atmosfera. Ogni volta che qualcuno arrivava al cono, doveva rispondere a una domanda buffa: “Che animale non dorme mai?” “Qual è la cosa più rumorosa in una biblioteca?” Risate. Fiato. Passi.

Franc si accorse che stava incoraggiando Yusuf così:

— Vai, Yusuf! Tranquillo! A modo tuo!

E si sentì orgoglioso. Poi, però, gli uscì un confronto involontario, come una parola che scivola:

— Dai, stai andando meglio di ieri!

Yusuf rallentò un attimo. Non si arrabbiò, ma il suo sorriso cambiò forma.

— Meglio… rispetto a cosa?

Franc si fermò. Capì. “Meglio” era una scala, e nessuno gli aveva chiesto di costruire una scala.

— Hai ragione — disse, serio. — Scusa. Volevo dire: ti vedo… presente. E mi piace.

Yusuf riprese a correre, più leggero:

— Questo sì.

Amina, passando, sussurrò:

— Tifo senza podio. Bravo.

Leo arrivò al cono e rispose all'indovinello con aria solenne:

— La cosa più rumorosa in biblioteca è… il mio stomaco quando sente odore di focaccia.

Risero tutti, perfino il professore. Franc pensò che l'umorismo, quando è gentile, è come una finestra aperta: entra aria senza fare disordine.

Capitolo 4 — La cucina che profuma di sera

Qualche giorno dopo, Franc suonò il campanello di casa di Amina con una busta in mano. Dentro c'era un pacco di tovaglioli colorati e una scatola di biscotti “per dopo”, come gli aveva suggerito sua madre.

— Ricorda — gli aveva detto —: vai per stare insieme, non per fare l'esperto di qualcosa che non conosci.

Franc era pronto a essere semplicemente… Franc, ma con le orecchie più aperte.

Amina aprì la porta. Da dentro uscì un profumo caldo, fatto di spezie e pane e qualcosa di dolce.

— Entra! Stai attento, mia sorella ha trasformato il corridoio in una pista di calzini.

Franc entrò e quasi inciampò su un calzino arcobaleno. Lo evitò con un salto goffo.

— Ostacoli domestici! — proclamò. — Livello difficile.

In salotto c'erano Yusuf e Leo. Leo stava aiutando a sistemare i piatti su un tavolino basso. Si muoveva con naturalezza, senza che nessuno facesse commenti inutili: era solo Leo, con le sue mani veloci e la sua cometa argentata.

La madre di Amina arrivò con un vassoio.

— Benvenuto, Franc. Sei arrivato giusto in tempo per… aspettare.

Franc rise:

— Aspettare è una specialità nuova. Sto facendo allenamento.

Yusuf guardò l'orologio:

— Mancano dieci minuti.

Quei dieci minuti sembrarono una stanza a parte. Nessuno correva. Si parlava piano. Il televisore era spento. Persino la luce aveva un colore più morbido.

Amina tirò fuori una ciotola di datteri.

— Quando è il momento, si inizia spesso con questi.

Franc li osservò: sembravano piccole pietre lucide, come se avessero dentro un tramonto tascabile.

— E… è difficile? — chiese, senza voler essere invadente.

Yusuf ci pensò:

— A volte sì. Ma ci sono giorni in cui è… come mettere ordine. Non fuori. Dentro.

Franc annuì. Capiva quella sensazione, anche se non aveva le stesse abitudini. Quando metteva in ordine la sua scrivania, per esempio, il cervello smetteva di fare rumore.

All'improvviso, dalla cucina arrivò una voce:

— È ora!

Non era un annuncio solenne. Era più simile a “la pizza è pronta!”, ma con un'emozione in più.

Tutti presero un dattero. Anche Franc, perché Amina gli fece cenno:

— Se ti va, puoi assaggiare. Se no, anche solo stare qui è perfetto.

Franc prese un dattero. Non per imitare. Per condividere quel momento.

— Mi va.

Masticò. Era dolce, intenso, come una caramella seria.

Poi arrivò la zuppa fumante, il pane, le verdure, un piatto di riso profumato. Le voci si alzarono un po', come se anche loro avessero digiunato dal rumore.

A un certo punto, Franc disse:

— Posso dire una cosa? È come… quando si spegne la musica e poi la riaccendi: la senti meglio.

La madre di Amina lo guardò con gentilezza:

— È una bella immagine.

Yusuf, con un sorriso furbo:

— Attento, Franc. Se continui così, diventi poetico.

Franc si mise una mano sul petto:

— No, ti prego. Ho una reputazione da difendere.

Risero. La sera si sistemò intorno a loro come una coperta leggera.

Capitolo 5 — La scatola delle piccole luci

Il giorno successivo, Franc propose un'idea al gruppo, mentre tornavano da scuola.

— Facciamo una cosa. Una specie di… scatola del tifo. Ma senza confronti, giuro.

Amina inclinò la testa:

— Spiega.

Franc tirò fuori una scatolina di cartone che aveva decorato con stelle adesive e un'enorme X, poi ci aveva ripensato e l'aveva trasformata in una stella anche quella.

— Ognuno scrive su un foglietto un incoraggiamento. Non tipo “sei il migliore”. Tipo… qualcosa che fa bene. E poi, quando serve, se ne pesca uno.

Leo batté le mani piano:

— Mi piace. È come un distributore di gentilezza.

Yusuf rise:

— E non fa rumore come quelli delle merendine.

Si sedettero di nuovo al parco. Franc distribuì foglietti e una penna.

Amina scrisse lentamente, con cura.

Yusuf scrisse e poi cancellò e riscrisse.

Leo scrisse velocissimo e poi aggiunse un disegno minuscolo di una luna con gli occhiali.

Franc scrisse anche lui. Ci mise un po', perché la sincerità, quando vuole essere delicata, deve scegliere bene le parole.

Misero tutto nella scatola.

— Proviamo adesso? — chiese Franc.

Yusuf annuì:

— Oggi sì.

Franc agitò la scatola come se fosse un sacchetto di caramelle invisibili e pescò un foglietto. Lo aprì e lesse ad alta voce:

“Non devi dimostrare niente: basta esserci.” — Si fermò. — Questo… chi l'ha scritto?

Amina alzò la mano, un po' timida.

— Mia nonna dice sempre così.

Yusuf chiuse gli occhi un secondo, come per appoggiarsi a quelle parole. Poi sorrise:

— Me lo tengo in tasca, anche se è di carta.

Leo pescò un altro foglietto e lo lesse:

“Se ti senti lento, non sei rotto: sei in ascolto.” — Guardò Franc. — Questo è tuo, vero?

Franc si grattò la nuca:

— Forse. Mi è uscito.

Amina pescò e lesse:

“Hai il diritto di ridere, anche quando è faticoso.” — Fece un cenno verso Leo. — Questo è tuo. La luna con gli occhiali ti ha tradito.

Leo fece finta di essere offeso:

— La luna non tradisce. La luna illumina.

Risero. E Franc notò che quel gioco non serviva solo per il Ramadan. Serviva per tutto: interrogazioni, giornate storte, litigi con i fratelli, silenzi difficili.

Quella sera, a casa, Franc mise un foglietto anche per sua madre, senza dirle niente. Lo lasciò sul tavolo:

“Grazie per come ascolti, anche quando non capisco cosa mi succede.”

La madre lo lesse e lo abbracciò senza fare domande. E quell'abbraccio aveva lo stesso sapore della zuppa calda: semplice, giusto.

Capitolo 6 — Una pace discreta

Passarono i giorni. Il cielo cambiava colore un minuto alla volta, come se qualcuno lo dipingesse con un pennello lento. Franc imparò a riconoscere i momenti in cui Yusuf parlava meno e quelli in cui Amina preferiva camminare in silenzio. Non cercava di riempire ogni vuoto. Scoprì che certi vuoti sono comodi, come una panchina libera.

Arrivò l'ultima settimana di Ramadan. Amina invitò di nuovo il gruppo, questa volta con una piccola sorpresa: sul balcone c'erano lucine appese, niente di esagerato, solo una fila che sembrava una collana per la notte.

— Non è magia — disse Amina, quando Franc le fissò. — È solo… luce.

Leo si avvicinò alle lucine e disse, serio:

— La luce è sempre un po' magia, anche quando è solo una lampadina.

Yusuf portò una caraffa d'acqua e la mise sul tavolo con un gesto rispettoso, come se fosse un oggetto prezioso. Franc lo notò e non disse niente. Si limitò a sedersi accanto a lui.

Quando arrivò l'ora dell'iftar, Franc non si sentì ospite. Si sentì parte di un cerchio. Non perché faceva le stesse cose, ma perché stava nello stesso momento.

Dopo cena, Yusuf propose:

— Andiamo un attimo fuori? Solo a camminare.

Uscirono. Le strade erano tranquille. Le finestre accese sembravano piccoli acquari di vita: qualcuno lavava i piatti, qualcuno guardava un film, qualcuno litigava piano.

Arrivati al parco, si sedettero sotto il platano. Le foglie frusciavano come pagine di un libro.

Franc parlò con la sua sincerità nuova, più morbida:

— Ho capito una cosa. Io pensavo che incoraggiare fosse spingere. Tipo: “dai, più forte, più veloce”. Invece… a volte è solo stare vicino senza tirare.

Amina annuì:

— E senza paragonare.

Yusuf guardò la luna, che quella sera sembrava un'unghia di luce:

— Il Ramadan mi insegna anche questo. Non siamo tutti uguali nello stesso giorno. E va bene così.

Leo fece girare lentamente una ruota con la mano:

— E poi, se siamo diversi, ci annoiamo meno. Immagina quattro Franc in giro.

Franc si mise una mano sulla fronte, teatrale:

— Sarebbe un disastro con dialoghi velocissimi e merendine ovunque.

Risero, ma sottovoce, come se non volessero disturbare la notte.

Rimasero lì ancora un po', senza fretta. Franc sentì una calma strana e bella, una pace discreta, come una luce dietro una tenda: non ti acceca, però ti fa vedere meglio.

Quando si alzarono per tornare a casa, Franc non disse “domani facciamo così” o “la prossima volta”. Disse solo:

— Buonanotte. Grazie.

E quella parola, “grazie”, scese tra loro come una foglia: semplice, leggera, al posto giusto.

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Ricreazione
Il tempo a scuola per giocare e riposarsi tra le lezioni.
Cortile
Lo spazio esterno della scuola dove si possono fare attività e giochi.
Platano
Un grande albero con foglie ampie, spesso nei giardini o nei parchi.
Trecce
Capelli intrecciati in due o tre ciocche, legati insieme.
Merendina
Una piccola merenda dolce che si mangia a scuola o a casa.
Scommessa
Un accordo su chi vincerà qualcosa, spesso per gioco.
Ramadan
Il mese sacro dei musulmani in cui molti digiunano fino al tramonto.
Digiuniamo
Forma del verbo 'digiunare': non mangiare né bere per un periodo volontario.
Tramonto
Il momento in cui il sole scende e la luce del giorno cala.
Pergola
Una struttura con travi dove crescono piante o dove ci si può sedere.
Glicine
Pianta con fiori a grappoli, profumati e di colore viola o lavanda.
Calendario
Un foglio che mostra i giorni e mesi per segnare eventi o festività.
Indovinelli
Piccole domande o giochi di parole da risolvere divertendosi.
Staffetta
Gara a squadre in cui i partecipanti si alternano passando un testimone.
Vassoio
Un piatto grande e piano usato per portare cibo o bevande insieme.
Tovaglioli
Pezzetti di carta o stoffa usati per pulire la bocca mentre si mangia.
Cometa
Un oggetto nel cielo con una lunga scia luminosa, visibile di notte.

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