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Storia di cow-boy 11/12 anni Lettura 29 min.

Il campamento nella Gola del Coyote: Tom, Nate e il vento del Far West

Tom Rinaldi trova rifugio nella Gola del Coyote, salva un puledro e, insieme al giovane Nate e a suo zio Elias, affronta banditi e il vento con astuzia e prudenza.

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Uomo adulto Tom: volto segnato dal sole, pelle abbronzata, capelli castani corti sotto un cappello da cowboy consumato, sguardo concentrato; taglia una corda con un piccolo coltello all'ombra di una roccia per liberare un prigioniero. Ragazzo Nate (~16): magro, capelli neri spettinati, nervoso ma coraggioso; su una cornice di pietra spinge piccoli massi per provocare una frana che blocca il passaggio. Uomo più anziano Elias (~50): cicatrice sul mento, barba incolta, abiti rattoppati, stanco ma sollevato; legato a un palo tra le rocce, pronto a rialzarsi. Luogo: gola bassa e polverosa dalle pareti rosse e ocra, passaggio stretto, legna e una tenda bassa, polvere sospesa, ruscelletto scuro tra i massi. Situazione: scena tesa ed eroica al crepuscolo — Tom taglia la corda mentre Nate scatena una pioggia di pietre dall'alto per impedire l'ingresso ai banditi; contrasti caldi (arancioni del tramonto) e ombre fredde. Stile visivo: colori saturi, texture granulate per la roccia, tratti morbidi per i personaggi, piccoli doodle (vortici di polvere, note disegnate) per un tono giovanile. segnalare un problema con questa immagine

Capitolo 1: Il vento che fischiava come un serpente

Il vento correva sulla prateria come un branco di cavalli invisibili. Fischiava tra i ciuffi d'erba secca, sollevava polvere che pungeva gli occhi e faceva sbattere la giacca di tela di Tom Rinaldi come una vela impazzita.

Tom era un cowboy giovane ma già segnato dal sole: pelle abbronzata, sguardo attento, un cappello consumato che pareva aver visto più tramonti di quanti lui riuscisse a contare. Aveva una sella buona, una borraccia mezza piena e un cavallo dal passo sicuro: Colorado, sauro con una macchia bianca sulla fronte.

«Se continui così, vento, mi porti via anche le idee!» borbottò Tom, tirandosi giù il cappello.

Colorado sbuffò come per dire: io ti seguo, ma scegli bene.

Tom aveva un desiderio preciso: piantare un campamento riparato, un posto dove la notte non sembrasse una lotta contro la tempesta. Aveva passato troppi bivacchi con la coperta che frustava il viso e la sabbia nei denti. Stavolta no. Stavolta avrebbe trovato un angolo di terra che dicesse: qui puoi respirare.

Sulla mappa spiegazzata che teneva nella bisaccia c'era segnato un punto: un canyon basso chiamato da alcuni “Gola del Coyote”. Dicevano che lì, tra rocce e cespugli, il vento si spezzava come un ramo secco.

Tom strizzò gli occhi verso l'orizzonte: colline lontane, una linea di roccia rossastra e, più vicino, un piccolo gruppo di alberi contorti. Non era molto, ma in quella distesa infinita anche tre alberi potevano essere una promessa.

«Andiamo, Colorado. Prima che il vento impari a parlare e ci dica dove andare lui.»

Il cavallo partì al trotto. Il terreno cambiava: dalla prateria piatta a una zona più sassosa, dove le pietre luccicavano come vetro. Il vento aumentò, e con lui arrivò un rumore nuovo: non solo fischi, ma colpi secchi, come se qualcuno sbattesse una porta.

Tom rallentò. «Quello non è il vento.»

Sotto il frastuono sentì un nitrito spezzato. Un cavallo in difficoltà.

Tom scivolò giù dalla sella e si avvicinò con prudenza, mano sul cinturone ma senza sfoderare la pistola. La prudenza, in quelle terre, valeva più dell'orgoglio.

Dietro una roccia trovò la causa: un puledro grigio, impigliato con una zampa in un groviglio di filo spinato mezzo sepolto dalla sabbia. Si dimenava, la zampa sanguinava.

«Ehi, piccolo… piano.» Tom parlò con voce bassa, come si parla a una paura.

Il puledro sgranò gli occhi e tirò. Il filo spinato scricchiolò.

Tom si fermò. Se lo spaventava, quello si sarebbe ferito di più.

«Colorado, sta' dietro.» Il suo cavallo rimase immobile, come una sentinella.

Tom prese dalla bisaccia un coltello e un pezzo di stoffa. Avanzò di lato, evitando movimenti bruschi. «Non ti farò del male. Anzi, te lo sto togliendo, capito?»

Con delicatezza, tagliò il filo più vicino al terreno. Poi avvolse la stoffa attorno alla zampa del puledro per evitare che il metallo lo graffiasse ancora. Il vento gli portò addosso polvere e odore di ferro.

Il puledro tremava, ma smise di tirare. Tom ne approfittò: sollevò la zampa quanto bastava e, con un gesto secco, liberò l'ultimo anello.

Il puledro cadde su quattro zampe e fece un salto indietro. Tom alzò le mani. «Tranquillo! È finita.»

L'animale esitò, poi trotterellò via, zoppicando ma libero. Prima di sparire tra le rocce, si voltò un attimo, come se avesse capito.

Tom sospirò. «Uno zero a zero, vento. Tu mi hai tirato uno scherzo, io ho fatto una buona azione.»

Poi guardò il filo spinato rimasto: vecchio, arrugginito, nascosto apposta. Non era un caso. Qualcuno lo aveva lasciato lì, una trappola per animali… o per persone.

E proprio mentre rimetteva il coltello al suo posto, vide un'ombra muoversi oltre la cresta della collina: un cavallo montato da un uomo, lontano ma fermo, che sembrava osservare.

Tom non salutò. Si limitò a montare in sella e a ripartire, il cuore più sveglio della mente.

«Colorado,» mormorò, «oggi ci conviene scegliere non solo il riparo dal vento… ma anche quello dai guai.»

Capitolo 2: La Gola del Coyote

La “Gola del Coyote” arrivò nel tardo pomeriggio, quando il sole diventava arancione e l'ombra delle rocce si allungava come dita. Il terreno si aprì in una spaccatura ampia, con pareti basse e lisce, erose dal tempo. Là sotto il vento perdeva forza, come se qualcuno gli avesse messo una mano sulla bocca.

Tom scese a piedi per controllare. Prudenza, sempre. Prima si guarda, poi si dorme.

Sentì subito il cambiamento: meno fruscio, più silenzio. Il silenzio del deserto però non era vuoto: c'erano scricchiolii di lucertole, il richiamo lontano di un falco, e il suo stesso respiro.

«Ecco il posto giusto.» Tom sorrise, ma non si rilassò troppo. In quell'Ovest, una valle tranquilla poteva nascondere una sorpresa cattiva.

Scelse un angolo riparato da un masso grande come una carrozza. Il masso era posizionato in modo da tagliare il vento dominante. Dietro, un cespuglio di salvia emanava un profumo fresco e pungente.

Tom iniziò a lavorare: legò Colorado a un palo improvvisato, controllò il terreno per serpenti o buche, poi scaricò la coperta e la piccola tenda. La tenda non era una vera tenda: più un telo cerato con corde, buono per ripararsi dalla rugiada e dalle sorprese del cielo.

Mentre piantava i picchetti, un suono lo fece fermare: passi di stivali sulla ghiaia.

Tom si girò lentamente.

In cima alla piccola scarpata c'era un ragazzo, forse poco più grande di lui quando aveva iniziato a fare il cowboy. Magro, con capelli scuri e un cappello troppo grande. Aveva un fucile, ma lo teneva basso, come chi non vuole litigare.

«Non volevo spaventarti,» disse il ragazzo. La voce tremava un po'. «Ho visto il tuo cavallo. È… bello.»

Tom non sorrise subito. «E io ho visto te. E tu hai visto me. Siamo pari. Chi sei?»

«Mi chiamo Nate.» Il ragazzo scese di qualche passo, fermandosi a distanza. «Sto cercando mio zio. Doveva venire da queste parti con una mandria. Ma… non è arrivato.»

Tom incrociò le braccia. «E perché sei nella Gola del Coyote?»

Nate esitò. «Perché il vento mi ha spinto qui. E perché ho… paura di stare in campo aperto.»

Tom capì. Il vento può far tremare anche il coraggio. Guardò la gola, poi il cielo. La luce stava scivolando via.

«Non è un posto cattivo per avere paura,» disse Tom. «È un posto buono per essere prudenti. Ma dimmi una cosa, Nate: hai visto qualcuno mettere filo spinato vicino alle rocce, lassù?»

Nate sbiancò. «Sì. Due uomini. Non sembravano cowboy. Sembravano…» cercò la parola, «…avvoltoi.»

Tom annuì lentamente. «Li hai seguiti?»

«Solo con gli occhi. Sono entrati in un canyon più stretto, verso est. Ho sentito un rumore… come di casse trascinate.»

Tom pensò al puledro impigliato. Pensò all'ombra sulla cresta. Il vento non era l'unico a fare scherzi.

«Ascolta,» disse Tom, «questa sera puoi restare qui. Ma niente sciocchezze. Il fuoco piccolo, nascosto. E niente corse nel buio.»

Nate annuì subito. «Sì, signore. Voglio solo trovare mio zio.»

Tom lo guardò meglio: Nate aveva polvere sul viso e le mani graffiate. Non era un bugiardo comodo. Era un ragazzo spinto dalla paura e dalla speranza.

«Non chiamarmi signore,» disse Tom, e per la prima volta un'ombra di sorriso gli piegò la bocca. «Mi fai sentire vecchio. Mi chiamo Tom.»

Si misero al lavoro insieme. Nate aiutò a raccogliere legna secca, ma Tom lo fermò quando il ragazzo si avvicinò a un cespuglio troppo fitto.

«No. Lì potrebbe esserci un serpente. Vedi? Prudenza. Prima il bastone, poi la mano.»

Nate arrossì. «Giusto.»

Accesero un fuoco piccolo, protetto da pietre. L'odore di fumo e salvia si mescolò nell'aria. Il vento sopra la gola urlava ancora, ma lì dentro sembrava lontano, come un litigio dietro una porta.

Mentre mangiavano fagioli e carne secca, Nate raccontò: lo zio si chiamava Elias, un uomo alto con una cicatrice sul mento, buono ma testardo. Aveva promesso di incontrarlo al vecchio pozzo, due giorni prima.

«E tu sei venuto da solo?» chiese Tom.

«Sì. Ho un cavallo, ma l'ho lasciato legato più su, nascosto. Avevo paura che me lo rubassero.»

Tom annuì. «Paura utile. Ti ha fatto fare una cosa intelligente.»

Nate lo guardò, sorpreso. «Davvero?»

«Certo. Il coraggio non è non avere paura. È ascoltarla e usare la testa.»

Fu in quel momento che un sasso rotolò dall'alto.

Tom spense subito parte del fuoco con una manciata di sabbia. «Zitto.»

Nate trattenne il respiro.

Due sagome comparvero sul bordo della gola, nere contro il cielo violetto. Un uomo sputò per terra. «Ho visto del fumo.»

L'altro rise piano. «Forse è un fantasma. O forse qualcuno che non vuole pagare il pedaggio.»

Tom fece segno a Nate di restare dietro il masso. Si mosse senza rumore, come una lucertola tra le ombre.

«Ehi!» gridò l'uomo. «Chi c'è laggiù?»

Tom scelse le parole con cura. «Solo un cowboy stanco. Questa gola è grande. C'è posto per tutti, purché ognuno stia dalla sua parte.»

L'uomo rise ancora. «Parla bene, questo. Ma io voglio vedere.»

Tom strinse i denti. Non voleva una sparatoria. Un fuoco in gola era come una campana: richiamava guai.

Fece un passo avanti, visibile, ma con le mani lontane dalla pistola. «Non c'è nulla da vedere. Solo acqua, coperte e un cavallo. Se cercate guai, li troverete… ma forse non vi piaceranno.»

Per un attimo ci fu silenzio. Poi il secondo uomo disse: «Lascia stare. Domani abbiamo da lavorare. E il vento ci copre le tracce, se ci muoviamo adesso.»

I due si allontanarono.

Quando sparirono, Nate uscì tremando. «Ci avrebbero…»

«Forse sì,» disse Tom, «e forse no. Ma siamo stati prudenti. Niente fuoco alto, niente parole stupide. E domani, prima che il sole sia alto, andremo a vedere chi sono davvero quei due avvoltoi.»

Capitolo 3: Tracce nella polvere e una scelta difficile

All'alba la gola era fredda e profumava di pietra. Il cielo era chiaro come acqua, e il sole si alzava lento, color miele.

Tom si svegliò per primo. Controllò Colorado, poi salì silenzioso sul bordo della gola. Da lassù vide la prateria distendersi infinita, e il vento già ricominciare la sua corsa.

Nate lo raggiunse sbadigliando. «Hai dormito?»

«Con un occhio,» rispose Tom. «È un buon allenamento.»

Raccolsero in fretta il campo: niente doveva dire “qui qualcuno ha dormito”. Tom spense ogni braciola, coprì la cenere con sabbia e sparse le pietre.

«Perché?» chiese Nate.

«Perché la prudenza non finisce quando passa il pericolo. Se lasci tracce, inviti i guai a seguirti.»

Nate annuì, serio.

Poi Tom si chinò sulla terra. C'erano impronte fresche: due cavalli ferrati, e un mulo. Le tracce andavano verso est, proprio come aveva detto Nate.

«Un mulo per le casse,» mormorò Tom. «Cosa trasportano?»

Seguendo le impronte, arrivarono a un passaggio stretto tra due pareti di roccia. Lì l'aria sapeva di terra umida e di qualcosa di acre, come olio. Tom fece segno a Nate di fermarsi.

«Da qui in poi, facciamo una cosa per volta,» sussurrò. «Tu resti dietro e non ti muovi finché non te lo dico. Capito?»

Nate deglutì. «Capito.»

Tom avanzò piano. Le rocce si stringevano, e il canyon diventava un corridoio. Dopo una curva vide un piccolo spiazzo nascosto: una tenda bassa, casse di legno, e due uomini. Accanto a loro, legato a un palo, c'era un uomo alto con una cicatrice sul mento.

Nate soffocò un grido.

Tom lo afferrò per la manica e lo tirò giù. «Zitto. È tuo zio, sì. Vivo. Questo è già qualcosa.»

Nate tremava. «Cosa facciamo?»

Tom osservò: i due uomini avevano fucili, e uno di loro stava controllando le casse. Sulle casse c'era un simbolo sbiadito, come una stella spezzata. Tom non lo riconobbe, ma capì una cosa: non erano semplici ladri di cavalli. Sembravano gente che trafficava merce rubata.

«Se spariamo, lo zio potrebbe farsi male,» disse Tom. «E noi siamo in due.»

«Allora… scappiamo?» Nate aveva gli occhi lucidi, ma non sembrava vigliacco. Sembrava disperato.

Tom scosse la testa. «No. Ma useremo la testa, non la pistola.»

Guardò intorno. Il canyon aveva un piccolo ruscello che scorreva tra le pietre. Sopra, una parete piena di sassi instabili. Il vento là sopra spingeva e tirava come un gigante annoiato.

Tom indicò un punto alto. «Vedi quei sassi?»

Nate annuì.

«Se li facciamo cadere, blocchiamo l'uscita. Poi facciamo rumore dall'altra parte, li attiriamo lontano da tuo zio.»

Nate sgranò gli occhi. «E come lo liberiamo?»

Tom toccò la sua bisaccia. «Con questo.» Tirò fuori un piccolo coltello e una pinza da filo che usava per riparare ferri e corde. «E con velocità.»

Nate inspirò, come chi prende coraggio a morsi. «Dimmi cosa devo fare.»

Tom gli parlò a bassa voce, rapido e chiaro. Nate ascoltò e annuì, stringendo i denti.

Si separarono: Nate si arrampicò verso i sassi instabili, facendo attenzione a ogni appoggio. Tom scivolò tra le ombre verso il palo dove era legato Elias. Doveva muoversi come polvere: presente, ma invisibile.

Quando Tom fu abbastanza vicino, Elias lo vide e spalancò gli occhi. Tom gli fece segno di restare calmo.

«Chi…?» sussurrò Elias.

«Amico di Nate,» sussurrò Tom senza muovere troppo le labbra. «Tra poco facciamo confusione. Quando te lo dico, ti alzi e corri senza guardarti indietro.»

Elias annuì, sudato.

In quel momento un sasso rotolò dall'alto. Poi un altro. E poi una piccola frana: una pioggia di pietre che cadde esattamente dove Tom voleva, chiudendo il corridoio principale con un mucchio rumoroso.

«Che diavolo—!» gridò uno dei banditi.

Nate, dall'alto, urlò con voce finta grossa: «Ehi! La legge! Siete circondati!»

Tom quasi sorrise. Non era una bugia elegante, ma nel Far West le bugie migliori erano quelle gridate con convinzione.

I banditi si voltarono verso la parete. «Da dove viene?»

«Vai a vedere!» disse l'altro.

Corsero verso l'uscita secondaria, quella che Tom aveva notato dietro le casse. Era un passaggio più stretto, ma praticabile.

Appena si allontanarono, Tom lavorò sul nodo della corda che legava Elias. Le dita correvano veloci, ma non tremavano: la paura, stavolta, era un motore.

«Non pensavo di rivedere mio nipote,» sussurrò Elias, con voce roca.

«Lo rivedrai. Ma adesso muoviti.»

La corda cedette. Elias si alzò piano, massaggiandosi i polsi.

Poi Tom sentì un rumore: uno dei banditi tornava indietro, sospettoso.

«Adesso!» sibilò Tom.

Elias partì come un cervo. Tom lo seguì, e insieme scapparono tra le rocce verso un canale laterale. Nate li raggiunse di corsa, con il fiato corto e gli occhi brillanti.

«Funziona!» disse, e poi aggiunse, come se si fosse ricordato di essere serio: «Cioè… per ora.»

Alle loro spalle, un urlo di rabbia. I banditi avevano capito l'inganno.

Tom non perse tempo. «Verso la gola! Ma non dritti. Zigzag tra i massi. E niente panico: il panico fa inciampare.»

Corsero. Il vento tornò a farsi sentire, e con lui la polvere. Ma Tom aveva una direzione in testa: il loro campamento riparato. Lì avrebbero avuto un vantaggio.

Elias ansimava. «Chi sei, ragazzo?»

«Tom Rinaldi. E oggi il vento non è l'unico problema.»

Capitolo 4: La corsa tra i tuoni di polvere

Il vento aumentò ancora, come se volesse partecipare alla caccia. La prateria si fece grigia di polvere, e il sole sembrò un disco opaco.

Tom, Nate ed Elias raggiunsero i cavalli. Colorado nitrì, inquieto, ma appena Tom gli mise una mano sul collo si calmò.

«Bravo, ragazzo,» mormorò Tom. «Ora ci serve il tuo passo migliore.»

Nate corse a recuperare il suo cavallo nascosto più su, un morello nervoso che scalpitava. Elias, zoppicando un po', montò su un cavallo legato vicino alle rocce: uno dei banditi lo aveva lasciato lì, sicuro che non scappasse nessuno.

Tom guardò gli altri due. «Regola numero uno: non fate gli eroi. L'eroe morto non aiuta nessuno.»

Nate annuì. «Ok.»

Elias fece un mezzo sorriso. «Parli come mia sorella quando ero bambino.»

«Allora ascoltami come un bambino intelligente,» ribatté Tom.

Partirono al galoppo verso la Gola del Coyote. Dietro di loro, gli spari non arrivarono subito: forse i banditi erano ancora bloccati dalla frana o stavano scegliendo la strada. Ma Tom sapeva che li avrebbero inseguiti. Gli avvoltoi non mollano una preda facilmente.

Quando finalmente videro la spaccatura della gola, Tom sentì un sollievo breve. Il riparo dal vento era vicino. Ma serviva anche riparo dagli uomini.

«Dentro!» gridò Tom.

Scivolarono giù nel letto della gola. Lì l'aria era più ferma, e la polvere calava. Tom rallentò.

Elias guardò in su. «Se ci trovano qui, siamo in trappola.»

Tom annuì. «Per questo non ci faremo trovare. O almeno, non nel punto giusto.»

Li condusse dietro il masso grande dove avevano dormito. Lì c'era una rientranza naturale, un piccolo spazio ombroso. Tom fece scendere gli altri da cavallo.

«Nate, porta i cavalli più in fondo, dietro quella curva. Lì c'è più ombra e meno visibilità. Piano, senza rumore.»

Nate ubbidì.

Tom si rivolse a Elias. «Tu riesci a camminare?»

«Sì, ma non correre una maratona.»

«Non serve. Solo essere pronto.»

Tom raccolse in fretta alcune coperte e le stese in modo da confondere le tracce. Poi prese un sacchetto di farina che aveva per cucinare e ne sparpagliò un po' sulla terra.

Elias lo guardò perplesso. «Vuoi fare il pane adesso?»

Tom fece un mezzo sorriso. «No. Voglio vedere impronte. Se arrivano, saprò da dove e quanti.»

Il vento sopra continuava a ululare. Era come essere in fondo a una bottiglia mentre fuori qualcuno la scuoteva.

Poco dopo, due cavalli apparvero in cima. I banditi. Uno aveva un fazzoletto rosso al collo, l'altro un cappello nero. Si fermarono a guardare giù.

«Sono entrati qui,» disse il fazzoletto rosso.

«E qui li finiamo,» rispose il cappello nero.

Tom trattenne il respiro. Elias stringeva i pugni. Nate, più lontano, era invisibile con i cavalli.

I banditi scesero cauti. Non erano stupidi. Guardavano ovunque, come cani da caccia.

Tom sussurrò a Elias: «Non muoverti finché non te lo dico. E niente colpi di testa.»

Elias annuì, teso come una corda.

Tom aveva un'idea, rischiosa ma migliore di una sparatoria. Vicino al masso c'era un pendio di sabbia fine che saliva verso una parete. Se qualcuno ci metteva piede sopra male… scivolava, facendo rumore e perdendo equilibrio.

Tom prese una borraccia e versò un filo d'acqua sulla sabbia. Non troppo: solo abbastanza per renderla viscida.

Poi lanciò un sasso piccolo verso l'altro lato, lontano da loro. Il sasso rimbalzò e fece un “toc”.

Il bandito col fazzoletto rosso si girò di scatto. «Là!»

Fece due passi rapidi… e mise lo stivale proprio sulla sabbia bagnata. Scivolò, braccia in aria, e finì seduto con un tonfo.

«Maledizione!» urlò.

Il bandito col cappello nero si affrettò ad aiutarlo, e in quell'attimo guardò verso terra, non verso le ombre.

Tom colse l'occasione. Non per sparare: per parlare.

«Se fate un altro passo,» disse Tom, alzandosi appena, «vi ritrovate con più sabbia nei pantaloni che dignità in faccia. E non è un buon affare.»

I banditi alzarono i fucili.

Elias fece per muoversi, ma Tom gli posò una mano sul braccio. «No.»

Tom continuò, voce ferma: «Non siete venuti qui per morire. Siete venuti per rubare. La differenza è enorme. Andatevene. Il vento cancellerà le tracce e vi dimenticherete di noi.»

Il bandito col cappello nero sputò. «Tu non comandi niente, cowboy.»

Tom indicò la gola, il vento, le rocce. «Qui comanda la prudenza. E la prudenza dice che sparare in un posto stretto è una pessima idea. Potreste colpire il vostro amico. O far crollare pietre addosso a voi.»

Il bandito col fazzoletto rosso si rimise in piedi, furioso e umiliato. «Io lo faccio fuori lo stesso.»

Fece per alzare il fucile, ma un suono improvviso lo bloccò: un nitrito forte, e poi un galoppo.

Nate, più in fondo, aveva fatto uscire Colorado e gli altri cavalli per un attimo, facendoli correre e alzare polvere. Sembrava che ci fossero più persone, più movimento. Un trucco semplice, ma efficace.

Il cappello nero esitò. «Ci sono altri.»

Tom incalzò: «Sì. E non sono di buon umore.»

Era una bugia, ma una bugia prudente.

I due banditi si guardarono. Il fazzoletto rosso stringeva il fucile, ma le mani gli tremavano un po'. La paura, anche negli avvoltoi, esiste.

«Lascia stare,» ringhiò il cappello nero. «Non vale la pena. Abbiamo le casse. Possiamo andarcene.»

«Le casse sono nel canyon,» ribatté l'altro.

«E allora ne troveremo altre. Muoviti.»

Con un ultimo sguardo pieno d'odio verso Tom, i due risalirono. Sparirono oltre il bordo, inghiottiti dal vento.

Tom restò fermo finché non sentì più niente. Poi si sedette lentamente, come se le gambe si ricordassero all'improvviso della fatica.

Elias espirò. «Non ho mai visto uno spaventare due uomini armati con dell'acqua e un sasso.»

Tom si pulì le mani sui pantaloni. «È perché non volevano davvero combattere. Volevano solo vincere facile. E la prudenza rende la vita difficile a chi cerca scorciatoie.»

Nate arrivò con i cavalli, occhi pieni di ammirazione. «Hai visto? Ha funzionato!»

Tom lo guardò. «Ha funzionato perché hai ascoltato e non ti sei buttato a caso. Ricordatelo.»

Capitolo 5: Un campamento che profuma di pace

Il sole scese lento, e il cielo si colorò di rosa e rame. Nella Gola del Coyote il vento era solo un ruggito lontano, come un temporale che decide di passare oltre.

Tom, Nate ed Elias ricostruirono il campamento con calma, ma senza abbassare del tutto la guardia. Tom spiegò ogni gesto, come se stesse insegnando una lezione pratica.

«La tenda qui,» disse, indicando il lato protetto del masso. «Così il vento non la gonfia. Il fuoco là, basso e circondato da pietre. E l'acqua… sempre dove la trovi al buio.»

Nate seguiva e annuiva. «Ok. E le tracce?»

«Le confondiamo domani mattina. Stanotte ci basta stare insieme e svegliarci a turno.»

Elias si sedette su una coperta e guardò il nipote. «Nate, sei venuto fin qui da solo?»

Nate si strinse nelle spalle. «Avevo paura. Ma avevo più paura di non trovarti.»

Elias gli passò una mano tra i capelli, con tenerezza un po' ruvida. «Sei testardo come un mulo. Ma grazie.»

Tom si allontanò un attimo, controllando l'orizzonte dall'alto della gola. Nessuna sagoma, nessun riflesso di metallo. Solo la prateria, immensa e silenziosa.

Tornò al fuoco, dove l'odore di fagioli caldi si mescolava alla salvia. Mangiarono in silenzio per qualche minuto, ascoltando il crepitio.

Poi Nate disse: «Tom… tu hai sempre un piano?»

Tom rise piano. «No. A volte ho solo un'idea e la speranza che non sia stupida.»

Elias grugnì, divertito. «E oggi non lo era.»

Nate guardò il masso che li proteggeva. «Quindi… questo è il tuo posto? Il campamento riparato?»

Tom osservò il telo teso, il fuoco basso, Colorado che brucava tranquillo più in fondo. Sentì un calore che non veniva solo dalle fiamme: la sensazione di aver conquistato, con fatica e testa, un angolo di pace.

«Sì,» disse. «È quello che volevo. Un posto dove il vento non decide tutto.»

Elias si schiarì la gola. «Domani andremo al vecchio pozzo. Lì c'è una pista che porta al paese. Possiamo avvisare lo sceriffo di quei due.»

Tom annuì. «Sì. Ma stanotte… stanotte dormiamo. Con prudenza, ma dormiamo.»

Fecero i turni: prima Tom, poi Elias. Nate si addormentò quasi subito, stremato, con il cappello sugli occhi. Sembrava più piccolo, finalmente un ragazzo e non un esploratore disperato.

Quando toccò a Tom dormire, si stese vicino al masso. Il vento, fuori, continuava la sua corsa, ma lì dentro era solo un suono lontano. Tom chiuse gli occhi.

Pensò al puledro liberato, alle tracce nella polvere, alle parole che avevano evitato i colpi. Pensò che il coraggio era importante, sì… ma senza prudenza diventava una scintilla in mezzo all'erba secca.

Il mattino seguente arrivò con luce chiara e aria fresca. Nessun segno dei banditi. Solo impronte vecchie, già ammorbidite dal vento.

Tom smontò il campo con calma, come chi non ha più fretta di scappare. Prima di andare, si fermò un attimo e guardò la gola: rocce rosse, ombre blu, un rifugio semplice ma perfetto.

Nate gli si avvicinò. «Tornerai qui?»

Tom si mise il cappello. «Forse. I posti buoni si rispettano. Non si consumano.»

Elias montò in sella. «Ragazzo, se passi dal paese, hai un pasto pagato. E una stretta di mano.»

Tom annuì. «Accetto il pasto. La stretta di mano l'ho già avuta ieri, quando hai corso senza voltarti.»

Elias rise.

Partirono insieme, i cavalli al passo, senza fretta. Il vento soffiava ancora sulla prateria, ma loro avevano imparato a ascoltarlo: non come un nemico, bensì come un avvertimento.

Quando il sole salì, la Gola del Coyote rimase alle loro spalle, silenziosa e protettiva.

E Tom, con il cuore leggero, pensò che il Far West poteva essere duro e spietato… ma sapeva anche regalare, a chi era prudente, un finale tranquillo come una coperta ben stesa.

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Prateria
Largo spazio aperto coperto soprattutto da erba bassa e piante selvatiche.
Sella
Si appoggia sulla schiena del cavallo per sedersi mentre si monta.
Borraccia
Contenitore portatile per bere, usato per acqua o bevande durante i viaggi.
Sauro
Colore del cavallo, marrone rossastro chiaro con sfumature calde.
Ciuffi d’erba secca
Piccoli fasci di erba arida che sporgono dal terreno.
Frastuono
Rumore forte e confuso che disturba e copre altri suoni.
Nitrito
Verso che fa il cavallo, un suono acuto simile a un richiamo.
Groviglio
Insieme aggrovigliato e disordinato di fili o corde intrecciate.
Filo spinato
Filo metallico con punte taglienti usato per costruire recinzioni.
Picchetti
Bastoncini o pezzi di metallo piantati nel terreno per fissare teli o tende.
Rugiada
Goccioline d'acqua che si formano sulle piante la mattina presto.
Salvia
Pianta profumata, spesso usata per cucinare o come rimedio naturale.
Mandria
Gruppo grande di animali dello stesso tipo, come mucche o cavalli.

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