Capitolo 1: La piscina del mercoledì
Il mercoledì, dopo scuola, la piscina comunale profumava di cloro e di merenda rimasta nello zaino. Rino la volpe arrivava sempre cinque minuti prima, con l'asciugamano arancione piegato con cura e le ciabatte che facevano “ciap-ciap” sul pavimento bagnato.
Non era il tipo che si distraeva facilmente. Quando decideva una cosa, la inseguiva come una farfalla rara: senza strappi, ma senza mollare.
Quella sera l'istruttrice, Marta, batté le mani. “Oggi lavoro di gambe. Tavoletta e battiti. Semplice, ma fatto bene.”
Rino annuì. Aveva visto i più grandi sfrecciare con la tavoletta davanti, gambe veloci e spruzzi eleganti. Lui, invece, spesso sembrava più un cucciolo che cerca di scacciare l'acqua che un nuotatore.
Dal bordo, il suo amico Bruno il tasso gli fece un cenno. “Scommetto che oggi mi superi.”
“Non faccio gare,” rispose Rino, serio. Poi aggiunse, con un mezzo sorriso: “Ma se mi superi tu, non mi arrabbio.”
Bruno rise. “Che noia! Va bene, allora facciamo una cosa: chi perde, raccoglie le tavolette.”
Rino aggrottò il naso. “È una responsabilità, non una punizione.”
Marta fischiò. “In acqua!”
Rino scese nella corsia, l'acqua fresca gli salì alle spalle come una coperta leggera. Prese la tavoletta azzurra, la strinse con entrambe le mani e la tese davanti a sé. Respirò. Oggi voleva capire davvero come muoversi.
Capitolo 2: Le gambe che parlano
“Battiti piccoli,” spiegò Marta camminando lungo il bordo, “come se le tue caviglie avessero una conversazione rapida. Non serve fare onde giganti. Serve continuità.”
Rino si allungò, pancia in giù, braccia tese sulla tavoletta. Provò a muovere le gambe.
Splash. Splash. Splash.
Troppo rumoroso.
Sentì le cosce irrigidirsi, e la schiena abbassarsi. L'acqua gli entrò quasi in bocca. Tossì piano, senza fare scena.
Bruno gli passò accanto con un frullare veloce. “Ehi, stai cercando di fare il frullato?”
Rino sollevò appena la testa. “Sto… imparando.”
Marta si chinò verso di lui. “Rino, prova così: punta i piedi, rilassa le ginocchia, e pensa che il movimento parta dai fianchi. E soprattutto: espira nell'acqua. Non tenere il fiato come se stessi nascondendo un segreto.”
Rino inspirò, poi abbassò il muso e soffiò bolle. Le bolle gli solleticarono il naso. Era quasi divertente.
Riprovò. Battiti più piccoli. Caviglie morbide. Fianchi attivi.
Splash… ma più gentile. L'acqua iniziò a scorrere sotto di lui in modo diverso, come se lo sostenesse meglio. Avanzò di qualche metro con meno fatica.
“Così,” disse Marta, soddisfatta. “Non ti serve forza da campione. Ti serve attenzione.”
Rino sentì una scintilla di orgoglio, piccola ma luminosa. Non era ancora veloce, però era stabile. E quello gli piaceva.
Arrivò a metà vasca. Bruno si fermò al suo fianco, tenendosi alla corsia.
“Ok,” ammise Bruno, “stai andando meglio. Però sembri un robot concentrato.”
Rino sputò una gocciolina. “Non sono un robot. Sono… preciso.”
“Precisone,” lo prese in giro Bruno. “Dai, dopo mi insegni a fare le bolle senza bere mezza piscina.”
Rino rise, e per un attimo la tensione si sciolse come zucchero nel tè.
Capitolo 3: Una piccola sfida, una grande regola
Verso la fine dell'allenamento Marta propose un gioco. “Facciamo una staffetta a squadre. Ma c'è una regola importante: non vince chi va più forte, vince chi lavora meglio insieme. Passaggi puliti, incoraggiamento, e chi finisce per ultimo rimette a posto il materiale. Tutti.”
Rino guardò le tavolette. Le regole chiare gli piacevano: mettevano ordine anche dentro la testa.
Fu assegnato alla squadra con Bruno e con Lina la lontra, che aveva sempre un'energia contagiosa e una risata pronta.
Lina batté le mani. “Io faccio il tifo! E se sbagliamo, pazienza. Però niente musi lunghi.”
“Affare fatto,” disse Rino, serio come se firmasse un contratto.
Partirono. Rino doveva fare una vasca con la tavoletta e solo battiti di gambe. Quando toccò a lui, il cuore gli diede una spinta.
“Allungati!” gridò Lina.
“Respira fuori!” aggiunse Bruno, sorprendentemente utile.
Rino si tuffò e iniziò. I primi metri andarono bene, poi prese la fretta. Le ginocchia si piegarono troppo, i battiti diventarono grandi, rumorosi. Si sentì rallentare.
“Calma,” si disse. “Continuità.”
Fece una cosa semplice: rallentò un poco e tornò ai battiti piccoli. Sentì di nuovo le caviglie sciolte. La tavoletta rimase ferma, come una bussola. Riprese velocità in modo naturale.
Arrivò al muro e toccò. “Vai!” disse al compagno successivo.
La staffetta finì con la loro squadra seconda. Lina alzò le spalle. “Secondi è bellissimo. È quasi come primi, ma con meno pressione.”
Bruno fece finta di svenire. “Nooo, la gloria mancata!”
Rino, invece, guardò Marta che faceva un cenno di approvazione. Non per la posizione, ma per come avevano parlato tra loro. Nessuno aveva urlato, nessuno aveva dato colpe.
E quando Marta disse: “Ora tutti a posto il materiale,” Rino fu il primo ad afferrare le tavolette. Non perché avesse perso, ma perché era giusto.
“Ti è venuta voglia di fare il caposquadra?” lo punzecchiò Bruno.
“Mi è venuta voglia di fare la mia parte,” rispose Rino. E si accorse che dirlo lo faceva sentire più grande, in un modo tranquillo.
Capitolo 4: Il compito di Rino
Negli spogliatoi, Rino si asciugò con movimenti decisi. Ripiegò il costume bagnato in un sacchetto, mise le ciabatte dritte, controllò di non lasciare nulla in giro. Intorno a lui, c'era chi correva, chi dimenticava il sapone, chi gridava “Dov'è il mio calzino?!”
Bruno, con i capelli ancora gocciolanti, frugava nello zaino come se fosse una grotta senza fondo. “Rino, hai visto la mia cuffia?”
Rino indicò un angolo. “È sul gancio. L'hai appesa prima.”
Bruno la recuperò e fece un inchino teatrale. “Signore e signori, il detective della piscina.”
Rino arrossì sotto il pelo. Non voleva sembrare il saputello. Però gli piaceva essere affidabile.
Fuori, l'aria della sera era più fresca e sapeva di asfalto umido. Camminarono insieme verso casa, zaini in spalla.
“Quella cosa dei battiti piccoli… funziona,” disse Bruno, con un tono meno scherzoso. “Io mi stanco sempre perché faccio troppo casino.”
Rino pensò a come spiegare senza fare la lezione. “Non è magia. È… come quando corri. Se fai passi enormi, ti sfinisci. Se fai passi regolari, vai lontano.”
Bruno annuì, serio per una volta. “Quindi devo essere meno… tasso impazzito.”
“Esatto,” disse Rino, e rise.
Quando si salutarono, Rino entrò in casa e trovò la mamma che preparava una tisana. “Com'è andata?”
“Bene,” rispose lui. “Ho capito una cosa sulle gambe. E ho rimesso a posto le tavolette.”
La mamma gli fece un sorriso che sembrava una coperta calda. “Responsabilità e miglioramento. Ottima coppia.”
Rino andò in camera. Sul comodino aveva un quaderno dove scriveva piccole cose da ricordare: non compiti lunghi, solo appunti utili. Aprì una pagina e scrisse:
“Battiti piccoli. Caviglie morbide. Espira. Aiuta la squadra. Rimetti a posto.”
Guardò la lista e sentì un senso di calma. Erano regole semplici, ma gli tenevano insieme la giornata.
Capitolo 5: Un amico curioso
Il giorno dopo, durante l'intervallo, Rino stava seduto sul muretto del cortile, mangiando una mela. Il sole scaldava appena, e il rumore della scuola sembrava un fiume pieno di voci.
Arrivò Nino lo scoiattolo, con lo zaino aperto e una matita dietro l'orecchio. “Ehi, Rino! Ho sentito che vai in piscina.”
Rino si pulì le mani sui pantaloni. “Sì, il mercoledì.”
Nino si sedette accanto a lui, dondolando i piedi. “Io vorrei imparare, ma ho paura di sembrare ridicolo. Tipo… muovere le gambe e non andare da nessuna parte.”
Rino lo guardò. Nino aveva lo sguardo di chi scherza spesso, ma sotto sotto ci pensa tanto.
“Succede,” disse Rino. “Anche a me ieri all'inizio. Facevo un sacco di spruzzi e avanzavo poco.”
Nino spalancò gli occhi. “Tu? Ma tu sembri sempre… in controllo.”
Rino si strinse nelle spalle. “Sono concentrato, non perfetto.”
Nino rimase in silenzio un attimo, poi indicò la mela. “Quindi, come si fa? Ho visto in un video che si deve calciare forte.”
Rino stava per rispondere, ma si fermò. Aveva voglia di spiegare tutto: la tavoletta, le bolle, le caviglie. Però ricordò una cosa importante: le regole e le tecniche, se le butti addosso a qualcuno in cortile, diventano un mucchio di parole.
E poi, pensò, la piscina è un posto dove si impara anche ascoltando l'acqua, non solo parlando.
“Allora,” disse Rino, scegliendo bene le parole, “è più facile se te lo mostro con calma. E se ti spiego le regole della corsia, così ti senti sicuro.”
Nino si illuminò. “Davvero? Mi spieghi anche come non intralciare gli altri? Io ho paura di fare pasticci.”
Rino annuì. “Sì. Ma non oggi, qui. Più tardi, con tempo. Magari prima della tua prima lezione.”
Nino fece un sorriso largo. “Affare fatto. Tu sei tipo… una guida.”
Rino scosse la testa, ma senza negare del tutto. “Sono solo uno che ha capito una cosa e vuole condividerla.”
La campanella suonò. Nino corse via, poi tornò indietro di due passi. “Ah, e se sbaglio e bevo mezza piscina?”
Rino rise. “Allora espiri di più. E ti porto una bottiglietta d'acqua… così bevi quella e lasci in pace la piscina.”
Nino scoppiò a ridere e sparì tra i compagni.
Rino rimase un momento fermo, con la mela quasi finita in mano. Sentì una soddisfazione nuova: non solo migliorare per sé, ma essere pronto ad aiutare un amico nel modo giusto. Con pazienza, con responsabilità.
E mentre tornava in classe, decise che la prossima volta avrebbe spiegato a Nino le regole della piscina e i trucchi dei battiti con la tavoletta, passo dopo passo, senza fretta. Perché imparare, in fondo, era più bello quando diventava un gioco condiviso.