Capitolo 1
Tommaso aveva dodici anni e un modo tutto suo di stare al mondo: parlava piano, ascoltava molto e, quando qualcuno si agitava, lui diventava ancora più calmo. A scuola lo chiamavano “Tomi Zen”, e non era un insulto: era un soprannome che gli faceva quasi sorridere.
Quel pomeriggio, però, Tommaso aveva lo zaino più pesante del solito. Non per i libri, ma per un pensiero: la settimana dopo la classe avrebbe partecipato ai Giochi di Primavera, e la prof di educazione fisica aveva scritto un elenco di sport tra cui scegliere. Calcio, atletica, pallavolo… e poi una parola che Tommaso non si aspettava: “pallamano”.
A casa, buttò lo zaino vicino al divano e trovò sua sorella maggiore, Martina, che ripassava davanti allo specchio con i capelli raccolti in uno chignon stretto. Indossava una maglia nera e calze bianche, e sembrava una freccia pronta a partire.
— Oggi hai la faccia da “non so che fare”, — disse Martina, senza smettere di controllare la sua postura.
— I Giochi di Primavera. Devo scegliere uno sport… e non voglio finire in una squadra dove urlano tutto il tempo, — confessò Tommaso.
Martina fece una risatina. — Allora scegli uno sport dove conta ascoltare. Tipo… pallamano. È veloce, ma se non ti parli e non guardi gli altri, perdi subito.
Tommaso si grattò la nuca. — E io? Io non sono veloce.
— Non serve essere un razzo. Serve capire il gioco. E poi… — Martina lo guardò di lato con aria furba. — Ti farebbe bene anche per la schiena.
Tommaso istintivamente raddrizzò le spalle. Da qualche mese, infatti, Martina lo “allenava” a tenere il dorso dritto. Diceva che gli avrebbe fatto bene per tutto: respirazione, attenzione, perfino per sembrare più sicuro.
— Guarda: immagina di avere un filo che ti tira dalla testa verso l'alto, — gli ripeteva sempre.
Tommaso provò. Il collo si allungò, le spalle si abbassarono, e per un attimo si sentì più alto, come se anche i pensieri avessero più spazio.
— Vedi? — disse Martina. — Se vuoi, domani vieni con me in palestra. Non fai danza classica, ma puoi provare qualche esercizio di postura. Ti torna utile per qualsiasi sport.
Tommaso annuì. L'idea di entrare in una palestra di danza lo metteva un po' in imbarazzo, ma la voce di Martina era tranquilla, e lui si fidava.
Quella sera, mentre si lavava i denti, si guardò nello specchio del bagno e provò di nuovo: “filo in testa, schiena lunga”. Gli sembrò di respirare meglio. E, per la prima volta, la parola “pallamano” non suonò così strana.
Capitolo 2
La palestra di danza profumava di legno e di sapone, e le pareti erano coperte di specchi che facevano sembrare tutto più grande. Tommaso entrò piano, quasi in punta di piedi, come se avesse paura di fare rumore. Martina lo trascinò dentro con una naturalezza disarmante.
— Ehi, Tomi! — lo salutò l'insegnante, la signora Elena, con un sorriso caldo. — Vieni a fare due esercizi con noi?
Tommaso alzò le mani. — Io… non so danzare.
— Non serve. Oggi lavoriamo sulla schiena e sull'equilibrio. È come allenare il timone di una barca: se è stabile, anche quando c'è vento non ti ribalti.
Tommaso capì subito l'immagine. Lui non amava le tempeste, ma gli piaceva l'idea di avere un timone dentro al corpo.
Martina gli indicò una sbarra a muro. — Appoggia solo le dita, non aggrapparti. E pensa: “crescere verso l'alto”.
Tommaso fece come detto. All'inizio gli venne naturale stringere la sbarra come se fosse una ringhiera su un ponte. Martina gli diede una piccola spinta sul gomito.
— No, leggero. Se ti appoggi troppo, non lavori.
La signora Elena aggiunse: — Immagina di avere una pila di libri sulla testa. Se ti incurvi, cadono.
Tommaso, che amava le biblioteche, sentì subito il peso immaginario di un'enciclopedia. Raddrizzò il dorso, contrasse un po' la pancia, poi si accorse che stava trattenendo il respiro.
— Respira, — gli disse Martina. — Non è una punizione.
Tommaso soffiò fuori l'aria e rise. — Mi sembra di essere un lampione.
— Un lampione dritto illumina meglio, — ribatté Martina. — E poi nella pallamano, se stai curvo, perdi la visione del campo.
Dopo qualche minuto, la schiena iniziò a scaldarsi, come quando si tiene una posizione un po' nuova. Non faceva male, era più una sensazione di “oh, quindi esisto anche qui”.
Alla fine, mentre le ragazze facevano piccoli salti precisi, Tommaso provò una camminata lenta con il dorso lungo e le spalle morbide. I suoi piedi facevano meno rumore del solito, e per un attimo si sentì… ordinato.
Uscendo, Martina gli passò un asciugamano. — Allora?
Tommaso si asciugò la fronte. — Non è stato terribile. Anzi… mi sento come se avessi messo a posto la sedia dentro la schiena.
Martina scoppiò a ridere. — Perfetto. Domani a scuola scegli pallamano. E ricorda: ascoltare prima di lanciare.
Tommaso, tornando a casa, ripensò a quella frase. “Ascoltare prima di lanciare.” Gli piacque. Sembrava una regola per lo sport, ma anche per la vita.
Capitolo 3
Il giorno della scelta arrivò, e Tommaso scrisse “Pallamano” sul foglio senza cancellare nemmeno una volta. Il cuore gli batté un po' più veloce, ma non era panico: era curiosità.
Durante il primo allenamento, la palestra della scuola sembrava più rumorosa del solito. Palloni che rimbalzavano, scarpe che strisciavano, la prof che fischiava. Tommaso rimase vicino alla linea laterale, con la sensazione di essere una virgola in mezzo a una frase urlata.
— Squadre da sei! — gridò la prof. — E ricordate: nella pallamano si gioca con passaggi veloci. Guardate i compagni!
Tommaso finì in squadra con Samir, che correva come se avesse le molle, con Chiara, che aveva un tiro potente, e con Luca, che parlava tantissimo anche quando non serviva.
— Io faccio l'ala! — annunciò Luca. — Tu, Tommaso, fai… boh. Stai lì.
Tommaso avrebbe potuto irritarsi, ma era fatto così: prima ascoltava, poi decideva. Guardò la prof, poi il campo, poi i compagni. Si ricordò del “timone”.
Raddrizzò la schiena. Non rigido, però. Lungo. E alzò lo sguardo.
Samir gli passò la palla in modo improvviso. Tommaso la prese male: gli scivolò, rimbalzò sul piede e scappò via come una saponetta. Qualcuno rise dall'altra squadra.
Tommaso sentì le orecchie scaldarsi. Per un secondo pensò: “Ecco, ci risiamo.” Ma la prof fischiò e disse:
— Errore normale. Recupera e riparti.
Samir corse a prendere la palla e la riportò a Tommaso. — Tranquillo. Succede. Guardami.
Samir fece un passaggio semplice, con le mani aperte e i gomiti morbidi. Tommaso lo imitò: prese la palla più vicino al petto, respirò, e la rilanciò a Chiara. Un passaggio corto, pulito. Chiara lo guardò sorpresa.
— Bravo, — disse, senza esagerare.
Il gioco riprese. Tommaso scoprì che non doveva per forza correre come Samir. Poteva muoversi con intelligenza: due passi a destra, uno indietro, un'occhiata al compagno libero. E, soprattutto, poteva parlare poco ma bene.
— Sono qui, — disse una volta sola, al momento giusto.
Luca, che di solito parlava troppo, si zittì per un attimo e gli passò la palla.
A fine allenamento, la prof li fece sedere. — Che cosa avete notato?
Chiara alzò la mano. — Se guardi solo la porta, perdi i compagni.
Samir aggiunse: — Se non ascolti quando uno chiama, fai un pasticcio.
Tommaso ci pensò, poi disse: — Se sto curvo, vedo solo le mie scarpe. Se sto dritto, vedo il gioco.
La prof annuì soddisfatta. — Esatto. Il corpo e l'attenzione vanno insieme.
Tommaso uscì dalla palestra sudato, ma con una strana leggerezza. Era come se l'aria intorno a lui fosse meno pesante. E, mentre camminava nel corridoio, provò ancora quel “filo in testa”. Non per fare il perfetto, ma per ricordarsi di guardare meglio.
Capitolo 4
I giorni successivi portarono allenamenti, piccole vittorie e piccoli errori. Tommaso imparò un trucco: quando sentiva la tensione salire, controllava la schiena. Se la trovava curva, significava che anche la mente stava facendo una piega.
Un pomeriggio, durante una partitella, Luca si arrabbiò dopo un passaggio sbagliato di Chiara.
— Ma dai! Era facilissimo! — sbottò.
Chiara serrò le labbra e smise di chiedere palla. Il gioco diventò subito più difficile, come quando si prova a correre con un laccio delle scarpe troppo stretto.
Tommaso si avvicinò a Luca durante una pausa. Non lo affrontò come in un film d'azione. Parlò come parlava sempre: chiaro e calmo.
— Luca, — disse, — quando urli, Chiara si chiude. E poi perdiamo tutti.
Luca lo guardò male. — E tu che ne sai?
Tommaso si sentì tremare un po' nello stomaco, ma tenne il dorso lungo. Non era coraggio da supereroe, era solo… una scelta.
— Lo vedo. E lo sento. — Tommaso fece un gesto con le mani, come a indicare l'aria. — La palestra cambia.
Samir li raggiunse. — Tommaso ha ragione. Se vuoi che ti passino la palla, devi farli sentire sicuri.
Luca sbuffò. Poi, con una voce più bassa, disse: — Ok. Scusa.
Chiara alzò un sopracciglio. — Scusa accettata. Ma la prossima volta dimmelo senza farmi esplodere il cervello, grazie.
Risero tutti e tre. Era una risata breve, ma scioglieva qualcosa.
Durante l'azione successiva, Tommaso si trovò libero vicino all'area. Samir gli passò la palla. Tommaso vide la porta, vide il portiere, e vide anche Chiara che correva a sinistra, marcata ma pronta.
Per un attimo, Tommaso esitò: tirare e provare a segnare sarebbe stato bello. Ma ricordò la regola che gli piaceva: ascoltare prima di lanciare. Non era solo ascoltare con le orecchie: era ascoltare il campo.
Passò a Chiara. Un passaggio teso, preciso. Chiara tirò e segnò.
— Assist! — gridò Samir, felice.
Luca gli diede un colpetto sulla spalla. — Hai fatto la cosa giusta.
Tommaso si accorse che il petto gli si era aperto. Non di orgoglio rumoroso, ma di una calma soddisfatta. Aveva cooperato. Aveva reso gli altri migliori. E, cosa strana, così si era sentito migliore anche lui.
Quella sera, a casa, Martina lo trovò mentre provava davanti allo specchio: schiena lunga, spalle giù, mento parallelo al pavimento.
— Ti stai allenando senza che te lo dica? — lo prese in giro.
— Sì, ma non dirlo a nessuno, — rispose Tommaso. — Voglio mantenere la reputazione di pigro.
Martina rise. — Troppo tardi. Hai la faccia di uno che sta scoprendo che gli piace muoversi.
Tommaso si strinse nelle spalle, poi le lasciò scendere come gli aveva insegnato. — Forse. E mi piace anche quando gli altri non si sentono giudicati.
Martina lo guardò con uno sguardo morbido. — Quella è una forza vera.
Capitolo 5
Arrivò il giorno dei Giochi di Primavera. Il cortile della scuola era pieno di striscioni fatti a mano, e l'aria sapeva di erba e merendine. Tommaso indossò la maglietta della squadra e si sistemò i capelli con acqua e dita, come faceva quando voleva sentirsi in ordine.
La prof li radunò. — Ricordate: divertitevi. E se sbagliate, si ricomincia.
L'avversario era una squadra di un'altra classe, alta e rumorosa. Il loro capitano batteva le mani e incitava tutti come se fosse già in finale mondiale. Tommaso si sentì piccolo per un attimo. Poi si ricordò del timone. Raddrizzò la schiena e guardò i suoi compagni.
— Ci parliamo, ok? — disse. — Anche con due parole. Basta che ci sentiamo.
Samir fece un cenno. Chiara sorrise. Luca, sorprendentemente, disse: — Ci sto.
La partita iniziò forte. Tommaso sbagliò un primo controllo e l'altra squadra segnò. Qualcuno nel pubblico fece “Ooooh” come al cinema.
Tommaso inghiottì il nodo in gola. Samir gli si avvicinò. — Non importa. Prossima azione.
Tommaso annuì. Si impose una cosa semplice: respirare e tenere il dorso lungo, come in palestra di danza. Sentì le spalle abbassarsi. Il campo, davanti a lui, sembrò più leggibile.
La loro squadra recuperò e segnò un gol. Poi un altro. Gli avversari pareggiarono. Il tempo scorreva veloce, e le gambe cominciavano a diventare pesanti.
A due minuti dalla fine, il punteggio era pari. Tommaso ricevette la palla vicino alla linea. Vide un avversario avvicinarsi, con le braccia aperte come una porta chiusa. Tommaso avrebbe potuto tentare un passaggio rischioso, ma sentì la voce di Chiara:
— Dietro!
Tommaso ascoltò. Non guardò solo la palla: si fidò. Fece un passaggio all'indietro a Samir, che era libero. Samir avanzò, attirò due difensori e poi passò di nuovo a Chiara. Tiro. Gol.
Il pubblico esplose in un applauso. Tommaso non segnò, ma si sentì parte di quel gol come se avesse spinto la palla con il pensiero.
Gli avversari tentarono l'ultimo attacco. Tommaso si posizionò in difesa. Un ragazzo alto provò a passare, ma Tommaso mantenne la distanza giusta e alzò le braccia, senza spingere, senza fare il duro. Solo presente.
— Qui! — chiamò Luca, e per una volta era una chiamata utile, precisa.
Tommaso passò la palla a Luca dopo un recupero fortunato, e il tempo finì.
Vinsero di un gol.
Si abbracciarono tutti insieme, sudati e contenti. Luca, con gli occhi brillanti, disse a Tommaso:
— Ho urlato meno oggi. Hai visto?
— Ho visto, — rispose Tommaso. — E si giocava meglio.
Chiara aggiunse: — Quando ti senti ascoltato, giochi più libero.
Tommaso guardò il cielo sopra il cortile. Non era cambiato nulla di enorme: era sempre la sua scuola, il suo quartiere, le sue scarpe un po' consumate. Eppure lui si sentiva diverso, come se avesse scoperto una stanza nuova dentro di sé: la stanza dove la fiducia cresce quando si coopera.
Capitolo 6
La sera, dopo la doccia, Tommaso sentì le gambe stanche in modo piacevole, come se avessero lavorato per costruire qualcosa. Martina bussò alla porta con discrezione.
— Posso entrare?
— Sì.
Martina lo trovò sul tappeto della sua camera, in pigiama, con una bottiglia d'acqua accanto. — Allora, campione della pallamano?
Tommaso fece una smorfia. — Campione no. Però… è stato bello. Anche quando ho sbagliato all'inizio.
— Perché nessuno ti ha fatto sentire stupido, — disse Martina.
— Sì. E perché ho ascoltato. — Tommaso si sedette con la schiena dritta, poi si accorse che stava esagerando, rigido come un manico di scopa. Scoppiò a ridere e si rilassò. — Ok, dritto ma non di marmo.
Martina si sedette accanto a lui. — Ti va uno stretching leggero? Ti aiuta a dormire meglio. E alla schiena fa benissimo.
Tommaso annuì. Spensero la luce grande e lasciarono accesa solo una lampada piccola. La stanza diventò morbida, come una coperta.
— Prima: respira, — disse Martina. — Inspira dal naso… e butta fuori lentamente.
Tommaso seguì il ritmo. Sentì il petto alzarsi e abbassarsi, e il cuore rallentare.
— Ora allunga le braccia in alto, come se volessi toccare il soffitto. Ma le spalle restano giù, — spiegò Martina. — Filo che tira, ricordi?
Tommaso allungò. La schiena si distese come un gatto al sole. Poi Martina gli fece piegare lentamente in avanti, con le ginocchia morbide.
— Non forzare, — disse. — Lo stretching non è una gara. È un dialogo col corpo.
Tommaso sorrise a quella frase. — Un dialogo… quindi devo ascoltare anche qui.
— Esatto. Ascolta dove tira e dove invece puoi mollare.
Tommaso sentì i muscoli dietro le cosce tirare un po'. Respirò e aspettò. Dopo qualche secondo, la tensione diminuì, come una corda che smette di vibrare.
Fecero anche un allungamento laterale, poi si sdraiarono a pancia in su, portando le ginocchia al petto.
— Questa è la posizione “abbraccio alle gambe”, — disse Martina. — È come dire al tuo corpo: “Brava, hai lavorato. Ora riposiamo”.
Tommaso chiuse gli occhi. Nella testa gli passarono immagini della partita: il passaggio, il gol, la risata, il momento in cui Luca aveva chiesto scusa. Tutto sembrava ordinato e caldo.
— Sai cosa mi è piaciuto di più? — mormorò Tommaso.
— Cosa?
— Che non serviva essere il migliore. Serviva esserci. E sentire gli altri.
Martina gli diede un colpetto leggero sulla fronte. — E tenere la schiena dritta.
Tommaso aprì un occhio. — Quello anche. Però… soprattutto ascoltare.
Restarono qualche minuto in silenzio, respirando. Tommaso sentì il corpo disteso, le spalle leggere, la schiena lunga senza sforzo. Era una sensazione di benessere semplice, come quando si sistema il cuscino e finalmente trova la posizione giusta.
Quando Martina uscì, Tommaso si infilò sotto le coperte. Prima di addormentarsi, pensò che il giorno dopo la scuola sarebbe stata la solita, con compiti e autobus e corridoi affollati. Ma ora sapeva una cosa: anche lì poteva giocare la sua pallamano segreta, fatta di ascolto, cooperazione e quel piccolo filo immaginario che lo aiutava a stare dritto e a guardare il mondo con più fiducia.