Capitolo 1: La scrivania contro il muro
Tommaso aveva sette anni e si sentiva fiero quando faceva le cose “da grande”. Ogni mattina preparava lo zaino, controllava la merenda e metteva la bottiglietta d'acqua al posto giusto. A casa, nella sua cameretta, aveva scelto una cosa un po' strana: aveva messo la scrivania rivolta verso il muro.
“Perché la tieni così?” gli chiese una volta la mamma, appoggiandosi alla porta con un sorriso.
Tommaso strinse le spalle. “Perché ho il TDAH,” disse piano, come se fosse una parolina importante. “Se guardo la stanza… mi scappa la testa. Se guardo il muro… resto qui.”
La mamma annuì. “È una bella idea. Hai trovato un modo per aiutarti.”
Tommaso si sedette. Il muro davanti a lui era bianco, con un piccolo adesivo di una stella gialla. Quando lo guardava, gli sembrava di dire: “Ehi, Tommi, qui ci stai bene.”
Il problema era che, anche con il muro, la testa di Tommaso faceva salti. Un rumore in cucina, un uccellino fuori, un pensiero improvviso: “Chissà come si dice ‘gelato' in inglese!” e la matita si fermava a metà.
Quel lunedì, a scuola, la maestra Chiara annunciò: “Bambini, questa settimana faremo un progetto speciale. Si chiama ‘La città gentile'. Costruiremo una piccola città con cartone, colori e tante idee. Lavoreremo in gruppi.”
Tommaso si raddrizzò. Progetti? Gli piacevano. Si sentiva utile. Ma poi pensò alle cose da ricordare: tagliare, incollare, aspettare il turno, non perdere la colla… e il suo stomaco fece un minuscolo “oh-oh”.
La maestra aggiunse: “La cosa più importante è questa: ognuno porta una forza. E ogni forza serve.”
Tommaso ripeté nella testa: “Ogni forza serve.” Come una canzoncina.
Quando tornarono ai banchi, Tommaso si accorse di un dettaglio: a scuola anche lui aveva la scrivania rivolta verso il muro, cioè verso una parete con un grande cartellone. Non l'aveva chiesto lui; era stata la maestra a proporlo qualche settimana prima.
“Ti aiuta a fare meno confusione,” gli aveva detto. “È come mettere una cornice intorno al foglio.”
Tommaso guardò quel cartellone con i disegni dei pianeti. “Ok,” pensò. “Oggi costruisco una città. E io sono responsabile.”
Capitolo 2: Il gruppo dei quattro e le idee che rimbalzano
La maestra divise la classe. Tommaso finì con Sara, Luca e Amira. Sara parlava piano e disegnava benissimo. Luca era bravissimo con le mani e piegava il cartone come se fosse carta magica. Amira aveva sempre idee gentili e sapeva mettere tutti d'accordo.
“Facciamo una piazza!” disse Luca.
“Con una fontana,” aggiunse Sara.
“E una biblioteca,” propose Amira. “Perché è un posto tranquillo.”
Tommaso alzò la mano, come se fosse in un'aula grande. “E un semaforo che fa anche complimenti!” sparò. “Tipo: ‘Bravo per aver aspettato!'”
Gli altri lo guardarono un secondo, poi Amira rise. “Un semaforo educato! Mi piace.”
Tommaso si scaldò dentro. Le sue idee uscivano veloci, come palline che rimbalzano. A volte rimbalzavano troppo e urtavano le idee degli altri, senza volerlo.
Quando iniziarono a lavorare, Sara disse: “Io disegno le strade.”
Luca prese le forbici. “Io taglio le case.”
Amira guardò Tommaso. “Tu cosa vuoi fare?”
Tommaso voleva fare tutto: tagliare, incollare, colorare, parlare. Si sentiva come un frullatore acceso. Scelse la cosa più importante, quella che lo faceva sentire responsabile.
“Io controllo i materiali,” disse. “Così non perdiamo niente.”
La maestra portò una scatola con colla, nastro adesivo, pennarelli, pezzi di cartone, tappi di plastica. Tommaso prese un foglietto e scrisse un elenco:
- colla
- forbici
- pennarelli
- cartone
- righello
Poi lo guardò, fiero. Però dopo due minuti vide un pennarello rosso e pensò: “Rosso come i pompieri!” e la sua mano andò da sola a disegnare una sirena sul foglio. Poi ricordò: “Dovevo controllare i materiali.” Tornò all'elenco. Poi sentì Luca dire: “Mi manca il nastro!” e Tommaso scattò.
“Nastro! Nastro!” ripeté, aprendo la scatola come un detective. Trovò il nastro sotto un foglio. “Eccolo!” disse, con una voce da presentatore.
“Grazie,” disse Luca.
Sara alzò gli occhi dal disegno. “Tommaso, puoi passarmi il righello?”
Tommaso cercò il righello. Era proprio lì. Glielo passò. “Ecco. È dritto come un soldato,” disse.
Amira sorrise. “Il nostro responsabile.”
Tommaso si gonfiò come un palloncino felice. Ma poi successe una cosa piccola: mentre Luca tagliava una casa, la colla cadde a terra. Non si rovesciò molto, solo una goccia, ma fece “plop” e lasciò una macchia.
“Oh no,” disse Sara, spostando il foglio. “Ora è appiccicoso.”
Tommaso sentì un caldo in faccia. “È colpa mia,” pensò. “Dovevo tenerla ferma.” La testa iniziò a correre: “Adesso si arrabbiano, adesso non finiamo, adesso…”
Amira si chinò. “Tranquilli. Prendiamo un fazzoletto.”
Luca annuì. “Sì, e mettiamo la colla al centro del tavolo. Così non cade.”
Sara aggiunse: “E magari sotto mettiamo un foglio di giornale.”
Tommaso li guardò. Nessuno era arrabbiato. Nessuno urlava. Stavano solo… risolvendo.
“Posso prendere io il giornale?” chiese Tommaso.
“Certo,” disse Amira. “E poi ci fai un cartellino: ‘Zona colla'.”
Tommaso corse (piano, come diceva sempre la maestra) a prendere un foglio di giornale. Tornò e lo stese con cura. Poi scrisse “ZONA COLLA” in grande, con il pennarello nero.
“Mi sembra un po' serio,” disse Luca.
Tommaso ci pensò e aggiunse sotto: “COLLA CHE NON SCAPPA.”
Tutti risero. Anche Tommaso.
Capitolo 3: Il muro, la cornice e la tempesta di farfalle
Il giorno dopo portarono avanti la città. La classe profumava di cartone e pennarelli. Si sentiva il suono delle forbici: “zac zac”, e le sedie che strisciavano un pochino. Tommaso, mentre lavorava, notava tutto. Troppo. Un bambino che tamburellava con la matita, una finestra che scricchiolava, una gomma che rotolava sul pavimento.
A un certo punto Tommaso si accorse di aver iniziato tre cose insieme: stava scrivendo i nomi delle strade, incollando un tappo-fontana e cercando un pennarello blu. La mano si fermò in aria, indecisa.
Amira lo guardò. “Tommaso, ti vedo un po'… pieno.”
“Pieno?” ripeté lui.
“Sì. Come uno zaino strapieno. Se apri, esce tutto.”
Tommaso sorrise appena. Era una buona immagine. “Mi succede,” ammise. “A volte dentro di me c'è una… tempesta di farfalle.”
Amira fece “oh” con la bocca, come se capisse. “Le farfalle sono belle, però svolazzano.”
Tommaso annuì. “E mi solleticano il cervello.”
Sara, che ascoltava, disse: “Possiamo fare una cosa. Facciamo una lista piccola. Tre cose. Solo tre.”
Luca aggiunse: “E una alla volta. Come i pezzi del Lego.”
Tommaso prese un foglietto e scrisse:
1) trovare il blu
2) scrivere “Via dei Libri”
3) incollare la fontana
“Ok,” disse. “Tre cose. Una alla volta.”
La maestra Chiara passò tra i tavoli. Guardò la loro città e il cartellino “COLLA CHE NON SCAPPA”. Ridacchiò. “Bravi. Mi piace come vi organizzate.”
Tommaso la guardò. “Maestra… posso chiedere una cosa?”
“Certo.”
“Quando c'è la tempesta di farfalle… posso fare una pausa di due minuti? Solo per respirare e guardare il cartellone, come la mia scrivania contro il muro?”
La maestra annuì subito. “Ottima strategia. Due minuti, e poi torni. Vuoi anche un piccolo timer?”
Tommaso si illuminò. “Sì!”
La maestra gli diede un timer piccolo, verde, che faceva “tic tic” piano. Tommaso lo mise vicino al foglietto delle tre cose.
Quando sentì di nuovo la confusione crescere, disse al gruppo: “Faccio due minuti di pausa, ok?”
“Ok,” disse Amira. “Io intanto coloro la biblioteca.”
Tommaso girò la sedia un pochino, così vedeva solo il cartellone dei pianeti. Respirò. Uno… due… tre. Il “tic tic” lo aiutava. Non era una punizione, era un aiuto. Un modo per tornare.
Dopo due minuti, il timer fece un suono leggero. Tommaso tornò al tavolo.
“Sono tornato,” annunciò.
Luca alzò il pollice. “Vai, responsabile.”
Tommaso trovò il blu. Poi scrisse “Via dei Libri” con cura. Poi incollò la fontana. Una cosa alla volta. Funzionava.
A metà mattina, però, successe un altro piccolo intoppo: Sara si accorse che una strada era storta.
“Uffa,” disse, ma senza cattiveria. “Non mi piace.”
Tommaso guardò. Era un po' storta, sì. La sua testa voleva dire: “Rifacciamo tutto!” subito, subito, subito. Sentì la tempesta ripartire.
Amira parlò per prima. “Le città vere hanno strade storte. A volte seguono una collina, o una casa antica.”
Luca aggiunse: “Possiamo farla diventare ‘Via Curva'. È speciale!”
Sara guardò meglio. “In effetti… può essere carina.”
Tommaso rise. “E mettiamo un cartello: ‘Attento, qui la strada fa il solletico alle ruote'.”
Sara rise anche lei. “Ok, mi hai convinta.”
Tommaso sentì una calma nuova. Non doveva essere tutto perfetto. Doveva essere vero, e gentile.
Capitolo 4: La città gentile e l'armonia tranquilla
Venerdì arrivò il giorno della presentazione. La città di cartone stava su un grande tavolo. C'erano case colorate, una piazza con la fontana-tappo, la biblioteca con le finestre disegnate da Sara, il semaforo educato di Tommaso, e “Via Curva” con il suo cartello buffo.
La maestra chiamò il gruppo. “Raccontateci la vostra città.”
Amira iniziò: “Nella nostra città, tutti trovano un posto.”
Luca mostrò le case. “Ho fatto le pieghe così, per farle stare in piedi.”
Sara indicò le strade. “Ho disegnato le vie e ho scritto i nomi.”
Tommaso fece un passo avanti. Aveva un foglietto in mano, ma questa volta non era per controllare i materiali. Era per ricordare di parlare piano e con calma.
“E io,” disse, “ho aiutato a tenere in ordine le cose. Abbiamo una ‘Zona colla'… perché la colla non scappa.” La classe rise. Tommaso continuò: “E abbiamo un semaforo che fa i complimenti. Perché aspettare il turno è una cosa forte.”
La maestra annuì. “Bellissima idea.”
Tommaso indicò “Via Curva”. “Questa strada è un po' storta. Prima ci dava fastidio. Poi abbiamo capito che può essere speciale. Come le persone: ognuno è diverso, e va bene così.”
Dopo la presentazione, la maestra fece sedere tutti in cerchio. “Che cosa avete imparato questa settimana?” chiese.
Un bambino disse: “Che lavorare insieme è più facile.”
Un altro: “Che si può chiedere aiuto.”
Sara disse: “Che non tutto deve essere perfetto per essere bello.”
Luca disse: “Che organizzarsi fa risparmiare tempo.”
Amira guardò Tommaso e poi parlò: “Che quando qualcuno ha tante idee tutte insieme, non è un problema. È una forza. Basta trovare un modo per usarla.”
Tommaso sentì il cuore fare “tum tum” in modo felice. Alzò la mano. “Io ho imparato che la mia tempesta di farfalle può diventare… un vento che spinge la barca,” disse. “Se ho una cornice, se faccio una lista piccola, se faccio due minuti di pausa, allora posso guidare quel vento.”
La maestra sorrise. “È una bellissima immagine, Tommaso.”
Quel pomeriggio, a casa, Tommaso entrò in camera e guardò la scrivania contro il muro. La stella adesiva sembrava più luminosa.
La mamma bussò piano. “Com'è andata?”
“Bene,” disse Tommaso. “Ho aiutato il mio gruppo. E nessuno si è arrabbiato per la colla.”
“Visto?” disse la mamma. “Le cose si possono sistemare.”
Tommaso si sedette. Mise sul muro, vicino alla stella, un disegnino del semaforo educato. Sotto scrisse: “OGNI FORZA SERVE.”
Poi prese il quaderno per i compiti. Sentì le farfalle muoversi un pochino, come sempre. Ma non erano un nemico. Erano parte di lui.
“Ok,” disse a bassa voce, come se parlasse alle farfalle. “Adesso una cosa alla volta.”
Fuori, dal corridoio, arrivò l'odore della cena. Dentro, nella cameretta, c'era silenzio. Un silenzio tranquillo, come una coperta leggera. Tommaso guardò il muro, la sua cornice, e iniziò a scrivere con calma. E, in quel momento, tutto sembrò al posto giusto.